Letteratura italiana II. Che cos’è un classico
Perché leggere i classici, Calvino 1995, Italo Calvino
- Classico è quel libro di cui si dice “sto rileggendo” e non “sto leggendo”, ciò però non varrebbe in gioventù, in cui l’incontro coi classici vale come prima incontro. Tuttavia per quanti libri si possano aver letto, ci sarà sempre qualcosa che non abbiamo letto; l’incontro con un classico in età matura è un piacere diverso rispetto all’incontro in gioventù: mentre da giovani si associa al classico una particolare importanza, da persone mature si apprezzano dettagli e significati in più.
- Classico è quel libro che riserba una ricchezza maggiore per chi li legge per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarlo. Le letture in giovane età possono essere non molto proficue perché le si legge con impazienza e inattenzione, ma forniscono modelli e metodi di paragone che rimangono nella testa anche se ci si dimentica del libro letto. Questi modelli riaffiorano rileggendo quel libro in età adulta.
- Classico è quel libro che influisce in modo particolare, sia quando ci si dimentica di quel libro, sia quando ciò non succede.
- È classico quel libro la cui rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
- È classico quel libro che quando si legge per la prima volta è come se lo si rileggesse, in quanto già lo si conosce.
- Classico è quel libro in cui ogni rilettura dà qualcosa di nuovo, è quel libro di cui si deve leggere l’originale per comprenderlo pienamente.
Che cosa è un classico, Manganelli 1986, Giorgio Manganelli
Un classico può essere una sfida, un complice o un enigma. È una sfida quando si presenta come un sistema linguistico e fantastico compatto e coerente, che quindi sfida data la sua incredibile pertinenza, come l’Ariosto. Un classico si presenta come complice quando opera nello spazio letterario in cui opera il lettore o lo scrittore odierno, quando offre un’immagine allegra e alleata che offre parole e immagini al lettore, che deve proseguire questa linea che gli viene offerta; un classico complice può essere considerato il Tasso, che però, secondo Manganelli, si presenta come enigma. Il classico enigma non è ciò che ci rivela a noi stessi, se non perché noi non possiamo evitare di essere enigma. Il classico enigma è Dante. Il classico enigma di Tasso è un classico torbido, che presenta selve, luoghi onirici, strane morti, che ci viene in contro con parole alte e rare, ma buie.
Un classico dice cose che ci riguardano, Pontiggia 2006, Giuseppe Pontiggia
Un classico è un autore che più si legge, più si scopre ricco, non ha bisogno di mediazioni, ci prende rapidamente e ci tocca del profondo.
La parola dei classici è l’antidoto più forte, Pontiggia 2006, Giuseppe Pontiggia
I classici sono l’antidoto più forte all’inflazione della parola, che oggi quanto più sono usate, tanto meno valgono.
Aree della letteratura duecentesca: la scuola siciliana e lo stilnovo
La divisione politica dell’Italia del 1200 causa un frazionamento culturale, che comporta l’uso di varie lingue nella letteratura della Penisola. Nell’area franco-veneta a Nord si sviluppa il genere lirico cortese-amoroso nella lingua provenzale, il genere cavalleresco nel francese della corte di Parigi (lingua d’oil) e il racconto in prosa, in cui sale in primo piano l’opera “Il Milione” di Marco Polo. Nell’area umbro-marchigiana si sviluppa la letteratura religiosa sotto forma di laudi e di dramma sacro. In Toscana si sviluppa la poesia politico-etico-religiosa di Guittone d’Arezzo, la poesia comico-realistica di Cecco Angiolieri e i poeti stilnovisti. Nel sud, con la Scuola Siciliana, si sviluppa la lirica d’amore cortese e la cultura aristocratica, sotto forma di volgare siculo nobilitato e depurato.
