Lezione 1 il teatro francese del XVI secolo
Il classicismo
Teatro francese del secolo d’oro, ovvero del regno di Luigi XIV. (dal 1660)
Charles Perrault: Parallèle des anciens et des modernes (1687 - piena epoca classica); mette subito questo contrasto tra les anciens et les modernes; i grandi autori classici greci e i suoi contemporanei.
La Grecia antica trova il suo vero erede nell’epoca classica francese; la Grecia classica lascia il posto al XVII secolo.
Il teatro greco classico si fondava sull’idea di Aristotele: l’arte si fondava sulla mimesis (l’imitazione della natura umana) cioè sulla riproduzione della natura, attraverso le opere dell’antichità.
Per i francesi, il teatro è una maniera di rivaleggiare i modelli antichi per fondare una nuova letteratura nazionale.
Fine 700: la querelle des anciens et des modernes sancisce l’eccellenza di questi ultimi, nell’imitazione degli antichi, al punto che le loro opere possano fungere da modelli a una letteratura moderna.
1630-40: affermazione della drammaturgia classica.
Renaissance: la Pléiade (nome di un gruppo di stelle) aveva già messo in atto, accanto all’affermazione di una poesia colta, il tentativo di un rinnovamento teatrale (bisogno di rinnovamento, sempre in relazione ad Aristotele.
Jodelle, Cléopâtre. (1553)
È un momento favorevole, perché dalla translatio studii (transfer degli studi) si passa alla translatio imperii (transfert del potere).
Tale transfert ha il proprio centro nella grandeur, al tempo stesso delle lettere e del ruolo civilizzatore della Francia.
Tragedia classica
Nel teatro del 600 si esalta questa nobiltà dell’essere umano - si rivolge ad un pubblico di nobili di Versailles - si rivedono nelle opere, vengono anche esaltati 2 valori dell’uomo del 600: l’honet homme (il gentiluomo), dovere e onore.
Dopo il 1750, la tragedia conosce il suo declino, il quale avviene di pari passo con l’avvento della società borghese e dei suoi valori. (il potere nel 700 è il denaro, non più terre e nobiltà).
1628-38: si sviluppa un dibattito teorico sulle modalità più adeguate di realizzazione della mimesis, attorno alle opere di Hardy.
La tragedia, che prima esaltava la supremazia, lascia spazio al dramma borghese.
Dibattito sull’imitazione (problema della mimesis): riproduzione diretta della realtà o imitazione mediata dalle categorie della vraisemblance e della bienséance?
Si rappresenterà la natura umana, ma non l’aspetto più brutale. (morte, battaglie, violenza, sangue: sarà raccontato ma mai messo in scena: bienséance); è così che il teatro francese si differenzia dal teatro rinascimentale (che vedeva nella rappresentazione della violenza il suo punto di forza).
Con Richelieu e Racine, andiamo sempre più verso una semplificazione della trama e dei personaggi.
Aristotele: la tragedia è rappresentazione di un’azione di carattere elevato e completo, di una certa ampiezza e in un linguaggio elevato .. svolta da personaggi in azione e non attraverso un racconto, la quale, suscitando paura e pietà, opera la purificazione.
Se il termine “rappresentazione” (mimesis) è ambiguo, non vi è alcun dubbio sull’assenza di riferimento a un’istanza superiore, di cui la tragedia avrebbe la funzione di rappresentare la malignità a teatro.
La tragedia classica francese nasce dalla vibrazione affettiva, suscitata dall’affrontare la morte.
La necessità di un epilogo funesto appare come un’interpretazione “abusiva” della definizione aristotelica, nata per derivazione del significato etimologico del termine greco “catastrofe”.
È nel 600 che il chiaroscuro fa il suo ingresso, l’essere umano è un essere meticcio, dove il bene e il male duellano di continuo.
Nella poetica, Aristotele precisa che lo svolgimento dell’azione si fonda sulla “peripezia” o rovescio di fortuna, che comporta un cambiamento completo della situazione.
Molti drammaturghi del 600 sostengono infatti un epilogo positivo per la tragedia.
Nella tragedia classica hanno un ruolo anche musica, canto e a volte il ballo.
Caratteristiche della tragedia per Aristotele:
- La favola (la trama);
- I caratteri (i personaggi);
- L’elocuzione;
- Il pensiero;
- Lo spettacolo;
- Il canto.
