La letteratura e l’italiano: dalle origini al Rinascimento
Per definizione specialistica, la letteratura rappresenta una testimonianza storica, inizialmente trasmessa oralmente di generazione in generazione e successivamente trascritta, con lo scopo di conservare memoria e cultura.
La trascrizione, già nelle prime civiltà antiche, comportava sfide legate alla costruzione di un’identità coerente, capace di definire un proprio idioma culturale, includendo interrogativi su lingua uniforme, autore scelto e unità del testo.
La storia della letteratura permette di reperire queste testimonianze attraverso documentazioni specifiche, che raccolgono i materiali della transizione tra orale e scritto. Essa si intreccia con altre discipline, le quali, nel corso della storia, hanno influenzato e contribuito alla formazione della letteratura.
Aristotele e la Poetica
Un esempio paradigmatico è la Poetica di Aristotele (384 a.C.), che si pone in netto contrasto con il pensiero letterario di Francesco Petrarca nella letteratura fiorentina del Trecento.
Aristotele descrive la materia, le regole stilistiche e la costruzione dell’atto testuale, con riferimento soprattutto alle tragedie. Secondo lui, la tragedia non si limita a rappresentare fatti storici, ma segue un principio ideale, basato su due cardini fondamentali:
- Principio della verosimiglianza: gli eventi devono essere plausibili, coerenti con le leggi universali che regolano la realtà umana.
- Principio della necessità: gli eventi devono susseguirsi secondo una logica di causa-effetto, rispettando concatenazioni razionali ed etiche.
Aristotele introduce il concetto di μίμησις (“imitazione”), secondo cui la tragedia imita la realtà in modo universale e generico. L’imitazione permette allo spettatore di vivere indirettamente le emozioni narrate, conducendo a un cambiamento interiore e a una purificazione dell’animo, concetto noto come catarsi.
Biblioteca Laurenziana, Firenze: voluta dai Medici e progettata da Michelangelo, conserva manoscritti medievali e umanistici, oltre a inni religiosi come quelli di Jacopone da Todi, Santa Caterina da Siena e San Francesco d’Assisi (Cantico delle Creature dalla Legenda maior).
Narrativa: narrazione di storie e personaggi, senza approfondimento emotivo.
La laude introduce l’uomo come “cortigiano della donna”, seguendo un codice gerarchico per ottenere l’intimità fisica o simbolica. Il sonetto petrarchiano privilegia perfezione, sublimità e unitarietà amorosa, presentando la donna come “creatura angelica”. Pietro Bembo, nel Rinascimento, ne riconosce il valore come vertice della tradizione letteraria. Giovanni Boccaccio, invece, rappresenta i primordi della prosa. La letteratura aiuta a comprendere l’identità e il vissuto umano attraverso introspezione e analisi degli stili, restituendo la sostanza delle esperienze individuali anche a distanza di secoli.
Filologia e retorica
I testi antichi presentano stili grafici, morfologici e semantici differenti, studiabili tramite la filologia (φιλολογία), disciplina che analizza la cultura attraverso documenti storici. Il significato delle parole può cambiare nel tempo: ad esempio, “noia” nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso significa “gioia”.
Il termine “donna” è trattato similmente da Petrarca e Dante:
- Petrarca: “Donna angelo, creatura angelica”.
- Dante: Esaltazione spirituale della donna, simile a Petrarca.
La filologia interpretativa consente di cogliere le differenze di stile e percezione testuale.
I fiorentini “toscanizzano” gli scritti siciliani; si osservano variazioni metriche come ipometria e ipermetria. La retorica, disciplina nata nel ’600, studia queste strutture.
Gli autori maggiormente rinomati di tale corrente della letteratura nascente sono: Jacopo Mostacci, Pier della Vigna e Giacomo da Lentini, detto “il Notaro” (XIII secolo, prima metà del secolo).
L’opera di gran rilievo è la tenzone, uno scritto in stile provenzale, con scambio di poesie tra i tre autori su un dato argomento, con tono polemico e/o giocoso tipico della letteratura iniziale e medievale.
L’opera si basa su rime specifiche, -ire, -ore, -ent, aventi richiamo sollecito, basata su un tema unico e specifico che è l’amore inteso non come ciò che esiste ed è sentimento ma come ciò che è solo sostanza di un qualcosa destinato ad essere ricambiato.
