Storia delle carestie
Perché un corso di storia delle carestie nella facoltà di economia?
Perché la carestia è un fenomeno che interessa l'umanità fin dalle più remote origini, ricorrente nella storia e capace di attraversare i secoli senza limiti di spazio e di tempo e che rappresenta una delle grandi paure storiche. Dunque, lo studio delle carestie offre un'importante chiave di lettura per la messa a fuoco della società e dei relativi sistemi economici attraverso i secoli.
Quale atteggiamento nei confronti delle carestie?
Per secoli l'atteggiamento prevalente verso le carestie era di tipo riduzionistico/semplicistico, nel senso che fosse attribuito l'evento carestoso ad un'unica causa. Ma tenendo conto dell'insegnamento degli storici francesi, maestri fondatori della grande scuola dell’Annales degli anni 20/30 del secolo scorso, tipo Marc Bloch, nella storia occorre diffidare da quello che Bloch chiamava "monismo della causa", ovvero spiegare un determinato fenomeno storico alla luce di un'unica causa in un rapporto automatico di causa-effetto, in quanto è pericoloso e sempre riduttivo. Occorre quindi allargare il proprio sguardo ad un approccio sistemico incentrato su svariati fattori causali in gioco.
Quali fattori?
Parlando di storia delle carestie, fattori che hanno a che vedere con l'agricoltura dell'uomo, economici, ambientali, climatici, fitopatologici ed anche di tipo politico-sociale. Infatti, molte carestie (soprattutto quelle recenti) furono accentuate, aggravate, se non indotte da determinate politiche, nella fattispecie dei regimi dittatoriali totalitari. Ne deriva che è indispensabile adottare un approccio multidisciplinare, cioè tener conto delle diverse variabili in gioco.
Qual è lo scopo della gestione e la reazione delle carestie?
Individuare delle strategie che consentano di creare un sistema capace di garantire sicurezza alimentare ad un'umanità che ha pressoché raggiunto i 9 miliardi di abitanti e in quanto tale ci pone di fronte a sfide. Quindi il problema concreto è quello di garantire anche per le generazioni future un sistema agro-alimentare:
- In grado di produrre cibo (generi primari, differenti in base alle civiltà) a prezzi contenuti.
- Conforme a prefissati standard qualitativi.
- Che garantisca un sistema delle scorte allestite su basi razionali.
- Conservare le scorte nel modo più idoneo.
- Con un sistema distributivo-commerciale capace di soddisfare le esigenze dei consumatori.
Cos'è la carestia?
La carestia in senso stretto, altro non è che un raccolto pesantemente insufficiente della principale fonte di sussistenza.
Perché la carestia risulta strettamente connaturata ai sistemi economici preindustriali?
La carestia è intrinsecamente presente, è un fattore ricorrente, è una delle tre famose piaghe: guerra, fame e peste. I sistemi economici preindustriali sono estremamente fragili, vulnerabili, a fronte delle più disparate insidie ambientali come siccità, inondazione, gelo (...) che si riflettono sulla produzione e l'agricoltura. Ma anche ad eventi bellici che avevano effetti pesantemente negativi sulla produzione agricola, perché il passaggio degli eserciti era rovinoso, in quanto saccheggiavano e distruggevano le campagne. Ecco perché la carestia, intesa nell'accezione originaria di crisi di sussistenza è strettamente connaturata ai sistemi economici preindustriali. Ovviamente, ne deriva che anche le popolazioni sono esposte a queste insidie della sorte, perché a fronte di una domanda rigida o anelastica si ha un'offerta fluttuante, inaffidabile. Così, le risorse fondamentali per sfamare la popolazione vengono reperite da: sistema delle scorte e dall'importazione (quest'ultima opzione poco attuabile nei sistemi preindustriali, a causa degli inefficienti sistemi di trasporti).
In un contesto economico così fragile, come si tenta di arginare gli effetti più rovinosi?
Uno dei principali modi è l'attuazione della politica annonaria.
Cos'è la politica annonaria?
Con “politica annonaria” ci si riferisce alle decisioni strategiche delle autorità di governo cittadine per quanto attiene ai flussi cerealicoli, al fatto di veicolare i generi primari di sussistenza. Essa ha come scopo principale quello di garantire la sussistenza della popolazione cittadina/urbana. Quindi la politica annonaria ha proprio lo scopo principale di reagire alle carestie. Intrinsecamente connessi alla politica annonaria ci sono fattori di consenso sociale e scelte politiche, perché dalla sua buona riuscita dipendeva la sussistenza dei sudditi e il conseguente consenso.
