Dante tra Firenze, Ravenna, Manetti, Landino e Bembo
I.
Mentre nel 400 si formava una corrente di pensiero che considerava un’usurpazione il fatto che la tomba di Dante era a Ravenna e che si proponeva di riavere indietro i resti del poeta esule, si affermava a Firenze una linea di pensiero promossa da cultori di “studi tecnici” (aritmetica, geometria, architettura, astronomia) che esaltava Dante per le sue competenze “tecniche”.
Quando questa linea di pensiero affiancò quella letteraria degli umanisti, gli operai della Fabbrica del Duomo incaricarono Domenico di Michelino di dipingere un ritratto di Dante affinché visitatori forestieri potessero ammirare non solo la poesia e la filosofia ma anche la geometria e astronomia di Dante; anche nel Proemio al Commento della Commedia di Cristoforo Landino si esaltava la capacità di Dante nell'immaginare un oltretomba rigorosamente basato sulla matematica.
Nell'ultimo ventennio del secolo l'esaltazione di Dante capace di delineare con perfette competenze scientifiche la “machina dello inferno” crebbe di pari passo con il successo della predicazione di Girolamo Savonarola a Firenze: le profezie di Savonarola, secondo cui la Chiesa sarebbe stata punita e poi rinnovata da Dio per mezzo di un uomo mandato da lui sulla terra, si conciliavano perfettamente con un inferno popolato ed ecclesiastici e persino di Papi e con il messianismo dantesco del misterioso Veltro (Inferno, I, v 101).
II.
Ravenna diventò un bersaglio polemico: all'epoca era compresa nel dominio terrestre di Venezia e vi rimase fino alla battaglia di Agnadello del 1509, quando passò sotto il controllo dello Stato pontificio. Dunque, prima di quella battaglia, il nemico giurato del “movimento per la rivendicazione delle ossa di Dante” era proprio la Serenissima.
Uno dei membri di questo “movimento per la rivendicazione” era Antonio Manetti, di cui Girolamo Benivieni fa un ritratto nel primo dei due dialoghi posti in appendice alla sua edizione della Commedia, illustrandone gli studi compiuti sulla struttura e sulle misure dell'inferno dantesco: il personaggio di Manetti dice di sé stesso di essere “spogliato di lettere” (non aveva studiato il latino); pur non essendo pratico di latino, Manetti si dedicò alla letteratura Fiorentina dei primi secoli.
Di lui possediamo una copia del Poema in cui troviamo le sue postille riguardanti osservazioni sulla topografia del viaggio di Dante nell'inferno e nel purgatorio. Non conosciamo la datazione delle postille, perché se sono scritte in inchiostro diverso: si può supporre che Manetti abbia voluto “sporcare” il suo codice utilizzandolo come un serbatoio di riflessioni, appunti e varianti alternative solo qualche tempo dopo averne finito la trascrizione.
Alla seconda metà degli anni 70 risale un documento che attesta il passaggio da idea generica a vero e proprio movimento di opinione per quanto riguarda la rivendicazione delle ossa di Dante. In questo contesto Manetti scrisse una lettera a Lorenzo De Medici per esortarlo a fare in modo che Bernardo Bembo (ambasciatore di Venezia a Firenze) mantenesse la promessa di portare a Firenze le ossa di Dante.
Bernardo fu mandato come Podestà a Ravenna, e invece di adoperarsi per il rimpatrio della sepoltura di Dante, ne commissionò lo spostamento sul chiostro destro della basilica di San Francesco e il restauro in marmo, mettendo una pietra sopra alle rivendicazioni fiorentine, e fece scolpire sul sarcofago che abbelliva il sepolcro un epitaffio in cui Firenze era definita nei confronti di Dante “madre poco amorevole”. Per questo suo comportamento, egli fu visto come un traditore della parola data e come nemico pubblico di Firenze, in particolare di Manetti.
Ma quale fu la politica di Lorenzo riguardo alla questione delle ossa di Dante? Per fortuna ci è giunto un documento che ci può aiutare a capire cosa successe in quel tempo.
Cristoforo Landino aveva fatto preparare un Commento alla Commedia da inviare a Ravenna a Bernardo Bembo: in questo esemplare c'è una lettera in cui Landino si felicitava con Bembo per il restauro della tomba di Dante a Ravenna e si rammaricava del fatto di non aver potuto ricordare il suo bel gesto nel commento ormai già finito di stampare. Probabilmente Lorenzo aveva fatto inviare da Landino a Bembo una copia dell'edizione con quella lettera d’accompagnamento per dimostrare di aver mantenuto un patto forse stabilito con Venezia.
