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Compendio di geografia generale

Prefazione

Presso i Greci la parola geografia ebbe inizialmente il significato di disegno della terra, che solo più tardi si trasformò in quello di descrizione della terra. Nell’opera Geografia di Strabone (17 libri), la geografia è concepita come “ancella della storia”, la conoscenza dei luoghi è intesa quale premessa necessaria per intendere meglio i caratteri dei relativi abitanti, i loro costumi, la loro religione, le vicende storiche.

I Greci intuirono, affermarono e dimostrarono la sfericità della terra, la cui circonferenza massima fu poi calcolata da Eratostene di Cirene in 250000 stadi (40000 km valore reale), che corredò la sua opera di una carta geografica in cui la Terra è considerata come un’isola circondata dall’Oceano. Aristarco di Samo ipotizzò anche una teoria eliocentrica.

Nel IV sec. l’impresa di Alessandro Magno contribuì in misura notevole ad allargare le conoscenze geografiche dei greci. Nel II sec. d.C. Claudio Tolomeo scrisse un’opera in 13 libri Collezione Matematica che riguarda l’esame dei principi matematici dell’astronomia, in forza dei quali egli riteneva che i pianeti descrivessero attorno alla terra orbite perfettamente circolari, secondo un movimento a sua volta risultante da movimenti contemporanei ma diversi per velocità e esprimibili matematicamente. Nella sua opera Geografia si preoccupa di fornire elementi per la realizzazione di una cartografia scientifica.

Con l’estendersi del dominio di Roma sul Mediterraneo, si va sempre più rinsaldando il processo di fusione per cui la scienza dei greci diventa scienza dei romani. Le finalità sono pratiche, con un’attenzione agli aspetti corografici e cartografici, funzionali alla politica espansionistica dell’Urbe, alla sua amministrazione, alle sue campagne militari. I romani vedevano nelle carte geografiche uno strumento essenziale per conoscere le distanze con i vari luoghi.

Augusto provocò la stesura di scritti riguardanti censimenti di città e province, opere stradali e catastali, nonché la compilazione di Itineraria sia sotto forma descrittiva sia di carte itinerarie. La più importante è la Tabula Peutingeriana, una carta stradale che rappresenta quasi tutta la terra, circondata dal Grande Oceano e con i tre continenti (Europa, Asia e Africa) separati tra loro dal Tanai (Don), dal Nilo e dal Mediterraneo: vi sono tracciate le strade del mondo conosciuto da Roma verso la metà del IV sec. d.C.

Non vi mancano anche opere volte allo studio dei fenomeni fisico-geografici, come le Naturales Questiones di Seneca e le Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. La prima classifica i fenomeni in tre gruppi: fenomeni del cielo, dell’atmosfera e della terra. La seconda è un’enciclopedia delle conoscenze scientifiche dell’antichità, tratta diligentemente anche di argomenti di cosmografia e geografia fisica.

Con la caduta dell’Impero Romano andarono smarrite molte conoscenze dell’età classica come la sfericità della terra. La geografia non appare più come disciplina, si esprimeva tramite la geometria e la cosmografia. Di fronte al frazionamento politico cambiò anche la cartografia, nacquero i mappamondi detti di Beato o i cosiddetti mappamondi a T (Gerusalemme al centro della terra). Il più celebre è il mappamondo medievale di Ebstorf (Germania).

Nel VII sec. d.C. intanto nasce I ‘Islam, uno stato unitario, si affermano nuovi centri di cultura come Bagdad, dove le scienze geografiche ebbero una certa rilevanza, come con Mohamed el Idrisi che scrisse un’opera corredata da un atlante. Intorno al Mille l’Europa raggiunse un assetto più stabile, con la riscoperta di Aristotele, le cui opere erano già state studiate dagli arabi.

Il dinamismo si coglie dalla costruzione delle carte nautiche, che godevano di precisione sia perché costruite in scala sia per l’ausilio della bussola. Tra le più antiche ricordiamo la Carta Pisana (XIII sec.). Importanti sono le figure di Cristoforo Colombo e di Amerigo Vespucci per i loro viaggi di scoperta (America e Brasile fino a Patagonia).

