Riassunto
L'invenzione della terra
di Franco Farinelli
Indice generale
Le due forme della Terra
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Il logos è la tavola ........................................................................................................................
Il mantello del Cielo e la linea d'orizzonte ..................................................................................
Il sergente Polifemo .....................................................................................................................
L'invenzione dello spazio ............................................................................................................
Il mantello della Terra ..................................................................................................................
Salomè .........................................................................................................................................
«La Terra è una testa» ..................................................................................................................
Di chi è l'uovo? ............................................................................................................................
Perché il Rinascimento si chiama così .........................................................................................
Terra, spazio, territorio .................................................................................................................
Nascita di una nazione .................................................................................................................
Ipotesi su Utopia ..........................................................................................................................
Complicazioni medievali .............................................................................................................
Il ritorno di Tolomeo ....................................................................................................................
Il fondo dell'abisso e il posto del corallo .....................................................................................
All'insegna del pesce che sputa ....................................................................................................
Il fascino del serpente a sonagli
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Il paesaggio e l'economia della natura
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Girogirotondo
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1 Le due forme della Terra
Un giorno, leggendo la Divina Commedia, un filosofo si accorse che per Dante la Terra è una
sfera, in quanto egli attraversa tutta la Terra per poi sbucare dall'altra parte a «riveder le stelle».
Tuttavia, quando si leggono le azioni descritte nel poema, la percezione dantesca del mondo è
diversa dalla nostra → non è una struttura infinita, dove la posizione dell'uomo e della Terra è
marginale rispetto alla vastità dell'universo; ma una struttura finita, composta da sfere
concentriche (concezione aristotelica) → la Terra, per lui, è piatta e ferma → appare il contrario
di quella che dal punto di vista astronomico dovrebbe essere: non più rotonda, in movimento,
ma immobile e spianata come una tavola. E, nonostante le nostre conoscenze moderne, è così
anche per noi, altrimenti non potremmo emozionarci di fronte a un'opera letteraria, perché
quello che ci permette di riconoscerci nelle creazioni artistiche antiche è la comune
convenzione per la quale la Terra è un piatto immobile.
Interviene poi lo storico della scienza, confutando quanto detto dal filosofo → non è affatto
vero che ai tempi di Dante e prima del viaggio di Colombo, dunque prima della modernità, la
Terra era pensata ferma e piatta → l'idea che la scoperta dell'America abbia comportato quella
della sfericità è infatti una bufala → tutti, sin da Pitagora, cioè dal VI secolo a.C., sapevano che
la Terra era rotonda. Almeno in Occidente si era sempre saputo, in ogni epoca e in ogni cultura,
che la Terra fosse sferica → dimostra ciò il fatto che dal VI secolo d.C. erano state prodotte
prove astronomiche della sfericità della Terra.
Il filosofo, a questo punto, prova a spiegare fino in fondo il suo pensiero → egli non voleva dire
che Dante ignorasse che la Terra fosse sferica, ma che si avvaleva di un doppio punto di vista:
sapeva che la Terra fosse sferica, ma nel suo poema utilizzava la prospettiva della vita
ordinaria, che il filosofo chiama ecologica → in base alla quale noi tutti ci comportiamo ogni
giorno. Senza la convenzione che la Terra sia piatta e non si muova, non avremmo la possibilità
di comunicare tra di noi, non avremmo la possibilità di intenderci l'un l'altro, non avremmo
nemmeno la possibilità di comprendere un'emozione provata da un altro uomo o da un'altra
donna secoli e secoli prima.
[NB questa non è una polemica che accadeva secoli fa, ma divampava soltanto poco tempo fa
sui giornali più importanti del nostro paese, a segno del fatto che evidentemente ancora oggi
viviamo all'interno di un contrasto radicale circa la nostra concezione del mondo.]
