Estratto del documento

Introduzione allo studio della Sicilia linguistica

Premessa

Nella trascrizione dei termini dialettali, vengono utilizzati pochissimi grafemi speciali. Si segnalano: ḕ, ȯ = vocali chiuse; ḑ, ṭṛ, ṭṭṛ, ṣṭṛ = pronuncia cacuminale; ç = pronunzia fricativa (resa anche con /ʃ/ secondo l'alfabeto fonetico internazionale); h = fricativa velare sorda; ḥj = fricativa palatale sorda; ṅ = nasale velare; ź = pronunzia sonora.

Viene segnato l’accento circonflesso sulle vocali atone in cui siano incorporati elementi vocalici con valore morfologico proprio, come accade per le preposizioni articolate ô ‘al’, â ‘alla’, ê ‘ai, alle’, cû/cô ‘col’, câ ‘con la’, dû ‘del’, ntô ‘nel’, ecc.

Conversazioni radiofoniche tra Ruffino e Giuseppe Fava

Parte 1

Il siciliano è un dialetto, proprio come il toscano prima di diventare lingua nazionale. C’è spesso una visione distorta e aristocratica del proprio idioma, a seconda della sua connotazione:

  • Siciliano lingua = siamo felici
  • Siciliano dialetto = siamo mortificati

Troviamo anche una netta differenza tra il siciliano parlato e quello scritto; il siciliano letterario è molto più uniforme rispetto al siciliano parlato. Un poeta catanese scrive più o meno come un poeta palermitano; nel parlato troveremo maggiori differenze. Quindi dovremmo riferirci alla concretezza delle singole varietà locali.

Perché siciliano tra dialetto e lingua?

Sino a poco tempo fa, si filtrava la situazione linguistica di un territorio con uno schema bipartito lingua/dialetto. In questo incontro si sono verificati vari fenomeni di compenetrazione reciproca:

  • Dialetto = accoglie vocaboli e forme proprie della lingua
  • Lingua = arricchita da vari tratti dialettali

Conseguenze:

  • Lingua = troviamo il così detto italiano regionale
  • Dialetto = regressione del dialetto ed una progressiva italianizzazione

Esempio: C’è stato un’inchiesta, due o tre anni fa, in una scuola media di Palermo; è emerso che molte parole come: ummula ‘trottola’, truppicari ‘inciampare’, grasta ‘vaso per fiori’; risultano ignote a oltre la metà degli intervistati, mentre il 2% dei ragazzi dimostra di conoscere il nome dialettale della ragnatela (filìnia), della bambola (pupa), del macellaio (chianchieri). In ogni caso prevale la forma italiana.

Parte 2

Oggi ci sono varie mutazioni del dialetto, come sempre, ma in questo periodo tutto va più velocemente. Una lingua o un dialetto si possono paragonare a vari strati del terreno, che si sono depositati durante le ere geologiche; allo stesso modo esistono vari strati linguistici.

Quando uno strato linguistico si sovrappone ad un altro, è dovuto spesso alla forza di correnti linguistiche esterne. Il macellaio a Palermo, Catania e Messina viene chiamato chianchieri, deriva da chianca che è il ceppo dove si squartavano le carni; in epoca antica si usava un termine francese (ancora in uso in Sicilia): “vucceri”. Un’altra parola usata spesso è “carnizzeri” che deriva dal catalano.

Più parole possono coesistere nello stesso periodo, finché una non cade in disuso; alcune parole scompaiono perché gli viene attribuita una connotazione negativa, legata ad un uso troppo marcato del dialetto. Oggi, si dice più giugnettu ma lugliu, i gemelli non si chiamano più èmmuli ma giamelli, la tazzina di caffè non si chiama più cìcara, cicare a, la cipria non viene più chiamata pruvigghia, la forchetta è, nel siciliano d’oggi, a furchetta, non più a burcetta.

Molte parole seguono la sorte delle “cose”, con cui si intende anche le idee e le consuetudini. Come ad esempio l’antico sistema con cui si preparava il pane, che aveva tutta una sua terminologia ormai in gran parte dimenticata: criscenti ‘il lievito’, ‘lavorare la pasta con i pugni’, sbria ‘la madia’, sbriuni ‘la stanga per gramolare la pasta’.

Le donne vedove erano chiamate “cattive” ma non nel senso di malvagie, bensì nel senso di “segregate e recluse”. Sin dall’epoca normanna, le donne vedove dovevano vestirsi in un modo particolare, non potevano uscire in pubblico e potevano andare solo alla messa del mattino.

Parte 3

Il dialetto, lingua del popolo, rappresenta anche la storia di quel popolo. Giacomo Devoto, in una sua opera (Il linguaggio d’Italia) disse: questo libro non è un libro di linguistica ma è un libro di storia.

Dietro ad ogni aspetto peculiare del nostro dialetto ci sono millenni di storia: le invasioni, le migrazioni, i rapporti politici e commerciali, le istituzioni, le consuetudini, le tecniche. Supponiamo che tutte le fonti a cui possiamo attingere per lo studio della storia della Sicilia sparissero, tramite la lingua saremmo in grado di ricostruire le vicende della Sicilia almeno degli ultimi 2000 anni, a partire dalla Sicilia greca.

