L’italiano senza parole
Quando vogliamo comunicare utilizziamo diverse risorse semiotiche, questo perché siamo dotati di una competenza multimodale, cioè combiniamo diversi codici verbali e non verbali (modi semiotici) per produrre un significato.
Per comprendere le proprietà della comunicazione c’è bisogno di una stretta collaborazione tra linguistica e semiotica, quest’ultima si articola poi in cinesica, che studia i gesti compiuti con un certo movimento delle mani e delle braccia, e prossemica, che studia l’uso dello spazio e delle distanze spaziali da parte dei soggetti coinvolti in un’interazione.
L’analisi dei gesti è molto importante, perché trascurarli significherebbe perdere delle informazioni importanti ed effettuare un’analisi incompleta e parziale (i gesti sono parole nascoste da esplicitare).
Bisogna inoltre fare una distinzione tra gesto e segno, quest’ultimo è infatti il corrispondente di una parola nella LIS (lingua italiana dei segni usata dai sordi) mentre la LIST è la lingua italiana dei segni tattile usata dai sordociechi.
Il riconoscimento giuridico di queste due lingue è arrivato in Italia con il decreto-legge 22 marzo 2021 n. 41. Sono in crescita il numero dei parlanti udenti iscritti a corsi professionalizzanti della LIS, in molte università ne è previsto anche l’insegnamento.
Purtroppo però è ancora assente una politica scolastica nazionale che proponga interventi di sostegno e inclusione per studenti e studentesse con sordità.
Il gesto invece, dal latino gestum cioè fare, operare, è un’azione, un movimento delle mani e delle braccia compiuto per fare qualcosa. Un gesto può essere pratico, ad esempio regalare dei fiori, oppure comunicativo, cioè quando la forma e il movimento delle mani o delle braccia vuole trasmettere qualcosa all’interlocutore.
Il movimento rappresenta il significante del gesto, realizzato attraverso un canale manuale-visivo, mentre l’informazione trasmessa rappresenta il significato.
Tra la fine degli anni 60 e inizi anni 70, due psicologi americani, Ekman e Friesen, classificarono i gesti per tipi dividendoli in 3 categorie:
- Emblematici o simbolici, facilmente traducibili in parole o frasi perché il loro significato è stabile e riconosciuto all’interno di una cultura e sono volutamente usati per comunicare (indice davanti alla bocca, richiesta di silenzio).
- Illustratori, rappresentano visivamente ciò che si dice a parole ma a differenza degli emblematici non sono facilmente traducibili perché i parlanti non sono abituati a riconoscerli come comunicativi. Questi si dividono a loro volta in 7 categorie:
- Batonici, vanno a marcare ed enfatizzare una parola (mani che vanno su e giù con forza).
- Ideografici, tracciano la direzione del pensiero e completano il ragionamento (mani ad anello).
- Deittici, servono ad indicare un oggetto, un luogo (indice teso).
- Spaziali, mostrano una relazione spaziale tra elementi (appoggiare una mano prima a destra e poi a sinistra per far capire che una persona prima era in un posto e poi in un altro).
- Ritmici, riproducono una sequenza di elementi (il conteggio con una mano, per spiegare punto n.1 con pollice, punto n.2 con indice ecc…).
- Cinetografi, raffigurano un’azione corporea (toccarsi il corpo dall’alto al basso ovvero lasciar cadere qualcosa, il non interessamento).
- Pittografici, riproducono la forma di un oggetto.
- Adattori, permettono di convergere uno stato d’animo su sé stessi (auto-adattori) ad esempio toccarsi i capelli e sistemarli per mostrare irritazione, su un oggetto (oggetto-adattori) ad esempio far scorrere ripetutamente una mano sulla piega di un foglio per puntualizzare ciò che si dice, su qualcun altro (etero-adattori) ad esempio fingere di dare qualcosa a qualcuno per dimostrargli aiuto (rientra anche nei cinetografi). Visto che esistono delle sovrapposizioni tra le diverse classificazioni, Isabella Poggi parla di parametri salienti di riferimento, propone quindi una classificazione secondo un
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