Entra poi in campo il geografo, il quale sostiene che sia il filosofo sia lo storico della scienza
hanno allo stesso tempo torto e ragione. Infatti, lo storico della scienza ha ragione, ma allo
stesso tempo torto, perché se se c'è qualcuno che davvero ha ridotto la Terra a una distesa piatta,
questi è proprio Cristoforo Colombo, che per primo, in epoca moderna, ha ridotto il mondo a
una distesa da percorrere il più velocemente possibile attraverso un sistema di linee rette → ha
ridotto il mondo a un'estensione che, in base alla geometria classica di Euclide, si regge su tre
proprietà: la continuità, l'omogeneità e l'isotropismo, cioè il principio per il quale tutte le parti
sono voltate nella stessa direzione. Ma allo stesso tempo si può concordare sul fatto che, nella
vita ordinaria di ciascuno di noi, la Terra stia ferma e non si muova, però il problema è: perché
essa si presenta piatta quando la vita ordinaria ogni giorno ci mette di fronte le montagne?
Evidentemente la questione è un po' più complessa di quanto il filosofo e lo storico della
scienza ritengano, forse perché già prima del VI secolo a.C. essa era già stata, in qualche
maniera e sottilmente, regolata. Ed è esattamente a quel periodo che adesso noi dobbiamo
tornare per tentare di capire come noi oggi vediamo la Terra, come l'abbiamo inventata.
2 Il logos è la tavola
Per capire che idea avevano della forma della Terra gli antichi, se piatta o sferica, bisogna
partire dall'inizio e cioè dalla Genesi: «Nel principio Iddio creò i Cieli e la Terra e la Terra era
informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla
superficie delle acque». Così inizia il racconto della Creazione → è evidente che essa non
avviene dal nulla, la sua storia non parte da zero. Quando la storia inizia vi sono già cose
materiali e immateriali → ES vi sono già lo Spirito di Dio, le tenebre e l'abisso → quest'ultimo
ha pure una faccia, sotto la superficie di essa vi sono le acque. Dunque, la Creazione già si
appoggia su qualcosa → esistono già masse elementari dotate di estensione (abisso delle acque,
tenebre, terra informe), che corrispondono a dei luoghi. Quando la storia ha inizio Dio ha già
tracciato sull'abisso la faccia dell'abisso e su questa superficie egli si sposta e ha inizio il
processo che dalla indeterminatezza e dall'assenza di forma porta a una sempre maggiore
determinazione. Ma tutto ciò non potrebbe avvenire se non esistessero già, oltre gli elementi
primordiali, il Sopra, il Sotto e l'Estensione, le determinazioni originarie, da cui gli stessi
elementi primi risultano essere definiti. La Terra riceve poi il proprio nome quando diventa
secca e arida → una distesa distingue due regioni di acque: la regione celeste (superiore) e
quella terrestre (inferiore); le acque sotto il cielo vengono concentrate in un unico luogo e
appare l'asciutto riducendo la Terra a una superficie. Così la Terra (e non più semplice terra
informe) assume identità → ed è proprio essa che sarà destinata a popolarsi di verdure, animali
e uomini. La Terra diventa finalmente tale quando sulla sua superficie le acque si raccolgono e
si concentrano in modo che si formino i mari.
Nella Creazione vengono dunque illustrati due processi originari: la localizzazione e
l'ordinamento (cioè la strutturazione degli elementi sulla Terra) → abbiamo detto che all'inizio
esiste una distesa, una riduzione a superficie della Terra. All'inizio del suo Vangelo Giovanni
dice che «in principio vi era il logos», termine greco che spesso si traduce con “ragione
verbale”. Logos viene da leghein, “ciò che ordina, che seleziona”; a esso i greci
contrapponevano un'altra forma di sapere → episteme, che significa “mettere qualcosa sopra
qualcosa che già si conosce, che già esiste”. Abbiamo visto che l'invenzione della Terra procede
esattamente in questo modo → essa inizia quando sopra il logos, sopra l'estensione, si dispone
la forma della terra.
3 Il mantello del Cielo e la linea d'orizzonte
L'invenzione della Terra procede dunque in Occidente per via epistemica, ponendo la forma
terrestre sopra il logos, la superficie piana che ordina, comprende gli elementi e li seleziona.