La Scuola Siciliana è il primo movimento unitario e istituzionale della letteratura italiana, sviluppatesi in un contesto non regionale di cultura laica: ciò si spiega grazie alla condizione politico-culturale che si era venuta a creare nel Meridione d’Italia con il regno di Federico II. Con Federico “imperator” si era venuto a creare un organismo statale che aveva il suo centro in Sicilia e che si può considerare per molti versi il primo Stato moderno d’Europa. Si assiste per la prima volta in Italia al crearsi di un clima unitario che, nonostante la confluenza di tante e diverse culture, caratterizza la storia della letteratura italiana. Gli autori che ne facevano parte erano perlopiù funzionari della corte federiciana, come Giacomo da Lentini, Pier delle Vigne e Guido delle Colonne, che scrivevano poesie d’amore in volgare siculo sul modello dei trovatori provenzali. Il tema delle loro poesie era solo l’amore, ciò a causa della situazione politica che si aveva nel Meridione italiano: mancavano scontri tra comuni, corti feudali guelfe o ghibelline, si rispondeva alla sola voce dell’Imperatore, di conseguenza nelle poesie non si trattavano temi politici. La poesia è quindi per loro una distensione dell’animo, è gioco e oblio della realtà.
L’espressione “Dolce Stil Novo” fu usata come concetto storiografico per la prima volta nel 1870 da Francesco de Sanctis che con ciò, nella “Storia della Letteratura italiana” indicava la poesia di un piccolo gruppo di scrittori toscani alla fine del ‘200 caratterizzata da una nuova forma, che la discostava dalla poesia delle generazioni precedenti. A introdurre la formula è Dante, capofila dell’avanguardia letteraria, che nel canto XXIV del Purgatorio parla con l’anima di Bongiunta da Lucca e presenta i caratteri della nuova scuola poetica. Bongiunta allora conia l’espressione “Dolce Stil Novo”, così facendo Dante rivendica l’esperienza poetica nel suo valore di novità rispetto alla tradizione siciliana e siculo-toscana. I poeti stilnovisti si presentano come gli umili scribi di Amore, il vero autore che detta le parole della poesia. L’esperienza amorosa è ascoltata direttamente, al di fuori di schemi retorici pre-costruiti, l’Amore è concepito secondo un’idea mistica che porta all’adozione di uno stile più elevato, nobilitante (appunto, “dolce”). Questa concezione dell’amore pone il distacco dalla poetica siciliana, che aveva un’idea terrena e sensuale del sentimento e che poneva la bravura del poeta nella sua esibizione retorica.
Dante Alighieri
Dante nasce tra il maggio e il giugno del 1265 a Firenze, da una famiglia della piccola nobiltà guelfa. Sposa Firenze nel 1285 Gemma Donati, nonostante l’amore per Beatrice, che si sposerà con un altro uomo pochi anni più Donati Beatrice tardi. Fu un uomo molto attivo in politica, prese parte a diverse battaglie come combattente guelfo, e si schierò con i Bianchi, che volevano l’amministrazione autonoma della città. Nel 1301 va a Roma, in missione Roma diplomatica da papa Bonifacio VIII e da allora non farà mai più ritorno nella sua amata Firenze, in quanto l’anno seguente verrà prima condannato al confino (Carlo Carlo di Valois aveva destituito il governo dei guelfi bianchi a Firenze, Dante viene condannato per baratteria, ovvero interesse privato in atto pubblico) e poi a morte per contumacia, in quanto non si era presentato al processo. Muore nel 1321, il 14 settembre a Ravenna, dove viene sepolto. Ravenna
Le opere: il Fiore e il Detto d’Amore
Dante, fin dalle sue prime opere, rivela una tensione alla sperimentazione, non segue un solo modello stilistico e adotta tecniche di scrittura differenti. Il Fiore e il Detto d’Amore sono due poemetti allegorico-didascalici anonimi e senza titoli, molto probabilmente scritti da Dante. Il Fiore vede l’innamorato alla conquista della donna amata (appunto, il fiore), si compone di 232 sonetti che contengono un linguaggio realistico e giocoso; il Detto d’Amore si compone di 480 settenari a rima baciata, contiene elementi della poesia dell’amore cortese ma è stilisticamente preziosa, elegante e rarefatta.
La vita nuova
Dante vi lavora dopo la morte di Beatrice con l’intento di costruire una cronistoria di prosa e versi del suo amore per lei. L’amore è beatificante, la vicenda diventa una vicenda spirituale, quest’opera rappresenta la più alta testimonianza dello stilnovismo dantesco. L’opera si avvia dal primo incontro che il poeta, allora novenne, ha con Beatrice e prosegue con l’incontro successivo che avviene nove anni dopo. Le testimonianze delle date sono simbologie spirituali, mentre il titolo allude al rinnovamento spirituale e letterario del poeta. L’opera comprende 42 capitoli contenenti 31 componenti in versi, di cui 25 sonetti, una ballata e 5 canzoni. Si tratta di un prosimetro, in quanto i componimenti in versi sono alternate a parti in prosa, che offrono un commento alle liriche e ne espongono il momento in cui sono state composte.
