Fedone
L’argomento è la morte di Socrate ma il dialogo tocca tanti grandi temi della filosofia in generale. Si calcola sia stato scritto da Platone intorno al 387. Platone fa dire a Socrate che lui era assente perché malato: Platone ricorre a questo stratagemma perché in questo modo può prendere le distanze da quella che sarebbe altrimenti considerata una versione oggettiva di quello che è accaduto.
Fedone: è difficile stabilire qual è il tema del non si può dire che sia l’anima perché tratta solo in parte la sua immortalità. Filo conduttore del dialogo è certamente la morte e soprattutto la morte del filosofo, quindi il nesso che c’è tra la morte e la filosofia.
Platone e pitagorismo
Sono due le cose che Platone eredita dal pitagorismo:
- La filosofia dei numeri, l’importanza del numero. Soprattutto nell’ultimo Platone abbiamo una filosofia dell’Uno, della Diade.
- La concezione dell’anima e la metempsicosi (eredità dell’orfismo).
Personaggi del dialogo
Questo dialogo è diverso dagli altri dove parlava solo Socrate o altri pochissimi. In questo caso invece abbiamo molti più personaggi. I due che abbiamo già incontrato sono Fedone ed Echecrate. Echecrate è un pitagorico e infatti il loro dialogo si svolge a Fliunte, cittadina dove c’era un centro pitagorico: questi riferimenti non sono casuali. Il Fedone è molto simbolico e ogni riferimento deve essere interpretato.
A distanza di qualche anno dalla morte di Socrate, in questa cittadina, questi due personaggi ne riparlano citando una scena che si svolge in carcere (quindi sono le sue ultime ore) dove ci sono altri personaggi. Ci si potrebbe chiedere perché a Fliunte c’è un centro pitagorico se i pitagorici si trovavano nelle colonie greche: sappiamo che in realtà proprio in quell’epoca, dopo il 399, ci fu una sorta di diaspora di pitagorici per cui loro per motivi diversi emigrarono in Grecia. I motivi sono sicuramente da una parte le tensioni politiche e dall’altra parte il successo che le loro dottrine ebbero in Grecia.
Fedone è un personaggio ambiguo ma certamente un allievo di Socrate (era giunto ad Atene schiavo ma viene liberato dallo stesso Socrate).
Gli altri personaggi invece sono la moglie di Socrate Santippe con i figli, Simmia e Cebète a loro volta due pitagorici che rappresentano un fronte molto singolare, una sorta di illuminismo greco. C’è anche Critone e insieme ai tanti discepoli di Socrate compare e non compare Platone (c’è questo stratagemma di Platone di non comparire perché malato). Simmia e Cebete sono per certi versi i protagonisti del dialogo. (tutti i personaggi presenti al momento 59b-c della morte di Socrate, discepoli e amici, sono riportati da Fedone a).
Analisi
58c: Echecrate vuole sapere come sono andate le ultime ore del carcere di Socrate. Fedone gli fa capire che Socrate non muore da solo ma circondato dalle persone che gli sono care. Fedone dice a Echecrate di essere stato colto da sentimenti contrastanti in presenza di Socrate perché da una parte non provava davvero pietà perché lui era sereno, dall’altra era addolorato (“mescolanza di piacere e dolore”). Il misto di piacere e dolore di riso e pianto, è uno dei fili conduttori di tutto il dialogo. Da questa analisi sappiamo qualcosa su come è morto Socrate e in generale sul fatto che il filosofo muore in serenità e nobiltà.
59e: simbolicità Socrate è in carcere e nell’orfismo il carcere è il corpo, quindi i giudici che si preparano a liberare Socrate lo stanno sciogliendo dalle catene del carcere. C’è quindi un chiaro riferimento alla dottrina orfica. La morte quindi non è la fine ma una liberazione.
60b-c: Socrate discute riguardo il piacere e il dolore, due grandi temi della filosofia greca soprattutto per Platone e Aristotele. Qui Platone fa dire a Socrate che questi due opposti sembrano in realtà rincorrersi. Il dolore di Socrate per le catene sembra subito seguito dal piacere.
60d al 61c: Socrate parla di poesie che ha composto seguendo un sogno che gli ordinava di occuparsi di arte.
61d: inizia il tema dell’atteggiamento del filosofo di fronte alla morte. È sicuramente un atteggiamento di non sottrarsi alla morte e di serenità che infondo colpisce chi lo osserva. Il primo problema: perché allora Socrate attende la condanna e non si suicida?
