Etica moderna
Prof. Roberto Celada Ballanti
Modernità e teodicea
La modernità è dominata dal problema del male e dalla domanda: "Cosa resta dalle ceneri della tradizione teologica-metafisica?" Il problema del male è difficile da giustificare di fronte all'esistenza di Dio, come tenere insieme le due cose? Se Dio è sommamente buono e sommamente potente, da dove viene il male?
Voltaire è ossessionato dal problema del male; per lui è impossibile fare a meno di Dio, che esiste e regola il mondo, senza di lui il mondo cade nel caos. Candido (1757) è una tragedia, in cui il mondo è capovolto e tutto è senza senso, i conti non tornano più. Tutti i personaggi di Voltaire sono figure giobbiche, ovvero giovani buoni a cui accadono una serie di sventure. Vi è uno scarto tra virtù e felicità, perché la virtù non serve alla felicità e questo problema, che Kant chiamava "scandalo degli scandali della vita morale", lo ossessiona.
La seconda metà del Settecento è l'età della crisi radicale della teodicea. Kant scrive il Fallimento di tutti i saggi filosofici di teodicea (1791) ed è collegato a Voltaire proprio dal fallimento della teodicea. Per Voltaire, l'unica religione è quella naturale, della pura ragione. Il suo è un dio orologiaio, che regola l'ordine cosmico, ma la questione è continuamente messa in discussione dal problema del male, per questo il suo è un deismo inquieto. Vi è un abisso tra il deismo giovanile degli anni '30 e l'ultimo deismo. Voltaire è un pensatore religioso fuori dalle chiese.
Nella modernità, il religioso migra dalle chiese e diventa problematico, in quanto si istituisce sulla domanda di senso e non sulla risposta fideistica. Viene esasperata la dimensione della domanda e non ci si basa più sulla risposta della tradizione.
Giobbe e la teodicea
Giobbe è una figura dell'Antico Testamento e rappresenta la cifra della teodicea, perché è il giusto che soffre. Come si narra nel libro sacro, Satana pone una sfida a Dio indicando Giobbe, l'uomo più giusto di tutti, e invitandolo a provare a togliergli tutto per vedere come si sarebbe rivoltato contro di lui. Dio accetta e Giobbe perde tutto.
Egli non riconosce più Dio e la sua giustizia, si scardinano tutti i quadri etico-religiosi che lo avevano guidato, salta la giustizia retributiva, secondo la quale tanto è il merito quanto l'acquisizione. Giobbe cade nell'angoscia, si arrabbia e grida, ma il suo dolore non viene dalla richiesta di essere reintegrato dei suoi beni. Alla fine, Dio gli parla, perché Giobbe non perde mai il dialogo con lui, continua a dire "tu", il suo dolore nasce dal fatto di non riconoscere più il volto di Dio e di non sapere più qual è la sua giustizia.
Il paradigma retributivo era stato ereditato dalla tradizione, ma Giobbe non perde la fede, continua a dire "dove sei?", "fammi vedere il tuo volto". I tre amici di Giobbe cercano di difendere l'esistenza di Dio ragionando in termini di giustizia retributiva, ma egli si difende dicendo che non funziona così. Non si tratta di un discorso su Dio, ma di un uomo che gli parla direttamente accusandolo di ingiustizia, si parla di teologia vissuta, in cui il mondo si oscura per mancanza di senso.
La tragedia secondo Voltaire e Leibniz
La tragedia ha a che fare con un mondo in cui il rapporto di causa-effetto è scardinato, così come i principi a priori di Leibniz. Candido viene scritto contro Leibniz, nel cui mondo tutto torna e non c'è nulla che non abbia una regione. Leibniz conia la parola "teodicea" (giustizia di Dio) nei Saggi di teodicea (1710), nel quale presenta una concatenazione di ragioni non scalfibili, in nome di un razionalismo filosofico e teologico.
In questo modello tutto si tiene, perché vi è un'armonia prestabilita nel mondo. Tutto ciò viene capovolto da Voltaire, che porta un'anti-teodicea, anche se Dio continua a esserci, perché per lui non occorre diventare atei per occuparsi di teodicea. Kierkegaard e Dostoevskij sono i cristiani dell’Ottocento per i quali, per restare cristiani, bisogna buttare lo sguardo nel nichilismo.
Leibniz spiegava tutto in termini razionali e Voltaire si allontana da lui tramite l'episodio della porta chiusa in faccia a Candido e Pangloss da parte del derviscio che, dicendo "di che v'impicciate?", rappresenta la porta chiusa della teodicea, perché il rappresentante terreno di Dio non ha più niente da dire. In realtà, anche la fiducia di Leibniz è sospesa sull'abisso del nichilismo, sotto il razionalismo c'è la sensazione dell'abisso, più le cose si sfaldano e più si moltiplicano i principi per tenere insieme il mondo che sta andando in frantumi.
