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Il mio spazio nel mondo

Introduzione

L'educazione geografica è indirizzata a sviluppare la capacità di pensare, organizzare, progettare e cambiare la propria esistenza in relazione a quella delle comunità, delle culture, degli ambienti e delle nazioni con cui siamo in contatto, riconoscendo il ruolo dei territori e le molteplici connessioni che nei territori si formano, creando identità, talvolta determinando limiti e condizionamenti, talaltra offrendo opportunità e risorse per il cambiamento. Per questo, l'educazione geografica ha sempre l'obiettivo di insegnare a collocare la propria cittadinanza in sistemi territoriali via via più ampi, fino alla scala globale, allo spazio di vita della specie umana.

Il pianeta Terra è abitato da sette miliardi di persone. Sette miliardi di donne e di uomini che ogni giorno cercano di conoscere, costruire, difendere e migliorare il proprio spazio di vita, il proprio posto nel mondo. Questo posto è raramente di uso esclusivo. Lo spazio di vita è quasi sempre un insieme di luoghi che condividiamo con altri individui - gli altri membri della famiglia, i compagni di scuola o di lavoro, gli altri cittadini del territorio in cui abitiamo -, uno spazio che si amplia fino a comprendere il pianeta intero, la patria comune della specie umana, lo "spazio di destino" di cui parla Edgar Morin.

La dimensione spazializzata della formazione umana è spesso trascurata, come se fosse poco rilevante. Questo libro cerca invece di evidenziarne l'importanza: ciò che siamo è frutto di questo incessante dialogo fra uno spazio personale, esclusivo, e le relazioni che questo centro intrattiene con luoghi vicini e lontani, con le persone ma anche con le culture, gli ambienti e le società che li caratterizzano.

Il bambino si colloca nello spazio partendo da un pensiero egocentrico, ed è attraverso l'educazione che comprende di essere parte di spazi collettivi molteplici, alle scale geografiche più diverse, che lo includono nei sistemi territoriali della specie umana. Ma anche quest'ottica antropocentrica può essere superata, arrivando a riconoscere che l'umanità condivide i propri spazi con innumerevoli altre specie viventi, la cui presenza e sopravvivenza è fondamentale per la vita umana, e con gli altri elementi e oggetti della natura, le cui relazioni sistemiche con i viventi definiscono gli equilibri e i disquilibri della vita sul pianeta.

Definire il proprio spazio nel mondo, con tutti i suoi aspetti sociali, culturali, biologici, spaziali, è l'obiettivo principale delle Indicazioni nazionali 2013, che così interrogano il nuovo umanesimo da realizzare attraverso la scuola di base: «Chi sono e dove sono io nell'universo, sulla Terra, nell'evoluzione?»; «Chi sono e dove sono io nelle culture umane, nelle società, nella storia?». In questo "dove sono" la geografia educa a collocare anche il "chi sono", insegnando a riconoscere le molteplici relazioni tra luoghi e persone.

Le Indicazioni nazionali, in più parti - non solo in quelle specifiche per l'insegnamento della geografia -, forniscono indicazioni a supporto dello sviluppo di questa prospettiva dell'educazione geografica nei progetti formativi. Per questo, nel corso del volume, vi si fa costantemente riferimento, fornendo in tal mondo anche un supporto per l'integrazione della prospettiva geografica nei curricoli e nei piani dell'offerta formativa.

I bambini, le bambine e lo spazio geografico

Il ruolo dei luoghi di vita, del territorio e più in generale dello spazio geografico nello sviluppo sociale e culturale dei bambini e delle bambine è un campo di studio recente dalle grandi potenzialità per quanto riguarda la formazione e gli studi sull'infanzia (Matthews, Limb, 1999). In passato, negli studi di geografia culturale, ci si è concentrati sul punto di vista e la percezione ambientale degli adulti. Le geografie dei bambini sono però diverse da quelle degli altri gruppi sociali e lo studio del rapporto dei più piccoli con l'ambiente, con i luoghi e con i punti di vista degli adulti sull'utilizzo degli spazi è per la geografia un filone recente e ricco di potenzialità (James, 1990).