Tema del suicidio
Tema del suicidio: il suicidio non è lecito né giusto per Socrate per due motivi. Il primo, nomoi, etico-politico, dal momento che in quel modo non rispetterebbe i si sottrarrebbe alla condanna; il secondo religioso, poiché quell’atteggiamento che Socrate ha nei confronti degli dèi è lo stesso che ha nei confronti della vita che è sacra (non è l’uomo che dispone della vita ma gli dèi): è quindi una sorta di rispetto nei confronti di un limite che l’uomo non può gestire.
62a: Socrate afferma che per alcuni uomini in determinate circostanze sia meglio morire che vivere, ma specifica che ciò non vuol dire che sia lecito il suicidio perché anche in quel caso “è bene attendere un benefattore diverso da sé” in quanto è un atto empio fare del bene a sé stessi. La posizione di Socrate è chiara: secondo i misteri orfici gli uomini sono come in una sorta di custodia, di carcere ed è importante ricordare che si è proprietà degli dèi e quindi sta a loro togliere la vita, decidere il limite dell’uomo. “io non sono proprietario di me stesso” questo è l’atteggiamento di Socrate, religioso quindi, perché si rimette ad una istanza superiore e non pretende di gestire la propria vita. La posizione di Socrate non è una posizione (peròs) tragica, ma di grande serenità, di accettazione del limite per eccellenza.
62d: qual è il ruolo di Cebete? Il suo ruolo è un po’ quello di rappresentare il senso comune, di fronte a Socrate che invece sappiamo essere atopos, straordinario, fuori luogo. Socrate riesce ad essere sereno proprio perché non segue le categorie di Cebete, ma riconosce la finitezza della vita umana. Per Socrate non è una questione di piacere o dispiacere come invece per Cebete, ma una questione di accettazione.
Analisi rapporto tra filosofia e morte
Argomento che Platone tratta da pag. 31 a 41 più o meno.
64a: Socrate afferma che chi si occupa di filosofia si occupa di imparare a morire e della condizione successiva alla morte. Questo modo di vedere la filosofia, tipicamente platonico, avrà poi una grande tradizione (sarà ripreso da Cicerone, Pascal, Heidegger…). Da notare la reazione di Simmia che scoppia a ridere. Simmia proveniva dalla Beozia ed era risaputo che i beoti fossero poco raffinati, rozzi (ride chi è grossolano). Simmia sottolinea che infondo Socrate in questo modo sta confermando un pregiudizio, quello per cui i filosofi sono dei moribondi. Che cos’è la morte?
Socrate pone la domanda “ ” e afferma che non è null’altro se non la separazione dell’anima dal corpo. La definizione qui proposta influenza tutto il dialogo: è vero che la sua accettazione non implica ammettere che l’anima sia immortale, ma sicuramente implica che l’anima esista come un ente diverso dal corpo.
A questo punto inizia ad essere presente il modo in cui Platone intende la filosofia.
64d: il filosofo non si occupa dei piaceri (cibi e bevande, sesso, ricchezza non necessaria…). La filosofia anzi è il distacco da tutto il corpo e da tutto ciò che riguarda il corpo per volgersi all’anima.
65a: Socrate afferma che la vita del filosofo è rivolta molto più all’anima che al corpo, dal quale invece si astrae, e che quindi il filosofo più di ogni altro uomo cerca di liberarla dai legami col corpo. Dice poi che però la gente (riferimento continuo al senso comune) pensa che per un uomo che vive lontano da ogni piacere non valga la pena di vivere ma anzi tenda in questo modo ad avvicinarsi alla morte. Effettivamente qui torna l’interpretazione della filosofia come preparazione alla morte. Qui dopo aver tentato di definire in qualche modo la morte, il Socrate platonico introduce la dottrina delle Idee, senza esplicitarlo. Critica infatti i sensi dicendo che non ci si può affidare ai sensi (neanche al più importante, la vista) perché non sono “né precisi né chiari”.
65c l’aletheia?: come l’anima coglie Quando l’anima cerca di indagare qualcosa con il corpo ne viene ingannata e non può giungere alla verità: siamo nella dottrina della conoscenza di Platone. L’anima del filosofo disprezza il corpo perché la disturba, è un ostacolo verso la verità.
Platone è considerato il filosofo delle Idee (il concetto stesso di Idea viene introdotto da lui); è vero anche che lui nei dialoghi non parla mai apertamente della dottrina delle Idee. (Idea in greco si dice in due modi ed entrambi vengono usati indistintamente da Platone: idea e èìdos). Èìdos cosa si intende per idea? Innanzitutto il termine ha a che fare con il termine orao, vedere, e sappiamo che la vista tra tutti i sensi è quella privilegiata per i greci. In realtà per Platone l’idea ha a che fare con il vedere dell’anima, non degli occhi.