Mentre nella tragedia rinascimentale i cori sono parlati, le strofe eterometriche (come nella tragedia antica), nella tragedia classica del 600 essi tendono a ridursi, fino a diventare semplici intermezzi ricreativi.
Verso fine 600 i versi alterni non sono più ammessi, segnando così una diversità di stile rispetto alla storia dialogata.
Rappresentazioni en plein air.
- Château de Saint Germain: scena permanente;
- Parigi: sala dell'ex palais Cardinal e Petit Bourbon;
- Poi con Molière al Palais Royale: prototipo della scena teatrale francese.
Lezione 2 15/02
La tragedia come spettacolo
Scenografie monumentali - la scena evoca l’interno di un palazzo, lascia molto spazio alla creatività del regista.
Sala del trono: luogo del potere.
La commedia predilige invece sfondi di vie cittadine.
Lo sfondo tragico rappresenta un disimpegno o un'anticamera che porta alla stanza del principe - tale luogo è neutro e generale.
Mémoires: il decoratore Laurent racconta che per Phèdre, Racine volle una scena con un palais voûte (con la copertura a volta), per veicolare il senso di oppressione dell'eroina tragica - generalmente le scene non erano chiuse nella parte superiore.
Scena: entrata/uscita dei personaggi;
Atti: sono solitamente 5 nella tragedia - sono i momenti diversi della tragedia.
Il teatro tragico francese fa sì che lo spettatore contempli lo spettacolo come se stesse contemplando un quadro - è così era anche nell’arte del 600.
L’Abbé D’Aubignac: primo teorizzatore della tragedia classica, concepisce questo genere e ne esclude le didascalie, interne ed esterne:
- Didascalie interne: avviene quando il personaggio parla per esempio della camera del re, della giornata di caccia e di com’è andata, ecc..
- Didascalie esterne: esterna al testo drammatico, esterna al dialogo, si mette all’inizio dell’atto o della scena, e spiega come deve essere la scena in quel momento.
Non vi è discorso che non sia recitato.
Racine: drammaturgo “astratto” - punta molto sui movimenti e sulla fisionomia dei personaggi.
D’Aubignac: ci dice che i personaggi importanti dovranno occupare la scena il più a lungo possibile - l’eroe tragico sarà interpretato dagli attori migliori, vestiti il più regalmente possibile.
Il guardaroba di un attore è di sua proprietà e può raggiungere somme considerevoli.
Abbigliamento greco romano mischiato a quello del 600.
Analogicamente, i modi sono quello in uso a corte.
La punteggiatura dei testi del XVII secolo, ricalca il ritmo della respirazione dell’alessandrino:
- Alessandrino: verso di 12 sillabe/verso principe della letteratura francese - con cesura alla 6a sillaba - respiro dell’attore.
Versi alessandrini: a rima baciata;
Versi femminili e versi maschili - si avvicinano alla prosa.
Tragedia come rappresentazione del sublime - Racine non sempre obbedisce.
Jean Racine (1639-99)
Il più grande drammaturgo del classicismo.
Dopo la morte dei genitori, nel ‘49 viene accolto dalla nonna Des Moulins, la cui figlia Agnès sarebbe poi diventata la badessa di Port-Royal. La nonna aderisce con la figlia al giansenismo.
- A Port-Royal Racine viene mandato a fare i suoi studi, all'Ecole des Granges, dove riceve una grande cultura greca e latina (non è infatti un caso che lui attinga alla mitologia greca e latina).
Il Giansenismo: nasce nel cuore della controriforma (risposta cattolica alla riforma protestante di Lutero del 1529) e deve il suo nome al vescovo di Ypres Cornelius Jansen, autore del trattato Augustinus.
L’Augustinus diventa motivo di contrasto dei Giansenisti rispetto ai gesuiti in particolare al Père Molina, che avevano reso meno severa la dottrina agostiniana, allo scopo di trasmettere ai fedeli la speranza di ottenere la grazia divina mediante i sacramenti di preghiere e virtù.
Giansenio: pretende di ristabilire una stretta fedeltà alla dottrina agostiniana, affermando che:
- La grazia non è data a tutti gli uomini;
- Tutti i giusti hanno il potere di compiere i comandamenti di Dio;
- Essi hanno tuttavia bisogno, per compierli, di una grazia efficace che determini la volontà;
- L’essere umano è segnato dal peccato originale - la capacità dell’uomo di scegliere di non aderire al modello d’amore di Dio - “Sono io il dio di me stesso” /Adamo ed Eva;
- La Grazia non è data tuttavia a tutti i giusti, poiché dipende unicamente dalla misericordia divina.
