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James Lovelock. Gaia. Nuove idee sull’ecologia

L’autore

James Lovelock (1919) è considerato un’icona della scienza del XX secolo. Chimico e scienziato, membro della Royal Society, ha collaborato ai programmi spaziali della NASA che hanno portato la sonda Viking su Marte. Interessato a tematiche ambientali, è anche noto per aver messo a punto il metodo che ha permesso di individuare il buco dell’ozono, oltre che – naturalmente – per aver proposto l’audace teoria di Gaia. Oggi vive in Cornovaglia, dove continua a condurre ricerche nella sua casa-laboratorio, anche dopo aver superato la soglia dei cento anni. Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato Le nuove età di Gaia (1991) e Novacene. L’età dell’iperintelligenza (2020).

Prefazione Telmo Pievani (2021)

Negli anni sessanta del secolo scorso alcuni scienziati ebbero una rivelazione. Mentre il resto dell’umanità era affaccendato nelle solite questioni interne, puntarono le antenne al cielo e si misero a cercare altre forme di vita nel Sistema solare. Lanciarono satelliti, sonde, navicelle. Non ci volle molto perché un bel giorno gli occhi di questi apparecchi si voltassero all’indietro e in sala controllo tutti, come la moglie di Lot nella Bibbia, restassero di sale. Per la prima volta il pianeta Terra veniva osservato dallo spazio e svelava tutto se stesso sospeso nel nulla, possente e fragile al contempo, uno splendido sasso vagante nel cosmo. Vivo.

L’ipotesi Gaia nacque dalla meraviglia assoluta di quel momento. Mentre gli ecologi studiavano il pianeta da dentro, negli aspetti particolari di habitat e biomi, James Lovelock decise di guardarlo da fuori. Non come un ecosistema né come un insieme di ecosistemi, ma proprio come un organismo unico, un sistema integrato. E di mestiere non faceva neppure l’astronauta. Dopo aver servito come medico di guerra durante il secondo conflitto mondiale, questo scienziato inglese indipendente, già famoso per la sua inventiva, era stato chiamato alla NASA per costruire sensori in grado di individuare forme di vita extraterrestri. I suoi strumenti per rilevare la presenza di composti organici giacciono ancora oggi sulla superficie di Marte.

Il libro che avete fra le mani fu il primo ad esporre, nel 1979, la teoria di Gaia. In realtà la prima enunciazione pubblica risaliva a dieci anni prima e la sua formulazione doveva molto alla collaborazione pluriennale di Lovelock con una collega, scienziata altrettanto visionaria e controcorrente, la microbiologa Lynn Margulis, madre a lungo incompresa della teoria dell’origine endosimbiotica della cellula eucariote. Quanto al nome della dea greca della Terra, progenitrice di ogni cosa nella Teogonia di Esiodo, era stato scelto niente meno che dallo scrittore britannico William Golding, l’autore de Il signore delle mosche (ma anche di uno dei primi romanzi sull’uomo di Neanderthal, del 1955), che sarà insignito del Nobel per la letteratura nel 1983.

Gaia e le linee di ricerca

Mezzo secolo dopo, possiamo dire che Gaia è stata progenitrice di una serie di linee di ricerca oggi di grande rilevanza scientifica. La prima è appunto la risposta alla domanda su come identificare la vita su altri pianeti. Lovelock intuì che era inutile cercare tracce di omini verdi. Bisognava piuttosto individuare atmosfere lontane dall’equilibrio, con la presenza di gas che sarebbero stati del tutto improbabili in assenza di metabolismo. In sostanza, applicò all’astrobiologia le idee enunciate nel 1944 da Erwin Schrödinger in Che cos’è la vita?: il marchio del vivente è la riduzione di entropia; detto altrimenti, dove ci sono equilibrio chimico e stasi, come su Marte, c’è morte.

Ma Lovelock andò oltre e asserì che i pianeti su cui c’è vita dovrebbero essere plasmati dalla vita stessa, ovvero essere pianeti strani e improbabili nelle loro caratteristiche fisiche, proprio come la Terra. È il principio che si adotta oggi nell’analisi delle atmosfere dei pianeti extrasolari che ruotano attorno alla loro stella nella fascia abitabile e potrebbero ospitare forme di vita.

Quella stranezza fisica, proseguì Lovelock – ed è la seconda linea di ricerca che gli dobbiamo – deriva dal fatto che il pianeta è un sistema in equilibrio dinamico grazie alle interazioni tra la sua parte vivente e quella inorganica. La composizione chimica di atmosfera e oceani è regolata biologicamente, poiché l’insieme degli organismi viventi e delle loro relazioni, la biosfera, contribuisce a controllare il proprio ambiente, per esempio attraverso le modificazioni di concentrazione dei gas serra o il riutilizzo dei suoi stessi elementi di scarto.