Per esempio troviamo tantissimi toponimi di origine araba. Es. Tutti i nomi con cala/calt (castello, fortezza): Calatafimi, Calamonaci, Caltabellotta, Calascibetta, Caltagirone, Caltavuturo, o quelli derivati da ğebel ‘monte’: Gibilmanna, Gibilrossa e anche Mongibello, l’Etna, nome nel quale vediamo fuse la parola araba e quella latina (mons + ğebel); Punta Raisi (Rais viene da “ras”=capo).

Oppure possiamo trovare un’origine araba anche negli antroponimi (cognomi): Es. Macaluso (“schiavo affrancato”), Cangemi (“salassatore”), Garufi (“duro, crudele”), Morabito (“eremita”).

Ruffino qualche anno fa si reca a Lampedusa, per condurvi una ricerca sulla terminologia marinara e peschereccia; notando come gli abitanti dell’isola parlavano un dialetto che non riusciva a catalogare in un’area precisa della Sicilia. C’erano elementi sia della Sicilia orientale, sia della Sicilia occidentale, ma anche elementi dialettali dell’Italia settentrionale e parole tunisine. Tutto ciò si spiega col fatto che, Lampedusa è sempre stata oggetto di varie migrazioni e vari rapporti commerciali, anche con le coste africane, che distano un paio di km.

Parte 4

Ovviamente in Sicilia non c’è stata solo una dominazione araba, però sicuramente è stata molto significativa, poiché rimasero per circa due secoli e mezzo. La Sicilia occidentale fu conquistata più velocemente, infatti in queste zone notiamo più corrispondenze dialettali con l’aria o, rispetto alle zone della Sicilia orientale. Ancora oggi nell’agrigentino troviamo l’uso dell’antica fricativa laringale dell’Arabo.

Es. Hama= fango, Hanea= passaggio ad arco sotto un’abitazione.

Ci sono parole che possono essere arrivate nel lessico siciliano non in modo diretto dall’arabo ma attraverso altri dialetti (come lo spagnolo), tramite rapporti commerciali.

  • Fùnnacu = fondaco
  • Magasenu = magazzino
  • Gabella o giarra = grande vaso per olio

La dominazione araba aveva introdotto nuove coltivazioni e nuove tecniche d’irrigazione e di coltivazione, ciò ha portato all’introduzione di nuovi termini; riuscendo a sopravvivere ad altre influenze linguistiche.

  • Fastuca = pistacchio
  • Saia = canale per l’irrigazione
  • Zzappa e darbu = misure d’acqua

Parte 5

Il siciliano, sicuramente, appartiene a raggruppamenti dialettali diversi da quelli settentrionali; eppure c’è un rapporto tra i due dialetti. Se sfogliamo un vocabolario dialettale Ligure troveremo parole in comune col siciliano: il ligure fadeta ‘sottoveste’, in siciliano fadetta, faretta, oppure anciua ‘acciuga’, in siciliano anciova, o grasciua ‘letame’, in siciliano grasciura (accanto a fumeri, che è un francesismo), o gipunetu ‘giubetto, panciotto’, in siciliano ippunettu, o ancora cavagna ‘corbello, canestro’, lo stesso che in siciliano.

Questo vocabolario vale anche per altri dialetti settentrionali; più che definirli scambi è più opportuno definirli dei prestiti linguistici. Tutto ciò è riconducibile alla dominazione Normanna, nella fine dell’XI secolo, quando scacciarono gli arabi e avviarono una grande trasformazione politica, culturale, demografica e linguistica; favorirono massicci spostamenti di coloni e popolazioni dal Nord Italia alla Sicilia.

Si parla anche di “città lombarde” in Sicilia, riferendosi a comuni come Bronte o Randazzo, che sono state influenzate profondamente dai dialetti settentrionali, ma in generale l’influsso dei dialetti galloitalici (settentrionali) è diffuso un po’ ovunque. A volte è difficile distinguere l’influsso galloitalico da quello galloromanzo (francese e provenzale).

Es. ago’; in siciliano si dice agugghia che è una parola di origine settentrionale, mentre in altri dialetti meridionali si dice acu; in Sicilia ‘sbadigliare’ si dice badagghiari, mentre in gran parte del Meridione prevale un tipo diverso di parola, e cioè alare; altre parole che ci riportano all’Italia settentrionale, o comunque alla Francia o alla Provenza, sono per esempio maritàrisi ‘sposarsi’ (invece di nzurari), aviri invece di téniri.

Parte 6

L’italiano regionale di Sicilia: Ci riferiamo a quello parlato da un siciliano in conversazioni ordinarie, ed. Un italiano che risente della consuetudine dialettale; l’italiano regionale è la conseguenza del bilinguismo degli italiani, della coesistenza di lingua e dialetti.

