1 Imprese e mercati: le forme di mercato
Le quattro forme di mercato sono:
- Concorrenza perfetta
- Concorrenza monopolistica
- Monopolio
- Oligopolio
Caratteristiche del mercato di concorrenza perfetta
Le caratteristiche del mercato di concorrenza perfetta sono:
- Numero elevato di compratori e venditori, indipendenti tra loro;
- Esistenza di informazione perfetta, cioè non esiste asimmetria informativa;
- Standardizzazione del prodotto;
- Fine dell'impresa è la massimizzazione del profitto;
- Consumatori e produttori sono price taker, cioè non influenzano il prezzo;
- Assenza di barriere all’entrata e all’uscita del mercato.
Si può fare una distinzione tra:
- Mercato di concorrenza perfetta di lungo periodo: le imprese in concorrenza perfetta realizzano un profitto normale, cioè un profitto che permette di remunerare tutti fattori della produzione.
- Mercato di concorrenza perfetta di breve periodo dove le imprese possono realizzare un extra profitto o soffrire di una perdita e uscire dal mercato. Se il mercato è profittevole, si avrà un extra profitto e un aumento di concorrenza, attratti dai risultati positivi delle imprese già esistenti.
Concorrenza monopolistica, monopolio e oligopolio
Nella concorrenza monopolistica, il mercato ha numerosi produttori e numerosi consumatori, ma i prodotti non sono tra loro omogenei, sono diversi tra loro in qualità e marca.
In sostanza, la differenziazione dei prodotti crea tanti segmenti di mercato in cui i produttori possono assumere una posizione monopolistica.
Nella concorrenza imperfetta, la singola impresa non si cura delle reazioni delle imprese concorrenti, perché se un’impresa entra o esce dal mercato, questo non influisce lo stesso.
In una situazione di monopolio, vi è un unico produttore, ma numerosi compratori.
È la situazione in cui tutto il mercato di un prodotto è controllato da un solo produttore, o da pochi produttori che si alleano tra loro.
Il monopolista non deve affrontare la concorrenza, perciò può decidere le caratteristiche e il prezzo del prodotto, ricavando enormi guadagni. È il monopolista a decidere la quantità da introdurre nel mercato ed il prezzo.
Si parla di oligopolio (dal greco oligos = pochi) quando la produzione della merce è concentrata nelle mani di poche imprese offerenti, in grado di influenzare singolarmente il prezzo (interdipendenti).
Ad oggi, il mercato oligopolistico è visto come prototipo di mercato imperfetto, ed è oggetto di notevole attenzione, nell’idea che le imprese abbiano un ruolo decisivo nella definizione dell’assetto dei mercati.
A partire dall’inizio del secolo scorso, gli economisti hanno sviluppato un approccio dinamico alla concorrenza, in contrapposizione alla staticità propria della teoria neoclassica.
Alla luce di queste brevi considerazioni rileviamo come, la teoria neoclassica dell’impresa, si fondi su una concezione statica della concorrenza, con una particolare attenzione alle condizioni di lungo periodo, quindi cristallizzate, senza badare ai movimenti che intervengono per giungere a queste posizioni.
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A partire dal 1920, gli economisti hanno cercato di sviluppare un approccio più dinamico di quello espresso dalla teoria tradizionale.
Secondo Schumpeter e gli studiosi della Scuola austriaca, non sempre le posizioni di monopolio, e i corrispondenti extraprofitti realizzati, sono da condannare in quanto frutto di un abuso: i profitti di monopolio sono essenziali nei processi di crescita e di sviluppo.
In particolare, la crescita è guidata dall’innovazione, innescata dall’imprenditore, soggetto altamente creativo e dotato delle risorse necessarie per sostenere la ricerca alla base dell’innovazione.
L’imprenditore schumpeteriano, innovatore, gode in una sorta di “ricompensa” riuscendo, anche se solo temporaneamente, ad occupare posizioni di monopolio, e quindi a realizzare extraprofitti.
Il monopolio è temporaneo, ma utile per stimolare creatività e innovazione tecnologica, che possono essere sostenute economicamente solo da imprese con forti margini di profitto e notevole credibilità sul mercato del credito.
Secondo altri teorici della Scuola austriaca, la concorrenza è un processo dinamico, in cui l’imprenditore svolge un ruolo decisivo, incrementando la quantità e la qualità delle informazioni disponibili sul mercato, lavorando ad un processo di avvicinamento continuo all’allocazione ottimale delle risorse (Kirzner, 1997).
