Rousseau e il contesto del contrattualismo
Contrattualismo è la tradizione teorica in cui si inseriscono Rousseau, Hobbes e Locke. Il contrattualismo cerca di rispondere alla domanda sulla fondazione del potere politico legittimo (stato inteso come struttura di potere politico in cui c'è qualcuno che governa).
Come si fonda il potere politico?
Il primo contrattualista, Ugo Grozio (1600), era un giurista olandese, spesso questi giuristi vengono chiamati giureconsulti (studiosi di diritto). I fondamenti teorici del contrattualismo sono due: innanzitutto uomini liberi ed eguali, e poi la fondazione del potere politico avviene tramite un contratto sottoscritto da esseri umani liberi ed eguali, quindi di per sé legittimo, perché non presuppone rapporti di subordinazione e sottomissione. Abbiamo lo stato legittimo che non è una semplice imposizione di forza e non è neanche una derivazione da un ordine naturale.
Oggi vedremo il modello che dominava prima del contrattualismo: il modello antico aristotelico, della fondazione della legittimità. Iniziamo con una citazione:
"Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma ad un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo, e appartiene ad un altro, chi pur essendo uomo, è oggetto di proprietà, e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all'azione e separato, comandare ed essere comandato, non sono solo tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli, e certi esseri dalla nascita sono distinti, parte ad essere comandati, parte a comandare, quindi quelli che differiscono tra loro quanto l'uomo dalla bestia e si trovano in tale condizione, coloro la cui attività si riduce all'impiego delle forze fisiche, ed è questo il meglio che ne si può trarre, costoro, sono per natura schiavi." (Aristotele, la politica)
C'è una delineazione di quello che era il modello classico (del kosmos), che per quanto riguardava i rapporti sociali era strettamente gerarchico per natura. Derivava da un'osservazione della natura stessa, di quelli che venivano visti come rapporti stabili, concreti nella realtà sociale, quindi venivano assunti anche come rapporti legittimi ("è così per natura, quindi è giusto sia così").
Anche Platone ripropone un modello del genere (il mito delle stirpi). Questo mito è un mito in cui Socrate suggerisce di raccontare ai cittadini di Kallipolis, di accettare un ordine sociale. Chi sarà nato nei ceti più bassi (anima bronzo), ceto più alto (anima oro) e ceto medio (anima argento). In questo modello l'ordine che si riscontra attraverso un'osservazione della realtà sociale, viene posto come giusto e legittimo. Quindi all'origine della legittimità dello stato abbiamo un ordine naturale (tutto ordinato e come deve essere).
In alcuni pensatori abbiamo un ordine divino (la natura viene sostituita dalla volontà di Dio). Nel primo libro contratto sociale viene confutata la teoria di far discendere l'autorità sovrana da quella divina, o dall'autorità paterna, come i figli sono sottoposti al padre, così i sudditi sono sottoposti al sovrano.
Osservazione della realtà naturale
A partire dall'osservazione della realtà naturale, quello che vediamo nella società. Questa non è la realtà naturale, è solo ciò che si vede ed ha a che fare con strutture di dominio cristallizzate. Marx → Questo modo di vedere la realtà viene determinato come ideologia. L'ideologia ha due significati nel pensiero politico e anche nel discorso comune. Il primo è quello più diffuso, ideologie ad esempio (comunismo, liberalismo..), ossia grandi sistemi di pensiero, dottrine con una coerenza interna che cercano di modellare l'uomo nella società.
Il modello aristotelico patriarcale può essere visto come ideologia in questo primo senso? La risposta è no, perché per "ideologia" si intendono quelle linee di pensiero teorizzate esplicitamente, affermate politicamente. Secondo significato di ideologia, propriamente marxiano: intende l'ideologia come una legittimazione su basi naturali o morali, di un qualche ordine politico dato, che però appunto è un qualcosa fatto dall'uomo e che necessariamente ha dentro di sé dei rapporti di dominio, naturalizzati attraverso l'ideologia.
Abbiamo questa scoperta del modello antico, elaborato attraverso l'osservazione della realtà, questo ordine si legittimava attraverso una continuità tra natura e società civile. [Società civile: strutture di potere costituito che possono essere formali/informali.]
