ESAME LETTERATURA GRECA
PRIMA PARTE: Storia della letteratura – Da Omero al VI secolo d.C., G. Guidorizzi
LE ORIGINI DELLA LINGUA GRECA
La conoscenza delle origini del popolo greco si è sviluppata lentamente grazie al contributo di diverse
discipline. All’inizio del XIX secolo la linguistica comparata individuò numerose somiglianze tra il greco,
il latino e altre lingue europee, ma anche con lingue dell’Iran e dell’India. Da queste corrispondenze nacque
l’ipotesi dell’esistenza, in epoca preistorica, di un popolo o di un insieme di clan con una lingua e una cultura
comuni, i cosiddetti Indoeuropei.
L’origine degli Indoeuropei rimane tuttavia oggetto di dibattito. L’ipotesi tradizionale li colloca nelle steppe
della Russia meridionale, dove sono state rinvenute testimonianze della cultura dei kurgan, caratterizzata da
particolari ceramiche e da tombe coperte da tumuli. Secondo questa teoria, dal 3000 a.C. circa gli Indoeuropei
si sarebbero diffusi in Asia e in Europa attraverso successive migrazioni. Una teoria più recente, basata su dati
genetici e archeologici, colloca invece le prime comunità indoeuropee in Asia Minore intorno al 6000 a.C.,
attribuendo la loro espansione allo sviluppo dell’agricoltura e all’aumento della popolazione. Il problema
resta comunque aperto.
I Greci, che chiamavano sé stessi Ἕλληνες, erano uno dei gruppi indoeuropei. Si stabilirono nella penisola
greca intorno al 1900 a.C., sovrapponendosi alle popolazioni già presenti, dette dai Greci storici Pelasgi.
Tracce di questa sovrapposizione sono rimaste nella lingua greca, che conserva numerose parole non
indoeuropee riconducibili al substrato pregreco. Si tratta soprattutto di toponimi, nomi di montagne e fiumi
(<<Parnaso>>, <<Cefiso>>), di alcune piante mediterranee (fico, vite, ulivo) e anche della
parola θάλασσα (“mare”), l’elemento che più di ogni altro condizionò la geografia e l’orizzonte dei Greci.
Per ricostruire le fasi più antiche della civiltà greca fu decisivo il contributo dell’archeologia. Ripercorriamo
alcune delle fasi principali.
1. Nel 1871 Heinrich Schliemann, un pioniere autodidatta, seguendo le indicazioni dei poemi omerici,
identificò a Hissarlik il sito dell’antica Troia. Gli scavi portarono alla luce i resti di nove città
sovrapposte e permisero di attribuire la distruzione della Troia VII A, datata intorno al 1200 a.C.,
all’epoca tradizionalmente collegata alla guerra narrata da Omero.
2. Nel 1876 Schliemann scavò anche a Micene, riportando alla luce le rovine della città e le
celebri maschere d’oro appartenute ai membri della famiglia reale. Queste scoperte contribuirono a
dare un fondamento storico al mondo descritto nei poemi omerici.
3. Nel 1900 Arthur Evans iniziò gli scavi a Cnosso, scoprendo la civiltà minoica, fiorita
a Creta almeno dal 2500 a.C. Evans riportò alla luce numerose tavolette d’argilla che dimostravano
l’esistenza di due sistemi di scrittura sillabici, la Lineare A e la Lineare B, simili a quelli del Vicino
Oriente. Anche in altri centri micenei, soprattutto a Pilo, furono rinvenute molte tavolette in Lineare
B, ma per lungo tempo il loro contenuto rimase indecifrabile.
4. Nel 1951 Michael Ventris riuscì a dimostrare che la Lineare B rappresentava una forma antica
della lingua greca, affine ai dialetti parlati successivamente in regioni come Cipro e l’Arcadia. La
decifrazione rese leggibili numerose parole già note dai poemi omerici. Dalle testimonianze
archeologiche emerge l’immagine della civiltà micenea come di una società guerriera organizzata
intorno al palazzo fortificato del principe. Il centro del palazzo era il μέγαρον, grande sala centrale
che fungeva da sala del trono, luogo del focolare domestico e sede delle assemblee.
I Micenei fondarono colonie e insediamenti commerciali in molte aree del Mediterraneo. Essi sono
probabilmente identificabili con gli Akhhiyawa ricordati dagli Ittiti e con gli Akawasha citati dagli Egizi,
cioè gli Achei della tradizione omerica.