Fu grazie a questa prospettiva che si cominciò a capire che i microbi nell’evoluzione avevano plasmato profondamente l’ambiente fisico e chimico della Terra, permettendo a noi mammiferi di grossa taglia di esistere, e che molti altri organismi attraverso le loro attività modificano l’ambiente rendendolo più consono alle loro necessità, secondo un processo darwiniano oggi noto come «costruzione di nicchia». La Terra per certi aspetti è il supremo esempio di economia circolare. La biosfera per Lovelock è un’entità auto-organizzata che, grazie a cicli di regolazione intrecciati, modifica le condizioni materiali funzionali alla propria sopravvivenza.

La terza linea di ricerca partorita da Gaia nasce proprio dal forte debito di Lovelock verso la cibernetica – cioè la scienza del controllo, della regolazione e della comunicazione interna dei sistemi, siano essi biologici o artificiali – applicata per la prima volta al sistema Terra nella sua interezza, a partire dall’effetto stabilizzatore omeostatico delle forme di vita sulla temperatura terrestre, sul clima, sulla concentrazione di ossigeno in atmosfera, sulla salinità degli oceani.

Troviamo insomma delineata quella logica circolare composta da retroazioni negative di stabilizzazione e da retroazioni positive di trasformazione rapida, potenzialmente fuori controllo, che cinquant’anni dopo è alla base della scienza del clima e della modellizzazione dei sistemi complessi e non lineari. Si aggiunga poi l’intuizione sul fatto che talvolta i prodotti di scarto di alcuni organismi, come l’ossigeno nel caso dei cianobatteri fotosintetizzatori, generano catastrofiche estinzioni di altri organismi.

Lovelock fu tra i primi a porre l’attenzione sulla crisi dell’ossigeno di due miliardi di anni fa, quando Gaia convertì un intruso assai reattivo e incendiario in un potente alleato. Qui trapela in nuce l’ipotesi che un innesco di feedback positivi possa generare un «disastro cibernetico» nelle dinamiche ecologiche globali, idea oggi nota come «tipping point» che tornerà nei sequel più recenti di questo libro (del 2006 The Revenge of Gaia e del 2009 The Vanishing Face of Gaia), dove Lovelock assumerà toni ben più allarmistici sul climate change e sulla crisi ambientale.

L’uomo dentro Gaia

Va da sé che dobbiamo essere grati al chimico britannico anche per aver sottolineato l’importanza dei modelli interdisciplinari nello studio dei fenomeni terrestri globali, contro le miopie accademiche e specialistiche di allora e di oggi, e ancor più per aver sollevato domande fondamentali sul posto dell’uomo dentro Gaia. Leggendo i suoi testi capiamo che la vita non accade in un vuoto, ma è una bio-sfera di interazioni che si intreccia con altre sfere: la litosfera, l’atmosfera, l’idrosfera, da qualche tempo la tecnosfera.

Il risultato di questo approccio è che in Lovelock troviamo un ambientalismo scientifico sui generis, che si sottrae sia all’antropocentrismo eroico (salviamo il pianeta, come se ne fossimo i sovrintendenti) sia all’ecocentrismo punitivo e ascetico. La vita sulla Terra è un’entità solida, antica, adattabile e resistente, tenuta insieme dai microbi – ci spiega Lovelock nelle pagine che seguono – e noi siamo una sua evenienza tardiva. Quindi i peggiori danni che la nostra scelleratezza può arrecare, dalla guerra nucleare al riscaldamento climatico, in ultima istanza sono inflitti a Homo sapiens oltre che a Gaia.

Considerare il pianeta una risorsa inerte da sfruttare e non un corpo pulsante di cui siamo piccola parte, ci costerà caro. Alterando i cicli chimici fondamentali del pianeta (del carbonio, dell’azoto, dello zolfo e così via) e devastando le zone vitali di Gaia (foreste tropicali, savane, acque costiere, barriere coralline), esponiamo a un grave rischio innanzitutto noi stessi e le generazioni future.

In questo senso, la ricezione dell’ipotesi Gaia si è colorata di un elemento bizzarro: la visione di un pianeta dove tutto è interconnesso divenne un mito per molti ambientalisti, benché in questo libro l’autore spenda parole alquanto severe contro lo sfruttamento «nichilista» dell’ecologismo per fini politici di interdizione contro ogni progresso tecnologico. Comunque sia, se la valutiamo sulla base della sua fecondità euristica, cioè per la capacità di generare buone domande di ricerca e linee di indagine sperimentale innovative, Gaia è stata un successo, una fucina di idee precorritrici.