Il giansenismo si avvicina alle posizioni di Calvino in caso quanto configura la possibilità di un gruppo di eletti, cioè di giusto che abbiamo ricevuto la grazie sufficiente ed efficace e che quindi saranno i soli salvati - modificare il mondo attraverso il lavoro, coloro che diventano ricchi.
Il Papa condanna 5 frasi tratte dall’Augustinus - nelle seconde lettere è a un duc et pair, Arnaud afferma, contestando di non aver trovato in Giansenio le 5 frasi condannate, e che la Grazia divina è mancata a San Pietro.
Il Giansenismo fu condannato definitivamente dal Papa attraverso la bolla Unigenitus (1713), che ebbe gravi conseguenze anche sul piano sociale e politico.
Lezione 5
Personaggi ambivalenti e doppi in Racine
In un romanzo abbiamo dei personaggi ambivalenti e contraddittori, che dentro di loro mantengono queste contraddizioni, nel teatro invece molto spesso queste vengono incarnate da figure diverse.
Racine crea questi doppi, che servono a mostrare due polarità diverse di una stessa figura.
Atto 1 scena 2
Hippolyte sta partendo, scappa via da Aricie (l’amata) per andare da Phèdre.
Aggettivo “Fatal”: morte dettata dal fato, dagli dei.
È la seconda volta che Phèdre si presenta morente.
Verso 146: “Lei muore nelle mie braccia di un male che lei mi nasconde”; cerca di contenere il male di Phèdre nelle sue braccia - questo male è definito un disordine eternale, un male interiore, è malata d’amore. È eterno e non se ne andrà se non con la morte.
La contraddizione profonda di Phèdre: vuole vedere il sole, ma il suo profondo dolore ordina a me di allontanare chiunque. Phèdre è un essere dell’ombra. Il contrasto tra luce e ombra pervade tutta la tragedia e il personaggio di Phèdre, che appare nell’ombra nonostante lei voglia vedere la luce; questo suo male interiore la costringe a rimanere nell’ombra.
Lo spazio (spazio che si articola tra luce e ombra, proprio come Phèdre) della tragedia di Phèdre è uno spazio che si articola su tre luoghi: sala del regno (luogo del potere, che resta un luogo nascosto, misterioso e impenetrabile); secondo luogo: anticamera (quello che perlopiù noi vediamo sulla scena, dove i personaggi si incontrano, questi personaggi desiderano accedere alla sala del trono ma non ce la fanno, rimangono sempre all’entrata); terzo luogo: uno spazio virtuale, spazio della fuga, tutti i personaggi (come Hippolyte) sperano di poter scappare dalla realtà (la reggia) in cui sono, che li opprime; uno spazio fatto di diversi luoghi fisici, che non appaiono mai se non nei discorsi dei personaggi (sono i luoghi dove i personaggi sperano di recarsi).
Atto 1 scena 3
Phèdre appare sulla scena, la forza la sta abbandonando, i suoi occhi sono abbagliati dal sole che rivede, le sue ginocchia cedono - perché Phèdre da un lato è abbagliata dalla luce del sole e perché da un lato la uccide? perché la luce del sole mette in risalto il peccato, l'ombra di Phèdre - non può tollerare la luce del sole perché è consapevole del suo peccato.
Oenone: Tutto pesa su Phèdre, tutto è opprimente, perfino la sua acconciatura reale.
Verso 169: invocazione al sole (la famiglia di Phèdre deriva dal sole); “Sole, vengo a vederti per l’ultima volta”.
Oenone: “Ma come? voi non perderete la voglia di vivere” io che vi ho nutrita, educata .. devo vedervi morire?
Phèdre: “quando potrò attraverso una nobile polvere seguire con l'occhio un carro che fugge sulla sua pista di corsa?” (spera di vedere Hippolyte, sul carro c’è Hippolyte (eroe caratterizzato dalla caccia sul carro).
Per Phèdre questa allusione inesistente equivale a una prima confessione, ma Oenone non capisce.
Si considera folle, perché è consapevole del suo errore.
Phèdre non è in grado o non vuole controllare i suoi pensieri, non riesce a governare se stessa, si lascia trasportare, perdendosi.
Questa capacità le è stata rubata dagli dei - c’è una forza più grande di lei (gli dei) che la trascina.
“L’arrossire mi copre il viso” (la vergogna).