Il periodo eroico delle grandi scoperte geografiche si ritiene concluso con la prima circumnavigazione del globo realizzata per iniziativa del portoghese Ferdinando Magellano su navi spagnole (1512-1522). Nasce l’esigenza di costruire nuove carte geografiche per i territori di nuova scoperta e di raffigurare su nuovi planisferi il nuovo volto della Terra. Tra i validi cartografi ricordiamo Giacomo Gastaldi (Italia nova).

Nuove discipline si vanno enucleando dal comune tronco della geografia astronomica e matematica, o il metodo della triangolazione (Jean Picard), per la misurazione della lunghezza del grado di meridiano.

Niccolò Copernico afferma (mettendo in discussione Aristotele) che la Terra, animata da un moto diurno di rotazione ovest-est, non è al centro dell’universo ma che gira attorno al Sole in un arco di tempo chiamato anno. La rivoluzione copernicana troverà in Giordano Bruno uno dei più tenaci assertori, e sarà affermata da Galilei e Keplero.

Varenio (1622-1650) attua un’attenta e organica sistemazione delle conoscenze geografiche dei suoi tempi, avvalendosi di una metodologia innovativa spiegando i fenomeni del nostro pianeta nelle loro connessioni causali, in sintonia con la concezione meccanicistica dominante, distinguendo tra una geografia generale ed una particolare.

Il Settecento è caratterizzato da grandi viaggi esplorativi promossi da motivazioni sia politiche ed economiche che scientifiche e culturali. Il pensiero geografico moderno nasce con Alexander von Humboldt. Le sue ricerche sono condotte direttamente sul campo con un solido impianto teorico. In particolare, le regioni equinoziali, con uniformità di clima e varietà di forme di vita, offrono la possibilità per effettuare osservazioni sistematiche sui processi casuali di diversi fenomeni naturali e sui nessi fra gli stessi intercorrenti.

La narrazione comprende descrizioni di paesaggi, usi e costumi dei popoli e approfondite monografie specialistiche. Aperto alle influenze del pensiero di Kant. La sua opera maggiore è Kosmos (4 vol.), con intenti scientifici e filosofici: il primo tomo spazia dall’esame dei fenomeni astronomici (nebulose, stelle, pianeta Terra…etc.) a quelli propri della geografia (rocce, clima, idrografia…etc.); il secondo evidenzia i punti di incontro tra la filosofia e le scienze esatte; il terzo e quarto tomo riprendono a trattare, a scala più dettagliata, della sfera celeste e della sfera terrestre.

Vicende geologiche della terra

L’evoluzione del pianeta è scandita dalla successione di quattro Eoni, lunghi intervalli di tempo, denominati: Adeano, Archeano, Proterozoico e Fanerozoico (Precambriano nell’insieme). L’Adeano, di cui nulla ci è pervenuto, si sviluppa dalle origini della terra sino a 4 miliardi di anni fa, si ipotizza che vi sia stata la “catastrofe del ferro” e con essa la formazione di una sottile crosta basaltica, nonché per degassamento da parte del globo, dell’atmosfera primordiale, spazzata poi via dai venti solari. L’impatto di comete e meteoriti avrebbe provocato la comparsa di una prima idrosfera.

L’Archeano (4 - 2,5 miliardi di anni fa) nel quale si sarebbe formata la prima crosta continentale. Verso la fine compaiono microrganismi unicellulari a causa di reazioni chimiche prodotte da scariche elettriche nell’atmosfera. Il Proterozoico (2,5 miliardi - 570 milioni di anni fa) è caratterizzato dalla presenza di rocce che si compongono in aree cratoniche. Queste poi si congiunsero in un blocco unitario in un “supercontinente” (Rodinia) dando inizio al Ciclo di Wilson.

Inizia così il Fenerozoico, suddiviso in ere: Paleozoico, Mesozoico, Cenozoico e Neozoico. Nel Paleozoico (570 – 245 milioni di anni fa) la Rodinia comincia a frammentarsi in grandi blocchi che vanno alla deriva, tre corrispondenti ai continenti nordamericano, europeo ed asiatico e uno più ampio chiamato Gondwana. Verso la fine tutte le terre emerse pervennero a costituire un unico grande continente chiamato Pangea, circondato da Pantalassa.

