Presentazione di "Usa e getta" di Serge Latouche
Stampanti bloccate a orologeria, dopo diciottomila copie, o computer fuori uso allo scadere dei due anni: non siamo di fronte a una strana moria elettronica degna della fantascienza, bensì alla manifestazione più recente di un fenomeno che è parte integrante della società della crescita. Si chiama obsolescenza programmata e fa sistema con il nostro modo di produrre, di consumare, di pensare, di vivere. Significa che gli oggetti messi in vendita hanno una fragilità calcolata, tanto che la durata della garanzia coincide spesso con la loro vita effettiva. Impossibile ripararli. Vanno gettati e subito sostituiti con altri, ancora e ancora.
Di questa illimitatezza malata, che ci avvolge sempre più nella spirale di iperproduzione, turboconsumo e immane scarto, Serge Latouche è l’oggi l’accusatore più conseguente. Con la sua capacità di infilzare le storture di un’economia di catastrofe, mette in sequenza gli antecedenti storici e fraudolenti dell’«usa e getta», ne smaschera la logica simbolica e indica una via d’uscita: una prosperità senza crescita, prospettiva frugale ma non pauperista che sappia decolonizzare la mente dall’imperialismo delle merci, e riprenda il passo umano della durevolezza, della riparabilità e del riciclaggio.
Serge Latouche è professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-Sud. Tra i suoi ultimi saggi pubblicati da Bollati Boringhieri: Breve trattato sulla decrescita serena (2008), L’invenzione dell’economia (2010), Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita (2011), Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (2012), Limite (2012) e Dove va il mondo? Un decennio sull’orlo della catastrofe (con Yves Cochet, Jean-Pierre Dupuy e Susan George, 2013).
Prefazione
Come tutti gli studenti di economia, durante i corsi avevo sentito parlare dell’obsolescenza tecnica, cioè della perdita di valore delle attrezzature dovuta alla comparsa di nuovi modelli più efficienti. Ma ignoravo completamente l’obsolescenza pianificata, cioè l’introduzione intenzionale di un difetto nei prodotti, e l’obsolescenza simbolica, ovverosia il precoce declassamento degli oggetti da parte della pubblicità e della moda. Eppure, l’opera classica di Vance Packard sull’argomento, L’Art du gaspillage, era stata tradotta in Francia già nel 1962.
Ho fatto conoscenza con questi due fenomeni parecchio dopo la fine dei miei studi, grazie alla lettura di giornali o libri, in particolare quelli dedicati alla critica del capitalismo contemporaneo e della società dei consumi. Con il suo famoso libro sulla società opulenta (The Affluent Society, 1958) John Kenneth Galbraith, professore alla Harvard University, avviò la discussione sull’obsolescenza programmata nel mondo accademico statunitense, da dove poco a poco cominciò a diffondersi nell’intellighenzia europea.
In modo spontaneo, queste espressioni sono entrate nella retorica della contestazione della società della crescita, come denuncia dei vicoli ciechi dello sviluppo, e più di recente nell’argomentazione della decrescita. Tuttavia, quando Cosima Dannoritzer mi ha contattato dicendomi che aveva intenzione di fare un film sull’argomento, sul momento ho espresso delle riserve, sia sulla consistenza del tema sia sulla mia competenza a parlarne. L’obsolescenza programmata per me costituiva una delle tante ragioni, ma non la più importante, per condannare o respingere la società dei consumi e il sistema produttivistico.
Inoltre, i piccoli documentari che lei aveva realizzato sulla raccolta dei rifiuti a Barcellona, che mi fece vedere durante il nostro primo incontro, non mi convinsero che la tematica fosse tale da interessare o colpire il grande pubblico. Ci è voluta tutta la sua perseveranza e la sua forza di persuasione per convincermi a partecipare al suo progetto e a farci rientrare la decrescita. Le brevi sequenze del film in cui compaio non danno l’idea delle tante ore che abbiamo passato insieme, a Barcellona in due o tre occasioni, a Siena, dove ero stato invitato e dove mi ha seguito con il suo fotografo, infine a Prades, in una conferenza pubblica e in una villa privata che ha invaso con la sua troupe.