Vita nuova: Tanto gentile e tanto onesta pare
- Gentile = nobile in senso spirituale, dignitosa, modesta.
- Onesta = nobile in senso di aspetto esteriore, di portamento e di gesti.
- Pare = nel senso di palesarsi nella presenza.
- Donna = intesa come signora.
- Cosa = nel senso di creatura.
- Piacente = bella.
- Labbia = volto, aspetto.
- Sospira = perché tanta bellezza è inesprimibile a parole.
Vita nuova Tanto gentile e tanto onesta pare-dalla: ” ”.
Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devèn, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare, benignamente e d’umiltà vestuta, e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che ’ntender no la può chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira.
Commento - questa poesia rivela un superamento della poetica stilnovistica che presentava l’amore come angoscia (Cavalcanti), qui si assiste a una gloriosa lode della donna, che non è umana, ma creatura celeste che salvifica l’uomo. Queste qualità salvifiche della donna sono celebrate non in un discorso privato tra poeta e donna, ma in un dialogo corale, in quanto la bellezza divina di Beatrice viene rivolta come gratificazione all’intero genere umano. La donna libera beatitudine, non ferisce l’uomo, il sospiro finale non è il sospiro dell’uomo ferito che muore, ma la sensazione di celeste pacificazione di chi prova tanta estasi.
Critica – il testo non è linguisticamente limpido in quanto molte parole ci arrivano oggi con un significato diverso da quello inteso da Dante: già nel primo verso tre vocaboli assumono un significato che differisce dal concetto che portano oggi. “Gentile” assume il significato di nobile, “onesta” ne è un sinonimo ma assume la sfumatura del concetto riguardante l’aspetto esteriore, “pare” vale come “si manifesta nella sua evidenza”. Questo termine riappare, portando un concetto chiave, nel corso della poesia; nella prima terzina si manifesta con il termine “mostrasi”, che trasporta lo stesso concetto. “Donna” trasporta il concetto di signora, mentre “cosa” rimanda a un significato più ampio: qui Dante non intende dire che la donna è oggetto, strumento dell’amante, ma è “cosa” in quanto causa di sensazioni e impressioni.
Le rime
Le rime Dantesche contengono poesie attribuite a Dante, composte tra 1283 e 1308; non fu Dante tuttavia riunirle nell’opera “Le rime”. Oggi si posseggono 96 liriche tra sonetti, canzoni e ballate attribuite con sicurezza a Dante e 16 d’incerta attribuzione. Contengono poesie scritte durante un periodo abbastanza lungo, le rime mostrano diverse fasi della vita e dello stile di scrittura di Dante. Le prime liriche mostrano l’influenza degli amici Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti e Guittone d’Arezzo, le liriche coeve alla Vita Guinizzelli d’Arezzo Nuova (1292) mostrano il rigore dello stilnovismo, mentre le successive danno prova di uno stilnovismo sperimentalismo stilistico e tematico. Vi è poi la tenzone con Forese Donati (un parente della moglie), che tematico comprende tre sonetti di Dante e tre di Forese: nei sonetti di Dante si può notare un linguaggio realistico, crudo, uno stile comico, che presagisce l’Inferno Dantesco. Vi sono inoltre le rime dottrinali, scritte dopo la comico morte di Beatrice, caratterizzate da una forte passione conoscitiva e, infine, le rime petrose. Queste ultime sono rime di tema amoroso indirizzate a una donna “Petra”, ovvero dall’animo duro: qui la figura femminile è bella ma crudele, scontrosa, il poeta reagisce con altrettanta durezza, attraverso toni aspri e crudeli.
Il convivio
Il titolo significa il “banchetto”, a cui il lettore è invitato al fine di istruirsi nella scienza speculativa per raggiungere la sapienza: il banchetto voleva essere formato da 14 canzoni di tema amoroso e morale, morale interposte da altrettanti commenti che spiegavano le canzoni. Il progetto non è stato concluso, e ad oggi si canzoni compone di 3 canzoni con altrettanti commenti, più un commento introduttivo all’opera. Mentre nella vita nuova l’alternarsi di rime e prosa aveva funzione narrativo-romanzesca, qui ha puramente scopo riflessivo e argomentativo. L’opera è scritta in volgare, molto probabilmente perché così facendo Dante voleva divulgare argomentativo volgare i temi politici, etici e filosofici qui trattati ai più.
