Estetica e percezione del bello
“La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest’imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico.” Questa frase è di Borges (“Altre Inquisizioni” del 1950), uno dei maggiori scrittori della seconda metà del ‘900. Nato nel 1899 a Buenos Aires e morto nel 1986 a Ginevra.
Con questa frase si ha il modo di vedere la gamma vastissima di esperienze umane di cui si occupa il fatto estetico. Quest’ultimo non si occupa solo di soggettività, ma anche di una dimensione verificabile ed esteriore. L’autore sostiene che l’estetica non appartiene solo alla sfera interna, soggettiva e personale; infatti come primo elemento del fatto estetico elenca la musica, cioè un qualcosa che si ispira alla sfera emozionale e alla condivisione percettiva.
Si tratta di un elemento fondamentale per l’uomo, non è solo una dimensione materiale legata alla riproducibilità, e anche uno stato di felicità (oppure anche tristezza o dolore), cioè uno degli stati umani che sono maggiormente comunicati. Come terzo elemento elenca la mitologia: il mito è la prima forma grazie alla quale gli uomini hanno dato un senso al mondo. Vico, un filosofo, è visto da Benedetto Croce come il vero fondatore dell’estetica, in quanto la vede come un qualcosa che non può prescindere dal rapporto tra uomo e la sua volontà di spiegare il mondo. La mitologia è, infatti, la prima forma della sapienza umana.
Successivamente abbiamo i volti scolpiti dal tempo, cioè la dimensione dell’uomo che più è espressiva, che più rappresenta i rapporti tra essi: il volto. Per il fatto estetico sono importanti quei volti espressivi, segnati dall’esperienza e dal tempo, colmi di anni ed esperienze (non solo coperti di mere tracce esteriori).
Natura ed eventi estetici
Un altro aspetto di cui tiene conto Borges è la natura ed i luoghi, come il crepuscolo, uno degli eventi più fotografati al mondo in quanto abbiamo la percezione della natura legata anche al tempo, la quale porta con sé colori bellissimi. Molti luoghi sembrano volerci dire qualcosa, o qualcosa dissero che non dovevamo perdere, magari uno stato di felicità, oppure ancora stanno per dire qualcosa ma noi per disattenzione forse non abbiamo colto. Questo è forse il fatto estetico, quest’imminenza di una rivelazione che non si produce, questo senso della promessa, dello star per dire qualcosa; il tempo estetico è gravido di attesa, qualcosa che sta di fronte a noi con uno stato di promessa, forse di felicità.
Domande sull'estetica
Noi dobbiamo scoprire il perché tutti questi elementi creano dentro di noi il desiderio di attesa, di scoprire cosa c’è dietro e magari ripetere l’esperienza. Dobbiamo, in altre parole, farci delle domande:
- Esistono veramente “fatti” estetici? A quali condizioni?
- Che cosa significa “estetica” in quanto disciplina filosofica?
- Che significato ha l’estetico (tutto ciò che appartiene al campo concettuale dell’estetica) per la nostra vita?
- Che cosa intendiamo con questo termine quando lo usiamo a proposito di esperienze, giudizi, fatti?
- In che misura l’esperienza estetica riguarda la nostra specifica identità?
Se diciamo che quelli estetici sono dei fatti, prendiamo già una posizione, in quanto affermiamo sia la soggettività che l’oggettività di questi ultimi. La parola “estetica” la usiamo molto spesso nella quotidianità, ad esempio “è per pura estetica” oppure “è un giudizio estetico”, ciò che dobbiamo capire è perché usiamo questo termine con questa accezione nella nostra vita.
Origine e significato del termine "estetica"
Il termine “estetica” deriva dal greco “aisthesis”, che significa “percezione/sensazione”, cioè indica il modo in cui l’uomo riceve informazioni dall’ambiente (i colori, i rumori, i suoni… queste sono percezioni). Questo sostantivo è connesso con un verbo greco “aisthanomai”, che significa sì “percezione” e “sensazione”, ma anche “capire” e “comprendere”. In queste definizioni risuona il termine dell’ispirare, cioè una caratteristica che contraddistingue il vivente, così come il termine “psyché”, cioè “anima”, significa anche “soffio vitale”.
