Forme dell'estetica
Dall'esperienza del bello al problema dell'arte
Caratteri e limiti dell'estetico
Per scoprire il significato di “estetica”, invece di partire da una definizione (ad esempio da quella tipica dei dizionari, secondo cui l’estetica si occupa del bello e dell’arte), tentiamo una via diversa, una via “dal basso”, osservando se ci sia una qualche somiglianza tra i termini che riguardano l’estetica del nostro linguaggio di tutti i giorni.
- Esteticamente il nuovo banco del bar è proprio bello.
- Questa macchina è valida anche dal punto di vista estetico.
- Sarà un fatto estetico, ma quella persona proprio non la sopporto.
Nell’esempio uno si parla di una qualità intrinseca; mentre nel due di un punto di vista che attribuisce ad un oggetto una valenza ulteriore e non fondamentale di esso; infine il terzo della fattualità dell’estetico.
Il primo tratto comune che rintracciamo nell’uso del termine “estetico” nei nostri tre esempi risiede nell’esperienza. Il legame che si stabilisce tra l’uso di “estetico” in un determinato contesto ed il soggetto dell’esperienza. Il fatto estetico consiste proprio nel provare qualcosa (come nell’esempio tre), espressione del provare qualcosa nei confronti dell’oggetto (come nell’esempio uno), un modo di fare attenzione a qualcosa (come nell’esempio due).
L’estetico come espressione di un punto di vista seppur in maniera implicita. Guardare assumendo un punto di vista: fare attenzione a qualcosa in modo da essere emotivamente implicati è dunque il secondo tratto comune che rileviamo nell’uso del termine “estetico” e affini. Senza l’assunzione di un punto di vista non ci sarebbe né la fattualità dell’estetico né il poter affermare certe qualità di un oggetto. L’affermazione assume il senso di un giudizio di tipo particolare (estetico, appunto) e può essere indicato come il terzo tratto comune. Si potrebbe allora concludere che le proposizioni esemplificate, e quelle ad esse affini, sono proposizioni di tenore estetico.
Non tutte le proposizioni che contengono il termine “estetico” sono, però, di questo tenore. “Grazie al trattamento del materiale i caratteri estetici del cinturino rimangono inalterati nel tempo”.
Qui il termine “estetico” si riferisce a proprietà dell’oggetto, le quali sono semplicemente osservabili senza che si abbia bisogno di assumere un punto di vista particolare, in cui siamo emotivamente impegnati in prima persona. Si esprime un sapere intorno a certe proprietà dell’oggetto, derivante da una semplice osservazione, il tenore della proposizione è di tipo epistemico (dove non si esprime una personale esperienza dell’oggetto assumendo un punto di vista soggettivo). Il tenore dell’esperienza soggettiva cede qui il passo al peso oggettivo di un’asserzione, traducibile in un “sapere che…” piuttosto che in un “provare che…” o un “vedere che…”.
Nelle proposizioni di tenore epistemico si può parlare di un impegno concettuale; non può essere definito esclusivamente dalla prima persona: l’Io esprime il soggetto generico di un sapere il cui contenuto è traducibile in proposizioni indipendenti dal soggetto. Siamo molto più disposti a riconoscere di aver sbagliato facendo affermazione di tenore epistemico che non nel caso di affermazione di tenore estetico. Nessuno, in altri termini, ci potrà convincere del contrario circa il nostro ritenere “bello” un oggetto, se non colui che in qualche modo ci indurrà a guardarlo in una maniera diversa: a provare qualcosa di diverso nei suoi confronti, fino ad ammettere che non è come ci appariva.
L'etimologia del termine "estetica"
L’etimologia del termine “estetica” scopriamo che deriva dal greco “àisthesis”, che traduciamo solitamente sia con “sensazione” sia con “percezione”. Dunque, le proprietà estetiche di un oggetto sarebbero quelle proprietà che gli appartengono e che si offrono ai nostri sensi. Potremmo dire che le proprietà estetiche relative alla nostra percezione sono le proprietà “aspettuali” di un oggetto.
- Come accessibili epistemicamente, cioè derivate da osservazioni traducibili in un giudizio epistemico;
- Come accessibili sono ad un punto di vista soggettivo, cioè derivate da un’esperienza in prima persona, e traducibili in un giudizio estetico.
