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Sintassi Whorf e le categorie grammaticali

Ciascuna delle categorie indicate, ovviamente, è manifestata in modi diversi da lingue diverse; la grammatica tradizionale in genere ha identificato come pertinenti solo categorie morfologicamente marcate in modo esplicito, ma il linguista Benjamin Lee Whorf in un famoso saggio del 1937 ha istituito una distinzione fra tipi di categorie grammaticali.

Distinzione tra categorie manifeste e latenti

Whorf ritiene anzitutto che vi sia una distinzione tra:

  • Categorie manifeste → ossia dotate di un contrassegno formale presente in ogni frase contenente la categoria, es→ il plurale dei nomi inglesi, o la forma potenziale del verbo sempre in inglese [can, could]
  • Categorie latenti → provviste di un contrassegno formale presente solo in alcuni tipi di frasi chiamati reattanza della categoria, verbi intransitivi in inglese, la cui reattanza è costituita dall’assenza del participio passivo es→ delle voci passive e causative: non possiamo avere ‘it was goed’

Questi meccanismi permettono di definire alcune categorie grammaticali presenti nella lingua, come categorie non provviste di un vero e proprio contrassegno morfologico fisso.

Classificazione delle categorie grammaticali

Secondo rilevante principio classificatorio delle categorie grammaticali per Whorf è la distinzione tra due meccanismi di categorie grammaticali presenti nella lingua:

  • Categorie selettive → si tratta di classi grammaticali con un’appartenenza fissa e limitata in confronto ad alcune classi più estese (le categorie selettive primarie, o categorie lessemiche, che corrispondono alle tradizionali parti del discorso); ovviamente può trattarsi di categorie manifeste (ad es→ distinzione tra verbi e nomi in latino) o latenti (ad es→ distinzione tra nomi e aggettivi in latino)
  • Categorie modulari → sono categorie applicabili e rimuovibili a piacere (come le ‘’flessioni in indoeuropeo): ad es→ il participio presente in inglese, manifestato da una sigla -ing. In lingue diverse da quelle indoeuropee le categorie modulari possono riguardare anche aspetti comunemente ascritti alle classi selettive, ad es→ nelle lingue semitiche i nomi e i verbi sono moduli, lo stesso vale per gli elementi del lessico inglese soggetti al processo di conversione

Categorie isosemantiche

Infine, Whorf distingue due ulteriori tipi di categorie grammaticali sulla base di un terzo criterio, che è quello secondo cui in ogni lingua ci sono delle categorie isosemantiche:

  • Categorie isosemantiche → si tratta di parole distinte per configurazione ma identiche per significato, a loro volta suddivise in:
    • Selettive→ declinazioni e coniugazioni
    • Alternative→ manifestano differenze stilistiche piuttosto che grammaticali

Parti del discorso o classi lessicali

Le parti del discorso sono insiemi di parole che hanno funzioni morfosintattiche specifiche all’interno della frase e che sono classificate sulla base di alcuni criteri, quali tradizionalmente individuati dalla grammatica tradizionale e sono quelli che in qualche modo caratterizzano la nostra conoscenza scolastica del funzionamento delle classi di parole etichettate sulla base della loro natura. Bisogna tener conto che le categorie lessicali, elencate all’interno delle grammatiche normative, sono spesso definite su basi che non sono propriamente morfosintattiche, non sono definite a partire da alcune caratteristiche morfologiche o classi grammaticali selettive o modulari, bensì sono definite sulla base di una serie di caratteristiche che sono perlopiù di ordine semantico contenutistico di ordine lessicale.

  • Nome → [solitamente variabile, aperta]
  • Verbo [solitamente variabile, aperta]
  • Aggettivo → [spesso variabile, aperta]
  • Pronome → [variabile (ma non sempre), chiusa]
  • Articolo → [chiusa, variabile]
  • Preposizione → [chiusa, invariabile a meno di composizione con articoli]
  • Avverbio → [aperta, invariabile]
  • Congiunzione [chiusa, invariabile]
  • Interiezione [chiusa, invariabile]

Tali classi come si può notare, sono suddivise in variabili e invariabili, aperte e chiuse. La cosiddetta definizione ‘nozionale’ o ‘concettuale’ che ne dà la grammatica tradizionale, tuttavia è inadeguata e va sostituita con una definizione puramente distribuzionale. Sono parti del discorso variabili quelle che sono soggette a trasformazioni dovuti a processi morfologici di derivazione, flessione e composizione.