Poco dopo il 1200 a.C. il mondo miceneo crollò rapidamente. I palazzi mostrano evidenti tracce di incendi e
distruzioni, mentre le tavolette d’argilla documentano gli ultimi tentativi di preparazione militare. Tutto il
Mediterraneo orientale fu scosso da una serie di sconvolgimenti, che i testi egiziani dell’epoca attribuiscono
alle invasioni di gruppi di gente chiamate <<popoli del mare>>. La tradizione greca spiegava questi eventi con
il ritorno degli Eraclidi, interpretato come il ricordo dell’arrivo dei Dori, che avrebbero occupato
il Peloponneso e distrutto i palazzi micenei. Tuttavia le cause del crollo rimangono incerte e probabilmente
furono il risultato di diversi fattori, tra cui guerre, carestie, cambiamenti climatici e disordini sociali. Con la
fine dei regni micenei scomparve anche l’uso della Lineare B, mentre la lingua greca continuò a evolversi.
La storia e la lingua dei Greci non furono unitarie, ma il risultato dello sviluppo di diverse comunità regionali.
Anche la lingua greca non costituiva un sistema unico: nell’età arcaica era suddivisa in numerosi dialetti e
una lingua greca comune si affermò soltanto dopo il III secolo a.C. Le principali famiglie dialettali erano:
il dorico, distinto in un gruppo meridionale e uno settentrionale;
§ lo ionico-attico, con il ramo ionico dell’Asia Minore e quello attico di Atene;
§ l’eolico, nelle sue varietà dell’Asia Minore e della Beozia;
§ l’arcado-cipriota, parlato in Arcadia, nel cuore del Peloponneso, e sull’isola di Cipro e ritenuto il più
§ vicino al miceneo;
il panfilio, diffuso nell’Anatolia meridionale.
§
Le colonie fondate dai Greci nel Mediterraneo conservarono il dialetto della propria città d’origine.
UN MONDO SENZA SCRITTURA
Nella fase più antica della civiltà greca la poesia veniva trasmessa esclusivamente attraverso la recitazione
orale. Con il crollo dei regni micenei scomparve la Lineare B, che fu sostituita soltanto intorno all’VIII secolo
a.C. da un nuovo alfabeto derivato da quello fenicio. Tra il XII e l’VIII secolo a.C., quindi, il patrimonio
poetico fu conservato e tramandato oralmente da anonimi cantori, che elaborarono il linguaggio, le tecniche e
le forme della poesia arcaica, soprattutto di quella epica.
Il compositore dei poemi era chiamato ἀοιδός (“aedo” o “cantore”), mentre il ῥαψῳδός (“rapsodo”) era colui
che eseguiva e riorganizzava canti già esistenti. Tuttavia le due figure spesso coincidevano, poiché ogni nuova
esecuzione comportava adattamenti e rielaborazioni del testo.
La poesia era affidata alla memoria di questi professionisti della parola, che si esibivano presso le corti
aristocratiche o durante le feste pubbliche, dove si svolgevano anche gare poetiche. Nell’età arcaica tali
competizioni erano frequenti e avevano luogo in importanti feste religiose e civili. Il poeta non era una figura
isolata, ma viveva a stretto contatto con la società e con il suo pubblico, al quale trasmetteva il patrimonio
letterario e mitico della tradizione, diventando il principale custode della memoria collettiva.
La trasmissione delle opere rimase prevalentemente orale fino alla fine dell’età classica. Anche quando i testi
iniziarono a essere scritti, essi erano concepiti soprattutto per la recitazione pubblica. Questo fenomeno viene
definito auralità: un testo nasce per essere eseguito davanti a un pubblico, anche se fissato per iscritto (mentre
<<orale>> è un testo che è concepito e recitato senza alcun ausilio di scrittura). La scrittura contribuì a
stabilizzare i testi e a limitarne le continue rielaborazioni, ma la letteratura greca arcaica continuò a mantenere
una natura essenzialmente orale.
LA FUNZIONE SOCIALE DELLA POESIA E I SUOI STRUMENTI
Nella Grecia arcaica la poesia non aveva soltanto una funzione artistica, ma rappresentava anche il principale
strumento di conservazione e trasmissione del patrimonio culturale. In assenza di altri mezzi, essa trasmetteva
alle nuove generazioni il sistema di valori della civiltà. I poemi omerici sono stati infatti paragonati a una sorta
di “enciclopedia tribale” da Havelock, poiché raccoglievano tutto ciò che una comunità riteneva importante
ricordare.
Non tutta la cultura, però, veniva trasmessa attraverso la poesia. Alcune conoscenze passavano mediante riti
iniziatici, il rapporto tra maestro e allievo o gruppi ristretti depositari di saperi specifici. Alla poesia spettava
invece il compito di conservare l’identità culturale di un popolo, i suoi valori fondamentali e i suoi miti.