Onians in “Le origini del pensiero europeo”, indaga il significato e le accezioni dei termini classici europei. Secondo l’autore, il termine “aisthanomai” (forma ampliata di “aisthomai”, cioè “percepire”), da cui a sua volta deriva “aisthesis”, sarebbe la forma media dell’omerico “aisto”, che significa “ansimare/ispirare”. Secondo l’autore i termini che indicano il “respiro” dei viventi in lingua greca, condividono la stessa radice di quelli omerici: indicano entrambi il tempo che si rigenera (non quello cronologico, cioè il trascorrere del tempo o il semplice scorrere da un inizio ad una fine), e, anche, la forza vitale che percorre nei corpi (nel “midollo spinale”).
Estetica e percezione della bellezza
Se estetica implica la percezione, la implica in relazione a qualcosa che mostra di avere certe proprietà specifiche (degli oggetti o delle persone) nel suo apparire sensibile: proprietà riassumibili tradizionalmente nel termine di “bellezza”. Dobbiamo renderci conto delle diverse visioni relativi all’esperienza del bello come dimensione fondamentale di ogni esperienza estetica: ad esempio io vedo un volto bello perché gli accosto proprietà di bellezza. Dobbiamo capire quali aspetti sono oggetto della percezione estetica.
Quando parliamo di estetica non parliamo di una percezione a caso, cioè senza conoscere le proprietà o gli aspetti di tale percezione (relativamente agli oggetti, situazioni o persone): quando facciamo un giudizio, ad esempio, noi giudichiamo le proprietà aspettuali di un dato elemento o di una data situazione o di una data persona. Non tutte le percezioni sono oggetto delle osservazioni estetiche, ma solo determinate qualità (proprietà) che ci suscitano e mettono in moto una serie di processi che creano un giudizio. Una delle proprietà estetiche per eccellenza è appunto la “bellezza”.
Platone e la bellezza
Le filosofie in questo ambito, cioè nel vedere ed essere colpiti dalla bellezza in qualcosa o qualcuno, si dividono: non c’è accordo sul senso da attribuire alla percezione della bellezza. Mettiamo a confronto due queste posizioni speculari rispetto all’estetica come percezione del bello.
- Platone nel “Simposio” (dal Discorso di Diotima)
Partiamo a dire che ogni altra misura del “bello” si misura con lui. La concezione della “bellezza” di Platone è un punto di riferimento per tutta la filosofia. L’autore conferisce un ruolo centrale alla “bellezza” nella sua filosofia, e nella sua teoria delle idee, in tese come il vero essere, ciò che contiene la misura delle cose, il fulcro e la base di tutto. La bellezza è l’unica idea che i nostri sensi possono percepire (ad esempio la giustizia, può essere colta solo dagli occhi dell’intelletto) ed essa può innescare in noi il risalire dai fenomeni alle idee. Platone parla della bellezza sia nel “Fedro” sia nel “Simposio”. Quest’ultimo si tratta di un dialogo tra Socrate ed un suo allievo, dove si prende in considerazione un simposio avvenuto a casa di Agatone, più o meno nel 400 a.C. Successivamente al pasto vi è la canonica parte di rendere omaggio agli dei, così il proprietario di casa propone di farlo a turno secondo l’ordine dei commensali a tavola. Si decide di rendere omaggio ad Eros. - Fedro è il primo e indica Eros come il più antico degli dei, all’origine delle catene divine, il quale promuove il bene dell’uomo. Successivamente c’è Pausania che contrappone un Eros celeste ad un Eros volgare: il secondo rappresenta la passione sessuale mentre il primo è generatore di virtù, ed eleva, quindi, in senso positivo la natura umana.
- Il terzo è Erissimaco, il quale, da buon naturalista, vede Eros come ciò che armonizza i contrari e quindi porta salute e benessere. A seguire abbiamo Aristofane che vede Eros come quel dio destinato a sanare le scissioni che caratterizzano la natura umana, come ad esempio la scissione dei sessi. La natura umana, inizialmente, non prevedeva la divisione di genere, solo dopo, con il volere di Zeus, avvenne la distinzione tra uomo e donna. Eros rappresenta quell’attività tesa a superare la dualità e ricostruire l’unità.
