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Riassunto: La maschera della tolleranza di Ambrogio e Simmaco

Dissimulatio

L’ultima sfida fra cristiani e pagani di Ivano Dionigi.

Nel 348, alle soglie del decennio fatale per le sorti del paganesimo, Simmaco e Ambrogio, i due massimi auctores delle rispettive culture, quella pagana e quella cristiana, si misurano in una controversia che ha per oggetto la presenza dell’altare della Vittoria nella curia romana.

Siamo di fronte alla terza fase del rapporto fra cristianesimo e paganesimo. Dopo la fase iniziale – che va da Tiberio agli editti di Diocleziano e Galerio del 303-304 e che è caratterizzata dalla persecuzione dei Cristiani, giudicati “nemici dello Stato” – e dopo la fase segnata dall’Editto di Milano di Costantino e Licinio del 313 – che vede il riconoscimento della libertà religiosa per tutti i cittadini dell’Impero e della parità tra religione cristiana e religione pagana -, in questa terza fase, inaugurata da Teodosio con l’Editto di Tessalonica del 380, i rapporti si sono invertiti: il cristianesimo, da minoritario è perdente, è diventato maggioritario e vincitore.

Il capovolgimento di tale evoluzione si avrà con l’emanazione dell’editto di Costantinopoli del 392, con il quale Teodosio, Arcadio e Onorio estendevano a tutto l’Impero, e quindi anche all’Occidente, l’interdizione del culto pagano in tutte le sue forme, bollando come “colpevole contro la religione” e “colpevole contro lo Stato” chiunque avesse praticato i culti pagani tradizionali.

L’altare della Vittoria

Sistemato nell’aula del Senato (curia Iulia), l’altare della Vittoria, dinnanzi al quale i senatori giuravano fedeltà alle leggi e offrivano incenso e vino agli dèi, era il simbolo più autorevole sia del riconoscimento pubblico della religione, sia del patto con la divinità; la pax deorum (→ “la pace degli dèi”) era il principio per il quale la salvezza dello Stato dipendeva dal rispetto della religione: i cittadini avrebbero onorato pubblicamente gli dèi in cambio della loro protezione.

Su quell’altare i senatori giuravano fedeltà anche all’imperatore, il quale concentrava nella propria persona primato politico e funzione religiosa. Per questo i pagani troveranno incomprensibile la rinuncia, nel 382, da parte dell’imperatore Graziano, alla dignità di Pontifex Maximus che ogni principe aveva assunto ininterrottamente per quattro secoli da Augusto in poi.

L’altare – collocato da Augusto nel 29 a.C. e rimosso nel 357 da Costanzo II, figlio di Costantino – in seguito viene ricollocato probabilmente da Giuliano l’Apostata nella sua sede, dove rimane fino a Graziano, figlio di Valentiniano I. Questi, influenzato dal vescovo Ambrogio, prende alcuni provvedimenti legislativi antipagani:

  • Rimuove dal Senato l’altare della Vittoria;
  • Sopprime dal bilancio i finanziamenti per il culto pagano;
  • Priva i sacerdoti e le vestali delle sovvenzioni statali e del diritto di eredità.

Per protesta, il Senato invia Simmaco a Milano, ma questi, su pressione di Ambrogio, non viene neppure ricevuto dall’imperatore. L’uccisione dell’imperatore Graziano, nel 383, riaccende le speranze dei senatori pagani, che l’anno seguente decidono di inviare di nuovo Simmaco dall’imperatore dodicenne Valentiniano II per chiedere la restituzione dei privilegi e la ricollocazione nella curia dell’altare della Vittoria.

In questa occasione, Simmaco scrive la Relazione sull’altare della Vittoria; Ambrogio interviene presso l’imperatore con due lettere (17 e 18), nelle quali diffida – pena la scomunica – dal ripristinare culti e privilegi pagani incompatibili con la fede cristiana. La petizione viene respinta dalla corte.

Simmaco e Ambrogio

Siamo di fronte ad una fase decisiva dei primi secoli dell’era cristiana, in cui una religione vecchia e morente subisce il sorpasso da parte di una giovane e aggressiva.

Una religione tramonta per propria consunzione o per l’avvento di una forma religiosa nuova?

Una risposta pragmatica ci viene dalla sfida fra Simmaco e Ambrogio, perché quella disputa ci consegna uno dei momenti storicamente più drammatici e ideologicamente più rappresentativi del confronto fra paganesimo e cristianesimo, investendo una pluralità di piani: da quello teologico e filosofico a quello giuridico e retorico, sino a quello personale.

