Etica dei resti
Introduzione
Da qualche tempo medito sul tema dei resti: sotto forma di spazzatura, di rimasuglio, di scarti, di ciò che non riesce a essere riassorbito nei vari processi che danno origine al senso, alla forma e al valore. Siano questi processi di tipo economico, di produzione materiale, culturale o artistica.
I resti hanno ai miei occhi un fascino del tutto particolare: sono sempre rivelatori di qualche difetto, fallimento o semplicemente di un margine di imprevedibilità e di non desiderabilità che si accompagna ai nostri progetti d'ordine — una sorta di tara insita in essi, che consente di valutare la loro riuscita allo stato lordo (in cui devono annoverarsi, ad esempio, le conseguenze ambientali), soppesando con più precisione costi e benefici del risultato ottenuto. Prima cioè che subentri un'operazione, sempre post factum, di rielaborazione secondaria di quegli stessi processi di formazione, tale da cancellare ogni traccia di incertezza o errore, nonché ogni effetto di ricaduta secondario — il non programmato/desiderato della nostra produttività, il cui costo non entra mai nel computo del risultato raggiunto.
Schema 1: la controfiliera della produzione, dove W e G possono essere indicati come effetti di ricaduta secondari del valore prodotto.
La bellezza, nel mondo umano, è spesso conquistata al costo di immani sacrifici, come insegna il caso di Michelangelo scultore: il far affiorare la forma dal marmo ancora grezzo, per quanto in esso si sia presagita quella figura che attende alla propria realizzazione, costa allo scultore un enorme sforzo sia a livello mentale (ideazione, astrazione, premonizione e intuizione dell'armonia), sia a quello fisico (l'operare con mazza, scalpello e pomice, togliendo il superfluo dalla pietra riottosa in cui si nasconde la forma presagita): «certo è un miracolo che un sasso da principio senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezzione che la natura a fatica suol formare nella carne», sentenzia il Vasari a proposito della splendida Pietà di marmo «tutta tonda» collocata in San Pietro in Vaticano.
Affermare l'armonia e l'ordine, in ogni caso, è un'operazione di separazione ontologica, che crea una cesura insanabile tra elementi della realtà all'insegna del tollere: da un lato quelli leciti e destinati a permanere (in cui la forma può rilucere come qualcosa di ricercato, a cui il fare dell'artista tendeva come al risultato desiderato), dall'altro quelli rifiutati e soppressi dalla lavorazione sottraente (come elemento inutile, eccedente e scabroso da espungere dall'orizzonte della forma).
Questa meticolosa separazione tra logica dell'ordine e mostruosità dell'informe corrisponde al principio del garbage in-garbage out formulato da John Scanlan: un processo alchemico per il quale qualcosa di grezzo viene assunto nel nostro progetto d'ordine per essere ripulito, mondato e ordinato; mentre qualcosa d'altro, inevitabilmente, ne viene espulso come scoria, rifiuto e nonsense del tutto inservibile. Questo secondo aspetto può essere definito lo smaltimento delle rimanenze che non sono più inquadrabili in alcun progetto di senso, e che danno luogo alla discarica di ciò che è indesiderato e privo di forma — quel che si suppone essere «la nullità dell'inutile», il limite o il resto della forma. Ogni produzione artistica, ogni progresso nell'ordine, nella proporzionalità e nella forma non è che la ripetizione secolarizzata del fiat divino, con cui si separano la luce dalle tenebre, la terra stabile dal caos delle acque eternamente in movimento.
Si tratta, in effetti, della raffigurazione simbolica della scelta divina a favore dell'essere anziché del nulla — per cui non solo il mondo non avrebbe potuto essere, ma nemmeno il Principio, appeso nella sua abissalità senza fondamento alla scelta iniziale con cui ha affermato, come libertà originaria, se stesso.
E, tuttavia, solo in Dio non vi può essere pentimento nella scelta: nulla di ciò che è stato scartato può tornare a tormentare il suo progetto di senso — nemmeno il peccato originale, nient'affatto voluto da Dio e introdotto accidentalmente sul piano storico dall'agire umano: esso, colto a partire dalla definizione dell'uomo quale imago Dei, proprio per questo, in quanto soggetto spirituale portatore di libertà, è davvero una felix culpa, che in nulla si oppone alla scelta di fede e alla superiorità della dimensione morale (incentrata nel libero arbitrio) che ha, come propria ricompensa metamondana la salvezza dell'anima: «laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). Anche il peccato, nel suo valore di mera possibilità, è così parte integrante di quella dialettica della libertà che è centrale nella religione cristiana — libertà di Dio (rispetto a cui la domanda fondamentale «perché l'essere piuttosto che il nulla» trova il suo fondamento ultimo) e dell'uomo (che, proprio nell'esercizio della sua facoltà elettiva, ritrova, attraverso la sua mise-en-forme, il nucleo metafisico del suo essere ad Dei imaginem).