Sono parti del discorso invariabili quelle che non lo sono. La definizione di queste classi di forme rispetto a quelle che erano le definizioni contenutistiche o concettuali datene dalla grammatica tradizionale è stata nella linguistica del Novecento lasciata ad un criterio che è già sintattico, in quanto si basa già sulla loro distribuzione. Per distribuzione si intende la possibilità che un tipo di parola o classe lessicale ha, di comparire in alcuni punti di una combinazione di parole o frase, o di una parte di frase denominata sintagma.

Il metodo descrittivo e l'analisi dello strutturalismo americano

Scopo dell’analisi strutturale americana (detta distribuzionalismo) è indagare empiricamente sulla distribuzione delle forme in una lingua, ad es→ attraverso dei testi quali frasi con un posto vuoto o slot. In un caso come quello di ‘’_____ fa bene’’ ci sono solo alcuni tipi di forme che possono occupare lo slot e dunque sono presumibilmente ascrivibili alla stessa categoria grammaticale.

La cosiddetta analisi in costituenti immediati mostra in che modo i costituenti di una frase si combinino per formare costituenti maggiori. Da un punto di vista tecnico, l’analisi sintattica richiede l’uso di notazioni ‘’speciali’’ che indichino la gerarchia non lineare di relazioni fra costituenti: il diagramma di distribuzione per livelli; l’etichettatura sotto forma di parentesi indicizzate (create da Bloomfield); la rappresentazione sotto forma di diagramma ad albero (in uso a partire dai primi sviluppi del gerativismo di Chomsky).

La combinazione fra parole e sintassi

Con sintassi si indica il modo in cui si mettono insieme i segni linguistici per formare le frasi, o i costrutti di una qualunque lingua. La sintassi studia le regole che in ogni lingua presiedono alla combinazione fra parole con cui si formano gruppi di parole privi di funzione predicativa (sintagmi), o che presentano una predicazione (frasi).

La linguistica formare considera la buona formazione sintattica come un fenomeno indipendente dal senso delle parole che costituiscono la frase oggetto di analisi; essa dunque, è solita ritenere i principi della sintassi del tutto autonomi rispetto a quelli che governano l’interpretazione delle frasi (ovvero la semantica e la pragmatica). Come vedremo, questa posizione è stata molto discussa e contestata in seno alla linguistica contemporanea.

La sintassi è la parte della linguistica che ha riscosso maggior successo negli studi linguistici del Novecento, a partire dalla metà del secolo, e specialmente con l’evolversi dell’approccio con la linguistica americana (approccio empirista) e in base a questo approccio, proprio perché si basava su queste regole di formazione grammaticale delle frasi indipendentemente dal significato, inaugura un approccio alla sintassi puramente formale, che troverà il suo culmine con l’esplicita esclusione del significato nelle regole di generazione della sintassi di una frase nell’ambito della grammatica generativa di Chomsky (che rappresenta la più importante teoria della sintassi del linguaggio verbale).

Per Chomsky la sintassi con le sue caratteristiche formali costituisce il nucleo dell’unicità del linguaggio verbale umano e al tempo stesso rappresenta il vero e proprio meccanismo per cui le lingue umane e soltanto quelle, possiedono una serie di caratteristiche universali, ossia le proprietà sintattiche, e tra le più importanti ritroviamo la riflessività, la ricorsività e la dipendenza dalla struttura. Per quanto riguarda la ricorsività, è importante concepire questo principio come applicabile tanto alle frasi quanto alle parti di frasi cioè ai sintagmi.

L’idea di Chomsky è che questi principi formali possono funzionare indipendentemente in alcuni momenti, rispetto ai principi che governano l’interpretazione delle frasi, quelli che governano la possibilità di dare ai segni delle attribuzioni di senso, e anche di dargli una attribuzione specifica in un determinato contesto d’uso che sarà ciò che tende a realizzare un’analisi pragmatica del significato in contesto delle espressioni.

La posizione autonomista della sintassi in relazione alla semantica è stata in più occasioni contestata e discussa. Jacobson fu abbastanza schietto nel riconoscere l’idea che Chomsky promulgava, e secondo cui si potesse dare una descrizione sintattica di una lingua senza tener conto del senso.