Notaro si conforma a tale immagine, con prospettiva di obiezione come di considerazione “non visibile” di ciò che è il sentimento dell’amore e rinviata ad una percezione di sensibilizzazione primitiva e di prestanza fisica.
L’opera è costituita da 3 sonetti, struttura in 14 versi endecasillabi chiusi ma ampi, formati da 4 strofe aventi 2 quartine e 2 terzine.
Nel sonetto di Mostacci sono presenti figure retoriche: primo e secondo verso della prima strofa (Sollicitando un poco…e con lui mi voglio…), che presenta un’anastrofe, così come anche all’ottavo verso è presente un’allitterazione (…ch’amore no parse ni pare). Sono presenti fenomeni come dieresi e la sineresi che giungono a modulare la musicalizzazione del verso.
Nel sonetto di Pier della Vigna, l’autore assimila, attraverso una figura retorica, l’immagine dell’amore a quello di una calamita. Per lui l’amore, il sentimento, la passione, attraggono con la stessa potenza dei metalli. Sono presenti figure retoriche alterne, come un’allegoria che riporta l’espressione di una parola attraverso un’ulteriore forma.
Storia della letteratura
La tradizione letteraria riporta le sue prime attestazioni attraverso un particolare uso della lingua presente in attestazioni giuridiche, aventi un microspazio anche di antichi testi volgari. La prima attestazione letteraria è riportata in lingua castigliana ed è la Nodicia de Kesos, documento dalle finalità pratiche e giuridiche, ritrovato tra il IX e X/XI sec. Il ruolo dello scrittore era il riportare in forma attestate e scritta ciò che di orale era rilevante nel periodo letterario.
La sequenza di Sant’Eulalia
Nel dominio antico-francese troviamo come attestazione la Sequenza di Sant’Eulalia, riportata in lingua francese d’oc. Si tratta di un manoscritto unico, datato al IX secolo, conservato a Valenciennes, nella Francia settentrionale.
Il testo è stato esemplato in territorio germanico e successivamente deposto nell’abbazia di Sant’Armand. Sant’Eulalia era una martire cristiana del III secolo, e il manoscritto riporta sermoni teologici e testi latini che narrano le grandi gesta della santa.
I manoscritti sono suddivisi in quattro formati: due in volgare e due in latino. La Sequenza di Sant’Eulalia è presentata in una forma letteraria strutturata secondo la tradizione latina e si compone di 29 versi più un verso spaiato.
Il testo è breve e utilizza assonanze, ovvero la ripetizione delle stesse vocali finali, come elemento stilistico. Il manoscritto presenta una mise en page precisa, organizzata secondo la struttura complessiva dell’opera: sono riportati due versi per rigo, con l’ultimo verso spaiato al centro della pagina.
Non vi è un rapporto tematico evidente tra la Sequenza di Sant’Eulalia e gli altri testi del manoscritto in cui è inserita: per questo motivo, essa è considerata un testo ospite, cioè un testo aggiunto successivamente rispetto ai precedenti contenuti.
Il codice miscellaneo che la contiene è composito, frutto dell’unione di più codici, e raccoglie testi di natura teologica, patristica e sermoni in lingua latina. La trascrizione della sequenza è avvenuta a Limoges nel IX secolo, e il manoscritto è custodito presso l’abbazia di Saint Martial de Limoges.
Quest’abbazia, nel periodo medievale, rappresentava un ambiente di centralità culturale e sociale, caratterizzato da unitarietà e coesione comunitaria.
L’opera presenta uno stile narrativo didattico mutilo, con finalità morale e religiosa. Vi si osserva una sorta di trasfigurazione del filosofo latino Severino Boezio, autore del De Consolatione Philosophiae (VI secolo), il quale, durante la sua prigionia, dialoga con la filosofia. Sebbene alcuni elementi della sequenza richiamino Boezio, il testo non ne dipende direttamente.
La sequenza è composta da 255 versi, suddivisi in lasse, ossia raggruppamenti di versi di lunghezza variabile, tutti decasillabi rimati, precursori del decasillabo italiano moderno. L’autore sviluppa una propria forma metrica autonoma, con un proemio morale a introduzione del testo, e una mise en page accurata.
È assente la punteggiatura metrico-sintattica alla fine di ogni verso, mentre essa compare al termine di ogni diverso lasso.