Essendo destinata all’oralità, la poesia nasceva dall’interazione tra poeta e pubblico. Gli ascoltatori non erano
semplici spettatori, ma partecipavano attivamente all’esecuzione, influenzando il poeta e condividendo
emotivamente la performance.
Per coinvolgere il pubblico, il poeta utilizzava formule ricorrenti, situazioni familiari, un linguaggio semplice
e immagini vivide, evitando concetti troppo astratti o complessi. La comunicazione risultava così immediata e
facilmente comprensibile.
Fondamentale era anche la memoria, tanto che le Muse erano considerate figlie di Mnemosine, la Memoria.
Il poeta doveva ricordare migliaia di versi, racconti e formule poetiche, conservandoli grazie a un lungo
addestramento.
Questa forma di oralità è diversa da quella moderna. Oggi la comunicazione orale è sostenuta da strumenti che
registrano e conservano i contenuti; nell’antichità, invece, la memoria era l’unico mezzo per selezionare,
conservare e trasmettere il patrimonio culturale. Il mito, trasformato in poesia, diventava così il principale
strumento di conservazione della memoria collettiva.
IL POETA E L’UDITORIO: LA PSICOLOGIA DELL’ESECUZIONE ORALE
I Greci spiegavano la capacità creativa del poeta attraverso il concetto di ispirazione o ἐνθουσιασμός, cioè
una forma di “possessione” divina. L’ispirazione non era considerata un fenomeno psicologico, ma un dono
delle Muse, che prendevano possesso del poeta e gli concedevano la capacità di creare versi capaci di
emozionare gli ascoltatori. Per questo motivo il poeta si considerava soprattutto un intermediario tra le divinità
e il pubblico.
Il forte coinvolgimento emotivo tra poeta e ascoltatori ha portato gli studiosi a parlare di psicologia orale.
Durante la recitazione il pubblico viveva un’intensa partecipazione emotiva, lasciando temporaneamente da
parte la razionalità e identificandosi con il racconto e con il poeta.
Questa esperienza è descritta anche da Gorgia, secondo cui la poesia suscita paura, commozione, desiderio e
dolore come se gli eventi narrati fossero realmente vissuti dagli ascoltatori.
Nel dialogo Ione, Platone mette in scena un confronto tra Socrate e il rapsodo Ione, famoso interprete dei
poemi di Omero. Socrate sostiene che il poeta e il rapsodo non creano grazie a una tecnica o a un sapere
razionale, ma perché sono ispirati dalle Muse. L’ispirazione passa dalle Muse al poeta, dal poeta al rapsodo
e infine al pubblico, come una catena o una calamita che trasmette la stessa forza a elementi diversi. Durante
la recitazione si crea così una profonda identificazione tra esecutore, pubblico e oggetto della poesia: il
pubblico si lascia coinvolgere emotivamente, trasformando le parole in immagini e vivendo come proprie le
vicende narrate. Solo quando questa partecipazione emotiva si realizza pienamente la comunicazione poetica
può dirsi efficace.
IL MITO
Quasi tutta la letteratura greca, a partire dai poemi omerici, ha come fondamento il mito. Il mito è un racconto
tradizionale trasmesso oralmente e rappresenta un elemento essenziale della vita di una società, non una
semplice invenzione fantastica.
In una società priva di scrittura il mito conserva e trasmette il patrimonio di idee, tradizioni e racconti che
costituiscono la cultura di un popolo. Il poeta non inventa il mito, ma lo riceve dalla memoria collettiva e lo
rielabora nella propria opera. Ogni nuova narrazione può produrre varianti diverse dello stesso racconto,
influenzate dalle tradizioni locali.
Il mito racconta eventi collocati in un passato remoto, che vengono però considerati autentici e veri. Esso
custodisce la storia sacra, spiega l’origine di oggetti, riti e istituzioni (miti eziologici), chiarisce le cause degli
eventi (miti causali) e trasmette modelli di comportamento e valori morali.
Comprendere il mondo del mito significa comprendere l’identità di una civiltà, poiché il mito esprime il modo
in cui una società interpreta sé stessa e la realtà. Inoltre conserva, in forma fantastica, il ricordo di avvenimenti
storici, come la guerra di Troia o il ritorno degli Eraclidi.
Il pensiero mitico non procede attraverso schemi logici e astratti, ma mediante immagini e racconti. Ciò non
significa che sia irrazionale: esso costituisce una forma di pensiero diversa, sviluppata per rispondere alle
esigenze di una società priva di scrittura e per conservarne la memoria culturale. In questo senso il mito può
essere considerato una sorta di “filosofia primitiva”, capace di dare spiegazioni e significato al mondo
secondo gli orizzonti culturali di una società tradizionale.