Nel Mesozoico (245-65 milioni di anni fa) la Pangea è destinata a frammentarsi in blocchi tra di loro in reciproco allontanamento per l’apertura e l’espansione di nuovi fondali oceanici. Alfred Wegener (1915) formulò la “teoria della deriva dei continenti” secondo cui le due Americhe si sarebbero distaccate dalla Pangea andando lentamente alla deriva verso ovest per effetto della rotazione terrestre. Fu ripresa su nuove basi e definitivamente accertata negli anni ’60 con la “teoria della tettonica delle placche”, secondo la quale la terra è divisa in una ventina di placche o zolle di cui sei sono le maggiori, delimitate da margini che in base alla funzione possono essere costruttivi, distruttivi e conservativi.

I margini costruttivi corrispondono alle dorsali oceaniche, generate dalla fuoriuscita di magma basaltico per effetto dei moti convettivi del mantello. I margini distruttivi coincidono con le fosse di subduzione in corrispondenza delle quali una placca di tipo oceanico viene distrutta man mano che sotto scorre, alimentando un vulcanismo per lo più esplosivo. Fosse oceaniche si formano anche quando collidono due placche di crosta oceanica. I margini conservativi sono tipici delle faglie trasformi, in cui i piani scorrono l’un l’altro in direzione opposta e con velocità differenti, senza alterazioni di volumi ma con fenomeni di metamorfismo e sismicità elevata. L’Era mesozoica è indicata anche come l’Era dei rettili: terrestri (dinosauri), marini (ittiosauri) e volanti (pterosauri).

Il Cenozoico (65-2 milioni di anni fa) è detta anche Era dei mammiferi per la comparsa di animali evoluti a sangue caldo. Qui vi è il grandioso sollevamento del sistema alpino-himalaiano. Il Neozoico (da 2 milioni di anni fa) è caratterizzato dalla comparsa dell’uomo.

La litosfera: crosta, mantello e nucleo

La litosfera corrisponde alla parte solida ed inorganica della Terra, indicando l’insieme della crosta terrestre e l’involucro superiore e rigido del mantello per uno spessore complessivo tra 70-75 km presso i bacini oceanici e 110-130 km sotto i continenti. Ricopre l’astenosfera che parzialmente fusa ha un comportamento plastico. La crosta terrestre si distingue in crosta oceanica, spessa 6-8 km e formata da rocce basaltiche, e crosta continentale costituita da un insieme eterogeneo di rocce con prevalenza di granitiche e spessa 35 km. Tra la crosta e il mantello venne individuata una superficie di discontinuità (Moho) contraddistinta da una brusca variazione della velocità delle onde sismiche.

Il mantello, costituito da rocce ultrafemiche, si spinge fino ad una profondità di 2900 km. È interessato da correnti convettive di materiale caldo e meno denso che risale da zone profonde e che ridiscende verso il basso dopo essersi gradualmente raffreddato nella sua risalita verso la superficie. Il passaggio tra il mantello e il nucleo esterno è segnato da una superficie di discontinuità sismica detta di Gutenberg.

Il nucleo si ritiene essere formato da una lega di ferro e nichel: il nucleo esterno è allo stato fluido, quello interno è invece solido, forse per la presenza di silicio e zolfo. La litosfera riveste particolare importanza anche per la presenza di risorse minerarie: precambriane (ferro, nichel, manganese, rame, metalli preziosi), paleozoiche (antracite, rame, mercurio), Mesozoico (bauxite e zolfo), Cenozoico (lignite) e Neozoico (torba).