Infine, la sequenza si integra armonicamente nelle opere religiose del codice, assumendo una funzione di testo di ispirazione religiosa, didattica e manualistica, confermando il suo ruolo fondamentale nella trasmissione della cultura e della tradizione medievale.
Un verso spaiato è un verso che non fa parte della normale struttura metrica o della rima del gruppo di versi in cui si trova. In pratica, mentre gli altri versi seguono uno schema regolare di lunghezza, rima o disposizione (ad esempio due versi per rigo, oppure una serie di decasillabi rimati), il verso spaiato resta isolato, senza corrispondenza con gli altri.
Testo Gallo-Romanza: in forma d’oc o d’oil.
Frammento di Roman d’Alexandre di Auberi de Besaingon
Frammento di Roman d’Alexandre di Auberi de Besaingon (primo quarto del XII secolo).
Questo è il più antico testo volgare della tradizione medievale relativo al romanzo di Alessandro Magno, il quale si distingue per una complessità linguistica pari soltanto a quella dei Vangeli. Si tratta di un testo mutilo, composto da 105 ottosillabi, organizzati in lassi e legati tra loro da rime e assonanze. Il metro utilizzato è caratteristico della letteratura volgare medievale, con una struttura che permette sia la lettura sia la recitazione.
Il prologo introduce la figura di Alessandro Magno, presentandolo in contrapposizione alla cosiddetta “dichiarazione pseudo-salomonica della vanità del tutto”. Tale dichiarazione si ispira all’Ecclesiaste biblico, attribuito tradizionalmente a Salomone, figlio del re Davide, e afferma la vanità di ogni cosa sotto il cielo, intendendo la caducità e l’insignificanza delle ricchezze, dei poteri e delle imprese umane rispetto all’eternità e alla volontà divina.
Il testo volgare, tuttavia, pone una difesa dell’ideologia di Alessandro Magno, presentandolo come eroe e figura storica il cui valore e le cui imprese contrastano l’assunto di vanità universale proposto dal precetto salomonico. In questo senso, il romanzo si configura come un intervento culturale e morale, che esalta la grandezza dell’azione eroica e della virtù politica in opposizione alla visione pessimistica e universale della caducità di tutte le cose.
L’unico testimone letterario a cui si fa riferimento è la “Historia Alexandri Magni Macedonis” di Quinto Curzio Rufo, che però presenta una lacuna di archetipo: manca infatti un intero “strato” relativo alla vita di Alessandro, comprendente l’infanzia e la formazione iniziale da eroe. Il testo volgare, redatto da un copista del XII secolo, integra questa lacuna, offrendo un supporto linguistico e narrativo all’opera latina originaria e completando la narrazione della figura eroica di Alessandro.
Il manoscritto mostra inoltre la presenza di due mani trascrittrici, con differenze evidenti nella mise en page. La prima parte del testo è organizzata secondo un quadrante con due colonnati, mentre la seconda parte presenta un singolo colonnato. In quest’ultima sezione è riportata una “v”, che segnala consapevolmente la presenza di un tratto assente o lacunoso, indicando l’attenzione del copista a mantenere traccia delle parti mancanti del testo originale.
Questo romanzo volgare medievale di Alessandro Magno rappresenta non solo un documento linguistico fondamentale per lo studio del volgare e del metro ottosillabico, ma anche un esempio significativo di interazione tra tradizione latina e volgare, di integrazione di lacune narrative e di rinnovamento ideologico rispetto alle visioni filosofiche e religiose, come quella della vanità universale secondo l’Ecclesiaste.
La difesa della figura eroica di Alessandro contro la “vanità del tutto” non è dunque solo un elemento narrativo, ma un vero e proprio atto culturale e morale, volto a celebrare l’azione eroica e l’intelligenza politica come valori duraturi, in contrapposizione alla caducità e all’insignificanza universale proclamata dal precetto salomonico.
La poesia trobadorica
La poesia trobadorica nasce nel Meridione della Francia in lingua d’Oc, in una grande vivacità feudale. È la prima poesia strutturata in volgare con tematiche amorose e politiche.
I primi trovatori furono: Jaufrè Rudel e Guglielmo IX, i quali ricalcavano i valori feudali, come l’amor perfetto. Un amore che si spera di poter raggiungere ma che appare irraggiungibile (principio del paradosso). L’amante vuole possedere ciò che sa di non poter possedere. Il desiderio si stende su ciò che alimenta il canto.