Mentre l’imprenditore schumpeteriano innesca il processo di cambiamento, l’imprenditore descritto dagli economisti della Scuola austriaca è più passivo, limitandosi a rispondere più prontamente degli altri agli stimoli esogeni.
Entrambe le posizioni sono concordi nel ritenere, in ogni caso, temporanea la posizione di monopolio.
Nella sua concezione statica, la concorrenza si identifica con la struttura pluralista del mercato, ma a livello dinamico si deve immaginare come un susseguirsi di innovazioni (Vickers, 1995).
Il paradigma S-C-R (struttura comportamenti risultati)
Il paradigma SCR (struttura, comportamenti, risultati), è attribuito alla scuola di Harvard, che ritiene che l’esercizio del potere di mercato porti ad allocazioni di risorse inefficienti ed insoddisfacenti.
Proprio per questo motivo, lo Stato deve intervenire con azioni dirette a difesa della concorrenzialità del mercato.
Il paradigma cerca di individuare le relazioni esistenti tra condizioni del mercato e comportamenti dell’impresa.
Le variabili che influenzano la struttura di un settore sono
- Numero e distribuzione dimensionale di compratori e venditori, che determinano il potere che ognuno di questi soggetti può esercitare per influenzare le dinamiche del mercato;
- Condizioni d’ingresso e d’uscita dal mercato, vale a dire le barriere all’entrata e all’uscita dal mercato. Le barriere all’entrata rappresentano dei deterrenti all’ingresso in un determinato settore, che determinano uno “svantaggio” competitivo del potenziale entrante rispetto all’incumbent. In modo speculare, le barriere all’uscita sono ostacoli rispetto alla cessazione dell’attività nel settore e determinano il lungo stazionamento di un’impresa in un determinato mercato;
- Differenziazione del prodotto, che influenza la quota di domanda;
- Integrazione e diversificazione: si parla d’integrazione con riferimento alla presenza di una medesima impresa in diverse fasi del processo produttivo. Si parla d’impresa diversificata, quando una medesima compagine produce varietà di beni e servizi per mercati diversi.
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Le principali variabili relative ai comportamenti sono
- Obiettivi economici, perseguiti dalle imprese sulla base delle caratteristiche strutturali dell’industria in cui operano politiche di prezzo, definite dalle caratteristiche strutturali dell’industria;
- Caratteri del prodotto, che influenzano le scelte strategiche attraverso il marketing, la pubblicità, il branding;
- Ricerca e sviluppo, che spingono all’innovazione, di prodotto o di processo, stimolando azioni di concorrenza non di prezzo tra imprese rivali;
- Collusione, in pratica collaborazione, più o meno manifesta, tra imprese per limitare forme dirette di concorrenza;
- Fusioni, con implicazioni dirette sulla concentrazione dal lato dell’offerta.
I fondamentali indicatori di performance sono
- Profittabilità, che, secondo le posizioni economiche classiche, non può superare la “normalità” se non a condizione di abusare del potere di mercato;
- Crescita, vista come indicatore di movimento delle vendite, del valore creato per gli azionisti, del capitale, dell’occupazione, posta come obiettivo alternativo a quello classico del profitto;
- Qualità del prodotto, visto come indicatore di performance di consumatori e autorità di regolazione;
- Progresso tecnologico, diretta conseguenza degli investimenti in ricerca e sviluppo;
- Efficienza produttiva e allocativa: tradizionalmente, per efficienza produttiva s’intende una situazione in cui un’impresa realizza la massima produzione possibile con la tecnologia a disposizione, a partire da una determinata dotazione di input, mentre il concetto di efficienza allocativa fornisce la misura del benessere sociale conseguito con un determinato equilibrio di mercato.
Il paradigma S-C-R è oggetto di numerose critiche:
- Prende spunto dalla teoria neoclassica, la quale non sempre riesce a spiegare concretamente le precise relazioni che intercorrono tra struttura, comportamenti e risultati;
- Non sono oggettivamente individuabili variabili che appartengano solo alla struttura, o ai comportamenti o ai risultati. Ad esempio, l’integrazione verticale è una variabile di struttura, ma anche strategica e comportamentale.