Simmaco, già proconsole in Africa, è prefetto di Roma dal 383 al 385, prima di diventare console nel 391; Ambrogio, nato a Treviri da famiglia senatoriale cristianizzata ed ex funzionario imperiale, è vescovo di Milano dal 374 al 397: era stato nominato vescovo a furor di popolo.

I due avevano relazioni amichevoli e Simmaco non si faceva scrupolo di raccomandare all’influente vescovo amici e parenti; li legava quella “solidarietà di classe” che finisce per prevalere anche sulle differenziazioni ideologiche più radicate.

Pare che fossero anche imparentati da parte di madre, ma, soprattutto, avevano la stessa formazione retorica: nel 384 – l’anno della disputa – Simmaco sarà per Agostino giudice di concorso per la cattedra di retorica a Milano; lì Agostino incontrerà Ambrogio, maestro di quella retorica che schiera le parole a fianco della fede, l’eloquentia a fianco della sapientia e della stessa veritas. La formazione classica e pagana di Ambrogio affiora con venature storiche e fatalistiche anche in un testo manifestamente apologetico come l’Epistula 18.

Ambrogio e Simmaco erano avversari in pubblico nel difendere ciascuno la responsabilità del proprio ruolo (partes): Simmaco infatti esercitò il suo incarico secondo il suo sentire e la sua fede religiosa. Una responsabilità che vedrà Ambrogio schierato contemporaneamente su tre fronti religiosi avversi:

  • La superstitio pagana;
  • L’amentia ariana;
  • La perfidia giudaica.

Quest’ostilità del vescovo di Milano sarà scandita da tre “no”:

  • A Simmaco per l’altare della Vittoria (384);
  • Alla comunità ariana di Milano per l’uso di una basilica per i riti pasquali (386);
  • All’imperatore Teodosio per la ricostruzione della sinagoga di Callinico incendiata dai cristiani (388).

Un dialogo tra sordi

Quelle di Simmaco sono anzitutto ragioni storiche dettate dalla tradizione. A quell’altare sono legati i destini e le leggi della patria, e sempre su quell’altare i cittadini dovranno giurare fedeltà ad una tradizione secolare e di seguire gli antenati.

Quell’altare assicura la concordia di tutti, riguarda la fedeltà degli individui e nient’altro dà maggiore autorevolezza alle loro delibere del fatto che il Senato prenda le decisioni come in seguito a giuramento.

Quelle di Simmaco sono anche ragioni religiose: la sua apologia è tutta incentrata sul pluralismo religioso, infatti egli muove dall’unicità di dio e dalla diversità delle religioni, continua con l’unicità del vero e la diversità delle teorie filosofiche e culmina con l’unicità del mistero e la diversità delle sue vie d’accesso, con una sententia di tenore universalistico.

Un eclettismo religioso che dottrinalmente rimanda per un verso al principio del summum bonum, per un altro al teismo del summus deus di matrice neoplatonica nella linea Plotino-Porfirio-Giamblico.

La risposta di Ambrogio da un lato rinfaccia a Simmaco una duplice incoerenza:

  • Ideologica → si parla di giustizia solo in quel momento e non quando ai cristiani non si concedeva niente;
  • Personale → le vestali pagane hanno alimentato la castità con i sussidi, i privilegi, il lusso; le vergini cristiane col sacrificio, col martirio e con la povertà.

Dall’altro lato, la risposta di Ambrogio capovolge in maniera articolata le argomentazioni e i capi d’accusa di Simmaco:

  • Sul piano storico, Ambrogio definisce il cristianesimo forma evoluta e superiore della religione pagana: partendo dal principio che tutto progredendo è migliorato, Ambrogio afferma che all’interno della metamorfosi e del perfezionamento di tutte le cose, anche gli uomini sono giunti nella veneranda vecchiaia alla fede adulta. Ambrogio recupera la religio romana e si pone come l’uomo e l’interprete del futuro; inoltre, ha buon gioco anche a confutare gli argomenti utilitaristici di Simmaco, rilevando che la virtus e la militia hanno salvato Roma dai pericoli esterni (→ Annibale e i Galli).
  • Ambrogio affida la sua interpretazione della storia alla voce di Roma stessa, la quale confessa in questi termini la propria conversione. Lo scontro è fra nova e la vetus religio.
  • Sul piano religioso si rimarca la divergenza maggiore tra i due: il dio stoico e neoplatonico di Simmaco prende un nome e un volto; il dogmatismo di Ambrogio non lascia scampo perché “il solo vero Dio” è quello dei Cristiani: il dio ignoto dei pagani “noi lo abbiamo conosciuto dalla voce di Dio”; “voi impolverate agli imperatori la pace per i vostri dèi, noi chiediamo a Cristo la pace per gli stessi imperatori”.

