Estratto del documento

Prima lezione: giustizia, diritti e società

1° caso Kimura

Giustizia, diritti e società

Questo corso si chiama “giustizia, diritti e società” perché parla del diritto e del rapporto con la cultura.

Vendetta

Inoltre, parleremo del rapporto tra diritto e vendetta. Partiamo da un caso: il caso Kimura.

Kimura, 1985, California

Siamo nel 1985, in California, dove vive una famiglia giapponese con i suoi due figli piccoli, un maschio e una femmina. La madre, dopo aver scoperto che il marito la tradiva con una donna americana, decise di attuare un suicidio con i figli.

Questa pratica viene chiamata Oyako-shinju, molto radicata nella cultura giapponese più antica. Ad oggi è ritenuta illegale, anche nello stesso Giappone, pur essendo punita con indulgenza, come omicidio involontario.

Dunque, la donna si recò sulla spiaggia di Santa Monica con i suoi due figli e cercò così di affogare se stessa e i figli. Qualcuno la vide e le impedì di portare a termine il suicidio; morirono così solo i figli. Fu incriminata per omicidio.

Che cosa dovrebbe decidere un tribunale se fossimo in Italia, secondo noi? Innanzitutto, non bisogna pensare a cosa sarebbe giusto per noi, bensì è necessario applicare le norme del diritto italiano.

Diverse tesi

1) Kimura è una Medea contemporanea. Ella cerca di vendicare il proprio onore uccidendo se stessa e i figli. Questo ci dice che non è solo una vendetta, bensì una giustificazione di ciò che ha fatto poiché si era sentita ferita nel proprio onore.

Nella cultura giapponese l’onore ha un posto molto importante, vi è infatti una tradizione di suicidio per disonore. Dobbiamo tenere conto della sua cultura, impregnata dal concetto di onore, il quale è considerato più importante del diritto nella loro cultura.

2) Kimura è pazza. La seconda tesi punta sulla pazzia della donna: in quel momento non era capace di intendere e di volere, tesi della difesa; è il gesto di una persona sconvolta in quel momento.

3) Tesi della comunità giapponese in California: Oyako Shinju. I primi due caratteri giapponesi indicano bambino-genitori; il terzo cuore e il quarto dentro. Il significato letterale è “rapporto tra genitori e figli con le anime collegate”, non si parla di morte e omicidio. Per i giapponesi è una cosa diversa dall’omicidio.

4) Più generale, il riferimento culturale. Un esperto locale convocato dal giudice dice che dobbiamo fare riferimento, non a ciò che noi pensiamo sia un suicidio ma al modo in cui il gesto è considerato dai giapponesi: è un parossismo, un rafforzamento del rapporto tra madre e figli.

Quello che si è notato nel processo è che non solo la donna, ma anche i conoscenti della famiglia interrogati dal giudice facevano molta fatica a parlare di Kimura e dei figli come se fossero persone diverse.

La madre e i figli sono la stessa cosa, è questa l’idea. I figli, secondo i giapponesi, sono una proprietà della madre. Questa idea a noi non piace. La narrazione giudiziale ha trasformato questa relazione come se la madre stesse uccidendo sé stessa, poiché i figli sono parte di lei, l’anima era una sola.

Le due strade del giudice

Il giudice fa una cosa non comune, si rende conto che in questo caso lui ha due strade:

  • Prendere in considerazione il diritto della California, il quale punisce l’omicidio dei minori con una pena e il tentato suicidio con un’altra, tenendo fuori la cultura giapponese. L’idea alla base è che se sei nel mio paese rispetti le mie norme.
  • Capire concretamente la cultura altrui. Chiamo dunque un cosiddetto perito, testimone esperto, il quale può essere consultato dal giudice, accusa o difesa.

Il giudice, non sapendo nulla di cultura giapponese, chiamò un esperto. Ciò che emerge è che la mente di Kimura era plasmata dalla cultura giapponese nell’80% del fatto compiuto.