Perché la politica annonaria sembra così essenziale, intrinsecamente connessa ad un sistema economico preindustriale?
I motivi sono svariati: considerando in un sistema economico preindustriale il peso/ruolo della domanda privata che in modo sbilanciato, è assorbita quasi totalmente dal consumo delle derrate alimentari di prima necessità (nelle contrade Europee ci riferiamo alle derrate cerealicole), (chiaramente ci si riferisce alla gran parte della popolazione e non ai pochi appartenenti alle classi ricche che avevano un tipo di domanda diversa, molto più varia e orientata anche verso consumi di prestigio), si pone in rilievo l’importanza di un’oculata gestione delle risorse cerealicole disponibili. Ancora, se si considera la centralità assoluta dell’agricoltura in questi sistemi economici preindustriali, agricoltura tra l’altro, tecnicamente arretrata e dalla bassa produttività e dunque anche estremamente vulnerabile ed esposta ad insidie di ogni genere, a partire da eventi atmosferici avversi. Domanda di grano, bene di primissima necessità, anelastica/rigida, ovvero che reagisce meno che proporzionalmente alle variazioni di prezzo o di reddito mentre l’offerta è estremamente aleatoria, fluttuante, sostanzialmente inaffidabile, in quanto dipende dagli alterni eventi metereologici e non solo, dal passaggio di truppe armate, da calamità di ogni genere. Se si mette assieme una domanda rigida ed un’offerta aleatoria, sorgono subito problemi, in quanto nei momenti di cattivi raccolti la popolazione muore di fame poiché le classi meno abbienti non possono orientare i loro consumi verso beni idealmente succedanei come, ad esempio, la carne che rimane cara. Da questo presupposto deriva la necessità di detenere cospicue scorte di genere alimentare, che vanno recepite come cuscinetto protettivo (questo è uno degli elementi cardine della politica annonaria).
Ci sono poi altri motivi, forse meno intuitivi, ma ugualmente importanti, che vanno ad avvalorare l’importanza della politica annonaria: nel caso di un raccolti insufficiente per qualsiasi motivo in una certa regione, se si pensa alla realtà odierna anche dei paesi poveri, è pur sempre possibile procedere ad un'importazione di alimenti di prima necessità, da aree teoricamente eccedentarie; ma ciò presupporrebbe un sistema di trasporto ed anche di vie di comunicazione idonee che in età preindustriale non esistevano, dunque si doveva ricorrere all’importazione da luoghi vicini, perché in casi di importazioni a lungo raggio, si assiste all’enorme problema del deterioramento delle scorte a causa dell’inefficienza e lentezza dei sistemi di trasporto ed anche della mancanza di idonei sistemi di conservazione durante il viaggio.
Altro motivo: a causa dei motivi fin ora elencati, alla politica annonaria sono strettamente connesse premianti valenze politiche-sociali: Partendo dal presupposto che lo scopo prioritario della politica annonaria è far mangiare tutti, sulla base del buon funzionamento della politica annonaria verranno giudicati i governanti, dunque una delle modalità principali per ottenere il consenso popolare è quello di mettere in piedi una politica annonaria efficace e soddisfacente, cioè tale che consenta di sfamare tutti i propri sudditi (cittadini). Ecco perché alcuni storici hanno parlato di “utopia annonaria”, utopia nel senso di garantire la felicità dei propri sudditi. Tanto che uno storico, con un’efficace espressione alcuni anni orsono, parlava della politica annonaria in età preindustriale come la politica e basta, questo per sottolineare che in epoca preindustriale essa era la politica per antonomasia.
Inoltre, bisogna considerare che una buona politica annonaria consente oltre che di evitare la mortalità per fame, anche di arginare il dilagamento di un fenomeno socialmente molto pericoloso: la mendicità, ovvero il moltiplicarsi del numero degli indigenti, dei poveri, dei mendicanti con tutti gli effetti di destabilizzazione sociale all’interno delle mura cittadine. Quindi, sulla base di tutti questi motivi, la politica annonaria assume un rilievo cruciale ed ineludibile in un’economia preindustriale.
Nell’ambito della politica annonaria chi è la protagonista?