Gaia 2.0 e Novacene

Basti pensare, per citare un solo esempio, che nel 2018 Timothy Lenton e Bruno Latour su «Science» hanno proposto di introdurre un modello denominato «Gaia 2.0», inteso come un aggiornamento dell’idea di Lovelock al tempo dell’Antropocene, cioè di fronte all’evidenza che Homo sapiens è diventato una forza geologica globale. L’ipotesi è che l’umanità possa ispirarsi ai modi in cui Gaia sfrutta l’energia solare e ricicla gli scarti, si auto-organizza attraverso la rete microbica e controlla dinamicamente il clima, per realizzare un’auto-regolazione questa volta autocosciente del sistema.

In tal modo, attraverso energie rinnovabili, economia circolare, reti di informazioni e di monitoraggio ambientale, adattamento e mitigazione del riscaldamento climatico, gli esseri umani potrebbero aggiungere un livello di auto-consapevolezza globale a Gaia. Ma James Lovelock nel frattempo è già andato oltre, come suo solito, verso una Gaia 3.0. All’età di cento anni, nella sua casa di Abbotsbury affacciata sulla Jurassic Coast del Dorset, nel 2019 ha scritto un libro nel quale sostiene che l’Antropocene è già tramontato e sta per essere sostituito dal Novacene, un’epoca in cui l’umanità evolverà insieme a una super-intelligenza artificiale e farà la pace con Gaia.

Con un autore così fuori dagli schemi e prolifico, è normale che la lettura delle pagine seguenti risenta dei quarant’anni passati dalla loro stesura. La scoperta degli organismi estremofili sulla Terra ha ridato flebili speranze di trovare loro simili su Venere, Marte e altri corpi del sistema solare. Troviamo qui affermazioni ancora incerte sugli effetti della deplezione dello strato di ozono, benché Lovelock fosse stato il primo a pubblicare su «Nature» nel 1971 la scoperta della presenza in atmosfera di gas clorofluorocarburi, ispirando le ricerche che porteranno Sherwood Rowland, Mario Molina e Paul Crutzen al Nobel per la chimica nel 1995.

Era giunto a questo notevole risultato grazie al rilevatore a cattura di elettroni da lui inventato, frutto delle doti di creatività ingegneristica che gli valsero l’ammissione alla Royal Society nel 1974. Troviamo anche tiepide asserzioni sugli effetti del DDT, dei pesticidi, dell’inquinamento industriale e urbano, così come sugli impatti della crescita della popolazione umana. Inoltre, fa già capolino qui un interesse di Lovelock verso i controversi interventi su scala globale di geoingegneria climatica, nel suo caso a base di alghe.

Ambiguità dell’ipotesi Gaia

Più che altro, scorgiamo tra queste righe la principale ambiguità che poi resterà sempre all’ombra dell’ipotesi Gaia. Rappresentare la Terra come una singola entità vivente è un’utile metafora, perché fa capire che come ogni sistema non lineare sarà in grado magari di assorbire a lungo le nostre perturbazioni ma poi imprevedibilmente un’ulteriore perturbazione potrebbe innescare una drammatica transizione di fase, e perché mostra che la biosfera ha capacità adattative nel suo complesso, essendo le componenti abiotiche una sorta di suo «fenotipo esteso».

Su questo versante Lovelock cammina però su un crinale potenzialmente scivoloso. Egli infatti a più riprese inverte la spiegazione evoluzionistica, infilandosi in un ragionamento circolare. Sostiene che la vita non si è soltanto adattata alle condizioni abiotiche del pianeta, modificandole a sua volta, ma le ha regolate attivamente per renderle le migliori possibili per sé. Ne deriverebbe che la funzione e lo «scopo» del metano in atmosfera siano quelli di regolare l’ossigeno, che il protossido di azoto «serva per» controllare l’ozono, l’anidride carbonica per modulare il clima, mentre l’azoto crea la pressione giusta e l’ammoniaca tiene a bada l’acidità dell’ambiente.