Questa celebrazione della libertà, umana e divina, trova in Nicolò Cusano uno dei suoi massimi interpreti. Da un lato Dio, nel suo dialogo segreto con l'anima, così intima all'uomo: «cerca di possedere te stesso, ed allora anch'io sarò tuo (Sis tu tuus, et ego ero tuus)» (al che l'uomo di fede replica: «hai lasciato alla mia libertà la decisione d'essere di me stesso, se lo vorrò. Se io non sono di me stesso, tu non sei mio: altrimenti costringeresti la mia libertà»); dall'altro, ad ogni domanda sul perché della realtà (quid est), scrive ancora Cusano, «al posto di una ragione risponde la libertà (pro razione respondet libertas)». Tutto ciò che è, insomma, ha il suo fondamento nella libertà: la nostra stessa vita è frutto di opzioni; la società, la politica e l'economia compiono in ogni istante scelte, più o meno felici, spingendosi sempre più oltre le soglie che si erano date con un senso etico — sempre provvisorio — della misura e del consentito (oltre il quale il nostro agire metterebbe a rischio gli equilibri del contesto in cui opera).
Il problema è che l'umanità, in qualsiasi aspetto della sua vita individuale o sociale, non ha delle soglie prefissate, bensì, per l'appunto, solo limiti mobili. «In questo senso, si può parlare dell'omeostasi dell'uomo nel suo ambiente, che ogni disfunzione dello strumento [tecnologico: V.d.A.] mette in pericolo, e definire la politica come il processo attraverso il quale gli uomini assumono la responsabilità di questa omeostasi [...]. Le soglie al di là delle quali si profila la distruzione sono tutt'altra cosa dai mobili limiti cui, una società assoggetta volontariamente l'uso dei propri strumenti. Le soglie inarcano il campo della sopravvivenza possibile, i limiti opzionali disegnano il recinto di una cultura. Le soglie naturali sono imposte dalla necessità, i limiti culturali sono frutto della libertà». Il pentimento, a conti fatti, è il marchio di un'esistenza mai del tutto risoluta — indecisa e altalenante tra più opzioni che non sono mai delle vere e proprie alternative equipollenti.
Ogni togliere, scartare, rifiutare (come controcanto luttuoso del porre in essere, promuovere e accettare) genera intorno a sé il sentore — sopito ma ancora pulsante — del controfattuale, di un'alternativa scartata eppure ancora pronta a rivendicare i suoi diritti. Come nei dipinti perfettamente riusciti di Leonardo da Vinci, analizzati ai raggi X, è ancora possibile intravedere i disegni preparatori alternativi, i pentimenti e le trasformazioni del progetto originario, lo stesso avviene in una vita che possa dirsi "riuscita". Lo schema grafico in filigrana, che traluce sotto la coltre dei colori sapientemente mescolati e dei calcolati giochi di luce e ombre, per così dire, è la traccia dell'Altro all'interno della struttura identitaria della bella forma realizzata, lo scalino perturbante riposto nell'io, la piega racchiusa nella sua identità minacciata, il punto critico del progetto di senso imposto dal superstite nell'ordine del possibile — letteralmente, "colui che sta sopra", che rimane vincitore tra le macerie delle opzioni scartate e, proprio per questo, mai perseguite.
Formatività e residualità
Per iniziare il nostro viaggio in questo regno del fatiscente, occorrerà analizzare la questione della produzione di forme, sia materiali sia spirituali, con un occhio critico al tema del residuale — la conseguenza indesiderata dei nostri progetti di produzione del senso-valore. Gli autori interpellati per indagare questo tema saranno innanzitutto Luigi Pareyson, autore di una magistrale Teoria della formatività; poi Leonardo da Vinci (a cui farò riferimento a più riprese) e Michelangelo (cui sarà dedicata parte cospicua del Capitolo quarto, in particolare i paragrafi 2 e 3). Saranno qui trattati temi decisivi quali quello del re-sultato (con cui viene designata l'ibridazione dei termini risultato ed effetto di risulta) e quello di «peccato ecologico», nuova definizione che mutuo dagli studi di Guido Chelazzi. Non in ultimo, tenterò di svolgere alcune considerazioni antropologiche, che riguardano la recente storia dell'homo sapiens (soprattutto per studiare il nesso intelligenza-aggressività-tecnica), appoggiandomi pure ad alcune sequenze tratte da 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.