Suoli agrari e desertificazione

La parte più esterna della litosfera è costituita largamente suolo agrario, derivato dalla frammentazione e alterazione delle rocce nel contesto di determinate condizioni climatiche e geomorfologiche in cui le azioni fisiche e chimiche e il disfacimento meteorico si combinano con quelle di taluni organismi animali e con il concorso di materiale vegetale principalmente costituito dal fogliame caduto. Profilo verticale in tre orizzonti: 1) umifero, ricco di sostanze organiche, 2) inerte, povero di elementi organici, 3) substrato pedogenetico della roccia madre. Si chiamano autoctoni quei terreni che permangono lì dove si sono formati mentre quelli trasportati dalla roccia madre sono alloctoni. Possono essere permeabili, impermeabili, sabbiosi, argillosi… e dividersi geograficamente in zonali e azonali.

I primi si distribuiscono secondo le grandi zone climatiche, gli altri figurano all’interno delle stesse con proprie e differenti caratteristiche. I tipi di terreno oltre quelli di tipo alluvionale sono:

  • Podsol
  • Terre brune
  • Terre nere
  • Terre rosse
  • Suoli desertici
  • Suoli dei climi caldo-umidi tropicali

I suoli alluvionali di deposito fluviale sono formati da materiale dapprima grossolano e poi via via sempre più fine, risultano più o meno fertili. I podsol, tipici suoli acidi, sono indicati per la coltivazione della patata e della segala. Le terre brune hanno un suolo agrario di buona qualità per una fiorente attività agricola. Le terre nere, ricche di humus, si prestano a coltivazioni cerealicole. Le terre rosse, derivate dalla degradazione dei calcari sottostanti, sono buone per l’ulivo, la vite, il grano, gli ortivi. I suoli desertici sono poveri di humus e sottili. I suoli dei climi caldo-umidi tropicali costringono all’agricoltura itinerante e sono a rischio desertificazione, ossia la perdita di fertilità.

Le rocce

La crosta terrestre è costituita da una grande varietà di rocce, che consistono in aggregati naturali di minerali, spesso eterogenee ma a volte anche omogenee. Si classificano in tre grandi gruppi genetici: rocce ignee (o magmatiche), rocce sedimentarie e rocce metamorfiche. Le rocce ignee hanno origine dal raffreddamento e la solidificazione del magma e si distinguono in: intrusive (struttura cristallina) ed effusive (struttura amorfa) a seconda che si raffreddino e si solidifichino nel sottosuolo o in superficie.

L’alterazione e disgregazione delle rocce magmatiche esposte in superficie e la precipitazione chimica nelle acque del mare concorrono alla formazione delle rocce sedimentarie, che si dividono in clastiche o detritiche, organogenee e chimiche. Le detritiche si classificano in argille, arenarie e conglomerati. Le rocce organogene sono prodotte dall’accumulo di resti fossili gli organismi animali e vegetali o da quello di sostanze secrete da processi organici (carboni fossili, petrolio, metano). Le rocce di origine chimica sono il risultato della precipitazione di componenti solubili (carbonato di calcio, alabastro, travertino) o di complesse reazioni chimiche. Le rocce metamorfiche derivano dalla trasformazione di altre rocce che per effetto di elevate temperature o di elevate pressioni subiscono modificazioni rilevanti nella struttura e nella composizione mineralogica di tre gradi: basso, medio, alto.

Giacitura e deformazione delle rocce

L’insieme dei caratteri litologici ed eventualmente paleontologici di una roccia è denominato facies (aspetto) che è relativo alle sue caratteristiche fisiche. La facies delle rocce ignee può essere: piroclastica, lavica, intrusiva, effusiva… etc. Quella delle rocce sedimentarie: tipo continentale, di transizione e marino.

Morfosculture e morfostrutture

Forze endogene e agenti esogeni concorrono a modellare la crosta terrestre in numerose varietà di forme. Sulle terre emerse le forme più minute sono indicate come morfostrutture. Si ricordano i calanchi, le piramidi di terra (azione erosiva delle acque dilavanti), le marmitte dei giganti (dal moto vorticoso impresso ai ciottoli dalle acque incanalate). Le acque piovane (rese acidule dalla CO2) trasformano il carbonato di calcio in bicarbonato di calcio, generandosi pertanto fenomeni di carsismo sia epigeo che ipogeo (lame e gravine).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara_Fa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Foggia o del prof Russo Rosanna.
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