- Come ultimo abbiamo Agatone, il padrone di casa, il quale dice che è necessario chiarire in cosa consiste la natura di Eros. Lo considera il dio più giovane, che è stato capace di smuovere le passioni umane ma è anche colui che porta a perfezione e compimento le azioni umane (una sorta di molla all’origine delle attività umane). Non viene visto più come un dio antico, all’origine della catena divina.
È proprio qui che interviene Socrate, mettendo in crisi le tesi di Agatone con il metodo maieutico, cioè attraverso il gioco di domanda e risposta fa ammettere all’interlocutore che le tesi da lui appoggiate fino ad allora sono in realtà contraddittorie. Socrate parte da un’analisi da cui era partito lo stesso padrone di casa, cioè in cosa consiste la natura di Eros. Socrate sostiene che Eros implica il desiderio, il rincorrere l’oggetto del desiderio: colui che è mosso dall’oggetto del desiderio, manca del medesimo oggetto che desidera, ma anche chi già lo possiede manca della certezza che lo possederà in eterno. Quindi, se Eros implica il desiderio, il quale implica la mancanza, Eros non può essere un dio e neanche divino, in quanto essi non desiderano niente perché sono creature beate.
Socrate non può ammettere neanche la natura inferiore all’uomo di Eros. Il discorso, quindi, finirebbe con l’ignoranza di Socrate circa la natura del dio, ma poi si ricorda ciò che gli aveva detto Diotima di Mantinea, una sacerdotessa che lo istruì sull’amore e sulla vera natura di Eros, utilizzando lo stesso metodo adottato dal filosofo stesso. Diotima chiarisce la peculiare natura di Eros. Certamente non può essere detto “bello” in sé per sé perché Eros è desideroso della bellezza, quindi in qualche modo ne è mancante. Allo stesso tempo non può essere detto neanche “brutto”, il contrario della bellezza. La natura di Eros, quindi, è intermedia: tra il desiderio della bellezza e la mancanza di essa. Possiamo definirlo un demone (al confine tra il mortale e l’immortale, tra gli dei e gli uomini). I demoni infatti stanno al confine tra i divini e gli umani, e hanno la funzione di portare agli umani i voleri degli dei e a questi ultimi le preghiere degli uomini. Quindi Eros, vista la sua natura, si muove inquietamente tra il divino e l’umano.
Origine di Eros secondo Diotima
Ma chi è il padre e la madre di Eros? Diotima parla di un banchetto in onore di Afrodite, e qui avviene un accoppiamento tra Poros (figlio dell’astuzia, incarna l’intelligenza di trovare vie dove sembrano non esserci) e Penia (l’indigenza, la povertà, la carenza). Eros condivide qualcosa dell’uno e dell’altro: l’intelligenza che cerca di raggiungere il proprio oggetto e l’indigenza, la povertà, della madre.
Possiamo trovare una relazione anche tra la natura demonica di Eros e la filosofia stessa: la filosofia è instabile, nel senso che non è direttamente sapienza e non è un oggetto stabile dove vi è racchiuso il sapere; ma non è neanche pura e semplice ignoranza (anzi è una ignoranza consapevole che ha come oggetto del desiderio la sapienza). In entrambi i casi si deve parlare di natura inquietamente intermedia e demonica. Diotima, dopo aver spiegato la natura di Eros e la sua relazione con la filosofia, pronuncia la “Scala di Eros”, un discorso molto famoso dove analizza il rapporto di Eros con il proprio oggetto del desiderio, cioè la bellezza, dicendo che non si limita alla bellezza sensibile, ma giunge fino a cogliere il bello in sé stesso.
«Chi procede», disse, «per la giusta via verso questo termine, deve cominciare fin da giovane ad avvicinarsi ai corpi belli, e dapprima […] deve amare un corpo solo e in quello generare discorsi belli; bisogna poi che rifletta che il bello presente in un corpo qualsiasi è fratello del bello che è in un altro corpo e che, se si deve tener dietro a ciò che è bello per la forma, sarebbe una grande insensatezza non ritenere una e identica la bellezza che traluce in tutti i corpi. Dopo aver compreso questo, deve diventare amante di tutti i corpi belli e moderare l'eccessivo ardore per un corpo solo, disprezzandolo e giudicandolo una piccola cosa. Dovrà poi ritenere la bellezza che è nelle anime di maggior pregio di quella che è nei corpi; […] essere poi spinto a considerare il bello che è nelle varie attività umane e nelle leggi, e a vedere che esso è sempre tutto quanto congenere a sé stesso, in modo da rendersi conto che il bello che concerne il corpo è piccola cosa.”