In questa lettera, Landino dice di aver avuto la notizia del restauro della tomba da Jacopo Tedaldi, un mercante fiorentino che lavorava a Ravenna. Naturalmente la natura di questa informazione è falsa, come afferma lo stesso Landino, contraddicendosi, quando dice che l'intero popolo fiorentino riconosceva di essere debitore a Bembo.
Jacopo Tedaldi era uno degli ultimi superstiti dell'assedio di Maometto II alla capitale dell'impero romano d'oriente, un difensore della cristianità durante l'assedio di Costantinopoli del 1453; tirando in ballo Tedaldi, Landino voleva contrapporre l'eroismo di chi aveva difeso Costantinopoli, e con esso la speranza di riconquistare il Santo sepolcro, ai fiorentini dei suoi tempi, che non avevano saputo riprendersi le ossa di Dante e che avevano lasciato che la sua tomba ravennate fosse restaurata da un forestiero.
Anche il paragone istituito tra Bembo e Cicerone, che aveva fatto adornare la tomba di Archimede lasciate in abbandono dai siracusani, è un atto di accusa sia contro i ravennati, che non avevano avuto cura della tomba di Dante, sia contro Firenze, che, come Siracusa, si era disinteressata di dove fosse custodito il sepolcro del suo celebre cittadino e aveva aspettato che uno straniero lo ritrovasse e lo facesse restaurare.
L'episodio è stato fino ad adesso mal interpretato: secondo Resta i fiorentini sarebbero stati grati a Bembo per il restauro della tomba di Dante, mentre altri hanno ipotizzato che Bembo avesse fatto di tutto per indurre Venezia costringere Ravenna a rendere le ossa di Dante.
Ma perché nella lettera di Landino manca una chiara richiesta di restituzione delle ossa di Dante, nonostante l'edizione fosse stata concepita per riportare trionfalmente il poeta nella sua città? Forse perché l'autore aveva ricevuto da Lorenzo la disposizione di non menzionare il fallito progetto del 1475 di riportare le ossa di Dante a Firenze; e neanche Bembo si sarebbe avventurato a ricostruire il sepolcro per Dante a Ravenna se non avesse ottenuto l’assenso di Lorenzo, l'amico più potente che aveva e il banchiere che gli prestava denaro senza garanzie.
Evidentemente ci doveva essere stato un patto tra Lorenzo e Ravenna, per tramite di Venezia e del suo ambasciatore, affinché si lasciassero le cose come stavano per evitare inutili conflittualità in un momento storico molto delicato per Firenze, di cui però non abbiamo alcun riscontro. Nel periodo precedente alla stampa del commento landiniano, Lorenzo aveva dovuto difendersi dagli attacchi di Roma e di Napoli, e aveva cercato di evitare che il Papa convogliasse gli altri Stati italiani nell'alleanza antifiorentina, da qui la necessità di mantenere buoni rapporti con Venezia.
III.
1481: Manetti partecipò a un'iniziativa importante, l'edizione della Commedia con il commento di Landino, un'operazione di politica culturale voluta da Lorenzo De Medici. Si è a lungo negata la regia medicea dell'impresa: ha condotto in errore la dedicatoria dell'opera ai signori di Firenze, vo cui fece seguito un'orazione solenne di Landino, stampata dopo l'edizione indirizzata anch'essa ai signori della città in occasione della cerimonia di presentazione.
Oratione Messere Cristophoro Landino pubblica del volume. In questa di fiorentino hauuta alla illustrissima S. Fiorentina quando presento il commento su di Dante, si possono cogliere le motivazioni ideologiche che indussero pubblicare il testo del poema accompagnato da un imponente commento preceduto da un lungo proemio: festeggiare il ritorno di Dante a Firenze, grazie alla stampa del testo del poema, commentato e ripristinato nella sua, il puro e semplice fiorentino; tale rientro “ufficiale” era sancito dalla consegna di un'esemplare dell'edizioni nelle mani dei Signori.
La dedica ai signori voleva essere un rispettoso omaggio di Landino, vs presumibilmente su richiesta dello stesso Lorenzo, nei confronti delle istituzioni repubblicane, nel momento stesso in cui i Medici le svuotavano di molti poteri, consolidando il loro regime principesco. Lo scopo di Landino era di celebrare Dante, ma anche tutte le eccellenze fiorentine in tutti i campi. Il profilo in comunistico era però mantenuto costantemente in sordina, tant'è che Lorenzo non viene mai nominato direttamente, mentre era inserito un rapido e neutralismo cenno ai Medici nel paragrafo dedicato all'eccellenza Fiorentina della “mercatura”, tra le famiglie che avevano conquistato posizioni di rilievo in altre città.