LA POESIA EPICA
Secondo Aristotele, prima di Omero dovettero esistere molte opere poetiche, anche se non ne è rimasta
traccia. Per i Greci l’epica rappresentava la prima e più importante espressione poetica del mito eroico, ma
non nacque improvvisamente: ebbe una lunga fase di sviluppo durante la quale si formarono progressivamente
la lingua, la metrica, le formule espressive e gli schemi narrativi.
Non è possibile stabilire con certezza quando sia nata la poesia epica greca, ma è probabile che esistesse già
in età micenea (XVI-XII secolo a.C.). Nei poemi omerici sono infatti presenti elementi molto antichi,
appartenenti alla società micenea, come aspetti della cultura materiale, delle istituzioni e della religione. Anche
il ricordo della guerra di Troia, la cui distruzione viene collocata intorno al 1200 a.C., appartiene a
quell’epoca. Tuttavia i poemi epici furono elaborati in un periodo successivo, durante il cosiddetto “Medioevo
ellenico”, tra il IX e l’VIII secolo a.C., quando la civiltà greca conobbe la massima fioritura della poesia epica.
In assenza di un alfabeto, la poesia epica fu inizialmente composta e trasmessa esclusivamente per via orale,
sotto forma di rapsodie, cioè brani composti ed eseguiti da professionisti (aedi, ossia <<cantori>>). I poemi
omerici appartengono a una fase intermedia: sono il risultato di una lunga tradizione orale tramandata per
generazioni, ma presentano anche una notevole unità compositiva, segno di una successiva elaborazione e
fissazione del testo. È improbabile che sia stato Omero stesso a trascriverli; è più verosimile pensare ad un
sistema di registrazioni dei canti omerici a uso degli stessi rapsodi o degli archivi cittadini.
La poesia epica era destinata soprattutto alla recitazione pubblica, all’interno di una face to face society, cioè
una società di piccole comunità nelle quali la comunicazione avveniva attraverso il contatto diretto tra
esecutore e pubblico. Questo carattere orale distingue profondamente l’epica greca dalle opere epiche
successive, come l’Eneide o la Gerusalemme Liberata, o dalla tradizione dei cantari orali presente nella
tradizione medioevale europea e ancora di più dalle variegate forme di poesia epica orale che si trovano in
numerose società illetterate moderne.
Dell’antichissima produzione epica è sopravvissuta solo una minima parte. Esistevano numerosi poemi
dedicati agli eroi locali, ad avvenimenti regionali oppure a grandi temi comuni a tutti i Greci, come le imprese
di Eracle, la spedizione degli Argonauti, il ciclo tebano e soprattutto la guerra di Troia.
L’epica non fu però l’unica forma poetica delle origini: secondo la tradizione esistevano anche antichi cantori,
come Orfeo e Lino, legati ad altre forme di poesia. L’idea che l’epica fosse il genere poetico originario deriva
soprattutto dalla Poetica di Aristotele. A differenza della lirica, in cui il poeta parla in prima persona, l’epica
racconta vicende del passato eroico in modo oggettivo.
La materia fondamentale dell’epica è il mito, narrato senza che il poeta metta in evidenza la propria
personalità. Per facilitare la recitazione orale, il racconto utilizza forme espressive fisse: il metro
dell’esametro, formule ricorrenti, scene tipiche ed epiteti convenzionali. Sebbene il mito eroico costituisca
il tema principale, l’epica poteva affrontare anche altri argomenti, come le genealogie divine e le tradizioni
popolari.
Con lo sviluppo della polis, i rapsodi iniziarono a esibirsi durante le feste cittadine e nei concorsi poetici,
dove venivano premiati i migliori esecutori. In questo contesto alcuni poemi furono progressivamente fissati
per iscritto, dando origine alle prime edizioni civiche. Le città potevano però modificare o privilegiare
determinate versioni dei miti per motivi politici.
Particolarmente importante fu l’opera di Ipparco, figlio di Pisistrato, che ad Atene, alla fine del VI secolo
a.C., organizzò le recitazioni dei poemi omerici durante le Panatenee e favorì la loro redazione scritta. Da
questo momento i poemi iniziarono a circolare anche come testi scritti, pur continuando a essere recitati
oralmente ancora per molto tempo.
OMERO
La letteratura greca si apre con due opere considerate i capolavori dell’epica, l’Iliade e l’Odissea, attribuite
dalla tradi
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