L’atto di consultare un perito è una cosa che dagli anni ’80 è divenuta sempre più comune, soprattutto per primi i Paesi in cui persiste la fusione culturale, melting pot, siamo in paesi multietnici.

Terra nullius e interferenza culturale

Bisogna fare una digressione sulla terra nullius: se quel posto non è di proprietà di nessuno è mia per diritto. È una finzione giuridica che i popoli colonizzatori hanno usato per secoli, ma non erano terre di nessuno, erano abitate dai popoli indigeni, nativi americani, aborigeni…

Quando queste società si sono evolute nel tempo, gli indigeni e i colonizzatori si sono intrecciati e in alcuni casi i primi sono rimasti legati alle loro tradizioni.

In questi contesti con molta frequenza ci sono casi di interferenza culturale. In Italia no, però ad esempio c’erano delle sacche di popolazione che sono rimaste isolate rispetto allo sviluppo dello Stato italiano, poi catapultate in uno Stato che non avevano mai conosciuto.

Come nella comunità Barbaricina della Sardegna: comunità pastorale. Quando alcune persone l’hanno visitata hanno scoperto che vi erano delle regole che sancivano un dovere di vendicarsi delle offese andando contro il diritto italiano. Si verificò così un conflitto culturale.

È stato sostenuto da molti antropologi del diritto, i quali si occupano dello studio degli aspetti generalissimi e fondamentali della cultura umana, che per alcuni il dovere di vendicarsi ha caratterizzato tutte le culture umane in certi momenti della loro storia.

Tutti i popoli lo hanno stabilito per vendicarsi di un’offesa, come nella vendetta albanese, questione ancora oggi aperta. In questo ultimo caso si tratta soprattutto di zone montuose, nelle quali vi sono comunità isolate con pochi contatti con le comunità cittadine.

Qui, infatti, il germe della vendetta qui si sviluppa indisturbato. Un caso tipico albanese è questo, esempio: due giocano a carte, uno si arrabbia e uccide l’altro, l’assassino sconterà 30 anni di galera, tuttavia quando uscirà sarà ucciso dai parenti della vittima.

Siamo di fronte a due paradigmi diversi di giustizia, poiché per la famiglia della vittima la galera non era abbastanza: giustizia = reciprocità, se tu mi hai offeso devo restituirti l’offesa.

Giustizia riparativa

Si parla di giustizia riparativa da noi, il motivo per cui ad un certo punto le persone hanno proposto un’idea di giustizia diversa da quella penale è perché dagli anni ’70 un gruppo di persone ha sostenuto che molte vittime non sono soddisfatte semplicemente nel vedere che la persona viene chiusa in una prigione.

Queste vogliono qualcosa di diverso, non per forza ucciderla, bensì avere un contatto diretto con quella persona. Mentre, il diritto separa l’accusato dalla vittima, questo principio è la funzione del diritto processuale penale.

Questa lontananza, secondo alcuni, ha degli effetti negativi per la vittima sul ripristinare il suo status. Da ciò capiamo che questa storia della vendetta è una storia presente in ogni luogo.

Il caso Kimura e la persona

Ritornando al caso Kimura, l’esperto culturale ribadisce il concetto che nella cultura giapponese la madre e i figli sono concepiti come non soggetti separati. In Giappone una madre sarebbe sorpresa nel caso in cui venisse accusata di infanticidio.

Vi sono, dunque, almeno due persone: una che uccide ed una che viene uccisa. Se la madre e i figli sono considerati come la stessa persona, c’è solo una forma elaborata di suicidio.

Dove finiscono i confini di una persona? Un’unica anima può comprendere altre cose oltre al corpo umano?

Saggio sul dono

Per rispondere a questa domanda faremo riferimento al libro “Saggio sul dono”, il libro più importante dell’antropologia giuridica. Scritto da un francese che all’inizio del ’900 aveva studiato l’economia di un popolo e fa notare come in quella civiltà il modo in cui le cose circolano non è il nostro modo capitalistico, bensì il modello del dono.