Dopo i paragrafi encomiastici Landino poneva una breve vita di Dante, seguita da tre paragrafi “filosofici” di marca neoplatonica ficininiana, culminanti con una retorica prosopopea di Firenze firmato dallo stesso Marsilio Ficino, in cui Firenze si felicitava perché, con quel volume, Dante era stato restituito alla sua patria.
Nel proemio troviamo tutti i concetti programmatici sui quali insisteva il movimento della rivendicazione delle ossa di Dante:
- Costruzione di un monumento funerario a Santa Maria del Fiore
- Divinizzazione di Dante
- Esaltazione di Dante “matematico”
- Restituzione di Dante e della sua opera a Firenze e il riconoscimento del poeta come “padre della nostra patria”
- Richiesta della revoca formale dell'esilio di Dante, sebbene espressa in termini molto ambiti il muto da sembrare un semplice auspicio affinché fosse eretto un monumento celebrativo in suo onore
Infine, Landino auspicava il ritorno in patria ad un presunto discendente omonimo di Dante, facendo anche accenni al corpo del poeta.
All’opera collaboratono anche Bernardo degli Alberti, finanziatore dell’opera e nipote di Leon Battista, di cui pubblico il De re aedificatoria nei 1485 con dedica a Lorenzo de Medici. Botticelli fornì i suoi disegni per le calcografie e Ficino firmò la sua prosopopea di Firenze.
Anche Manetti collaborò con Landino, fornendogli un resoconto scritto dei suoi studi sull'inferno dantesco, citato in nome e cognome “Antonio Di Tuccio Manetti” in stile burocratico. Se a scrivere quel paragrafo fosse stato Landino, probabilmente avrebbe chiamato un amico semplicemente Antonio Manetti, come aveva fatto con Marsilio Ficino.
Invece il paragrafo era stato scritto dallo stesso Manetti (egli stesso nelle sue copie si cita con nome e cognome), come dimostra anche il riferimento al Convivio (Landino si era completamente disinteressato delle opere minori di Dante, al contrario di Manetti) e l'assenza dell'ipotesi della presenza di ulteriori categorie di dannati intorno alla Città di Dite elaborata da Landino (se l'avesse scritto lui vi avrebbe fatto riferimento). In realtà, era stato Manetti nelle postille al suo codice della Commedia ad anticipare Landino, e ad accennare a una simile ipotesi, ma poi l'aveva accantonata.
IV.
Tra l’edizione commentata della Commedia di Landino del 1481 e le edizioni giuntine del 1506 cambia la ricostruzione del mondo dantesco, in particolar modo dell’Inferno, a causa della rivoluzione nautica e cartografica che stava investendo la società europea tra il Quattrocento e il Cinquecento, avvantaggiata anche dalla pubblicazione del De Geographia di Tolomeo.
Nel Medioevo, e quindi nella visione del mondo di Dante, perseguita poi anche da Manetti, la Terra è piatta e al suo centro vi si trova Gerusalemme; il mondo poi sarebbe delimitato dalle Colonne d’Ercole, ove oltre altro non vi sarebbe che l’abisso.
Con l’Umanesimo e la rinascita della cultura classica, ma soprattutto con la diffusione di un pensiero razionale e meno superstizioso e soprattutto religioso, si cerca di arrivare a descrivere scientificamente la terra. Di conseguenza, viaggi ed esplorazioni degli ultimi del Quattrocento permisero alla cultura geografica del tempo di migliorarsi e alla cultura nautica di disegnare cartine, o portolani, sempre più precisi.
La ricostruzione dell’Inferno è differente tra l’edizione di Landino e quelle giuntine per via della rivoluzione cartografica, verso cui si pongono in una relazione di prima e dopo. Per Manetti, come gran parte degli uomini del Quattrocento e lo stesso Dante, la terra era piatta, di conseguenza l’Inferno viene concepito come una grande voragine, creata da Lucifero a seguito alla cacciata dal Paradiso e la conseguente caduta sulla terra.
Sandro Botticelli realizzò la miniatura dell’Inferno dantesco per l’edizione commentanta della Commedia del Landino su commissione di Bernardo degli Alberti e concepisce l’Inferno come una voragine. La miniatura si legge da sinistra verso destra e il primo elemento che balza all’occhio è la caverna degli ignavi, che appare sproporzionata: probabilmente ciò si riferisce all’ignavia dei fiorentini a seguito del cambiamento politico che aveva visto protagonista Firenze, cioè la caduta della famiglia Medici e la presa di potere di Savonarola.