L'ordine naturale viene di fatto trasposto in quello che viene chiamato diritto. L'ordine naturale era universale, non c'erano altre possibili visioni del mondo.
A questo ordine si contrappone il modello contrattualista, a partire dal 1600 (Grozio). Le derivazioni del modello classico erano ancora molto presenti, perché servivano a legittimare le forme di potere che al tempo erano prevalenti (non c'erano democrazie). Quello che gli intellettuali cercano di legittimare, è il potere dei sovrani assoluti (il modo migliore era attribuire il tutto a Dio). Il contrattualismo affronta criticamente queste modalità di legittimazione dell'ordine sovrano. Il punto di partenza è "Gli uomini sono liberi ed eguali". Deve esserci un potere sovrano, un potere sanzionale per chi non si comporti come descritto dalla legge. Quindi ci sarà chi comanda e chi esegue i comandi.
Lo stato di natura
Gli uomini nella realtà non sono liberi ed uguali, c'è una realtà di dominio. quindi vengono posti liberi attraverso un esperimento mentale, lo stato di natura. Lo stato di natura è uno strumento teorico, non è realmente accaduto (Rousseau dice, non è mai esistito e forse non esisterà mai). In ogni caso, è importante ciò che a livello concettuale, lo stato di natura, può aiutarci a fondare ed esporre. È un modo per trasportare individui abituati a ragionare sulla base della realtà su un altro piano. Quindi è uno strumento teorico per porre un'uguaglianza prepolitica degli esseri umani. Questo stato di natura può essere pacifico (Locke), oppure estremamente conflittuale (Hobbes, Spinoza). Quello che conta è che abbiamo individui moralmente e naturalmente uguali (hanno la stessa capacità di nuocersi o beneficiarsi a vicenda).
Lo stato di natura serve innanzitutto a porre argomentativamente l'idea che siamo tutti uguali e serve anche a fondare la necessità dello stato. Se c'era lo stato di natura, vuol dire che ne siamo usciti. Perché si rivela invivibile? Il caos. Lo stato, in questo senso, non è uno sviluppo contingente (che potrebbe o no, essere accaduto), è qualcosa di necessario alla convivenza umana, è l'alternativa al caos. Lo stato è anche il punto di partenza di una sovranità legittima. Nessuno essendo libero e uguale, si accontenterà di qualcosa di meno degli altri.
Poi, lo stato di natura, ci permette di enunciare la legge naturale, che potremmo dire che è un lascito del modello classico, ma da un'angolatura completamente diversa. La legge di natura non è altro ciò che la natura internamente ci prescrive e comanda. Non ci prescrive la spontanea sottomissione di un ordine naturale, che apprendiamo nei nostri processi di socializzazione (tutto ciò che impariamo anche in maniera informale dall'inizio della nostra vita). Abbiamo questa legge naturale, quindi una serie di precetti anticonservativi che la natura prescrive all'essere umano, sia verso gli altri che verso se stessi. L'elemento comune in tutte le leggi di natura (anche di pensieri opposti), è l'autoconservazione: "fai tutto ciò che è necessario per conservarti la vita". Il primo fine più profondamente naturale quindi è questo. La legge è prescritta dalla natura e ce la rivela la ragione.
Oltre l'autoconservazione abbiamo delle norme morali, ad esempio la regola aurea: a partire dalle origini dell'umanità, anche "non fare agli altri cosa non vorresti sia fatto a te", "non prendere più del necessario per il tuo sostentamento". Il primo comandamento è l'autoconservazione, che prevale su tutti gli altri. fa sì che questa legge obblighi gli individui solo in "foro interno" (gli individui di fatto sanno che quella è la legge naturale, ma non la possono applicare, altrimenti verrebbe meno il comandamento principale, che è l'autoconservazione). In alcuni autori che invece prospettano uno stato di natura più pacifico, se qualcuno non segue la legge di natura, possono punirlo, ma solo in maniera arbitraria e solo se hanno la forza. Nessuno è super partes, ognuno ha un interesse di qualche tipo, quindi si creano situazioni in cui il caos è sempre una possibilità imminente, o qualcosa di ormai conclamato e inarrestabile, però esso deve essere arrestato, tramite il contratto (che si svolge tra gli individui per accordarsi tra loro); così nasce il potere politico, che deve avere necessariamente un potere di coercizione e sanzione → quindi nascono le leggi civili.