L’esperienza come relazione originaria, antecedente del mio sapere e ad ogni linguaggio, è innanzitutto un’esperienza che prende corpo. Il nostro corpo ci caratterizza come esseri sensibili: permanentemente aperti ad entrare in relazione con l’altro da sé venendone modificati. Troppo frequentemente l’estetica (come testimonia spesso anche l’uso di “estetico” nel linguaggio quotidiano) si è costituita unilateralmente sul modello del vedere (della percezione visiva), dimenticando l’originaria interdipendenza tra l’atto della visione e quello tattile. Alla distanza della visione corrispondere a prossimità del tatto. Soltanto non trascurando il rapporto reciproco tra vedere e toccare, tra tatto e visione, si comprende come l’estetica abbia origine dalla corporeità di ognuno. Così il corpo può essere detto il luogo stesso dell’esperienza. Veniamo al mondo con un corpo capace di contatto, di sguardo, di ascolto. Questo non significa che siamo il nostro corpo, che con esso ci identifichiamo senza residui. Significa piuttosto che nessun senso della nostra identità è immaginabile senza questa presenza corporea. La vera esperienza in virtù di un corpo, e dei sensi che ne costituiscono le aperture al mondo, rappresenta il nostro limite originario. Al livello del linguaggio la distinzione tra Io e mondo si fonde nuovamente in una sfera intermediaria, quella del linguaggio-mondo. Dal momento stesso che ne parliamo, il punto di vista che assumiamo nei confronti dell’esperienza come condizione di sfondo (come relazione originaria, come trama di cui siamo intessuti) è un punto di vista all’interno del linguaggio-mondo a cui partecipiamo socialmente come parlanti. Ma per assumere questo punto di vista dobbiamo pur aver fatto e fare sempre di nuovo l’esperienza del linguaggio. Ecco che si rappresenta di nuovo l’anteriorità dell’esperienza rispetto al linguaggio.
Tra esperienza e linguaggio pare dunque esserci un rapporto di circolarità, nel senso appunto che la prima implica il secondo e viceversa. Non ogni circolo è necessariamente vizioso. Lo è quando si introduce come risolutivo, come una spiegazione, quello che ci si proponeva di spiegare. Il circolo tra esperienza e linguaggio dimostra che l’esperienza è lo sfondo, mentre in primo piano è la consapevolezza di appartenere ad un linguaggio-mondo. Sfondo e primo piano stanno qui in una relazione virtuosamente circolare, fino al punto che il linguaggio, come linguaggio-mondo, può assumere il ruolo di condizione di fondo di ogni esperienza che si fa (dalla nascita alla morte).
Due tesi contrapposte sull'estetico
Due tesi contrapposte che riguardano i caratteri primariamente estetico-percettivi dell’esperienza sono quella fenomenologica e quella ermeneutica. Secondo la prima vi sarebbe uno strato originario dell’esperienza che determinerebbe il nostro rapporto con l’estetico nella sua dimensione sensibile-percettiva. Nella concezione classica della fenomenologia trascendentale Husserl, questo nucleo sarebbe accessibile ad un’analisi delle “strutture generali di ricettività” proprie dei vissuti intenzionali della coscienza, mettendo tra parentesi qualsiasi mediazione e determinazione storico-culturale. In base alla seconda, che parte con Gadamer e il suo “Verità il mondo”, sostiene la centralità ontologica del linguaggio privilegiandone il carattere di tradizione (di trasmissione di contenuti culturali), l’esperienza sarebbe sempre derivata in senso storico-linguistico e sarebbe appunto questa sua derivazione a determinare il senso dell’estetico. All’estetico non sarebbe così assegnata alcuna primarietà: la sua specificità corporeo-percettiva verrebbe distolta in un contesto linguistico-interpretativo.