Le cose si regalano. Per dono non si intende un regalo di compleanno, bensì le persone si regalano le cose perché si aspettano prima o poi che gli vengano restituite.

Questa struttura sociale del dono esiste per rafforzare i legami sociali. Ogni anno partono delle spedizioni dall’isola per l’isola successiva per completare il cerchio e rafforzare i legami, quando mi restituirai le cose il legame sarà più forte.

Il modo in cui noi definiamo una cosa è puramente negativo a livello accademico, la penna è una cosa perché non è una persona, tuttavia in certe parti del mondo tra le persone e le cose c’è un rapporto così stretto che le anime si fondono, il principio è che donando un bene doniamo una parte di loro stessi.

Nel libro “Il genere del dono” le cose donate assumono il genere dal loro possessore originale, maschio e femmine, i confini della persona non finiscono nel corpo ma si estendono alle loro cose.

Quindi, nel caso Kimura si estende ai suoi figli. Nella cultura occidentale c’è una bipartizione forte tra persona/cosa. Questo prima ancora del discorso dell’onore.

Kimura non stava pensando di uccidere i suoi figli, bensì sé stessa e dunque era naturale uccidere i suoi figli. In Giappone nessuna madre penserebbe mai di affidare i propri figli ad una sostituta, oggi non è più così.

All’epoca anche gli orfanotrofi erano rarissimi. Il Giappone era una società fortemente patriarcale, in cui la donna si occupava di casa e figli, ad oggi si dà più spazio alla donna. Togliere il figlio alla donna era visto come innaturale.

Il discorso dell’onore è una parte importantissima della cultura giapponese, ancora oggi. È una tradizione quella del suicidio rituale fatto trafiggendosi lo stomaco come un gesto onorevole. Non con queste modalità così cruente, ma ad oggi esistono ancora.

Quando una persona in Giappone si trova nel mezzo di una crisi morale, come la donna che scopre di essere tradita, si cade nella società patriarcale nel concetto che la colpa sia della donna che non è riuscita a trattenere il marito.

L’esperto culturale aggiunge che ci si rende conto che l’idea dell’inter-trapendenza è un concetto difficile da capire in un’America individualista. Conta molto di più il gruppo sociale che il singolo individuo.

Periodo evoluzionista e diversità culturale

Nel periodo evoluzionista, molti antropologi hanno ordinato i loro appunti tenendo conto che nella storia del diritto umano noi passiamo attraverso diverse fasi: super primitiva, meno primitiva, civilizzata, più civilizzata e arriviamo poi a noi, che siamo considerati quelli più civilizzati.

Nella fase primitiva questi popoli sono così barbari che non hanno una concezione dell’individuo come singola persona, bensì come gruppo, per vendetta, ricompensa… In certi frangenti il gruppo è più importante dell’individuo, se non vogliamo escludere del tutto l’individualità.

In Giappone c’è una forte connotazione di gruppo.

Aldilà del caso concreto Kimura, nella nostra cultura giuridica noi abbiamo affrontato la diversità culturale e come?

Il primo problema che ci troviamo di fronte è nel luogo giudiziale: quando in Italia una persona, nell’Occidente, nei paesi che hanno assorbito la cultura europea, commette un reato siamo disposti a pensare che possa aver agito non solo su una base di un impulso ma una mentalità che ha acquisito con la propria cultura?

Gesti che gli psichiatri chiamerebbero inconsci, mentre per loro sono normali essendo cresciuti con quella mentalità. È stata una categorizzazione inconscia, ha pensato mi butto in mare con i miei figli etichettando il gesto come un gesto onorevole d’amore per i figli. Non ha messo l’etichetta infanticidio. Infatti, i

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SaraPapapietro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Rossi Vanessa.
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