Devo confessare che sono stato piacevolmente sorpreso dal risultato, dal film che alla fine Cosima Dannoritzer ha confezionato a partire da un’enorme quantità di riprese. E ho subito pensato che occorresse accompagnare il film con un libro che ne riprendesse la trama in modo più letterario. Dunque le ho proposto di lavorarci insieme. In effetti lei aveva già avuto la stessa idea, pensando magari di riprendere le interviste ai diversi partecipanti al documentario, ma era troppo presa dalle tournée di presentazione e dal successo del film. La cosa dunque è rimasta in sospeso.
Nel frattempo, mi ha contattato Giles Slade, il cui libro Made to Break costituisce la principale base teorica del soggetto del film. Slade mi ha gentilmente mandato una copia del suo libro, e io mi sono subito detto che bisognava tradurlo in francese. Allora, perché scrivere un altro libro sull’obsolescenza programmata, dal momento che ne esisteva già uno molto ben documentato? E-mail dopo e-mail, Slade e io siamo diventati amici e complici. Cammin facendo, sono andato accumulando note sull’argomento, con l’idea di scrivere una prefazione o un’introduzione più consistente alla traduzione del suo libro, e forse, in un secondo momento, un opuscolo sintetico che inquadrasse la tematica nell’ottica della decrescita.
Dopo diversi tentativi infruttuosi presso gli editori con cui lavoro, ho dovuto rinunciare per il momento a veder pubblicata quella traduzione, e invertire l’ordine delle pubblicazioni che avevo in mente. Continuo a sperare però che l’interesse suscitato dalla questione prima o poi renderà necessario un approfondimento, risalendo alle fonti. D’altra parte, diversi partecipanti al film mi hanno fatto scoprire alcuni aspetti particolari del fenomeno: i loro nomi compariranno nel testo. Comunque, senza il libro di Giles Slade e senza il film di Cosima Dannoritzer (Prêt à jeter /The Light Bulb Conspiracy), il testo che segue non avrebbe mai visto la luce: quindi sono loro debitore. È giusto che ne condividano gli eventuali meriti, mentre io rimango il solo responsabile delle sue imperfezioni.
Usa e getta
L’obsolescenza programmata e percepita è una delle piaghe della società usa e getta, e mina i diritti e gli interessi legittimi di consumatori e cittadini. Tim Jackson, Prosperità senza crescita
Introduzione - La dipendenza dalla crescita
Tempo fa il mio computer, di cui fino ad allora ero assolutamente soddisfatto, si blocca e non vuol sentire ragioni di ripartire. Allora vado dal venditore e riparatore che già mi aveva risolto dei problemi in precedenza. Lui lo esamina e diagnostica la morte dell’hard disk, aggiungendo che data l’età dell’aggeggio non c’è niente di strano, perché l’hard disk in questione è concepito per durare tre anni. La stessa cosa succede con gli oggetti più vari. Per esempio, un giorno una stanghetta dei miei occhiali si stacca.
L’ottico all’antica che ho la fortuna di avere sotto casa mi propone di adattare una stanghetta simile che scova nella sua scorta, e la cosa funziona benissimo. Soltanto, la settimana dopo si stacca l’altra stanghetta. Ritorno stupito dall’ottico: ma c’è un trucco? Lui confessa: «Non lo sapeva? Questo tipo di montatura è concepito per durare due anni». Tutti abbiamo fatto esperienze simili, chi con la lavatrice, chi con il televisore. E dunque abbiamo toccato con mano, magari senza rendercene conto, il fenomeno dell’obsolescenza programmata.
Il punto di partenza dell’obsolescenza programmata è la dipendenza del nostro sistema produttivo dalla crescita. La nostra società ha legato il suo destino a un’organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata. Che lo vogliamo o no, siamo condannati a produrre e a consumare sempre di più. Non appena la crescita rallenta o si ferma, è la crisi, il panico. Questa necessità fa della crescita una «gabbia d’acciaio», secondo la celebre espressione di Max Weber. L’occupazione, il pagamento delle pensioni, la spesa pubblica (istruzione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità ecc.) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL), considerato a torto dalla maggioranza degli «esperti» il barometro del nostro benessere, se non addirittura della nostra felicità.