Oenone: “se avete bisogno di arrossire, arrossite di un silenzio” (non mi dite la ragione dei vostri mali), “ribelle a tutte le mie cure, voi non potete morire così”.
I giorni di Phèdre sono inariditi da un furore, da un incantesimo, da un veleno (la passione: un sortilegio che viene gettato sull’essere umano, incontrastabile).
L’atto finale in cui Phèdre beve il veleno, è l’atto di realizzazione della passione d’amore che autodistrugge, che conduce alla morte, avvelena la vita.
“State offendendo gli dei, creatori della vita - tradite i vostri figli che saranno infelici, li precipitate sotto un giogo molto severo”.
Oenone sta cercando di convincere Phèdre a non uccidersi.
Oenone: “Mi piace vedervi fremere a questo nome funesto” (non perché è il nemico di Phèdre ma perché lo ama).
Phèdre: “la mia vita coincide con la colpa”.
Oenone: “quale crimine ha potuto produrre un problema così pressante?”
Phèdre: “le mie mani non sono criminali, piacque agli dei che il mio cuore fosse innocente come loro”.
Phèdre vuole morire perché non vuole fare una confessione così funesta.
Verso 241: “qualora conoscessi il mio crimine, io non ne morirò meno, ne morirò più colpevole.” (morirò ugualmente, ma morirò più colpevole).
Litote: figura retorica, la negazione del contrario.
Nel primo atto vediamo questa lenta progressione verso l’ammissione della colpa, una volta che questa colpa sarà espressa, farà subire alla tragedia un’accelerazione enorme che porta dritto alla catastrofe.
Lei non vuole fare il male da cui è invasa, perché sa che questo la porterà dritto alla fine.
Verso 255: Oenone: “cosa fate signora? e quale tormento mortale vi anima oggi?”
Phèdre: “sono completamente invasa dall’amore”
Oenone: “Chi?”
Phèdre: “conosci quel figlio dell’amazzone, quel principe che tanto a lungo è stato da me oppresso?” - Phèdre per difendersi dalla sua stessa passione, aveva cercato in tutti i modi di tenerlo lontano, dando l'impressione che lei lo odiasse.
Oenone: “Hippolyte!”
Verso 269: Qui Phèdre descrive la prima volta che vide Hippolyte.
“Mon superbe ennemi”: Hippolyte.
Verso 273: “Je le vis, je rougis, je pâlis à sa vue”: alessandrino spezzato in 3 - 3 cesure.
“Già dalla prima volta, la mia anima era perduta”.
Perde la capacità di vedere, di parlare, sentiva tutto il suo corpo afferrato dal freddo e bruciare.
* brucio e sento freddo/je brule et je frois ? - passione che porta a sentimenti estremamente contrastanti.
“Io subito riconobbi Venere e i suoi fuochi temibili, di un sangue che lei persegue tormenti inevitabili (niente può fermare i dardi di Venere)
Phèdre cerca di ingraziarsi la divinità, Venere, in quanto questa vuole vendicarsi su di lei, quindi costruisce un tempio e lo orna.
L’amore è incurabile per antonomasia, un male che non ha rimedio, un veleno che non ha medicina.
Verso 290: “siccome non potevo non amarlo, ho cercato di odiarlo con tutta me stessa, mi sono rivoltata verso di me”.
Piuttosto che non possedere l'altro, lo annulla, lo annienta. (tema attuale).
Arriva il messaggero che dice che Teseo non c’è più.
Atto 1 scena 5
Oenone: “Signora, io stavo smettendo di invitarla a non uccidersi, già quasi alla tomba pensavo di seguirvi, per distogliervi non avevo più voce, ma questa nuova disgrazia vi prescrive nuove leggi, la vostra sorte cambia, il re è morto signora, se Teseo è morto diventi regina, la sua morte vi lascia un figlio al quale voi dovete voi stessa” (quando il capo familiare moriva, entrava al suo posto il figlio o il fratello, sarà il figlio Hippolyte a regnare al fianco di Phèdre).
“Fatelo schiavo se lui non vi vuole, ma sarà re se riesci a conquistarlo, e ti amerà”.
Atto 2 scena 2
Ismene (nutrice di Aricie, terzo doppio) dice ad Aricie che Hippolyte provi un sentimento per lei.
Hippolyte: “mio padre non vive più. Soltanto la morte, mettendo un limite alle sue gesta eclatanti poteva nasconderlo tanto a lungo all’universo. Gli dei consegnano infine alla parca omicida (coloro che decidevano la vita
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