Quello tra Simmaco e Ambrogio era destinato a rimanere un “dialogo tra sordi” non solo per le modalità comunicative (→ più che un dialogo, si tratta di un “trialogo”, perché i protagonisti dialogano a distanza con l’imperatore, e questo non agevola la reciproca comprensione), ma soprattutto per il merito della disputa.

Religio illicita

I Greci e i Latini classificavano la religione in:

  • Mitica (fabulosa), propria dei poeti;
  • Scientifica (naturalis), propria dei filosofi;
  • Politica (civilis), propria degli uomini di Stato.

Delle tre forme, la religio civilis è a Roma che consegue il suo primato. Cicerone su questo punto è stato tanto categorico quanto orgoglioso, e anche nazionalistico: “[…] certamente siamo superiori a tutti i popoli e alle nazioni per la devozione e per il culto”.

C’è una pagina del VI libro delle Storie di Polibio, greco del II secolo a.C. che, facendo l’eco al sofista Crizia, esplicita il primato della religione romana: la superiorità dello stato romano mi pare consista nella sua concezione religiosa. [..] Se si potesse mettere insieme uno stato di soli saggi, forse un tale atteggiamento non sarebbe per nulla necessario, ma poiché la massa è sempre leggera e piena di passioni contrarie alla legge […], non resta altro da fare che tenerla a freno con oscuri timori e con tutta questa messinscena. Mi sembra quindi che gli antichi, inculcando nelle masse le idee sugli dèi e le concezioni sul mondo degli inferi, non abbiano agito alla leggera o a caso, ma alla leggera e senza logica agiscano piuttosto i contemporanei che se ne vogliono sbarazzare.

La religione romana è pertanto essenzialmente pubblica, politica, come recita il testo delle XII Tavole; è normata giuridicamente dallo Stato, per cui i cittadini e dèi sono vincolati dal divinum ius.

La regolamentazione per legge è compendiata nel principio della pax deorum, per il quale la salvezza dello Stato dipendeva dal rispetto della religione. A Roma, tra l’Urbs e gli dèi vigeva un’alleanza.

I cittadini avrebbero onorato pubblicamente gli dèi in cambio della protezione, e pertanto la neglegentia deorum si sarebbe configurata come un crimine politico, un attentato contro lo Stato, il cui compito era assicurare il culto agli dèi, senza che ciò avesse alcuna interferenza nella vita privata del singolo, perché la religione romana si rivolgeva ai cittadini e non agli individui. Era una religio senza pietas, una devozione senza fede.

Così, a Roma assistiamo da un lato all’identificazione della sfera del sacro con quella del pubblico, dall’altro alla distinzione tra privato e pubblico (→ per cui non c’era conflitto tra coscienza individuale e conformismo politico). Di qui:

  • L’accusa di “negligenza religiosa”, nel III secolo a.C., contro i consoli plebei Flaminio e Marcello;
  • Il riconoscimento della validità dei riti solo se celebrati pubblicamente e col contributo pubblico;
  • La condanna dei riti segreti dei Baccanali sancita dal Senatusconsultum de Bacchanalibus del 186 a.C.;
  • Una pratica religiosa civile ed esteriore alla quale non si sottrarranno né Cicerone né Seneca, il cui conformismo scandalizzerà Agostino;
  • Il pantheon romano multietnico e meticcio che accoglieva, integrava e assimilava le divinità straniere;
  • La condanna del cristianesimo come religio illicita (“contro la legge”) perché, non riconoscendo pubblicamente gli dèi pagani, i cristiani violavano il principio giuridico-politico-statale della pax deorum e per questo erano cattivi cittadini.

La religione cristiana è personale e confessionale; i Cristiani, pertanto, non potevano accettare né la separazione pubblico/privato né l’identificazione della sfera del sacro con quella del profano.

Dissimulatio

Questa virtus religiosa romana si imparenta con il nostro concetto di tolleranza?

A Fabrizio Canfora dobbiamo la riscoperta più nota e più efficace di questa disputa, intitolando il suo saggio introduttivo Di un’antica controversia sulla tolleranza e sull’intolleranza.