Il documento si riporta come componimento di corte di grande raffinatezza, con pratica didattica nei valori feudali (cortesia, senso del limite, misura, valore, onore). La poesia vanta anche il concetto del servizio amoroso: l’uomo fedelissimo al suo signore e quindi l’amato è sottomesso alla sua amata per principio di misericordia dell’amata verso di lui, di cui Guittone d’Arezzo ne porrà riferimento.
Questi si pone d’esempio della poesia europea, nel nord della Francia, Spagna, Germania e Italia. La trasmissione di questi avviene attraverso un nuovo formato antologico che sono i Canzonieri (1254, il più antico). In questi sono raccolte molteplici poesie suddivise per categorie e con opere completamente in volgare.
La poesia italiana delle origini
Le prime testimonianze poetiche italiane presentano varie caratteristiche, spesso incorporate in contesti latini all’interno di grandi testi che venivano cantati dai giullari assumendo varie forme nel tempo. Per questo si dice che tali opere siano delle “tracce” poiché residuo di un qualcosa di non scritto, e che quindi è stato tramandato solo oralmente, rappresentando una testimonianza unica che riprende i modelli galloromanzi.
Uno dei primi testi poetici della lingua italiana, è sicuramente l’Indovinello Veronese, un componimento datato tra la fine dell’VIII secolo e gli inizi del IX che presenta alcune parole di difficile interpretazione poiché la lingua rappresenta un primo tentativo di scrivere in volgare italiano.
Le prime vere tracce di volgare si avranno, infatti, solo tre secoli dopo attorno agli inizi del XIII secolo ove si hanno i primi ritmi, testi di argomento religioso con finalità didattiche caratterizzati da anisosillabismo, cioè un’irregolarità del verso.
La letteratura italiana ha origini storiche latine poiché l’italiano è una lingua neolatina che si sviluppa dal latino volgare parlato nell’Impero Romano, di cui la sua evoluzione in forma scritta comincia a delinearsi con i primi documenti in volgare tra cui il Placito Capuano del 960 d.C., considerato la prima testimonianza ufficiale di volgare italiano all’interno di un atto giuridico.
Ma, la vera nascita della letteratura intesa come arte, avviene più tardi con l’affermarsi della poesia religiosa che nasce in forma orale e viene poi trascritta in testi strutturati in versi con forte contenuto spirituale come il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, scritto in un volgare umbro carico di religiosità e sentimento nei confronti della natura, e lo Stabat Mater di Jacopone da Todi che rappresenta un’intensa riflessione sulla sofferenza della Vergine durante la crocifissione di Cristo.
Questo periodo è fortemente rappresentato dall’Italia mediana comprendendo la zona orientale e centro-meridionale delle Marche, dell’Umbria e del Lazio dove troviamo:
- Il “Ritmo su sant’Alessio”, composto in lasse monorime (insieme di versi che terminano con le stesse rime) di ottonari-novenari concluse da due/tre versi decasillabi ed endecasillabi con rima diversa, riporta la storia di un patrizio romano che, convertitosi al cristianesimo, lascia la propria famiglia vivendo una vita povera e casta per poi far ritorno in veste di mendicante; il ritmo, è considerabile come una traduzione dell’antica versione francese “Vie de Saint Alexis”.
- Il “Ritmo cassinese”, componimento datato attorno alla fine del XII secolo appartenente alla tradizione dei contrasti frutto di un autore anonimo, si crede sia un giullare, riprende la forma latina di “Collatio Alexandri cum Dindimo rege” in cui vi sono Alessandro Magno ed il re indiano Dindimo che si scontrano per via delle visioni opposte della vita: il primo ha una visione materialistica che si oppone a quella mistica del re. Caratteristica fondamentale del Ritmo è l’apertura formata da una dichiarazione dell’autore in prima persona dove sottolinea la sua funzione di guida, palesa il soggetto del testo (in questo caso il disprezzo verso la vita terrena) mentre ricorre alla metafora della candela che giova agli altri mentre distrugge se stessa; tale sacrificio rappresenta lo struggimento della poesia per il beneficio dei lettori.
Contemporaneamente, in Toscana nasce il “Ritmo laurenziano” (1188-1207 riconducibile a vecchi testi francesi) di cui autore è ancora un anonimo che tesse gli elogi del vescovo Grimaldesco. D’altro canto, i Ritmi iniziano ad abbracciare diverse categorie, da religiosi diventano storico-politici come il Ritmo bellu
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