- Difficile interpretazione del concetto di struttura di mercato;
- Enfatizzazione dei modelli di mercato statici di equilibrio di breve periodo, occupandosi solo marginalmente dell'evoluzione delle variabili esaminate.
Le criticità esposte, hanno portato ad affermare che la struttura di mercato non sia l'unica, e neanche la più importante determinante del livello di concorrenza, ma che in parecchi ambiti risulta di maggiore importanza l’analisi dei comportamenti strategici.
Inoltre, la suddetta non è negativa o positiva a priori, in quanto l’utilizzo, e non lo sfruttamento, di un potere di mercato, sono meccanismi che inducono processi di crescita e sviluppo.
Negli anni 80, un nuovo approccio focalizza l’attenzione sul comportamento e su come il progresso tecnologico non sia una variabile esogena, ma dipenda dai comportamenti tenuti nell’ambito delle attività di ricerca e sviluppo.
La scuola di Chicago, sostiene che il potere di mercato derivante dallo sfruttamento di posizioni monopolistiche è solo temporaneo, quindi una relazione positiva duratura tra concentrazione e profittabilità può riflettere un legame positivo tra efficienza produttiva e dimensione dell’impresa.
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In altri termini, le imprese più sono efficienti e più tendono ad ottenere alti profitti, creando un ulteriore crescita con il raggiungimento di rilevanti posizioni di mercati.
In questo caso, la profittabilità non deriva dallo sfruttamento indebito di un potere di mercato, piuttosto da un legame positivo tra efficienza, profittabilità e dimensione aziendale.
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Inoltre, come sostiene l’economista Sutton, ogni industria contiene molti cluster i prodotti quindi possiamo rilevare allo stesso tempo interdipendenza strategica riguardo alle imprese attive all’interno del sottomercato di una stessa industria e interdipendenza relativa alla presenza di molti sottomercati di una stessa industria.
Di recente, il modello Dasgupta-Stiglitz, ha criticato l’esistenza dei nessi unidirezionali mostrati all’interno del paradigma SCR.
Secondo questo approccio, la variabile principale è il comportamento e il progresso tecnologico non è determinato esogenamente, ma dipende dalle politiche di ricerca e sviluppo, quindi il paradigma scr dovrebbe essere riletto correttamente come paradigma CRS, cioè comportamenti-risultati economici-struttura.
La teoria neoclassica dell’impresa
La teoria neoclassica dell’impresa, comprende i modelli di concorrenza perfetta, monopolio e concorrenza monopolistica.
La distinzione tra i modelli di mercato è effettuata sulla base della numerosità delle imprese, sull’esistenza di barriere all’entrata e all’uscita dal mercato e sul grado di differenziazione del prodotto.
Secondo la teoria in parola, l’impresa è uno strumento che permette di combinare tra loro i fattori della produzione, cioè serve a trasformare gli input in output.
La teoria in esame, prevede la determinazione del prezzo, e del prodotto, sulla base dell’assunto di massimizzazione del profitto da parte della singola impresa.
Le ipotesi sottese alla Teoria Neoclassica sono:
- Perfetta razionalità degli operatori;
- Coincidenza tra proprietà e gestione;
- Completezza dei contratti e informazione simmetrica.
A metà del XIX secolo, l’idea che il valore di un bene dipenda dai costi di produzione viene seriamente contestata, ritenendo più verosimile l’ipotesi che il valore, e quindi il prezzo di un bene, dipenda dalla domanda espressa per lo stesso.
In particolare, il valore che un soggetto attribuisce ad un prodotto dipende dall’utilità marginale: visto che questa decresce con l’aumento delle unità consumate, anche il prezzo deve ridursi per aumentare la quantità domandata.
Si spiega così l’inclinazione negativa della curva di domanda.
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Smith sostiene che il valore di un bene dipende dal costo di produzione, che comprende anche il còmputo di un profitto per il proprietario dell’impresa: quest’ultimo mira alla massimizzazione del profitto attraverso la minimizzazione dei costi.
La tradizionale rappresentazione a forbice dell’equilibrio di mercato, viene sviluppata alla fine dell’Ottocento da Marshall.
Marshall sviluppò l’analisi della funzione di offerta e della funzione di domanda, che si incontrano per determinare prezzo e quantità d’equilibrio.
Secondo la teoria neoclassica, la struttura di concorrenza perfetta è la più desiderabile tra le strutture di mercato, perché permette un’opportuna remunerazione dei fattori della produzione e un contributo efficiente anche per il consumatore.