L'organizzazione socio-spaziale sembra ancora in gran parte ignorare il ruolo dei luoghi nell'infanzia, e trascura il modo con cui i bambini e le bambine considerano il mondo che li circonda, lo esplorano facendone esperienza, sviluppano con esso emozioni, idee e progetti. Eppure è attraverso i luoghi che i più piccoli si confrontano con i valori, la strutturazione e l'organizzazione degli spazi, i limiti e i confini che gli adulti costruiscono nella loro organizzazione territoriale. I bambini vivono, giocano e imparano attraverso la dimensione spaziale. L'organizzazione dei luoghi è infatti un mediatore tra la società, la cultura e le nuove generazioni, che attraverso l'esperienza dello spazio vissuto sviluppano le competenze sociali e imparano a negoziare le proprie scelte come cittadini (Holloway, Valentine, 2000).

Se consideriamo i luoghi come espressione dell'organizzazione sociale, economica e politico-amministrativa di una data società e di una data comunità di persone, situate nello spazio e nel tempo, possiamo leggerne il paesaggio come struttura visibile di pratiche culturali e individuare il ruolo nelle relazioni tra mondo dei bambini e mondo degli adulti. Che ruolo hanno i luoghi nello sviluppo dell'autonomia e dell'identità personale oppure nel produrre segregazioni, insicurezza, patologie? L'organizzazione spaziale offre opportunità, ma è anche l'espressione di come il mondo degli adulti consideri il mondo dell'infanzia e cerchi di condizionarlo, di educarlo secondo i propri principi, trasmettendo regole e sistemi di valore. Gli spazi influenzano la giornata, le emozioni, i sogni, i tempi di vita dei bambini.

Da un'esperienza didattica svolta in una scuola primaria del centro di Torino, ad esempio, è emerso come i bambini percepiscano negativamente il rumore e i ritmi veloci della vita urbana, ma siano anche molto interessati ai progetti di riqualificazione, nei quali vorrebbero essere coinvolti in modo attivo. Ma c'è ancora molta distanza tra l'ascolto del punto di vista dei bambini e la sua adeguata considerazione nelle politiche territoriali, nella progettazione urbana e, in generale, nei processi decisionali.

I luoghi e i destini dei bambini sono pieni di diversità, ed è sulle diversità e le disuguaglianze che si concentra l'indagine geografica (Boggio, Dematteis, 2002; Dematteis, 2005), intendendo la diversità come il valore positivo che caratterizza lo spazio geografico e lo distingue in ambienti, territori, luoghi, culture, e la disuguaglianza come connotato negativo, segno della disparità di condizioni e di risorse a disposizione delle diverse società e di ogni individuo.

Ci sono poi le differenze di genere: le geografie dei bambini e le geografie delle bambine, che ci permettono di capire che lo spazio ha anche a che vedere con l'identità sessuale e il bisogno di definire il proprio spazio attraverso la creazione di luoghi di incontro basati su un arco molto ampio di fattori di aggregazione.

Gli studi tesi ad approfondire le problematiche dei bambini con disabilità pongono al centro dell'attenzione le limitazioni spaziali e la necessità di organizzare il territorio affinché sia più accessibile, cercando di capire come rendere gli spazi più inclusivi ma anche di approfondire in che modo sia possibile fare esperienza della dimensione geografica in mancanza di supporti percettivi come la vista o l'udito, o in che modo mediare le competenze spaziali per i bambini con bisogni educativi speciali (Possidente, 2013). Il tema della disabilità ci riconduce a quello dei diritti dei bambini: la connessione tra organizzazione degli spazi, in particolare di quelli urbani, e diritti (alla sopravvivenza, all'istruzione, alle cure sanitarie, al gioco) ci pone di fronte alla necessità di considerare quanto sia importante, nel progettare le strutture spaziali, tenere conto delle condizioni e dei bisogni dell'infanzia.

La geografia è destino?

L'idea che i luoghi di nascita, di vita, in cui si consumano le esperienze relazionali di ciascuno di noi, abbiano un ruolo importante nel destino di ogni persona attraversa la storia del pensiero geografico e mantiene il suo fascino ancor oggi.

Quello di "destino geografico" non è un concetto da intendere in senso deterministico, come prodotto del "fato", bensì da interpretare come insieme di condizioni che possono costituire matrici, direzioni, opportunità e risorse per lo sviluppo del proprio progetto di vita, così come, in negativo, rappresentare condizionamenti, pregiudizi, ostacoli e deprivazioni che limitano la libertà individuale e sociale. Tale destino è dunque una sorta di condizione con la quale gli esseri umani si trovano a dover convivere, ma che in base alle loro scelte e alle loro azioni può essere cambiata, orientando le vicende personali e quelle collettive.

