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Coordinate della modernità letteraria

Essere e apparire

Realtà e mistero

L'Ottocento si chiude con una reazione allo scientismo e una contestazione del primato della scienza. La scienza viene screditata perché aveva abbruttito l'immagine dell'uomo, colto solo nella sfera biologico-animale, calpestando sogni sublimi e desideri di elevazione. Non venivano presi in considerazione i valori dello spirito, ridotto a sole funzioni biologiche, ignorando la dimensione singolare della persona. Si manifesta così il desiderio di sporgersi sul mistero; la pratica delle sedute spiritiche diventa una moda, uno dei sentimenti più radicati e caratteristici. La scienza non sa spingersi oltre la superficie dei fenomeni, rimanendo ancorata al mondo fisico, che perde di valore rispetto al sogno. Le prospettive si capovolgono: i corpi sono accidenti, mentre contano le essenze. Solo all'arte viene riservata l'esperienza dell'assoluto, il contatto con l'oltre, la visione piena del tutto.

Natura e artificio

La natura aveva goduto di appeal tra i letterati dell'Ottocento romantico, che avevano subito il fascino estetico degli spettacoli sublimi. Tuttavia, si sviluppa una volontà di esaltare l'artificio, con il gusto per l'eccentrico, il raro e l'esclusivo. La bellezza si cerca negli oggetti più singolari, preziosi e raffinati, e il criterio per misurare il valore estetico diventa l'originalità e la capacità di scostarsi dal naturale e ordinario. La civiltà umana deve emanciparsi dalle leggi di natura, creando un mondo artificiale, autonomo e senza vincoli.

L'artista fin de siècle prova orrore per le cose dozzinali alla portata di tutti e manifesta la volontà di distinguersi con l'atteggiamento dello snob. Si regola nei gusti, abitudini, vestire e ragionare all'opposto del gregge degli altri, fino alla stravaganza purché elegante. La posa, la cura delle apparenze e l'artificio danno origine alla figura del dandy, come Oscar Wilde e il suo personaggio Dorian Gray, in cui ogni minimo particolare dell'atteggiarsi in pubblico è frutto di studio meticoloso e costruzione della propria immagine. L'artificio diventa il suo abito.

La donna fatale esprime un erotismo raffinato, crudele, perverso e innaturale. Gli individui disincantati e sazi di tutto sono alla ricerca di sensazioni nuove, forti e peccaminose. Regina dei rapporti drogati e artefatti, è spietata e lasciva, consacrando la vita all'arte della seduzione. L'uomo, rapito dalla sua inquietante bellezza, ne rimane soggiogato.

La decadenza e il sentimento della fine

È tutto il mondo, tutta la civiltà a soccombere all'arroganza del tempo. L'umanità sta precipitando in una nuova barbarie delle coscienze e dei costumi, in una fase di irreversibile decadenza, prossimi alla fine della civiltà umanistica soppiantata dal brutto, alienazione e materia. Il fin de siècle diventa un'etichetta cronologica del sentimento della fine. Nel poema "Edel" di Bourget compare l'eroe decadente che cerca di affogare nei piaceri lo spleen, la noia tetra e malinconica. Verlaine, in "Langueur", attraverso un sonetto storico-allegorico, riassume la sensazione fisica e psicologica dell'uomo decadente.

Negli anni '80 a Parigi, i cenacoli decadenti emergono e Zola inizia a essere avvertito come isolato, ultimo baluardo di una poetica che aveva fatto il suo tempo. Riviste decadenti come "Le chat noir", "Lutèce" e "Le décadent" testimoniano l'atmosfera di questo periodo. L'uomo moderno è visto come borghese scettico e annoiato, che ha già compiuto tutte le esperienze, ritirandosi sazio e disgustato, senza fede in nulla, ma senza farne un dramma, indifferente e disincantato.

L'esplorazione del mondo interiore

Al posto della scienza, si afferma la coscienza. La teoria delle nevrosi e dei disturbi mentali di Freud, la psicanalisi, influenza la letteratura. Si afferma il romanzo psicologico con Bourget, primo riconosciuto maestro, e il suo capolavoro "Il discepolo", del 1889, che denuncia le conseguenze del Positivismo. Con la scienza cade in disgrazia anche la sociologia, colpevole di livellare gli individui, incasellandoli in gruppi sociali, senza tener conto delle differenze. Ci si affida alla psicologia.