Il “termine” di cui parla nel passo è l’oggetto del desiderio, il desiderio erotico, cioè la bellezza in sé per sé. Nel discorso di Diotima il desiderio che caratterizza la vita di Eros non è un desiderio infecondo, ma è un desiderio capace di generare, oltre che fisico anche in un senso intellettuale (come ad esempio “discorsi belli”). L’amore per un singolo corpo desta la riflessione, cioè la capacità di riconoscere che quella bellezza che risplende in un singolo corpo risplende anche in altri.
Qui troviamo una relazione estetica di cogliere un’affinità tra i fenomeni, in questo caso tra diversi corpi, di una forma che ritroviamo in ognuno di essi. “Sarebbe una grande insensatezza non ritenere una e identica la bellezza che traluce in tutti i corpi”. Qui la relazione tra Eros e bellezza riconosce in una pluralità di fenomeni qualcosa che gli stringe insieme, e fa si che si riconosca a partire da un corpo, la bellezza, si dia in più fenomeni. Si inizia a riflettere sull’unità e l’identità della bellezza. Mano a mano che si procede nella “Scala di Eros” assistiamo ad un temperarsi del desiderio in rapporto ad un singolo oggetto e la capacità di vedere oltre l’apparenza sensibile dei fenomeni.
Si coglie la bellezza che è nelle anime (bellezza intelligibile), ritenendola di maggior pregio rispetto a quella sensibile (la quale appare attraverso i sensi). Si coglie Eros come consideri il “bello” non solo nei corpi e nelle anime, ma anche nelle varie attività umane: è una forza, una molla che agisce nel produrre quanto l’uomo può produrre di più nobile (nelle attività e nelle leggi). In tutto ciò si coglie come il bello sia sempre dello stesso genere, si coglie una rete di affinità a partire dall’unità della bellezza in quanto ha una medesima radice.
«Dopo le attività umane, deve essere condotto alle scienze, affinché possa vederne anche la bellezza e, guardando alla bellezza ormai molteplice, non più amando come uno schiavo la bellezza che è in una sola cosa […] e rivolto invece lo sguardo al vasto mare del bello e contemplandolo, partorisca molti discorsi, belli e splendidi, e pensieri in un amore del sapere senza limite, fino a che, rafforzatosi e cresciuto in questo modo, saprà vedere una scienza unica come questa che riguarda il bello di cui ora ti dirò.»
Eros però si spinge ancora più il là con il moto ascensionale: si coglie come la bellezza stessa non possa essere confinata in un’unica manifestazione (come ad esempio le scienze), non possa essere identificata in un unico oggetto. Una molteplicità di oggetti/fenomeni/attività (anche della città stessa) contiene questa manifestazione della bellezza, o possono contenerla. Così ci si libera dalla servitù di un singolo oggetto, come se la bellezza fosse relativa ad un’unica manifestazione possibile. Questo perché in ogni manifestazione si da per un verso e non per un altro, cioè questo movimento che libera l’anima dal vincolo di un solo oggetto “bello”. Si coglie il momento che possiamo definire “negatività del bello”, cioè il “bello” non è né l’una né l’altra cosa, cioè on si manifesta né in questo né in quello: il “bello” è indeterminato, vi è un “vasto mare del bello” (si coglie il muoversi delle onde, non un singolo fenomeno). Nel completare ciò l’anima partorisce molti discorsi, genera discorsi intrisi di pensieri “belli e splendidi”, i quali definiscono la filosofia come “amore del sapere”.
Più si sale in questa scala più è evidente il legame tra Eros e la filosofia, cioè la loro natura demonica, inquieta.
«Ora» disse, «cerca di fare attenzione quanto più ti è possibile. Chi è stato educato fino a questo punto nelle cose d'amore, contemplando una dopo l'altra e nel modo giusto le cose belle, quando sta per giungere ormai al termine delle cose d'amore, scorgerà immediatamente qualcosa di bello, per sua
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