Oppure è un riferimento al suo committente, che pur avendo combattuto contro i Medici, durante l’ascesa di Savonarola se ne era rimasto in disparte. Inoltre, quest’ipotesi giustifica il motivo per cui Botticelli non terminò il lavoro di miniatura.
Botticelli probabilmente trasse ispirazione per la Mappa dell’Inferno da rappresentazioni precedenti dell’opera di Dante quali l’affresco di Nardo di Cione che si trova nella cappella degli Strozzi di Mantova a Santa Maria Novella a Firenze, da cui però si differenzia soprattutto per la voragine a forma di cono, come invece appare nell’Inferno di Manetti.
Botticelli, quindi, guarda all’Inferno dall’esterno, attraverso le pareti rocciose che lo circondano, guardando dunque i cerchi all’interno senza alcun ostacolo. Botticelli si rifà alla concezione che Manetti ha dell’Inferno, la quale si basa su una visione del mondo terrapiattista, in accordo con la concezione di Dante e di gran parte degli uomini del Medioevo.
V.
Girolamo Benivieni ebbe un ruolo fondamentale nel progressivo disinteresse di Bembo nei confronti di Dante. Egli era un sostenitore di Girolamo Savonarola e del suo programma di rinnovamento religioso, tanto da proseguire la sua memoria anche dopo la morte e da essere considerato un punto di riferimento dai “piagnoni”.
Bembo aveva scritto un libretto di regole grammaticali della lingua volgare già prima della pubblicazione delle Regole della volgar lingua di Fortunio del 1525, come testimonia Mario Pozzi, il quale cita un passo delle Giunte in cui Lodovico Castelvetro sosteneva che Vincenzo Calmeta avesse visto un libretto di regole grammaticali della lingua volgare di Bembo.
1 Il passo è rimasto a lungo sconosciuto poiché pubblicato solamente nell’edizione delle Giunte del 1714, utilizzato poi da Pozzi, mentre era assente nell’edizione cinquecentesca.
Il libretto probabilmente era stato il risultato del lavoro filologico che Bembo aveva effettuato sui testi di Dante e Petrarca, perfezionato poi in tipografia.
Polemica tra Bembo e Benivieni → Aldo a gli lettori, Bembo è autore di una nota in aggiunta in secondo tempo alle Rime del 1501, in cui polemizza contro chi aveva contestato le sue scelte linguistiche e filologiche di metodo nel testo del Canzoniere Trionfi e dei e l’esistenza di tale nota proverebbe l’esistenza del libretto.
Secondo il professore, il bersaglio della polemica è proprio Benivieni. Questi in uno scritto andato perduto sosteneva che i forestieri non potessero insegnare il fiorentino, dal momento che non erano in grado di giudicare nemmeno la correttezza della lingua.
Tra il 1501 e il 1505 i Da Gabbiano a Lione avevano stampato una contraffazione dell’edizione aldina del Petrarca (1501), i quali avevano assunto delle varianti differenti rispetto a quelle di Bembo. Bembo, di tutta risposta, aveva fatto aggiungere un fascicolo B successivamente per polemizzare contro le scelte compiute dai Da Gabbiano. Queste varianti probabilmente son state proposte da Benivieni nel fascicolo che avrebbe fatto circolare a seguito della pubblicazione dell’aldina.
Benivieni, inoltre, scrisse una lettera a Giovan Francesco Pico, dove polemizzava con l’aldina petrarchesca di Bembo, lettera che però venne tagliata e censurata da uno dei nipoti del Benivieni. Egli attacca quei forestieri che avevano avuto l’ardire di correggere il termine “canzona”, che era largamente utilizzato e diffuso nella Firenze quattrocentesca, forestieri che altri non sono che Bembo e Manuzio.
L’edizione aldina del Petrarca venne contraffatta, dunque, da i Da Gabbiano di Lione per motivi soprattutto economici, dal momento che avevano deciso di trasferire la propria tipografia in Francia, liddove non erano vigenti le leggi veneziane. I Da Gabbiano si erano rifatti alle varianti del Benivieni e, a seguito della pubblicazione dell’edizione lionese del Canzoniere, aveva generato un’intensa polemica tra lo stesso Benivieni e Bembo, da cui il veneziano uscì vincitore.
Difatti Bembo, con l’attento lavoro e studio filologico che aveva compiuto sul Petrarca in vista della pubblicazione delle aldine, aveva fornito agli umanisti la possibilità di rifarsi ad un modello linguistico da poter imitare, cosa che nella concezione umanista equivaleva ad essere dei buoni poeti. Da aggiungere è il fatto che tra Bembo e Benivieni non
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