Questa rivoluzione culturale cambia i paradigmi della conoscenza e i connotati della letteratura: attenzione a un solo personaggio, osservato al microscopio, una sequenza di momenti interiori da tracciare, con una mente influente confessionale al posto del laboratorio, eccezione per desideri, sensi di colpa, pensieri, fantasie, moti dell'animo. La vita da raccontare è quella interna, racchiusa nella psiche di un singolo individuo. Il mondo non esiste se non in rapporto al soggetto che lo attraversa, un'immagine filtrata e soggettiva. Cambia la visione del rapporto tra io e mondo, l'eroe deve affrontare un mondo ostile, pieno di insidie e nemici, mentre l'eroe dell'esistenza è diverso, calato in un mondo estraneo cui non sa o non vuole adattarsi.

Storia della letteratura

Il Decadentismo

Il Simbolismo

I poeti di fine Ottocento cercano di entrare in contatto con il mistero, la sfera nascosta, opaca e sfuggente, come una rivincita dell'arte sulla scienza. Rimbaud, primo dei poeti maledetti, diventa veggente, visionario, penetrando negli abissi dell'ignoto. Il poeta riceve un'illuminazione, una verità profonda che si rivela attraverso un semplice oggetto, una situazione ordinaria, caricandosi di significato metafisico. Tuttavia, sconta l'impotenza verbale, incapace di suggerire quello che ha visto, udito e compreso con parole e immagini inadeguate. È il privilegio di guardare in faccia alla realtà, ma condannato all'impossibilità di esprimerla.

Si cerca di piegare la poesia a un flusso melodico, risolvendola in pura musicalità, creando poesia fonosimbolica per suggerire il messaggio cifrato. La fusione di linguaggi potenzia la facoltà espressiva dell'arte. Wagner afferma che il "teatro è in grado di fondere parola, suono e azione scenica". L'impiego di figure retoriche come la metafora, per ricondurre a una visione unitaria l'infinità delle esistenze, la sinestesia, per rendere una sensazione complessa collegando due sensi, e l'ossimoro, unendo due idee contrarie e incompatibili, permettono di vincere le disarmonie.

Il simbolo riassume questo linguaggio poetico, essendo indecifrabile, mai del tutto risolto, lasciando aloni e risonanze, permettendo di intuire senza spiegare, contenendo un segreto. La poesia simbolista è oracolare, con un linguaggio allucinato, prezioso, difficile e oscuro. Scrivere versi è un'ardua vocazione, un altissimo privilegio ma anche un indicibile tormento.

La scuola simbolista nasce ufficialmente nel 1886, quando Moreas lancia dal Figaro di Parigi il Manifesto del Simbolismo e fonda il giornale letterario "Le Symboliste". Tra i maestri, Verlaine e Mallarmé sono eredi dei poeti maledetti come Baudelaire e Rimbaud. Verlaine è il poeta del languore, principe degli effetti sonori, mentre Mallarmé accentua la dimensione metafisica e verticale della poesia con un formulario criptico per pochi iniziati. In Italia, il più vicino è Pascoli, che cerca di calarsi nel fanciullino, piuttosto che nell'oracolo o nella sibilla. D'Annunzio raggiunge esiti di straordinario sinfonico virtuosismo musicale, con un timbro sonoro mosso da irrefrenabile impeto vitale e da narcisistica volontà di seduzione e dominio delle folle.

L'Estetismo

Nasce un culto idolatrico della bellezza. La sensibilità al bello diventa un segno di distinzione sociale, presupponendo un gusto squisito e un animo eletto, frutto di un'educazione e di una cultura divenuti metro di giudizio e stile di vita. L'oggetto d'arte è tanto più prezioso quanto più raro e unico, con molti autori che diventano anche collezionisti. Pater, nel suo romanzo di formazione "Marco l'epicureo", trasforma la vita in un'opera d'arte, così come Oscar Wilde fa nel "Ritratto di Dorian Gray".

È necessario che l'arte sconfini nella vita e che l'opera non esista più solo nell'immaginazione, ma si inveri nella persona storica dell'autore. Questa è la massima aspirazione anche di D'Annunzio, che con il romanzo "Il Piacere" introduce l'Estetismo in Italia, con una vita sfarzosa e il mito del vivere inimitabile. La vita non obbedisce a una legge morale, ma alla ricerca del bello. Il compito è generare bellezza, principio dell'arte per l'arte, arte pura che celebra sé stessa, al di fuori di ogni finalità pratica e polemica estrinseca alla sua natura.

Lo Spiritualismo

La crisi del Positivismo ha risvolti anche spirituali e religiosi. Si interroga il vario deposito delle dottrine e delle credenze religiose. Il bisogno di credere o una superficiale curiosità aprono la via alle suggestioni più disparate, dalle religioni orientali alle scienze occulte. La cultura antipositivista è intrisa di istanze religiose e fermenti spirituali. Il giovane Pirandello, nell'articolo "Arte e coscienza d'oggi", riconduce il ritorno all'antica fede al clima decadente. Matilde Serao, nell'articolo "I cavalieri dello Spirito", parla del sollevamento dell'anima dall'aridità della formula naturalista e riaffermazione delle superiori ragioni dello spirito.