Non soltanto nella Genesi ma in ogni cosmogonia, in ogni racconto sulle origini del cosmo, la
creazione del mondo diventa l'arte di dar forma e dunque di controllare quello che all'interno
della matrice, sull'estensione, si presenta ancora privo di forme oppure già in qualche maniera
preformato. Prendiamo ad esempio l'Enuma Elis, il racconto della creazione babilonese,
risalente al 2000 a.C. → come nel caso della Genesi si parte dall'esistenza di una materia
primordiale e a differenza di essa non si fa alcun riferimento alla terra, ma soltanto all'acqua.
Tutto quello che esisteva all'inizio per i babilonesi era l'acqua, però già separato e distinto,
anche qui, in due componenti: l'acqua salata, Tiamat, e l'acqua dolce, Apsu. Ambedue avevano
preso origine da un'unica matrice, la nebbia vaporosa. Per i babilonesi tutto iniziava nell'acqua e
con l'acqua. Gli stessi dei, in assenza di un dio creatore, nascono da essa, ma non con una
scissione, con la separazione come nel racconto biblico → la creazione babilonese ha inizio
quando l'acqua dolce e quella salata si mescolano e anche il fango precipita in esse → così
nascono i primi quattro dei. Quando questi ultimi crescono, le linee del cielo e della terra si
allungano dove gli orizzonti si incontrano per separare le nuvole dalla terra. Se nella Genesi
l'orizzonte viene dato per scontato, implicito nell'atto con cui Dio separa le acque dal
firmamento da quelle che sono al di sotto. Per i babilonesi invece sono proprio le linee
dell'orizzonte il luogo dove si trovano gli dei che mettono in comunicazione e allo stesso tempo
separano la terra dal cielo.
NB Apsu, acqua dolce, significa oceano, abisso profondo; Tiamat, acqua salata, significa acque
primordiali. Quando Marduk sorprende Tiamat, impegnata a esplorare la sua stessa profondità,
la uccide in battaglia → trafigge il suo ventre con una freccia → apre in due metà la sua
carcassa e con la parte superiore costruisce la volta del cielo, abbassa poi la sbarra e dà un
fermo, mette la guardia alle acque in modo che esse non possano più scappare. È così che si
crea l'orizzonte. Dal corpo esanime di Tiamat, Marduk trae fuori una vera e propria topografia
→ ES dai suoi occhi fa sgorgare i fiumi, ecc → così il gigantesco e informe corpo di Tiamat da
abisso d'acqua fu mutato in terra, e la Terra non sporgeva più sull'abisso ma riposava ferma
sulle proprie fondamenta.
L'orizzonte è la prova di tale straordinaria metamorfosi, è la prima linea per la nostra
costruzione del mondo → è la linea d'incontro tra quel che c'è e quel che ancora non c'è.
4 Il sergente Polifemo
Nella storia di Marduk e di Tiamat risuona l'eco della vicenda di Ulisse e Polifemo. Come
Tiamat, anche Polifemo è un gigante. Tra l'Enuma Elis e la scrittura dell'Odissea passano più di
mille anni, da quel che ne sappiamo, e le analogie tra la cosmogonia orientale e quella
occidentale sono molte e significative, ma anche le differenze.
Vi è un autorevole interpretazione in base alla quale il trucco decisivo adoperato da Ulisse per
salvare la vita a sé e ai suoi compagni prigionieri nella grotta di Polifemo sarebbe consistito nel
dare un falso nome. Secondo Farinelli non è così, perché l'invenzione con la quale quelli
riescono a fuggire dalla morte non è quella che consiste nella scoperta del nominalismo, del
gioco tra il nome e la cosa, ma nell'invenzione dello spazio. Il canto IX dell'Odissea, dove
l'avventura di Ulisse e Polifemo viene narrata, è una straordinaria descrizione del mondo alla
rovescia, di rovescio delle regole → e in effetti davvero il mondo viene messo sottosopra da
cima a fondo da quello che accade. E ciò vale sia per il gigante che per l'eroe greco. Agli occhi
di Ulisse Polifemo rappresenta infatti il massimo della diversità → per le straordinarie
dimensioni, per il fatto che egli beve il latte e mangia il formaggio, alimenti ancora estranei ai
greci del tempo e considerati propri dei popoli barbari. Per di più Polifemo si comporta
esattamente a rovescio di come si comportavano i Greci in materia d'ospitalità → quando si
presentava un forestiero i Greci non chiedevano nulla: gli davano da mangiare, lo facevano
riposare e solo il mattino successivo gli chiedevano chi fosse e dove andasse. Polifemo fa
precisamente il contrario. Non soltanto egli interroga subito gli stranieri, ma si comporta in
maniera ostile, li afferra, li sbatte per terra per meglio divorarli.