Il paradigma giusnaturalista
Per il paradigma giusnaturalista, sostiene che le leggi civili devono ricalcare le leggi naturali. La legge naturale è sovraordinata alla legge civile. La legge civile non deve fare altro che darle conferma e darle potere efficace. Quindi abbiamo una legge di natura che viene inviolata e garantita dalle leggi civili. Lo stato di natura, per diverse ragioni, si rivela qualcosa di pericoloso. Gli individui liberi e uguali quindi fanno il patto, e di lì si istituisce il potere. Come si istituisce il potere? Nel giusnaturalismo, quella che era la legge naturale, viene tradotta in leggi civili.
Giuspositivismo
Il Giuspositivismo è una dottrina giuridica per cui l'unico diritto esistente/valido, è la legge civile. Il diritto che è posto dall'autorità in quel momento vigente, che sia legittimata o meno. Conta unicamente la legge posta dall'autorità (ci piaccia o no). L'unico diritto che esiste è quello posto dall'autorità, si chiama diritto positivo perché è posto, e da questo deriva la sua validità. È una legge stabilita dagli uomini, che non si rifà necessariamente a precetti e leggi morali, l’unica cosa che conta affinché sia valida è che sia posta e che esista. La legge quindi è una creazione umana, e in quanto tale è legge, perché c’è un’autorità deputata a fare le leggi. L'autorità quindi pone le leggi ed è un'autorità situata (è così in un determinato tempo e luogo). Non derivano la propria legittimità da una legge naturale, da un comandamento divino; nel giuspositivismo contano solo in quanto poste da un'autorità. L’origine della legittimità del potere politico per il giuspositivismo, risiede nel sovrano o nel legislatore umano. La legge positiva si conosce attraverso ciò che l’autorità costituita ha promulgato, quindi i suoi prodotti (dell’autorità costituita).
[Abbiamo visto invece che la legittimazione per il giusnaturalismo era in termini di ius quia iustum, si basa su questa continuità tra legge naturale e legge civile/positiva. La legge naturale, trasposta poi in legge positiva, erano dei precetti di moralità e prudenza giusti per quanto riguarda il giusnaturalismo.] Nel giuspositivismo abbiamo ius quia iussum=diritto perché è statuito, promulgato. Ovviamente questo modello di giusnaturalismo è un idealtipo, ossia una generalizzazione dei caratteri salienti di un determinato modello, dentro di sé molto più articolato di quanto sia possibile esprimere attraverso una generalizzazione (di un fenomeno o concetto politico). Oltre alla continuità tra la legge naturale e la legge civile/positiva, abbiamo detto che il giusnaturalismo si pone in contrasto con il modello antico.
Un esempio di dilemma tra diritto naturale e legge positiva
Una tragedia greca che ci fa capire meglio il dilemma che a volte sorgeva tra diritto naturale, o legge divina, come precetto giusto a cui bisogna conformarsi, e la legge positiva emanata dal sovrano "Antigone" di Sofocle:
[Antigone, sorella di Eteocle e Polinice. Eteocle e Polinice si scontrano per la successione del sovrano, e colui che viene visto come l'usurpatore è Polinice. Tutti e due i fratelli moriranno alla fine dei conti, e nell’antichità il cadavere rimane dov’è deceduto. A quel punto, Creonte re di Tebe, decise di dare un’onorata sepoltura Eteocle, visto come amico della patria, mentre Polinice verrà lasciato marcire, avendo attentato all’autorità. Privare un cadavere dell’onorata sepoltura per gli antichi greci è un oltraggio, estremamente grave; che si contrappone agli usi e alle regole morali, divine. La sorella di Polinice, Antigone, sfidando il potere del sovrano, Creonte, dà sepoltura al fratello. Vediamo la contrapposizione tra legge naturale/divina e quindi il precetto morale interiore e la legge positiva emanata dal sovrano. Il potere sovrano si associa alla sanzione, per questo la tragedia si conclude con la condanna in una grotta di Antigone, che si suicidò al suo interno.]