Roma non conosce il nostro concetto di “tolleranza”: gli antichi non ne conoscevano né il risvolto libertario di Voltaire né quello repressivo di Marcuse. I Romani erano allarmati di fronte a tutto ciò che era novum e alienum, non avevano una parola né specifica né positiva per indicare la nostra “tolleranza”.

In latino c’era tolerantia (→ “capacità di sopportazione”), ma essa era propria della sfera individuale ed etica: era una delle ramificazioni della virtù cardinale della fortitudo (→ “fortezza d’animo”, “coraggio”).

Inoltre, la parola latina tolerantia configura quasi una contraddizione linguistica: infatti, essa deriva dal verbo tollere, che indica un movimento verso il basso, un “rivolgersi a un inferiore”.

I Romani ricorrevano, quindi, a una parola suppletiva di segno negativo: dissimulatio (→ “comportamento di chi nasconde, tace”), che fu censurata dalla coscienza dei Cristiani, i quali da un lato distinguevano la sfera del sacro da quella del profano, dall’altro non transigevano sulla coerenza tra la professione di fede e la sua manifestazione pubblica.

Dissimulatio è la parola del compromesso e dell’accomodamento attorno a cui ruota lo scontro tra Simmaco e Ambrogio, invocata dal primo e contestata dal secondo, il quale l’accoppia a coniventia, altro termine negativo che significa “l’atto di chiudere gli occhi” e quindi “l’essere indulgenti”. Tutto il contrario di quello che esigeva Ambrogio, per il quale l’indulgenza e la tolleranza erano incompatibili con lo zelo della fede e della devozione.

In conclusione, il vescovo non può né tollerare né fingere di non sapere, e così la Chiesa definirà la “tolleranza” permissio negativa mali, ovvero una concessione negativa, una resa al male.

Gli studiosi si chiedono se dietro a questa disputa fosse in gioco solo lo scontro tra la nuova e la vecchia religio; oppure se invece più plausibilmente Ambrogio non si servisse delle stesse controdeduzioni teologiche e bibliche per un preciso disegno: l’Impero romano con l’Impero cristiano.

Quid nunc?

“Vi è un diretto rapporto tra il trionfo del cristianesimo e la decadenza dell’Impero romano”, d’altra parte era inevitabile che lo Stato trascinasse nella sua fine quella religione con la quale si era identificato.

La storia, ripetendosi, potrebbe riguardare anche i nostri tempi: è la tesi di Maurice Bellet, per il quale il cristianesimo (→ inteso come sistema religioso) è destinato a tramontare con l’età moderna perché a essa legato da un rapporto di interdipendenza.

L’“intolleranza” è intrinseca al messaggio biblico e rivelativo, oppure è un portato storico-politico della Chiesa postcostantiniana? Il pluralismo religioso rivendicato da Simmaco va giudicato come fenomeno residuale destinato a riassorbirsi, oppure come ricchezza che lo stesso cristianesimo di Ambrogio avrebbe potuto ereditare con spirito inclusivo e “politeistico”?

Una riflessione viene da una pagina di Josif Brodskij: una delle cose più tristi mai emerse nel corso della nostra civiltà è stato il confronto tra il politeismo greco-romano e il monoteismo cristiano, con le note conseguenze. Né intellettualmente né spiritualmente questo confronto era davvero necessario. […] Temo che il destino della nozione politeistica del tempo, in mano al monoteismo cristiano, rappresenti il primo stadio della fuga del genere umano dal senso di arbitrarietà dell’esistenza verso la trappola del determinismo storico.

Una posizione, questa, consonante con la sapienza classica, dalla quale abbiamo appreso che il dio ignoto unisce e che le religioni dividono; ma dalla rivelazione cristiana abbiamo appreso che un dio noto può soppiantare il dio ignoto: una novità che sconfessa ogni patto e che smaschera ogni infingimento.

Cronologia a cura di Antonio Ziosi

313 A Milano, i due Augusti imperatori Costantino e Licinio promulgano alcune norme in materia di politica religiosa (Editto di Milano). Viene esteso all’Occidente l’Editto di Serdica di Galerio (311), è riconosciuta la libertà di coscienza e dunque la liceità della religione cristiana, vengono pattuite riparazioni per i danni subiti durante le persecuzioni e restituiti chiese, cimiteri e beni precedentemente confiscati.

313 – 321 Rivoluzione tributaria e religiosa di Cos

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Scienze giuridiche IUS/18 Diritto romano e diritti dell'antichità

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