Possiamo dire che ci sono tante varietà di italiano quante sono le nostre regioni o varie coloriture dell’italiano in base alla situazione dialettale di ogni regione; ci sono distinzioni più piccole anche: la differenza tra l’italiano parlato a Palermo o a Catania o Agrigento. Ci sono continui cambiamenti che rendono difficile tracciare dei confini netti tra l’italiano regionale e quello nazionale.

Se prendiamo un dizionario italiano dell’800, non troveremo parole che invece oggi usiamo, molte di queste sono neologismi, altre sono di origine dialettale: parole come cicchetto, arrangiarsi, pettegolo sono di origine dialettale settentrionale; ciotola, malloppo, cafone, scippo sono passate dai dialetti meridionali alla lingua comune; le parole romanesche come bullo, borgata, sganassone; parole siciliane come gabella, gabelloto, picciotto, zàgara, tarocco, intrallazzo, cosca mafiosa.

Dobbiamo fare riferimento anche alla pronuncia di queste parole (alla fonetica), all’intonazione e alla cadenza, anche detta “cantilena”; ci sono anche dei cambiamenti di tipo morfologico e sintattico: alcuni verbi transitivi in siciliano si usano come intransitivi: voglio a te, chiamo a te. Oppure verbi intransitivi usati come transitivi: entrare la macchina, passeggiare il bambino.

Ci sono dei regionalismi formativi da parole adattate dall’uso del dialetto: cadume viene da quarumi= interiora di vitello. In generale c’è un ampio uso di regionalismi nel campo dei tagli della carne: girello in siciliano è lacerto, la trinca diventa costata, la carne tritata diventa capoliato anche nei nomi dei pesci riscontriamo vari regionalismi: la mòrmora la chiamiamo àiola; la leccia, si chiama aricciola; il fragolino diventa lùvaro.

Ci sono varie espressioni idiomatiche che vengono usate nell’italiano regionale, che traducono espressioni dialettali: buttarsi ammalato, levarsi d’appetito, buttare sangue, buttare voci.

Parte 7

Il baccagghiu è il gergo della malavita, nasce si sviluppa e viene usato all’interno di gruppi chiusi; questo lo rende un sistema oscuro di comunicazione, nonostante l’utilizzo di parole dialettali alle quali viene conferito un altro significato tramite l’uso di: metafore, invenzioni, analogie allusive, riferimenti arditi.

Baccagghiu deriva da baccaglio (forma interregionale italiana), da qui viene baccagliare= gridare, vociare, riferendosi alle grida dei carcerati, usate per intendersi tra una prigione e l’altra.

Il modo in cui si va a formare un linguaggio gergale è molto complesso e a tratti inspiegabile. La parola carcere non si usa quasi mai, vengono usate metafore o eufemismi: cummentu, culleggiu, batìa, lucanna, cunvittu, villiggiatara.

Il linguaggio mafioso è formato da connotazioni proprie delle sette, delle associazioni segrete, unite da vincoli invincibili, tra cui anche la lingua diventa una specie di suggello, anche se i gerghi mafiosi possono variare in base alla zona, vi sono comunque elementi di fondo; l’organizzazione mafiosa viene chiamata “mamma” (funzione di protezione) o “famigghia” (legati da vincoli indissolubili), “nassa” (la gabbia dei pulcini), “culliganza” (colleganza), “cosca” che in siciliano significa la parte più interna del carciofo (quindi la parte più segreta); anche se questa terminologia appartiene di più alla mafia del feudo antica.

Es. di altre espressioni del gergo mafioso: Quaraquaquà= chi parla tanto ma non va mai al sodo, Cascittuni= chi fa la spia; deriva dal punire chi fa la spia infilandogli la testa nella latrina, che anticamente si chiamava “cascetta”.

È del tutto normale quindi che il linguaggio gergale attinga al dialetto, pur trafigurandolo, e che a loro volta i dialetti accol

Anteprima
Vedrai una selezione di 5 pagine su 19
Riassunto esame Istituzioni di linguistica italiana, Prof. D’avenia Elena, libro consigliato Introduzione allo studio della Sicilia linguistica , Giovanni Ruffino Pag. 1 Riassunto esame Istituzioni di linguistica italiana, Prof. D’avenia Elena, libro consigliato Introduzione allo studio della Sicilia linguistica , Giovanni Ruffino Pag. 2
Anteprima di 5 pagg. su 19.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Istituzioni di linguistica italiana, Prof. D’avenia Elena, libro consigliato Introduzione allo studio della Sicilia linguistica , Giovanni Ruffino Pag. 6
Anteprima di 5 pagg. su 19.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Istituzioni di linguistica italiana, Prof. D’avenia Elena, libro consigliato Introduzione allo studio della Sicilia linguistica , Giovanni Ruffino Pag. 11
Anteprima di 5 pagg. su 19.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Istituzioni di linguistica italiana, Prof. D’avenia Elena, libro consigliato Introduzione allo studio della Sicilia linguistica , Giovanni Ruffino Pag. 16
1 su 19
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Beatrie_2003 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof D’avenia Elena.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community