Non si fa riferimento solo alle condizioni del presente, ma anche ai valori e ai saperi spazializzati, legati a luoghi specifici, che vengono trasmessi dalla famiglia e dalla società, alle risorse e alle occasioni che il territorio in cui si vive può mettere a disposizione, e alla rete di relazioni con luoghi anche fisicamente lontani utile all'attuazione del proprio percorso nel mondo. Va qui considerata, dunque, la seconda dimensione della geografia, il tempo: i luoghi hanno sedimentato e conservato strutture materiali e valori culturali elaborati nel passato, che ripresentano nel qui e ora del presente, dove possono interagire con la contemporaneità, cambiare funzione ma anche diventare irrilevanti.

«La geografia è destino. Per la grande maggioranza degli nel abitanti della terra, il luogo di nascita è l'elemento più importante determinare le esperienze della vita. [...] [La prima lingua che si apprende, i primi cibi che si mangiano, la prima religione che si conosce, i primi abiti nei quali ci si sente a proprio agio, tutte queste cose, e molte altre, dipendono da dove si è nati. E a meno che la famiglia non appartenga a una piccola élite, il luogo di nascita influisce parecchio anche sulle probabilità di sopravvivenza nell'infanzia e sulle future opportunità di farsi strada in un mondo competitivo. Il nostro è ancora un mondo di luoghi infinitamente diversi, in maggioranza luoghi di nascita. Comprendere e spiegare tale diversità è il compito della geografia umana».

Il legame con i luoghi della propria vita

In particolare, il tema del legame con i luoghi della propria vita si presta a stabilire un collegamento tra spazio vissuto e autobiografia. Questa dimensione delle relazioni geografiche è spesso sottovalutata, come se i luoghi fossero un semplice fondale teatrale della vita umana, riducendo il ruolo dell'ambiente a poca cosa e quello della società a un attore collettivo slegato dalla propria posizione fisica sul pianeta e dai propri rapporti con la natura, con l'organizzazione economica e con la cultura dello spazio in cui si è immersi.

Le stesse esperienze educative legate all'autobiografia come strumento di formazione e di autoformazione trascurano generalmente il ruolo dei luoghi.

Gli studi geografici soffrono a loro volta della scarsa attenzione prestata al concetto di luogo come ambiente di formazione, trascurando le capacità poetiche e il valore simbolico delle descrizioni, le loro potenzialità formative nella diffusione di idee e immagini che nel tempo concorrono a definire i vissuti individuali e l'identità dei luoghi, le pratiche di fruizione che vi vengono attuate e la stessa trasformazione e strutturazione territoriale come pratica di creazione di senso e di economia.

Diventare più consapevoli del ruolo dei luoghi nella propria vita è particolarmente importante, in chiave educativa, nell'ambito delle migrazioni e delle relazioni interculturali. In entrambe queste situazioni, frequentemente associate, ci troviamo di fronte a persone che compongono nel proprio spazio vissuto luoghi lontani, a volte molto diversi dal punto di vista fisico, sociale e culturale ma anche da quello dello sviluppo economico e tecnologico. I migranti sono portatori di relazioni sociali, economiche e culturali tra luoghi (King, 2001), luoghi di partenza e luoghi di arrivo che attraverso i migranti interagiscono, attivano flussi e si trasformano reciprocamente, coinvolgendo anche le persone che non hanno compiuto un'esperienza migratoria diretta. L'esperienza migratoria, in chiave interculturale, è dunque un processo di contaminazione culturale, di conoscenza e trasformazione reciproca delle persone e, attraverso queste, dei loro spazi di vita.

Per l'insegnante, questo percorso di riconoscimento del ruolo formativo e dell'importanza dei luoghi nella vita delle persone è un passaggio essenziale per valorizzare le diversità dei soggetti in educazione e delle loro famiglie, delle diverse culture cui fanno riferimento e quindi dei paesaggi e dei valori sociali e culturali dei luoghi correlati all'esperienza personale.