La città è il centro decisionale/il fulcro della politica annonaria, che si avvale poi di principi e di un sistema normativo. La politica annonaria si connota come strettamente intrecciata alla politica assistenziale.
Ma le città sono sempre state così importanti?
Le città erano fondamentali durante l’antichità nel mondo greco-romano (esempio la polis greca) ma poi erano decadute durante i secoli bui delle invasioni barbariche, in quanto saccheggiate, distrutte e sottoposte a violenze di ogni genere. Accade poi che nel periodo del basso medioevo, soprattutto dopo l’anno 1000, quando finalmente dopo secoli si allentò la morsa delle invasioni barbariche, rinacquero pian piano le città anche economicamente e riacquisirono importanza.
Quali sono le linee guida della politica annonaria?
Sicuramente la via della legislazione corrente sottoforma di gride (vale a dire bandi, provvedimenti) ad esempio la “notificazione delle bocche et delle biade” ovvero una sorta di grossolano censimento della popolazione cittadina da sfamare e della quantità di raccolti che ci si aspetta potranno esserci. E uno dei tratti ricorrenti della legislazione annonaria è quello di sottrarre il grano alla libera disponibilità dei proprietari terrieri per farlo affluire in città. Ovviamente, anche se la sovranità annonaria cittadina privilegia il consumo dei cittadini urbani, non è che gli abitanti dei contadi vengano lasciati morire di fame, anche perché costoro, anche in un’ottica piuttosto cinica, rappresentano essenziali fattori di produzione lavoro, dunque, una dose minima per la sussistenza dei coltivatori viene comunque assicurata, come pur una dose minima è conservata per avviare la semina del raccolto successivo. Altro elemento che vale la pena sottolineare: è minuziosamente regolamentato dal sistema annonario anche il successivo trattamento a cui sono sottoposte le derrate cerealicole una volta che affluiscono all’interno delle mura cittadine anche per andare poi a costituire le scorte; cioè, c’è una meticolosa quanto rigida regolamentazione del mercato annonario urbano, secondo orari prestabiliti, alla luce del sole per evitare qualsiasi tentativo di frode, secondo regole prestabilite dalle autorità annonarie (esistevano vere e proprie magistrature annonarie). In altri termini, tutto il lungo processo produttivo del pane, partendo dai raccolti del frumento fino alla panificazione, è estremamente regolamentato e sorvegliato. L’attività di tutti i soggetti economici, a partire dai cerealicoltori fino ad arrivare all’ultimo anello della catena annonaria, ovvero il fornaio, è vincolata da una rete di obblighi stabiliti dalle autorità. Tutto questo sistema è sopravvissuto per secoli ed inizia ad essere messo in discussione solo nella seconda metà del XVIII secolo (ovviamente con tempi e modalità variabili di luogo in luogo) dai fautori del laissez-faire e laissez passer, ovvero gli economisti illuministi che prediligono il liberismo economico.
Qual è il sistema normativo a cui attinge la politica annonaria?
È un sistema normativo basato da un lato sugli statuti municipali redatti già nell’età del basso medioevo e poi aggiornato via via sulla base della legislazione corrente (vale a dire delle gride).
Quali sono i punti di debolezza del colosso annonario?
Sebbene formalmente il colosso annonario appaia inflessibilmente regolamentato, di fatto poi si presta ad abusi di ogni genere. Infatti, non sono pochi i comportamenti illeciti, ad esempio: nonostante l’esistenza dell’obbligo generale, del coattivo afflusso delle derrate alimentari in città, accade che alcuni cerealicoltori sottraggano in modo illecito certe quantità di grano al meccanismo di afflusso all’interno delle mura urbane, occultandole per disporne a proprio piacimento e magari esportarle negli stati confinanti e lucrare. E non raramente questi comportamenti sono messi in essere da chi deteneva le maggiori quantità di terre: gli enti ecclesiastici. Tali abusi tenderanno ad emergere nei secoli successivi e sarà soprattutto nel secolo dei lumi che emergerà una crescente e generalizzata insofferenza verso questo rigido quanto di fatto inefficace vincolismo annonario.