Tuttavia questa dottrina è presente implicitamente in quasi tutti i dialoghi. “Diciamo che esista qualcosa di giusto in sé?”, cioè una Idea di giustizia. E questo esiste nella realtà? Evidentemente no. In cosa consiste la dottrina delle Idee? Consiste nel fatto che di ciascuna cosa che è, quello che noi incontriamo nella realtà sono “copie o imitazioni delle Idee”; le Idee sono a loro volta l’essenza della cosa reale. Le realizzazioni dell’Idea non possono mai coincidere con questa.
Quindi ovviamente ci sono due livelli della conoscenza: una per le cose sensibili, per le copie, che si ottiene attraverso i sensi; un’altra, la conoscenza filosofica, il Theorein, che coincide con la contemplazione dell’Idea. Per questo tutto ciò che riguarda il piano sensibile disturba il filosofo: la contemplazione della filosofia è un ritrarsi in sé. Questo quindi non riguarda solo il piano gnoseologico ma anche quello esistenziale: l’intera vita del filosofo è una vita votata al Theorein, alla contemplazione, ed è in questo che sta la preparazione alla morte (se la morte è la separazione dell’anima dal corpo) in quanto l’esercizio che compie quotidianamente è questo continuo distacco dal corpo. Solo questa è la via per la fronesis, la sapienza, o meglio la saggezza di vivere. Si nota quanto la filosofia sia connessa con la vita, la coinvolge.
Mentre nell’Apologia Platone lasciava totale spazio a Socrate, qui nel Fedone troviamo molto più evidente la presenza di Platone che all’inizio ricordiamo che scrive di non essere stato lì presente in quelle ultime ore del maestro perché malato e sappiamo che questo dà a Platone una maggiore libertà nel descrivere gli eventi e di elaborare filosoficamente in modo più libero il dialogo stesso. Lo si può vedere appunto da questo, dalla presenza della dottrina delle Idee platonica che in Socrate era totalmente assente, essendo lui molto più propenso per il dialogo dal quale emerge la verità, addirittura ritenuto invece pericoloso da Platone.
Queste pagine sono considerate il nucleo della metafisica perché qui abbiamo una fortissima dicotomia tra corpo e anima, tra sensibile e non sensibile, e infondo quello che ci sta dicendo Platone (anche senza utilizzare la parola metafisica, che verrà usata per la prima volta da Andronico di Rodi nel mettere a posto tutte le opere di Aristotele successive alla fisica, quindi Tà Metaphysikà) quelle che riguardano gli enti, l’ontologia, e che Andronico chiamerà che esiste una realtà separata e altra da quella sensibile e che quindi la filosofia, potremmo dire oggi, è metafisica, è un continuo andare oltre il sensibile, un non accontentarsi che appunto prepara alla morte.
Anche in ambito gnoseologico, la conoscenza non è un’induzione, cioè non si passa dalla foglia sensibile all’idea di foglia perché questo passaggio distoglie il filosofo dall’Eidos. E allora come è possibile che l’uomo possegga le idee se non può farlo tramite l’esperienza sensibile? Platone servendosi del mito della biga alata dice che le anime dei mortali sono trainate dalle bighe come quelle degli dei e arrivano fino all’Iperuranio che è il limite del cielo. Tuttavia mentre quelle degli dei possono girare tranquillamente nell’Iperuranio, quelle degli uomini no: un cavallo, quello nero, spinge verso la terra e fa cadere le anime (anche qui orfismo: la vita come caduta). Prima di precipitare, vedono aldilà di questo confine intravedendo le Idee e la pianura della verità: solo il filosofo si sforzerà di ricordarle (reminiscenza).
Cosa rimane di Socrate nel Fedone? Ad esempio l’immortalità dell’anima è attribuibile a Socrate o solo a Platone. È impossibile rispondere con certezza e infatti questo è uno dei nodi cruciali della filosofia. Possiamo riportare una considerazione di Derrida, il quale afferma che nel Fedone è presente sdoppiatamente un vero e proprio della filosofia (Socrate e Platone insieme).
Àskesis Ma allora la filosofia è un esercizio o è una dote innata? È un esercizio, (da questa parola greca che significa esercizio, deriva la nostra parola ascesi: ed è vero perché per Platone è un esercizio ascetico), non è una dote interiore (neanche nel caso di Socrate: lui era chiamato dal suo demone, nel senso socratico la filosofia era una vocazione).
(logos Per la filosofia greca si può dire che l’ontologia sugli enti) sia la filosofia prima: la ousia to conoscenza degli enti è il primus. Arrivare agli enti significa arrivare all’essenza, a
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