Partire dal proprio spazio di vita per includerlo nel processo educativo come aspetto del proprio progetto di vita è un passaggio indispensabile per collocare la propria esistenza in un tessuto sociale e spaziale più ampio, le cui relazioni con l'esperienza individuale emergono in modo continuo. Il soggetto si scopre così definito da un sistema di relazioni complesso, parte di connessioni collettive che legano persone e luoghi dalla scala più piccola, familiare e locale, a quella globale, quella della stessa specie umana.

La dimensione spaziale nell’infanzia: geografia ed educazione

Venire al mondo è un'esperienza che ci pone nello spazio, sostenendoci ma anche vincolandoci a una dimensione della realtà che è insieme fisica e culturale. La relazione con la dimensione spaziale inizia già nel ventre materno, dove il feto esegue movimenti in uno spazio liquido, acquatico, ed entra in relazione con i primi elementi dello spazio esterno grazie al contatto sonoro (Vonèche, 2005). Studi recenti hanno rivelato che i suoni percepiti dal feto possono influenzare la maturazione del sistema nervoso e quindi del linguaggio e della memoria. Dopo l'ingresso nello spazio aereo, che pone i neonati in contatto con il mondo esterno, tutte le prime esperienze sono probabilmente fondamentali per lo sviluppo del pensiero, quindi anche della capacità di organizzare spazialmente le conoscenze e di orientarsi nella dimensione spaziale.

Già a 3 mesi i bambini sono in grado di cogliere le forme, mentre a 4-5 arrivano a intuire le grandezze e a 6 mesi la profondità. È quindi già iniziata la conoscenza dello spazio di vita come sistema di distanze e di superfici. Entro i 3 anni il bambino possiede un proprio senso degli spazi personali e sociali, distingue alcune caratteristiche dei materiali (ad es., molli, duri, caldi, freddi), e prende consapevolezza delle funzioni degli spazi (uso, regole) e dei simboli con cui la cultura umana controlla gli elementi che costituiscono lo spazio (nomi e funzioni dei luoghi). Infine, e non deve essere considerato un elemento secondario, il bambino è in grado sia di esprimere sui luoghi dei giudizi di valore (mi piace, non mi piace, è bello, è brutto) sia di relazionarsi con essi attraverso categorie percettivo-emozionali (paura, sicurezza, benessere, malessere). Lontano e vicino diventano categorie in grado di conferire ordine a un orientamento che è insieme geometrico e culturale, razionale ed emozionale.

Le geografie personali iniziano dunque a svilupparsi molto prima dell'accesso alla scuola, e la loro importanza nella vita delle persone è probabilmente sottostimata. Occorre acquisire consapevolezza del fatto che i luoghi delle esperienze svolgono un ruolo cruciale non solo nell'acquisizione di abilità strumentali, ma anche nell'intero processo di sviluppo cognitivo, compresi gli aspetti sociali e psicologici.

La progressiva conquista dell'alterità spaziale, legata alle innumerevoli esperienze di relazione che il bambino compie, ha perciò un ruolo importante nel passaggio dall'egocentrismo assoluto all'egocentrismo intellettuale, relativo: a 2 anni il bambino agisce già sul piano pratico in modo differenziato, acquisisce la percezione di sé e del mondo esterno.

Imparare a osservare significa riconoscere una distanza fra sé e ciò che si osserva, e percepire che questa distanza genera relazioni, punti di vista, percezioni, aspettative, progetti.

Jerome Bruner (1967, 2009), in particolare, conferma che i processi mentali hanno un fondamento sociale e si sviluppano in relazione alla cultura umana, ai suoi simboli e ai suoi artefatti: da qui la relazione fra azione, immagini e sistemi simbolici (come il linguaggio) nella costruzione della conoscenza. Un trittico che in geografia si traduce nei seguenti passaggi: uscita sul terreno e osservazione diretta, elaborazione di mappe mentali e creazione del disegno cartografico, descrizione e interpretazione attraverso il linguaggio geografico.

Anche in pedagogia si è sviluppata l'idea di un'educazione basata sui luoghi, legata alla corrente della place-based education: un'idea che aggiunge nuove riflessioni sulla relazione tra esperienza umana e territorio, seppure in mancanza ancora di un confronto con quanto sviluppato in campo geografico, che sarebbe fondamentale per un approccio necessariamente interdisciplinare e per evitare l'errore di considerare lo spazio geografico unicamente come contesto (Israel, 2012).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiarapollastri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Piastra Stefano.
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