E produrre di più significa necessariamente consumare di più. Viviamo insomma nella società della crescita. La società dei consumi ne è la realizzazione. La società della crescita può essere definita come una società dominata da un’economia della crescita e che tende a esserne assorbita. La crescita per la crescita diventa così l’obiettivo primordiale, unico, dell’economia e della vita. Non si tratta di crescere per soddisfare dei bisogni reali, il che sarebbe una buona cosa, ma di crescere per crescere.
Far crescere indefinitamente la produzione, e dunque il consumo, e per questo suscitare nuovi bisogni all’infinito, ma anche, come conseguenza – cosa che ci si guarda bene dal dire nelle fasce di grande ascolto – far crescere l’inquinamento, i rifiuti e la distruzione dell’ecosistema planetario: è la legge di bronzo del sistema.
«Questo sistema autorigenerante contribuisce davvero alla prosperità in modo sensato? – si chiede Tim Jackson. – Non si arriva mai al punto in cui quello che c’è basta, e in cui dovremmo solo smettere di produrre e consumare così tanto? Una delle cose che ci impedisce di arrivare a quel punto è, chiaramente, la dipendenza strutturale del sistema dalla crescita economica.
La ricerca della crescita innesca l’imperativo a vendere di più, innovare in continuazione, stimolare la domanda dei consumatori a livelli sempre più alti. Ma questo imperativo è ormai così forte che sembra minare gli interessi delle stesse persone che dovrebbe favorire». Fin dagli inizi, la società della crescita si è scontrata con il problema degli sbocchi. Una società di questo tipo può produrre profitti comprimendo il consumo operaio soltanto a condizione di trovare dei compratori per una produzione eccedentaria.
Periodicamente (all’incirca ogni dieci anni), l’industria conosce una grave crisi di sovrapproduzione. Sismonde de Sismondi è stato uno dei primi ad aver denunciato e analizzato questo fenomeno. Sismondi si convertì al socialismo, ai suoi occhi l’unica soluzione in grado, a lungo termine, di eliminare il fenomeno del sottoconsumo operaio cronico e della saturazione periodica dei mercati. L’economia capitalistica tenta di risolvere bene o male il problema prendendo un’altra strada, di cui Sismondi mostra i limiti: l’espansione del sistema e l’apertura dei mercati esterni per l’esportazione delle eccedenze.
In un’economia produttivistica con bassi salari, l’aumento della produzione non è stimolato tanto dalla domanda interna quanto da quella di altri paesi, i cui mercati vanno conquistati, se necessario a colpi di cannone. Questa è una tendenza ricorrente nella storia del capitalismo moderno, che oggi si ripropone con le politiche di rigore e di austerità. In questa grande competizione, alcune economie, come quella tedesca, riescono a cavarsela, ma per il mondo nel suo complesso questa strada porta in un vicolo cieco, in quanto le esportazioni degli uni sono necessariamente le importazioni degli altri. È un gioco a somma zero. Dire che tutti devono esportare perché l’economia funzioni è ancor più assurdo che dire che tutti devono indebitarsi...
Dunque, via via che la produzione aumenta e che il capitalismo si estende su scala planetaria, il consumo diventa un imperativo ineludibile. In particolare, la produzione in serie ha bisogno del consumo di massa per trovare uno sbocco. Ma, se la crescita della produttività condanna a consumare sempre di più, minaccia anche sempre di più l’occupazione.
Dal momento che la riduzione dell’orario di lavoro, che sarebbe la soluzione più sensata per rimediare all’eccessiva capacità produttiva delle macchine, non piace affatto ai capitalisti, può realizzarsi soltanto se imposta dai sindacati o dallo Stato. Sempre esposta al pericolo di essere rimessa in discussione, la riduzione dell’orario di lavoro è diventata praticamente impossibile con la globalizzazione e il libero scambio. Le delocalizzazioni massicce verso paesi a bassissimi salari, la generalizzazione del precariato e della disoccupazione hanno talmente aumentato la concorrenza tra i lavoratori dei paesi occidentali che questi diventano spontaneamente degli adepti del «lavorare di più». Peggio ancora, accettano al contempo di guadagnare di meno.
Stando così le cose, il solo antidoto alla disoccupazione permanente è ancor più crescita per smerciare la produzione, e ancor più indebitamento. Alla fine, il circolo virtuoso si trasforma in un ciclo infernale... Per il lavoratore, la vita si riduce nella maggioranza dei casi a quella di un «biodigestore che metabolizza il salario con le merci e le merci con il salario, transitando dalla fabbrica all’ipermercato e dall’ipermercato alla fabbrica», sotto la minaccia permanente della perdita del lavoro.