Il tutto in un contesto ottimale per la vita, essendo stato regolato in tal modo dalla vita stessa. Più che una co-evoluzione tra mondo organico e inorganico, con reciproche perturbazioni e riadattamenti, Lovelock descrive una sorta di sintonizzazione quasi perfetta, cibernetica, tra la vita e il suo ambiente planetario. Così leggiamo che «l’efficiente biosfera» non spreca nulla, fa sempre quadrare i conti, mantiene ogni elemento nelle sue misure e concentrazioni ottimali, interviene impaziente per ristabilire equilibri, essendo la sua «politica» quella di «volgere sempre le condizioni esistenti a proprio vantaggio». Persino noi invadenti umani, che ci crediamo emancipati da Gaia, in realtà agiamo inconsciamente per la realizzazione delle sue finalità.

Questo linguaggio intenzionale presta il fianco a due problemi. Innanzitutto, vi è una differenza epistemologica tra il chiedersi quale sia la funzione del glucosio e dell’insulina nel sangue e il chiedersi «quale sia la funzione di un gas come il metano». Nel primo caso, stiamo parlando dell’evoluzione per selezione naturale di proteine prodotte da organismi immersi in un ambiente: l’insulina è un ritrovato biologico con una funzione di sopravvivenza. Nel secondo caso, stiamo discutendo invece di una caratteristica fisica peculiare dell’atmosfera del nostro pianeta inizialmente causata e poi regolata dalle attività metaboliche degli organismi.

Ma il fatto che il metano sia un prodotto biologico non implica necessariamente che abbia una «funzione per» la vita: è piuttosto un effetto della vita, che poi retroagisce sulla vita stessa. Sotto questo aspetto, come notò Lynn Margulis, l’analogia tra il pianeta e un singolo organismo non regge: meglio pensare a Gaia come a un grande sistema fisico in cui la vita si è annidata diventando un simbionte che fa tutt’uno con il pianeta. La vita non sempre ha generato di volta in volta gli elementi di cui aveva bisogno, ma questi erano già presenti e la vita si è adattata ad essi, facendo di necessità virtù.

Oppure, come nel caso dell’ossigeno fotosintetico, li ha prodotti come elementi di scarto, obbligando altri organismi ad adattarsi ad esso, in un processo di incessante coevoluzione. Un altro esempio del rovesciamento: se in mare c’è molta silice, le diatomee proliferano; ma proliferano «per ridurre il livello della silice disciolta», seguendo i dettami di Gaia, come scrive Lovelock, o proliferano semplicemente perché c’è più silice a disposizione?

Un secondo problema è che questa impostazione porta a descrivere Gaia in termini finalistici e personalistici. Nel caso di Lovelock, si tratta quasi sempre di una scelta solo metaforica e linguistica: egli a più riprese specifica che tutti i processi descritti sono figli di tentativi ed errori, di variazioni casuali e assortimenti di successo. Anche Charles Darwin soffriva del fatto che spesso era obbligato dal linguaggio di senso comune a descrivere l’operato della selezione naturale come se fosse un agente intenzionale. Tuttavia, gli slittamenti filosofici sono dietro l’angolo.

Leggiamo per esempio che questa entità globale avrebbe «facoltà e poteri superiori di molto a quelli dei suoi singoli costituenti», che Gaia «cerca» e costruisce un ambiente fisico e chimico ottimale per la vita come sua finalità intrinseca, e così via, il che chiaramente è diverso dal dire che si è instaurata una regolazione biologica attiva che mantiene condizioni geofisiche relativamente costanti. Su questo terreno un po’ ambiguo sono cresciute svariate interpretazioni ambientaliste di stampo animistico dell’ipotesi Gaia, che non sarebbe giusto però addossare a Lovelock e la cui arbitrarietà era stata sottolineata sin dall’inizio dalla cofondatrice della teoria, Lynn Margulis.

Va anche detto che sul fronte opposto, molti scienziati (soprattutto statunitensi) ingenerosamente si rifiutarono a lungo di considerare persino l’attendibilità del modello di Lovelock, a causa delle sue letture filosofiche New Age, millenariste o catastrofiste. Già nel 1979 però, come leggiamo in questo libro, l’autore era stato chiaro nel rimarcare che Gaia di per sé non è un’entità cosciente (lo è solo nella misura in cui lo siamo noi, che ne facciamo parte) ed è «intelligente» nel senso assai lato di un’intelligenza cibernetica e adattativa.

Oggi i tempi sono maturi per interpretazioni più serene e ponderate di questo volume seminale. Abbandoniamo i tribalismi e costruiamo una coscienza di specie che ci faccia sentire parte integrante di Gaia – suggerisce Lovelock – piegando agli interessi dell’ambiente i progressi tecnici, per i quali lo scienziato inglese ha se

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GBeltritti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Cuozzo Gianluca.
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