In relazione al residuale, si dovranno poi distinguere vari concetti, la cui area semantica spesso si sovrappone: scarto, scoria, avanzo e spazzatura, tanto per iniziare. Affronteremo questi temi in una prospettiva prevalentemente filosofica, cercando di far chiarezza relativamente alle questioni etiche che lo scarto impone tanto alla riflessione, quanto alla prassi (Capitolo secondo: Le avventure del residuale). Qui saranno di fondamentale importanza temi come la temporalità dello scarto; quello del rapporto tra spazzatura e male metafisico; e, non in ultimo, il problema dell'obsolescenza programmata (in questo caso, facendo ampi riferimenti alla narrativa di Philip K. Dick, che ha anticipato molti problemi del presente).
Più oltre (Capitolo terzo: Lo scarto perturbante) intenderò invece confrontarmi con quei pensatori che più ci possono aiutare a comprendere l'effetto perturbante che si genera nelle nostre vite in relazione all'insensatezza e alla disfunzionalità dello scarto: si tratta anzitutto del Martin Heidegger di Sein und Zeit, limitatamente ai paragrafi 15-17 dell'opera citata (salvo qualche eccezione). L'indagine ci permetterà di comprendere, a un livello elevato di formalizzazione, quanto avviene qualora il mondo, a causa di un oggetto avvertito come guasto (che possiamo definire residuale dal punto di vista della sua possibilità d'impiego), non funziona a dovere: il resto/scarto, in definitiva, si configura come un vero e proprio skàndalon pragmatistico, tale da incrinare le nostre artificiose costruzioni di senso improntate alla praticità e all'immediata disponibilità dei nostri dispositivi.
In un mondo in cui i significati/rimandi devono scorrere senza intoppi o interruzioni dall'uno all'altro, l'eccentricità di ciò che non funziona a dovere impone il ripensamento dell'intera filiera della rimandatività del senso strutturato in modo reticolare: essa, di fatto, sta appesa al filo delle nostre congetture, non è per nulla un sistema garantito da qualche fondamento ontologico del mondo. Come a dire: diamo troppo per scontato che il significato si generi da se stesso entro i rapporti sociali e pragmatici che vedono come protagonisti gli individui operosi che abitano e danno forma al mondo ambiente; vi è un provenire-da di ogni artefatto mediante cui, in occasione del disvelamento della sua inservibilità, ci si annuncia — con un certo effetto sorpresa — la crassa materialità inservibile del dispositivo guasto (ridotto alla stregua di un resto inutilizzabile). Questo modo di pensare, forse, è all'origine della concezione di una natura come mera, risorsa, materiale da foggiare in vista dei nostri progetti di forma, il cui gioco di prestigio è quello di far sparire la complessa natura ilemorfica dei nostri oggetti/strumento (come connubio indissolubile di elementi materiali e funzioni).
Come se i nostri gadget fossero mere possibilità d'impiego disincarnate, la cui materialità non ha alcun effetto sugli equilibri del mondo naturale (e qui, a mio parere, si rivela la taciuta radice idealistica del pensiero succube delle nuove tecnologie, incapace di pensare a esse al di là della retorica dell'atto puro: vale a dire, della loro mera funzione/possibilità d'impiego virtuale). Ben diversamente, i due esiti indesiderati W e G dello Schema l convergono verso la riattivazione del fattore (rimosso) della materialità del prodotto, la cui gravitas comincia a farsi intuire nel momento della esperienza della sua inservibilità: uno smartphone rotto è un groviglio di circuiti integrati, di materie plastiche e di metalli che, per la prima volta, appare in tutta la sua problematicità (dove alla non-smaltibilità materiale si accompagna una non-smaltibilità del suo concetto, che rifiuta ogni soluzione idealistica: con la fine del suo quia est, quindi, risulta difficile rispondere anche alla domanda circa il suo quid est).