Entra poi in scena il vero protagonista della storia: il tronco d'ulivo. Ulisse comanda di tagliare
e aguzzare proprio un tronco d'ulivo, il più storto di tutti gli alberi del Mediterraneo, quando
nella grotta vi erano molti altri legni, perché si tratta di narrare l'atto da cui discende tutto quello
che oggi chiamiamo tecnologia (NB non a caso, al ritorno di Ulisse il mondo non sarà mai più
quello di prima) → facendo diventare il tronco d'ulivo diritto, Ulisse e i compagni lo
trasformano nel contrario di ciò che era → esso passa dal campo naturale al campo artificiale.
In tal modo si produce la linea retta, che non esiste in natura, e che è la matrice di ogni tecnica
moderna.
NB vi è un suggestivo ma falso problema: quanti occhi ha Polifemo? Nell'iconografia egli ha
uno, due, tre e anche quattro occhi. In realtà il numero degli occhi non significa nulla, il vero
problema è un altro → condizione essenziale per il senso del racconto è che l'occhio sia
circolare (infatti ciclope significa che ha l'occhio tondo) → non è una questione di quantità, ma
di forma. Ed è proprio contro l'occhio (o gli occhi) di Polifemo che si dirige l'offesa di Ulisse e
dei compagni. Il gigante chiama in soccorso gli altri Ciclopi, ma questi non arrivano → questo
perché Ulisse aveva detto al gigante di chiamarsi “Nessuno”, dunque quando i Ciclopi chiedono
a Polifemo chi gli sta facendo del male egli risponde “Nessuno”. Comunque, il vero problema
di Ulisse e dei compagni è spostare il grosso masso, che solo il ciclope può spostare, che fa da
porta alla grotta. Ulisse lega tutti i suoi compagni sotto la pancia dei montoni, mentre lui si
aggrappa sotto la pancia dell'ariete, capo del gregge. Ed è proprio quest'ultimo che tenta invano,
a modo suo, di comunicare al Ciclope dove sono nascosti gli uomini → esso, che solitamente
usciva per primo a guida del gregge, stavolta esce per ultimo. Ma Polifemo non capisce e non si
rende conto di nulla → questo perché egli abita il mondo e noi, dopo Ulisse, abitiamo lo spazio.
Per i Greci il mondo era fatto soltanto di rapporti di forza, di gerarchie, di livelli di autorità. Il
mondo era composto da chi stava sopra e da chi stava sotto, da chi comandava e da chi
ubbidiva. Lo spazio invece implica anzitutto la riduzione del mondo ad un'estensione metrica
lineare, ed è proprio Ulisse alle prese con Polifemo ad inventarla, il primo cioè ad abitarlo.
Polifemo, ormai cieco, tasta il dorso e il capo delle bestie, e non la pancia. Il fatto che egli non
riesca a trovare l'avversario non è dovuto al fatto che, magari, le sue braccia siano troppo corte
e non riescano a raggiungere la pancia degli animali, ma perché non ritiene che ciò sia utile.
Questo perché il Ciclope accerta soltanto che il livello superiore, e dunque il dorso e la testa
dell'animale, non portino il nemico. Viene pure da pensare che l'accecamento del gigante sia
anche un espediente per mostrare come per tutta l'antichità la vista e il tatto dicano esattamente
la stessa cosa. In ogni caso Polifemo, che ragiona in termini gerarchici, non può concepire che
il livello inferiore, la pancia, contraddica il livello superiore, il dorso, non può immaginare che
il livello superiore non controlli tutto ciò che s
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