De vulgari Eloquentia
Il titolo significa “sull’eloquenza del volgare”, ovvero “sull’arte del dire in lingua volgare”. Dante scrive l’opera in latino perché voleva indirizzarla ai dotti. L’opera si compone di due libri, in cui il primo funge da introduzione e il secondo tratta del volgare illustre e dello stile elevato: Dante nel suo progetto iniziale aveva elevato incluso quattro libri, il terzo avrebbe avuto come argomento lo stile elevato e il quarto lo stile comico. Nella comico sua opera Dante considera la lingua del sì, ovvero quella parlata nella penisola italica, e contraddistingue 14 sì varietà. Di queste varietà nessuna si aggiudica il titolo di volgare illustre, che deve essere cardinale (deve valere da cardine per tutti gli altri), aulico (deve essere regale, se esistesse una reggia in Italia vi dovrebbe esser parlato) e curiale (deve essere usato nelle curie, ovvero negli atti politici del sovrano, se in Italia esistesse). In Italia non può esserci un volgare che si possa porre come lingua comune in quanto, data la sua frammentazione, manca un centro sì forte da porsi come luogo di elaborazione di tale lingua. Secondo Dante, il valore unitario del volgare può essere realizzato soltanto nelle opere degli scrittori che lo usano.
Monarchia
Trattato in latino di tema politico, qui Dante discute su un tema che gli stava molto a cuore: il rapporto tra papato e Impero. Secondo il Sommo Poeta, i due poteri erano direttamente derivati da Dio e dovevano essere autonomi e indipendenti l’uno dall’altro. L’Impero doveva occuparsi della felicità terrena, era garante della pace e della giustizia sulla terra, il papato della vita eterna, e anche se il secondo aveva un fine più alto del primo, nessuno dei due doveva prevalere sull’altro.
La divina commedia
La Divina Commedia è un poema allegorico-didattico in cui Dante narra in prima persona il viaggio nei tre regni dell’aldilà iniziato il venerdì santo dell’anno del giubileo (8 aprile 1300) e terminato in sette giorni. Dante impiega il sabato per percorrere l’Inferno, grazie all’aiuto della sua guida, Virgilio, che rappresenta la ragione umana, e la Domenica di Pasqua approda al purgatorio. Per percorrere il Purgatorio Dante impiega quattro giorni, in quanto le regole del luogo impongono di camminare soltanto con la luce del sole. L’ascensione al Paradiso dura 19 ore, in seguito alle quali Dante raggiunge l’Empireo, la cui natura intellettuale fa sì che sia fuori dal tempo. Al culmine del Purgatorio Virgilio viene sostituito da Beatrice, che rappresenta la grazia, la fede e la scienza divina e guida Dante fino all’Empireo. Da lì in poi, a guidare il Sommo Poeta sarà San Bernardo con il quale Dante assiste alla visione di Dio. Le tre parti in cui Dante suddivide la Commedia sono dette cantiche, ognuna suddivisa in 33 canti, tranne l’Inferno che presenta 34 canti a causa del proemio generale iniziale. I canti sono quindi in totale 100, numero perfetto secondo l’ideologia medioevale; ogni cantica inizia con un proemio, tranne l’Inferno in cui il proemio si trova nel secondo canto, e termina sempre con la parola “stelle”. Oltre a ciò ci sono molti elementi che legano le varie cantiche tra di loro, per esempio il sesto canto di ogni cantica discute sempre di questioni politiche.
Attraverso la Commedia Dante sottopone al lettore la realtà umana filtrata dal giudizio divino, che distingue tra i dannati dell’Inferno, i penitenti del Purgatorio e i beati del Paradiso. Di questo giudizio Dante si fa interprete, la prospettiva giudicante di Dio viene assunta in prima persona da Dante, la cui opera diventa poesia di giudizio. Le vicende autobiografiche di Dante, l’esilio e i soprusi subiti spingono Dante non solo a centralizzare il concetto di giustizia nell’opera, ma a far nascere l’opera dal sentimento della giustizia. Nella Commedia si sal
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