Sarà poi anche utile proporre una figura emblematica per restituire, in un'immagine ricca di suggestioni capace di attraversare i secoli, quanto sollevato dal dilemma di ciò che non è utilizzabile. Proporrò quindi la figura di Durero della Melencolia I, dotata in tal senso di una sorprendente attualità: l'atteggiamento pensoso della dama alata è una figura dello spirito, che parla della condition humaine dai tempi di Ficino e Durero a oggi: lacerata com'è tra propensione alla melanconia (quel senso di rinuncia a porre rimedio alle conseguenze non preventivabili delle nostre azioni nell'ordine della natura) e indomita progettualità nella costruzione di forme (in fondo, la Dama alata e pensosa, accompagnata dal putto operoso, è un autoritratto dell'artista, teso alla ricerca di un ideale di bellezza metamondano).
L'azione e il suo resto
Il Capitolo quarto, L'azione e il suo resto, contiene parte rilevante della proposta teorica del libro, incentrata nel nesso resto-prassi. Il tema dello scarto diviene il pretesto per un ripensamento radicale della teoria dell'azione: dove Michelangelo scultore, grazie alla sua particolare concezione della formatività artistica, diviene un maestro del pentimento strategico. Con questo concetto intendo formulare una dottrina della prassi caratterizzata — attraverso anelli di retroazione di carattere etico-pratico — dalla possibilità di ritornare sui propri passi, riprendendo il filo dell'azione là dove il prodotto, lordo di essa (o effetto-tara) si mostra troppo oneroso, insostenibile dal punto di vista delle conseguenze prodotte sull'ambiente circostanziale.
Michelangelo, in tal senso, iniziava a considerare gli effetti della sua attività formatrice di scultore ben prima di quanto intendessero altri artisti (anche a lui coevi): già nella cava, dove la pietra si affaccia nella sua potenzialità latrice di forme, egli cominciava a progettare l'opera, scolpendo in modo rudimentale il blocco di pietra — in un faccia a faccia antagonistico con il "provenire-da" della forma, il quale, in quanto resulta, convive dall'inizio alla fine con il progetto della forma. Quello che si lascia in cava digrossando il blocco prescelto è già un pegno sulla forma futura, che accompagna l'azione successiva come un'ombra che — a certe condizioni — potrà determinarne il successo o il fallimento; e ciò a causa di «certi mancamenti [...] che non si potevano indovinare» nel momento della progettazione iniziale. Michelangelo, per ironia della sorte «malato di pietra» (patologia oggi detta calcolosi), sapeva bene quanto la pietra e i suoi scarti potessero incidere sulla forma. Consapevole di questo rapporto a doppio filo con la cava, negli attimi di sconforto giunge a paragonare se stesso a un sasso rotolato ai piedi di una pietraia; al fondo della stessa egli si ritrova come immagine da conquistarsi a fatica, costellata di rinunce, sottrazioni dolorose e fallimenti sempre possibili.
Questo indesiderato progettuale ricompare intorno a lui sotto forma di ciottoli, i materiali di risulta del proprio farsi come uomo e artista: «dagli alti monti e d'una gran mina, / ascoso e circoscritto d'un gran sasso, / discesi a scoprirmi in questo basso, contr'a mia voglia, in tal lapidicina».
Lo scarto, dal punto di vista della prassi, sarà definito come il reiectus: quel contrappasso che si accompagna ad ogni proiectus come lato notturno e potenzialmente distruttivo. L'azione, alla luce di questo doppio passo, si colloca — avveduta e consapevole — tra i due processi anzidetti: quello della formazione (scelta, selezione) e quello dello scarto/deiezione (espulsione dei resti della forma). Come vedremo, un'azione accorta e cosciente contempla necessariamente la memoria del provenire-da della forma — facoltà necessaria, quest'ultima, affinché sia possibile un comportamento eco-sistemico, resiliente, capace di riassorbire, in un processo di pentimento, le eventuali scorie dannose all
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Filosofia morale, Prof. Cuozzo Gianluca, libro consigliato Gaia. Nuove idee sull’ecologia, James Lo…
-
Riassunto esame Filosofia morale, Prof. Cuozzo Gianluca, libro consigliato Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza…
-
Riassunto esame Filosofia teoretica, Prof. Solla Gianluca, libro consigliato Disegnare, la formula di Freud, Solla …
-
Riassunto esame filosofia dell'estetica, prof Gianluca Garelli, libro consigliato Hegel e le incertezze del senso