1 Cluster: insieme di soggetti (consumatori) o oggetti (prodotti, marche, aree territoriali, ecc.) con caratteristiche omogenee, raggruppati in base a determinati parametri.
2 Còmputo: conteggio o calcolo condotto a fini di valutazione pratica.
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Nel 1933, Robinson e Chamberlain chiamano l’espressione “concorrenza imperfetta” per descrivere situazioni intermedie tra concorrenza e monopolio.
La teoria neoclassica è soggetta a molte critiche, basti pensare che all’inizio del 18esimo secolo, l'affermarsi dell'industria e del commercio internazionale offrirono agli economisti basi empiriche per lo studio più attento dei fenomeni.
La teoria neoclassica póstula la massimizzazione del profitto anche se i manager possono avere obiettivi diversi, quali la massimizzazione del fatturato, della quota di mercato ecc.
Tale assunto si basa sulla certezza dell’informazione e sulla capacità degli attori aziendali di prendere decisioni in conformità ad una precisa attribuzione di probabilità agli eventi futuri.
Nella realtà, la previsione degli accadimenti soffre di notevoli asimmetrie informative e soprattutto, di uno scarso livello di certezza.
Secondo Phillip Mann infatti, i critici della teoria neoclassica non ne colgono l’essenza, la valutazione sulla validità di una teoria non deve effettuarsi sulla base della sua realizzazione empirica, ma piuttosto, sul grado di avvicinamento all’evidenza, anche perché, a livello sperimentale, si è rilevato che le imprese che sopravvivono nel lungo periodo, sono quelle che hanno tenacemente perseguito l'obiettivo della massimizzazione del profitto.
Inoltre, i mercati teorizzati dai neoclassici, inquadrano un modello statico di concorrenza, mentre Schumpeter e la Scuola austriaca attribuiscono un ruolo centrale alla figura dell’imprenditore, che rappresenta la vera forza motrice dell’impresa.
La concorrenza perfetta
Secondo la teoria neoclassica, il mercato di concorrenza perfetta è caratterizzato da:
- Un numero elevato di compratori e venditori indipendenti e di dimensioni trascurabili;
- Dall’assenza di barriere all’ingresso e all’uscita dal mercato;
- Dalla standardizzazione del bene o servizio offerto;
- Dall’assenza di asimmetria o carenza nell’informazione;
- Dall’assenza di costi di trasporto.
L’esistenza di questi caratteri, assicura che gli operatori di mercato siano price taker e che al prezzo corrente di mercato possano vendere la quantità che desiderano.
Se il prezzo praticato dalla singola impresa fosse più alto di quello praticato dal mercato, l’impresa realizzerebbe un volume di vendite pari a zero, mentre l’applicazione di un prezzo inferiore a quello di mercato non avrebbe senso in quanto ad un prezzo più alto di quello praticato, l’impresa già venderebbe la quantità desiderata.
Proprio per questo motivo, ogni impresa si confronta con una curva di domanda perfettamente elastica.
La rappresentazione grafica mostra la situazione di breve periodo, in cui il prezzo è maggiore al costo medio totale (P > ATC), con la realizzazione di un extra-profitto per l’impresa.
La parte della curva al di sopra del livello in cui MC (costo marginale) = ATC (costo medio totale) (segnata in neretto) rappresenta la funzione di offerta dell’impresa.
In effetti, questa è disposta ad accettare come prezzo minimo un valore che sia in ogni caso superiore a p1.
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La rappresentazione grafica mostra la funzione di domanda del mercato e dell'offerta del settore.
La disponibilità di un extraprofitto attrae soggetti non ancora presenti sul mercato, che faranno aumentare la numerosità dei venditori, spostando la funzione di offerta verso destra (S1), con una riduzione del prezzo e un aumento della quantità offerta.
La rappresentazione grafica rappresenta la condizione di lungo periodo, con il punto d’equilibrio in corrispondenza del valore che eguaglia MR (ricavo marginale), MC (costo marginale) e ATC (costo medio totale) min.
Nella situazione rappresentata si ottiene solo un profitto normale, in quanto il prezzo coincide con il costo medio.
Il monopolio
Nella teoria neoclassica, il monopolio si presenta composto:
- Da molti compratori e un solo venditore, quindi la funzione di domanda del mercato
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