In entrambi casi verrebbe a spezzarsi il circolo tra originalità e derivatezza. Con Husserl, assumendo la schiettezza dell’esperienza come stato prelinguistico (precedente ogni caratterizzazione culturale); con Gadamer, assolutizzando la storicità dell’esperienza fino a coinvolgere nel suo carattere linguisticamente derivato anche ogni disposizione percettivo-sensoriale. Nel circolo che noi supponiamo tra originarietà e derivatezza di ogni esperienza non è ammessa né la tesi di un nucleo puro né quella di una sua determinazione linguistico-culturale tale da far coincidere l’esperienza con una dimensione interpretativa che vanifica l’autonoma specificità dell’estetico. Il luogo di co-implicazione di originarietà e derivatezza, di disposizioni e contesto, è la dinamica dell’esperienza come formazione della soggettività. Non c’è, insomma, esperienza se non come esperienza di qualcuno, nel senso di un soggetto. Il soggetto in questione è colui che supporta e sopporta l’esperienza che fa: ne è il portatore, colui che può dire “Io”. Se teniamo fermo che l’esperienza resta una condizione di sfondo, dobbiamo anche aggiungere che questa è pensabile solo in quanto attribuita/riferita a qualcuno. Questo “qualcuno” è colui che soggiace alle proprie esperienze, ne è il soggetto proprio in quanto è soggetto ad esse.
C’è una distanza tra condizione di sfondo e primo piano che non può essere trascurata. Nessuno è semplicemente la somma delle proprie esperienze; e, dall’altra parte, senza questa somma, senza questo loro intrecciarsi e fondersi, nessuno sarebbe quello che è o comunque crede di essere. Ognuno è sempre anche qualcos’altro rispetto alle proprie esperienze. Quello che emerge dall’intrecciarsi casuale delle esperienze e dunque la soggettività di ognuno. Quel timbro inconfondibile del dire “Io”, nell’esprimersi in prima persona, dove non contano solo le esperienze che si fanno, ma il come le si: dove conta la propria libertà. Con essa si indica almeno la capacità di iniziativa in virtù della quale il portatore di esperienze, il soggetto, emerge con un profilo inconfondibile, insostituibile con quello di qualsiasi altro. Nessuna libertà è assoluta, senza condizioni, nella stessa misura in cui nessun oggetto soccombe necessariamente alle esperienze che sopporta. La libertà, qui, esprime semplicemente il margine di distanza tra condizione (sfondo) e primo piano, tra originarietà e derivatezza dell’esperienza. Questo margine è la nostra stessa esperienza. Senza presupporre questo margine, non potremmo parlarne con quel minimo di distanza con cui lo facciamo.
Non è possibile rinchiudere la dimensione estetica dell’esperienza in un ambito astrattamente autonomo da ogni altro, da quello etico o da quello epistemico. Con questa scelta avremo due possibilità: quella di restringerla disciplinarmente a problemi che oscillano tra la psicologia e la psicofisiologia, oppure quella di enfatizzarla come un modo privilegiato di accesso a questioni tradizionalmente assegnate alla metafisica. In entrambi i casi avremo compiuto un’operazione intellettualmente artificiosa, non compiendo alcun passo avanti nella sua comprensione. Kant, nell’introduzione alla “Critica della facoltà di giudizio” del 1790, rifiuta di intendere il giudizio estetico come espressione di una regione specifica dell’esperienza umana, vuole evitare proprio questo errore. L’estetica costituisce una dimensione essenziale nella trama che le nostre esperienze intessono.
Il sostantivo “àisthesis”, deriva dal verbo “aisthànomai” (forma ampliata di “àisthomai”), che significa appunto “percepire”. Secondo Onians questo verbo sarebbe la forma media dell’omerico “àisto”, che significa “ansimare”, “inspirare”. Si può parlare di coincidenza tra il termine omerico, “àio”, che induce il “percepire”, e il termine omonimo che indica “inspirare”. Nell’“àisthesis”, da cui deriva il termine “estetica”, risuona dunque il respiro del vivente, l’energia vitale della sua “psychè” (della sua anima); del resto “psychè” in greco significa soffio, così come nel latino “animus/anima” risuona il senso di una leggera brezza. Percepire è sempre un accorgersi di essere vivi e, perciò, una prima forma di coscienza di sé: una coscienza estetica, appunto. L’uso attuale di estetica e di estetico porta con sé una traccia di questa origine greca, anche se il suo significato comunemente condiviso sarebbe impensabile senza il ruolo svolto dalla filosofia soprattutto nel corso del ‘700, in particolare grazie a Baumgarten che tra il 1750 ed il 1758 scrisse un’opera che aveva come titolo “Aesthetica”, dove l’estetica viene definita come “scienza della conoscenza sensitiva” il cui fine è rappresentato dalla perfezione offerta dalla bellezza.