Tra i capitalisti, la situazione è contrastata. Alcuni, in genere i più grandi, si riconvertono alla finanza e puntano ad arricchirsi speculando sui mercati; altri, sempre più sotto pressione, vedono i loro profitti svanire con la diminuzione dei prezzi dei prodotti, provocata dalla loro abbondanza e dalla concorrenza sfrenata nelle vendite. Addirittura, all’inizio del 2012 abbiamo assistito, soprattutto nell’Italia settentrionale, a una vera e propria epidemia di suicidi tra i padroni di piccole e medie imprese, che non riescono più a tirare avanti.
Quanto alla natura, in direzione della quale tutti si sforzano di esternalizzare i costi e la sofferenza della crescita, viene sfruttata, saccheggiata e distrutta senza pietà. Gli individui non avevano mai raggiunto un simile grado di squallore. L’industria del «beni di consolazione» tenta invano di porvi rimedio.
Così siamo diventati «tossicodipendenti» da crescita. E non si tratta semplicemente di una metafora. La tossicodipendenza è variegata. Alla bulimia da consumo dei tossici da supermercato e da grandi magazzini risponde il workalcoholism, la dipendenza da lavoro dei lavoratori, alimentata magari dal sovraconsumo di antidepressivi, nonché, secondo delle inchieste britanniche, dal consumo di cocaina tra i quadri superiori che vogliono mostrarsi all’altezza.
L’iperconsumo dell’individuo contemporaneo «turboconsumatore» porta a una felicità ferita o paradossale. L’analisi della dipendenza tra i manager non è meno terrificante. Secondo Andrew Grove, presidente di Intel Corporation, «la paura della concorrenza, la paura del fallimento, la paura di sbagliare, la paura di perdere possono essere potenti motivazioni. Come coltivare la paura di perdere tra i nostri dipendenti? Possiamo farlo solo se la sentiamo noi stessi». Senza entrare nel dettaglio di queste «malattie create dall’uomo», non si può che sottoscrivere la diagnosi del professor Belpomme: «La crescita è diventata il cancro dell’umanità».
Negli anni cinquanta, durante una conferenza stampa domandarono al presidente Eisenhower che cosa dovessero fare i cittadini per combattere la recessione. Lui rispose: «Comprare!» «Ma che cosa?» «Qualsiasi cosa!» Così il consumo forsennato è diventato una necessità assoluta per evitare la catastrofe della crisi e della disoccupazione. «Un acquisto oggi, un disoccupato in meno domani. Potresti essere tu!», proclama una pubblicità americana.
Alla radio e alla televisione di Detroit questa filosofia è diventata una canzone alla moda: Comprare! È continuar a lavorare. Comprare! È l’avvenire assicurato. Comprate, comprate quello che oggi desiderate. Bisogna desiderare!
E fortunatamente, il desiderio, a differenza dei bisogni, non conosce la sazietà. Perché, come ci dicono gli psicoanalisti, riguarda un oggetto perduto e introvabile. Non riuscendo a ritrovare il «significante perduto», la pulsione libidica si trasferisce su oggetti sostitutivi, come il potere, la ricchezza, il sesso o l’amore – tutte cose la cui sete non conosce limiti – oppure sul sogno impossibile dell’immortalità. «L’animale umano è una bestia che muore, e, se ha i soldi, compra, compra e ancora compra», dice Big Daddy nella Gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams (1955). E Tim Jackson commenta che la ragione per cui l’uomo compra tutto ciò che può è la speranza insensata che uno dei suoi acquisti duri per sempre.
Lo sforzo della pubblicità è di presentare i prodotti dell’industria come mezzi per ottenere gli oggetti del desiderio o i loro sostituti. Il successo è incontestabile, ma il risultato ovviamente è deludente, per il consumatore come per il venditore. Infatti non è possibile accumulare illimitatamente automobili, frigoriferi o lavatrici senza arrivare a un punto di saturazione. Per sostenere la domanda allora è assolutamente necessario che gli oggetti deperiscano, e sempre più in fretta.
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