L'evangelismo russo di Dostoevskij e Tolstoj affronta di petto le questioni morali e religiose: esistenza di Dio, presenza del male, tema della violenza per una causa giusta, peso e ripercussioni delle azioni, bassi istinti e slanci ideali. Alla coscienza viene restituito il ruolo di centro morale e motore dell'azione. La civiltà occidentale, atea e materialistica, viene criticata e si assiste a un ritorno ai valori tradizionali del mondo slavo, con ideali evangelistici di fratellanza, solidarietà, pace, sacrificio, perdono, pietà e giustizia sociale.

Il modernismo è un fermento di indagini, richieste, esperienze e progetti, con un ritorno allo spirito genuino delle prime comunità cristiane. Si applica il metodo scientifico agli studi biblici, con impegno ecumenico e un ripensamento della dogmatica e della teologia morale. La Chiesa non è pronta ad accogliere queste istanze di rinnovamento, portando alla condanna papale con l'enciclica di papa Pio X nel 1907.

Autori canonici

Giovanni Pascoli

Cenni biografici 1885-1911

Giovanni Pascoli nacque nel 1885 a San Mauro di Romagna. Il 10 agosto 1867, il padre fu ucciso con una fucilata mentre tornava a casa, e la madre morì l'anno successivo. La morte inaspettata del primogenito e la perdita della borsa di studio a causa di un contrasto politico costrinsero Pascoli a ritirarsi dall'università. Dopo la scarcerazione, ricevette un nuovo sussidio e poté proseguire gli studi, laureandosi. Nel 1895, ottenne la cattedra di "Grammatica greca e latina" a Bologna. Come latinista, era una celebrità e nel 1892 vinse un premio internazionale per la migliore poesia scritta in latino con il poemetto "Veianus". Fu nominato ordinario di "Letteratura latina" a Messina, poi a Pisa e successivamente a Bologna nel 1905, succedendo a Carducci nella cattedra di "Letteratura italiana".

Negli ultimi anni, Pascoli ricostruì il nido familiare travolto da lutti, vivendo con le sorelle nubili Ida (che poi si sposò) e Maria. Nel 1895, il nido si spostò in Garfagnana, a Castelvecchio di Barga (Lucca), divenendo un buen retiro dove rifugiarsi dai doveri accademici, con la protezione della sorella. Negli ultimi anni, ricoprì il ruolo di poeta ufficiale, celebrando la patria con opere come "Odi e inni", "Poemi italici", "Poemi del Risorgimento" e "Canzoni di re Enzio". Morì a Bologna nel 1911 a causa di un tumore.

Un poeta sincronico e regressivo

Nello studio della casa di Castelvecchio, Pascoli aveva tre tavoli dedicati rispettivamente alla poesia italiana, alla poesia latina e alla critica dantesca. La sua versatilità di ingegno gli permetteva di lavorare contemporaneamente a diverse opere. La sua poesia sperimentava diversi registri: lirico, elegiaco, epico, bucolico, fiabesco, allegorico, celebrativo e didascalico. La produzione intricata di Pascoli era caratterizzata dal lavoro su più opere simultaneamente, non suddiviso in fasi, ma un poeta sincronico. L'intera produzione pascoliana è unificata da un comune denominatore di poetica e ideologica.

L'elemento unificante è l'assassinio del padre. La poesia di Pascoli sgorga da questa ferita, un tentativo di medicare il dolore causato dalla malvagità umana e la necessità di elaborare il lutto. L'uccisione del padre porta alla distruzione del nido familiare e divide in due la vita di Pascoli: prima felice e spensierato, poi drammaticamente critico. Questo meccanismo regressivo spinge indietro il suo immaginario poetico a quel "prima".

Il simbolo centrale è il nido, luogo protettivo. Pascoli manifesta tre direzioni di regressione: regressione anagrafica, verso l'idealizzazione della fanciullezza come stagione di innocenza, fantasia, spontaneità, forti emozioni, piccole cose e grandi scoperte contro il mondo adulto del calcolo, egoismo e insensibilità. La regressione sociale, verso il mondo arcaico della campagna, considerato laborioso e armonico, con eterne leggi di natura e il ciclo delle stagioni, contro l'universo alienante e artificiale della modernità tecnologica e borghese. Infine, la regressione storico-culturale, verso i primordi della civiltà occidentale, coincidenti con le origini della poesia, poiché Pascoli era un coltissimo classicista.