Concetti fondamentali della sintassi

  • Unità massimale di informazione autonoma → unità comunicativa relativamente autonoma, in quanto l’idea secondo la quale le frasi sono autonome resta un concetto debole, in quanto le frasi sono parte di un’entità comunicativa più ampia, che sono i discorsi, in secondo luogo perché anche le frasi che noi consideriamo ben formate e autonome, non lo sono mai, in quanto sono parte di un insieme più ampio che in genere costituisce l’articolazione dei processi comunicativi all’interno di una situazione, e dunque vanno interpretate in relazione ad altri elementi.
  • Costituisce una predicazione → vuol dire che all’interno di una frase si asserisce qualcosa, si predica un processo, riferendolo a qualcos’altro. Quindi una frase è costituita da una predicazione, cioè all’incirca, un’affermazione riguardo a qualcosa, l’attribuzione di una qualità o un modo d’essere o d’agire a un’entità. In termini più tecnici si tratta di un’assegnazione di una proprietà ad una variabile o di una relazione fra più variabili.

Nel concreto, realizzarsi come enunciati della conversazione ordinaria, tuttavia, le frasi appaiono spesso:

  • Incomplete perché prive di una predicazione esplicita inferibile dal contesto o dai turni di parola precedenti
  • Provviste di una predicazione non espressa però da un verbo, come avviene normalmente, bensì da una parola appartenente al'altra classe di forme.

Le frasi complesse

Le frasi complesse, costituite da più predicazioni, sono inoltre scomponibili in più proposizioni o clausole che si combinano in specifiche relazioni di dipendenza definite. Poiché normalmente il valore di predicare qualcosa è affidato ai verbi, in genere ogni verbo autonomo coincide con una frase; vi possono essere frasi senza verbo, dette frasi nominali: es→ buona questa torta→ funzionano da messaggi autosufficienti e contengono pur sempre una predicazione.

Per quanto concerne la frase nominale, si è arrivati anche a constatare che la struttura sintattica soggiacente delle frasi nominali che sostiene che queste siano delle semplici trasformazioni con elisione di copula di una frase copulativa (frase che presenta una predicazione esplicita) come connessione tra un soggetto ed un attributo del verbo essere. Non è del tutto certo che ‘’Bella la tua automobile’’ sia sostanzialmente equivalente ad una frase con predicazione espressa ‘’La tua automobile è bella’’.

Analisi in costituenti

Il principio generale dell’analisi in costituenti, come si è visto, è basato sul principio generale che la frase sia scomponibile in parti, e parti di parti, via via più piccole sino ad arrivare alla singolare parole (o forme libere minime) analizzate dalla morfologia e dalla fonologia (per quanto attiene alla scomposizione dei segni parole in unità di prima e seconda articolazione).

Le parti di frase individuate attraverso un’operazione di confronto che conduce a effettuare dei ‘’tagli’’ volti a isolare sottolivelli via via più semplici e inscatolati l’uno nell’altro individua così quei gruppi di parole forniti di una funzione sintattica definita a partire dalla loro testa, ossia la classe di parole o categoria lessicale che costituisce il minimo elemento in grado, da solo, di costituire un sintagma o fungere da sintagma.

L’analisi in costituenti è basata sul principio generale, secondo cui le frasi sono flussi di parole apparentemente non segmentabili se non si conosce la lingua, ma tali per cui un parlante può indicare come spezzarla e scomporla, come isolare dei pezzi che siano strutturalmente pertinenti nelle relazioni che costituiscono il meccanismo alla base della frase, e queste relazioni costituiscono sostanzialmente l’articolazione sintattica della frase, ottenuta sulla base di una serie di scomposizioni sempre più piccole.

Tale analisi, introdotta dallo strutturalismo americano degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, va sotto il nome di ‘’analisi in costituenti immediati’’: essa individua diversi sottolivelli di analisi, e i costituenti che si isolano a ciascun sottolivello costituiscono immediatamente il sottolivello di analisi superiore.

Data una frase, il primo taglio si attua confrontando la frase con un’altra più semplice ma che abbia la stessa struttura: questo ci consente di individuare i contenuti immediati della frase stessa; confrontando i costituenti così individuati con altri della stessa natura ma più semplici possiamo via via motivare i successivi tagli, sino ad arrivare alle parole, termine ultimo minimo di pertinenza della sintassi.

Rappresentazione della struttura di frase (reperto 1)

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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