I principi del razionalismo sono fissati a priori, per cementare un mondo prossimo al crollo. Leibniz sente forte il problema del senso e del non senso, per questo vuole dimostrare a priori che tutto ha una ragione. Egli vede lo sfascio dopo la guerra dei 30 anni e cerca, tramite la filosofia, di tenere assieme un universo prossimo al crollo.
Un problema è dato dal paradosso della divisibilità della materia e del tempo, perché dove sta il fondamento se tutto è divisibile e si sfalda? La crisi dell'uomo moderno è la crisi del fondamento, si moltiplicano i discorsi a partire da un'origine assente.
Malum mundi e teodicea
Il malum mundi ha a che fare con l'etica e la religione. La domanda etica non conclude di fronte all'inevitabilità del male, la questione del perché è posta direttamente di fronte a Dio. Per Kant, la ragione umana non è in grado di risolvere la questione della teodicea, quella speculativa è destinata a fallire, ne sancisce il fallimento de iure.
Tutte le grandi metafisiche sono destinate a fallire, perché tali questioni non sono risolvibili teoreticamente, non sappiamo nulla su anima, mondo e Dio. Il vecchio Voltaire dà una forma nuova alla teodicea, cioè pratica, etica. Se le grandi costruzioni metafisiche non funzionano, bisogna passare da una teodicea speculativa (Leibniz) a una teodicea pratica, vissuta, che non viva sul piano delle idee e sulla contemplazione.
Per Leibniz c'è una zona della mente dove ci sono le verità prime sulla cui base possiamo sapere per certo, a priori, che c'è un dio sommamente buono. L'a priori vince sull'a posteriori, il male va ricondotto a una più ampia armonia dell'universo. Vi è un richiamo all'uomo a non guardare al particolare, ma all'orizzonte globale, al quale si può credere in base ai principi a priori.
La sua teodicea è inscalfibile, perché è fondata a priori, sono questi principi che rendono conto dell'evidenza dei fatti e non l'esperienza. Non bisogna partire dalla particolarità dell'esperienza, ma dall'universalità della ragione. Occorre una presa d'atto e una contemplazione di ciò che c'è già, perché è stato fatto da Dio, il quale ha creato il migliore dei mondi possibili.
Leibniz invita a elevarsi all'universale, perché in qualche modo tutto torna. Egli è ossessionato dai paradossi di Zenone, cioè dalla frantumabilità della realtà in parti sempre più piccole. La monade è il fondamento, il principio primo e ultimo della realtà. Sotto la materia divisibile c'è l'unità prima, cioè un principio dinamico, che si trasforma continuamente.
Nella modernità tutto è in lotta, in crisi con sé stesso e con i suoi fondamenti. Kant riprende la destinazione etico-pratica che Voltaire dà alla teodicea. Non si tratta di abbandonarla, ma le soluzioni sono strutturalmente inadeguate, si tratta di questioni tropo alte per la ragione, perché questa non è dotata di intuizione intellettuale ed è destinata a porre questioni che non è in grado di risolvere.
Essa ci spinge alla questione dell'ultimo, ma nel far ciò è destinata a naufragare. Dio non è un oggetto e se ne faccio un oggetto cado nelle illusioni trascendentali costruendo un idolo, quando si cerca di oggettivarlo sfugge. Allo stesso modo, non hai davanti il mondo, ma solo il mio mondo (weltanshauung). Per Kant, la teodicea è una questione ineludibile e priva di qualsiasi soluzione razionale.
La cifra comune di Voltaire e Kant è Giobbe, che è cifra dell'autentica teodicea, quella vissuta sul piano della domanda e dell'invocazione. Essa scatta quando l'uomo giunge al naufragio di tutte le possibili soluzioni, per cui si schiude alla trascendenza. Kant giunge al naufragio di tutte le cifre e al di là di ogni cifra, il divino rimane nell'ineluttabilità. I noumeni si possono pensare, ma non sapere, vi è uno scarto tra il pensare e il sapere, perché se lo oggettivo non è più Dio, ma un idolo della ragione, per questo si sfocia nella teologia negativa.
Per Voltaire, Dio non si cura del benessere umano, ma dev'esserci, altrimenti il mondo precipiterebbe nell'assurdo, non ne sappiamo nulla ma c'è. Anche se la parola "teodicea" nasce nel Settecento, la cosa stessa sta alle origini ed è fissata da Platone nel secondo libro della Repubblica. Ogni tentativo di metafisica è sempre fallito, perché c'è una quota d'inscrivibilità, c'è sempre uno scarto tra il problema e il discorso che posso costruirci sopra.
La res è sempre è sempre veicolata da un verbum, ma va oltre esso. Kant salva e invera la res tramite la torsione etica della teodicea, che ne è un'autenticazione, in quanto la spoglia del suo involucro metafisico. Essa non viene annientata, ma l'involucro teologico ne riserrava le potenzialità. Vi è una torsione etica della teodicea tra Voltaire e Kant, quella di Leibniz va in frantumi e ne nasce una nuova. Si tratta di un lavoro di pensiero che non annulla il concetto, ma ne cambia la forma e lo invera.