Il fanciullino

Nel 1903, Pascoli scrisse il "Manifesto della poetica di Pascoli", una riflessione che ruota attorno alla figura cardine del "fanciullo eterno". La fanciullezza diventa un modo di essere e di entrare in contatto con le cose per conoscerle. In questa sfera irrazionale, dominata da fantasie ed emozioni, il fanciullo alberga nel cuore di ciascuno. Il fanciullino rappresenta la poesia, l'anima poetica che fa commuovere e induce a comporre versi. Il fanciullo è un veggente, che osserva il mondo con gli occhi della poesia, il suo sguardo mira alle verità sublimi scritte nel libro della natura e riposte negli oggetti più umili.

La sua conoscenza è metafisica, lo sguardo poetico illumina la cosa, conoscendola nel suo significato ultimo in quanto portatrice di verità metafisiche e universali, in pieno simbolismo. Il poeta deve assumere l'atteggiamento del fanciullino, il nuovo non si inventa, si scopre. Le verità sono date in partenza, basta leggerle a patto di avere il dono di interpretarne il singolare alfabeto. Il poeta arriva alla verità riconoscendola. La poesia è illuminazione.

La natura è una foresta di simboli, un'orchestra di suoni, piena di creature e voci. Il fanciullino sa intendere e interpretare spontaneamente tutte le voci della natura, cogliendovi espressioni cifrate della verità. Pascoli non è interessato alla riproduzione verbale dei suoni, ma a decrittare il messaggio implicito nelle manifestazioni sonore. Piega in direzione semantica le voci della natura, traducendole in parole umane. La parola poetica è unica e necessaria, non può essere manipolata. Pascoli preferisce il nome proprio, lo scrupolo e l'esattezza. La vera fonte di ispirazione è costituita dalle piccole cose. Tratta il piccolo come se fosse grande, nobilitando la materia più umile e conferendole respiro metafisico sublime.

Il sublime del basso permette di ottenere un'impressione di immensità, altezza vertiginosa e infinito, servendosi di trastulli infantili. Accontentarsi e gioire del poco è la migliore medicina contro dolore e invidia; a chi si contenta non manca nulla. La nuova visione politica di Pascoli è un socialismo addomesticato che ha rinunciato alla lotta di classe e sfocia nel vagheggiamento di una società di piccoli proprietari terrieri, liberi e contenti.

Myricae

Il primo libro poetico di Pascoli, "Myricae", pubblicato nel 1891 e poi rivisto fino al 1900 (quinta e definitiva edizione), ha una gestazione lunghissima. Nel 1891, la prima stampa era un piccolo libro offerto come regalo di nozze, con testi che passarono da 72 a 152 e infine 156. Il titolo latino "Myricae" significa tamerice o tamarisco, un piccolo arbusto dell'area mediterranea, di scarsa attrattiva estetica e umilissimo impiego. Il titolo simboleggia un mondo minimo, legato alla terra. La citazione è tratta dalle Bucoliche virgiliane: "sono graditi gli arbusti e le umili tamerici", dove Virgilio voleva dire il contrario, cioè che le umili tamerici non sono gradite e che l'argomento trattato richiede innalzamento stilistico.

Pascoli assume il modello virgiliano nel segno di una poetica dell'umiltà, una poesia che si eleva poco da terra e rimane umile. Il genere letterario è bucolico, cantando la natura e la campagna romagnola delle sue origini. Il motivo bucolico è disseminato dappertutto, facendo da sfondo agli altri temi. Le prime "Myricae" recano la data 10 agosto 1890, con il libro legato fin dall'origine alla tragedia familiare.

Il tema funebre entra scopertamente nella edizione del 1892, con la dedica al padre e una prefazione che ne rievoca la morte violenta. In cima e in coda sono anticipate le terzine del "Giorno dei morti", una lunga lirica che diventerà testo proemiale e darà ulteriore evidenza al motivo dei lutti familiari. La nuova prefazione è più breve e incentrata sul ricordo della tragedia familiare, suggerendo una lettura a senso unico: una ferita della violenza e della morte.

Il nido diventa il luogo simbolico dove si intersecano le due grandi direttrici tematiche: il bucolico e il mortuario. È un luogo degli affetti, dei legami di sangue, dei rapporti stretti e teneri, dove è vietato staccarsi perché ogni allontanamento è traumatico. Il poeta ricerca riparo dalla malvagità umana e dalla violenza della storia. Il nido può avere una collocazione solo rurale e viene inglobato nel nido più vasto della natura, vista come un grande grembo materno. Il nido è un luogo edenico dove ogni desiderio viene protetto.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cricristina02 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Langella Giuseppe.
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