La rivoluzione dei trasporti e i suoi effetti
La rivoluzione dei trasporti prende avvio nella seconda metà del '700 in Inghilterra, anche prima dell’avvento della ferrovia, ma ha i suoi compiuti effetti nella seconda metà dell'800, avrà effetti a 360 gradi, non solo per quanto riguarda la politica annonaria. Ma per quanto concerne quest’ultima, la rivoluzione dei trasporti fa venire meno una delle basi della sua legittimazione, cioè la mancanza di trasporti che consentissero di veicolare efficacemente i beni di sussistenza dalle regioni eccedentarie a quelle deficitarie.
Spiegazione capitolo 1
Nel mondo sviluppato le carestie non fanno più notizia come un tempo, le carestie imputabili ai regimi totalitari sono in calo e perfino l’Africa, il più vulnerabile dei continenti, nell’ultimo decennio è stata colpita da carestie giudicate “minori” in base agli standard storici. Oggi, nei paesi sviluppati la convinzione che le carestie siano un anacronismo facilmente evitabile, è ormai molto diffusa. In questo primo capitolo si dà uno sguardo generale ai vari argomenti che saranno affrontati nei capitoli successivi. I punti principali sono:
- Lo studio della storia delle carestie necessita di un approccio multidisciplinare, globale, non riduzionistico come si faceva secoli fa.
- Importanza plurisecolare della cosiddetta “teoria maltusiana” della carestia: (tenendo conto che Tomas Robert Malthus, pastore anglicano, è uno dei principali economisti appartenenti alla scuola degli economisti classici inglesi tra la seconda metà del ‘700 e la prima dell’800 il cui fondatore è Adam Smith, che per molti è la scuola fondatrice dell’economia).
Tra le varie cose che scrisse Malthus, è ricordato soprattutto per la sua “teoria della popolazione”, piuttosto pessimistica. Egli visse il periodo in cui l’Inghilterra si stava incamminando verso la propria rivoluzione industriale ma nonostante ciò, prendeva in considerazione una società ed un sistema economico preindustriale e sosteneva che la variabile popolazione demografica tende a crescere in progressione geometrica (moltiplicandosi es: 2, 4, 8, 16, 32…) mentre le risorse disponibili in quei sistemi economici, crescono soltanto in progressione aritmetica (es: 2, 4, 6, 8, 10, 12…). Ne deriva che prima o poi non ci sarebbero state più risorse.
Dunque Malthus dice che l’evento carestoso che chiama “freno risolutivo” o “repressivo”, interviene per frenare in qualche modo questo esubero demografico che andrebbe a scapito della sopravvivenza della popolazione (ecco perché si parla anche di forbici o trappola maltusiane, per indicare l’evento carestoso che dà una sforbiciata a questo eccessivo incremento della popolazione). Quindi, sostanzialmente, la teoria maltusiana si basa sulle fondamenta di una concezione pessimistica influenzata dalle caratteristiche intrinseche di debolezza, fragilità e vulnerabilità dei sistemi economici preindustriali e che prima o poi avrebbero comportato per necessità la carestia. Al di là di questo freno risolutivo (la carestia), egli raccomandava l’adozione di quelli che lui chiamava “freni preventivi”: posticipare l’età del matrimonio e contenere la natalità. Di riflesso a questa teoria della popolazione, traspare molto chiaramente l’interpretazione che Malthus dà alla carestia, ovvero un fenomeno naturale, una crisi di sottoproduzione di generi di sussistenza.
Più avanti vi saranno altri studiosi che porranno in evidenza aspetti che hanno a che vedere non con il discorso della produzione agricola ma con inefficienti catene distributive del prodotto, in quanto, nelle economie industrializzate, soprattutto nei regimi dittatoriali, possono intervenire dei malfunzionamenti che fanno sì che i prodotti di sussistenza non riescano ad affluire in modo efficace, ad essere disponibili per tutta la popolazione, soprattutto per le classi più indigenti. Da ciò deriva che non è possibile interpretare la carestia come faceva Malthus, solo come puro evento di sottoproduzione, possono intervenire altre distorsioni anche in presenza di raccolti sufficienti. Ciò per dire che la teoria Maltusiana conserva tutt’ora la sua validità.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Global history, prof. Acciai, libro consigliato What is global history, Conrad
-
Riassunto esame Storia delle relazioni economiche internazionali, prof. Moricola, libro consigliato Global Capitali…
-
Riassunto esame storia e metodologia della critica cinematografia, prof. Claudio Bisoni, libro consigliato La criti…
-
Riassunto esame world history, prof. Capuzzo, libro consigliato World history, Meriggi, Di Fiore