Esperienza estetica e attenzione
Possiamo parlare di esperienza estetica in una modalità che riprende il senso linguistico ordinario di estetico, soltanto supponendo la dimensione estetica, vale a dire sensibile-percettiva, di ogni esperienza. Generalmente “assumere un punto di vista” significa essere in grado di esprimere un’opinione e di formulare un giudizio. È necessario il far attenzione. Tutti sappiamo che il nostro fare attenzione è selettivo e che, di solito, la sua selettività è guidata da una serie di preoccupazioni estranee a ciò che accade percettivamente. L’attenzione presuppone un’attitudine: un’attitudine attenzionale. È indifferente che questa sia esercitata in un senso intenzionalmente forte (mirando consapevolmente ad uno scopo), oppure venga ridestata prima e/o nonostante l’assenza di ogni intenzione. Interessante è capire che cosa accade nel momento del suo esercitarsi: su cosa essa si focalizzi quando è all’origine dell’assumere un punto di vista estetico. L’attenzione visiva, cioè lo sguardo, include tutte quelle qualità di un oggetto che secondo il lessico tradizionale della filosofia si ripartiscono in primarie (le proprietà geometrico-meccaniche, quali la forma, il volume che occupa nello spazio, il peso) e secondarie (proprietà come il colore, l’odore, il sapore…).
Per non vincolarci a questa divisione diciamo che il focalizzarsi dell’attenzione estetica su un qualsiasi oggetto coglie molte di quelle proprietà che concorrono a fare di un oggetto quello che è, o meglio quello che appare sensibilmente. Se non cogliesse tutto ciò, l’attenzione estetica non coglierebbe l’oggetto che ha di fronte, tutt’al più coglierebbe un fantasma o un mero schema di esso. Non possiamo confondere l’atto percettivo con la passività di una registrazione o con il carattere ricettivo e localizzato di una sensazione. Anche la sensazione si contraddistingue da un percepire. Ciò che si percepisce in una sensazione è che qualcosa altera il mio stato in un punto del mio corpo, ma non si percepisce necessariamente che cos’è questo qualcosa. Il contenuto di una sensazione, così, è determinato soggettivamente, ma indeterminato oggettivamente. Nella percezione si dà riconoscimento, mentre nella sensazione la conoscenza sfuma nell’istinto.
Il passaggio dall’istinto alla sensazione e alla distinzione percettiva non può essere a sua volta percettivo. Proprietà come la forma, il colore e, a maggior ragione, l’identità di un oggetto sono in qualche modo oggettivamente indipendenti rispetto ad ogni atto percettivo, anche se hanno bisogno di esso per essere riconosciute. Non c’è, allora, una percezione pura anteriore ad ogni sapere, ovvero al possesso di un corredo di nozioni di cui possiamo fare uso. Il modo con cui facciamo uso di simili nozioni e concetti di un atto percettivo non è certamente paragonabile all’uso riflessivo che ne facciamo quando intendiamo offrirne una definizione. La proposta kantiana, contenuta in famose pagine della “Critica della ragion pura”, consiste nel supporre un lavoro dell’immaginazione, capace di produrre uno schema di tavolo (qualcosa di intermedio tra i singoli tavoli esistenti in cui ci imbattiamo e di cui facciamo uso) e la definizione concettuale di tavolo. La difficoltà qui sta nel continuare a sostenere la distinzione tra schema e concetto, identificando il concetto con la sua definizione. La schematizzazione e la definizione si presentano come del tutto successive al possesso linguistico, cioè alla competenza, della nozione di tavolo e alla capacità di implicarlo nel riconoscimento tipico di un atto percettivo.
Il meccanismo che si instaura tra acquisizione del linguaggio e disposizione percettivo-sensoriale; se questo circolo non si attiva, è difficile parlare di vita percettiva in un senso standard, ovvero in un senso suscettibile di categorizzazione e di comunicazione. Ciò esclude la possibilità di isolare la dimensione estetica nella sua purezza.
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