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La Shoah e la memoria pubblica

La Shoah è diventata patrimonio della memoria pubblica. In passato, prima dell’istituzione del Giorno della memoria e della costruzione di monumenti, il silenzio subito dopo il genocidio fu devastante, il mondo sembrava preda di una sorta di amnesia.

Solo nel 1961, con il processo di Eichmann, lo sterminio nazista si impose all’attenzione in tutta la sua gravità.

Le logiche del ricordo e dell’oblio dipendono sempre dalle scelte di potere, si decide cosa va occultato e cosa esaltato.

Primi sociologi a riflettere sulla questione: Hannah Arendt, Theodor Adorno, Max Horkheimer e Herbert Marcuse.

Capitolo 1: il dibattito sull’unicità della Shoah

Questa tragedia è comparabile a qualche altra nella storia?

Elementi che la rendono unica

  • Solo sotto il Terzo Reich è accaduto che uno Stato si sia posto l'obiettivo di sterminare un intero popolo, quello ebraico. Giusto la caccia alle streghe nel Medioevo può assomigliare al tipo di genocidio, differente però perché le vittime potevano salvarsi attraverso il pentimento. Nella Shoah il sistema di fabbrica era gestito in modo che non si producessero beni ma morte, la materia prima erano gli esseri umani.
  • Per gli ebrei non era previsto alcuno spazio nell’ordine del mondo futuro, differente, ad esempio, dall’invasione tedesca ai polacchi che, conquistati, sarebbero poi stati “germanizzati” e inseriti nel Reich. Altri omicidi di massa ci sono stati fin dai tempi della Bibbia, ma la DIFFERENZA della Shoah è che in essa prevale l’ideologia in modo assoluto, non sono considerate conseguenze pratiche o economiche, i tedeschi vogliono eliminare il popolo ebraico perché esso incarna il male assoluto.
  • Aspetto universale. Gli altri genocidi furono circoscritti in una precisa area geografica in cui il gruppo vittima abitava, il progetto di Hitler è invece partito in Germania per arrivare poi in ogni paese occupato.

Per quanto riguarda il post guerra, quella della Shoah fu considerata una tragedia tra le tante avvenute in guerra, forse la più brutale, ma non ha spiccato per unicità. La verità sui fatti, c’è da dire, era anche poco conosciuta, fra i superstiti pochi avevano voglia di ricordare e raccontare.

I primi a testimoniare i fatti furono storici come Poliakov o Hilberg, poi teologi: c’era ancora posto per la fede in Dio in un mondo in cui erano esistiti quei luoghi d’orrore?

Processo di Gerusalemme (Eichmann)

1961. Ruolo centrale nella politica del Reich, direttore dell’ufficio centrale, organizzava i treni per il trasporto degli ebrei… Quando fu interrogato mostrò lati diversi di se stesso: sottomesso, non mostra rimorso ma nega di odiare gli ebrei, dichiara di aver eseguito solo degli ordini: “ero un soldato e perciò un ingranaggio”.

Arendt in esso scorgeva l’incapacità di pensare.

Everett C. Hughes parla di “dirty work” eseguito da “good people”, la domanda è “come poterono milioni di persone normali vivere in uno scenario simile senza ribellarsi ad esso?”.

Hughes spiega l’indifferenza dei tedeschi paragonando gli ebrei ai detenuti, a nessuno interessa cosa succede ai detenuti in un carcere, perché li vediamo come un “out-group”, cioè separato/al di fuori di noi, così i tedeschi consideravano gli ebrei in quel periodo. Il nazionalsocialismo ha dato, alle SS, un “in-group”.

Per la prima volta in questo processo salgono le vittime a testimoniare.

Judenrate (consigli ebraici)

Questione degli ebrei che “collaboravano” con i nazisti dall’interno dei ghetti, il compito di selezionare gli ebrei da deportare.

Illusione di essere risparmiati.

Capitolo 2: trovare le parole

Il segreto nazista si impose nel 1945, quando furono liberati i campi.

Era necessario spiegare cosa fosse accaduto, trovare le parole, coniare un nome.

Il termine scelto fu “genocidio”, usato per la prima volta da Raphael Lemkin, giurista ebreo.

“Il genocidio è orchestrato da uno Stato che, in nome di un’ideologia, applica una politica criminale”.

Verrà utilizzato anche dall’ONU e definito nell’articolo 2 + l’articolo 3 sostiene che saranno puniti i seguenti atti: genocidio, incitamento diretto, tentativo, complicità.

Da qui nasce il diritto di Norimberga: utilizzato per indicare i crimini contro l’umanità.

Leo Kuper, sociologo, divise i genocidi in due tipologie:

  • Genocidi domestici sviluppati sulla base di divisioni interne.
  • Genocidi sorti in conseguenza di conflitti internazionali.

Il 1 punto viene poi ridiviso in: 1. contro gruppi indigeni; 2. conseguenza della colonizzazione; 3. lotte per la conquista del potere; 4. contro un gruppo diventato capro espiatorio, qui rientra la Shoah.

Helen Fein, sociologa, conia una definizione di genocidio:

“Azione intenzionale e continuativa intrapresa per distruggere fisicamente una collettività, attraverso l’interdizione della riproduzione biologica e sociale dei membri del gruppo, senza tener conto dell’assenza di minacce da parte della vittima”.

L’obbiettivo della Fein era quello di costruire un modello per riconoscere quella tipologia di genocidio.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sarazagonari4 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Hassan Claudia Gina.
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