Si tratta di una dischiusura o decostruzione della teodicea, che consiste nell'aprire la nozione dall'interno e liberarne potenzialità e intenzionalità tramite un lavoro ermeneutico. Tale res era stata veicolata da Platone a Leibniz in forma teologico-metafisica. Questa forma muore, ma la cosa del pensiero resta sotto nuove forme.
Definizioni di teodicea
- Kant: Difesa della somma saggezza del creatore del mondo dalle accuse mossale dalla ragione per quel che di contrario al fine si riscontra nel mondo. La teodicea consiste nel perorare la causa di Dio, il concetto è espresso in forma di tribunale, dove l'accusato è Dio, l'accusatore è la ragione e il capo d'accusa è il male.
- Epicuro (Tetralemma): Ci sono quattro possibilità:
- Dio vuole togliere i mali ma non può: sarebbe impotente.
- Dio può togliere i mali ma non vuole: sarebbe invidioso.
- Dio non vuole togliere i mali e non può: sarebbe invidioso e impotente insieme.
- Dio vuole togliere i mali e può: allora da dove vengono i mali? Perché non li toglie?
Viene lasciato aperto il problema, la teodicea viene posta in forma di domanda.
Platone e la teologia
Il primo a elaborare il problema filosoficamente, nel senso di un'ingiustizia che viene dagli dei, è Platone nella Repubblica per cercare di rispondere alla ferita lasciata aperta dai tragici (perché gli dei sono ingiusti?). Il problema è incluso nella tragedia classica, i cui eroi sono l'incarnazione del male, come nel caso di Edipo, che è sommamente colpevole e sommamente innocente, è colui che ha visto più lontano di tutti e che no vede il suo destino.
Platone conia la parola "teologia" per creare una nuova forma di divino da sostituire a quella precedente. Per lui, Dio è causa dei soli beni e non dei mali, se ci sono dei mali non derivano da lui. Il suo è un tentativo di esonerare il divino dal male, perché Dio è innocente, tramite i miti se ne aveva un'immagine deformata.
Il male secondo Plotino e Agostino
Per Plotino, il male è materia, cioè spirito che, allontanandosi dall'Uno, assume concretezza. Il male è lontananza dal bene, cioè privazione di bene.
Per Agostino, il male in sé non esiste, non ha natura positiva, è privazione di bene come per i neoplatonici, cioè distanza da Dio. Esso consiste nel peccato di chi si allontana da Dio a causa del libero arbitrio. Il male entra nel mondo tramite la libertà, è attribuito alla colpa umana e Dio viene esonerato. Metafisicamente il male non esiste, è non essere. Agostino cristianizza l'idea dei neoplatonici.
Teodicea della storia
Esiste una teodicea della storia, perché l'esonero di Dio dal problema del male coinvolge la storia, in quanto è in essa che avviene il male. Giustificare Dio implica una teodicea della storia, ma anche una cosmodicea e una logodicea, cioè una giustificazione del mondo e della ragione.
Leibniz e la storia universale
Nei Saggi di teodicea si parla della storia universale del genere umano come romanzo di Dio. La storia universale nasce con Leibniz, prima si parlava solo di quelle locali e regionali. Giustificando Dio, occorre giustificare anche la storia universale. La trama del romanzo di Dio è la storia universale, cioè qualcosa di previsto e di predeterminato da lui.
Leibniz distingue tra:
- Individualità: Monade unica e irripetibile, principio dell'identità degli indiscernibili. Non ci sono cose identiche.
- Universalità: Problema della storia universale.
Bisogna dimostrare che la storia ha senso, che corrisponde alla trama che Dio ha previsto e che questa è la migliore delle trame possibili. Dio è come un bibliotecario e la sua mente è una grande biblioteca, che contiene tutte le trame possibili, ma lui ha portato all'esistenza solo quella migliore. Dio sa già la conclusione, mentre gli uomini, che vedono le cose solo a posteriori, possono vedere il romanzo solo man mano che si svolge. Dio vede a priori, mentre l'uomo vede a priori solo i principi primi, cioè le verità universali eterne, che sono scolpite nella parte dell'umano che partecipa dell'intelletto divino.
Un'aporia è rappresentata dal rapporto tra predestinazione e libero arbitrio, ma per Leibniz non c'è libero arbitrio in questo mondo, ci sono altri mondi non realizzati in cui le cose vanno diversamente. Nel Settecento, il problema non è la libertà dell'uomo, ma la giustizia di Dio, si sente la necessità di giustificare Dio di fronte all'esistenza del male. Non è in questione l'esistenza di Dio, ma la sua bontà.
Cartesio e Leibniz si scagliano contro la ripresa dell'atomismo, perché non tutto è caso e questo è il migliore dei mondi possibili. Questa convinzione nasce dalla paura di vivere in un mondo senza senso, che si frantuma. La percezione di un mondo in frantumi deriva dal fatto che si usciva dalla guerra dei 30 anni, durante la quale si esperisce la precarietà assoluta. Da ciò nasce la domanda: "Il mondo può essere giustificato? È degno di esistere?"
Non va in crisi l'esistenza di Dio, ma il suo rivela.
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