Juspositivismo democratico: Kelsen
Ci sono anche dei pensatori giuspositivisti democratici. Kelsen è contemporaneamente giuspositivista e democratico. Era un giurista e per molti aspetti anche un filosofo politico, a livello di teoria democratica Kelsen si contrappone a questa visione dell’autorità, possibilmente anche arbitraria, del giuspositivismo, attraverso diverse garanzie democratiche. Kelsen basa il suo ragionamento su procedure e garanzie di democrazia che limitino ciò che il legislatore, o una democrazia può effettivamente decidere; pone dei limiti al potere della maggioranza, ci sono cose che anche la maggioranza stessa non può decidere democraticamente, stabilite nella costituzione. Ci sono dei diritti (ad esempio: costituzione italiana, art. 139: non è possibile abbandonare la forma repubblicana), chiamati diritti liberali, relativi alla vita, alla sicurezza, alla loro integrità fisica psicologica, che non possono essere limitati, neanche da decisioni prese democraticamente, perché incostituzionali. Quando una legge è incostituzionale, viene portata davanti alla corte costituzionale (ultimo livello ordinamento giuridico, inventata da Kelsen in Austria dopo la prima guerra mondiale). La corte costituzionale è un insieme di giudici e magistrati che verificano la compatibilità e la coerenza delle leggi ordinarie (decise dal parlamento) con la costituzione stessa. Starà poi agli organi legislativi fare delle leggi che siano costituzionali, se la corte reputa una legge incostituzionale.
Un concetto importante in Kelsen è anche il processo di procedura, un insieme di step pre-organizzati (solitamente in maniera democratica), per portare a termine determinati fini (quando si va a votare, si devono fare le elezioni a scadenza di determinati mandati, come e in quali modi devono essere pubblicizzate le diverse opzioni politiche, con che sistema elettorale si dovrà votare ecc…). Le procedure sono le regole che stabiliscono i passaggi della vita istituzionale di un paese. Vedremo come Kelsen metta molta attenzione nel descrivere le modalità in cui, anche in un'impostazione di tipo giuspositivista si possa arrivare a prendere una decisione giuridicamente valida, essendo modalità che permettono ad ogni posizione di venire considerata.
Hobbes
Ha nel suo pensiero sia elementi di giusnaturalismo che di giuspositivismo. Viene posto come autore di partenza nella triade dei filosofi contrattualisti (Hobbes, Locke e Rousseau). Locke e Rousseau sono anche giusnaturalisti, Hobbes invece è un caso a sé. Nel 1651 (data di uscita del Leviatano), periodo estremamente contrastato per la storia britannica, nel pieno di diverse rivoluzioni (lo stesso Hobbes nasce in un periodo difficile). Consideriamo quindi anche la sua visione estremamente difensiva, che deriva dal suo concetto di antropologia negativa di società come qualcosa in cui è necessario difendersi dalle minacce esterne, qualcosa in cui è necessario essere diffidenti. Lo stesso concetto di libertà negativa, che vedremo più avanti, è un concetto difensivo di libertà.
Lo stato di natura anche per Hobbes è un esperimento mentale. È uno stato di natura in cui gli uomini sono liberi ed uguali (non ha niente a che fare con il modello aristotelico e con un ordine naturale). Gli uomini sono costantemente per natura in competizione tra loro, vogliono prevalere sugli altri, ciò che più li gratifica è essere superiori. E usano la ragione per criticare il modo in cui le cose vengono organizzate nello Stato, non hanno dentro di sé un ordine già stabilito. E soprattutto, gli uomini sono per natura uguali, a livello morale e fisico.
Per Hobbes nello stato di natura, anche il più debole ha abbastanza forza per uccidere ogni altro, perché dove non arriva la forza arriva l'astuzia, che non è altro che esperienza consolidata. Un'altra prova proposta da Hobbes, sta nel fatto che siamo tutti uguali anche quando si parla della distribuzione delle facoltà intellettuali, in quanto nessun vorrà ammettere di essere più stupido degli altri, e quindi saranno tutti soddisfatti di ciò che hanno. Gli uomini sono uguali e si pensano uguali: questo fa sì che non accettino di essere sottomessi da qualcun’altro. Questi uomini e donne hobbesiani, hanno anche degli aspetti che li caratterizzano come esseri umani, innanzitutto la diffidenza (non si capisce se lo siano per natura o perché si trovano in un ambiente conflittuale). La diffidenza vuol dire, che non potendo essere certi di non essere aggrediti...
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