Scuola di giurisprudenza
Triennale in: scienze dei servizi giuridici, 1° anno, 1° semestre, 9 cfu
Economia politica - Macroeconomia
Prof. Marco Mantovani
Appunti a cura di Maraboli Giorgia
Introduzione: crisi e macroeconomica
La macroeconomia si occupa del funzionamento dei grandi sistemi economici. È anche una materia divisiva, si divide sulla politica economica, sulle crisi ecc.; la microeconomia si occupa di oggetti semplici.
Crisi economiche e finanziarie: fenomeni macroeconomici
Interpretazione e soluzioni attraverso i principi classici, keynesiani e neoclassici. La macroeconomia si è sviluppata in modo più conflittuale.
Crisi del 2008
La regina Elisabetta si è domandata perché gli economisti non avessero previsto una possibile crisi. Questa crisi ha avuto inizio in un mercato finanziario piccolo di subprime. Ebbe inizio in un mercato finanziario molto piccolo, a cui ha seguito una crisi che ha generato perdite nel GDP (= PIL), moltiplicato per un fattore N; e che a sua volta è una piccola frazione della perdita di capitalizzazione che i mercati finanziari hanno avuto in seguito alla stessa crisi. Questa crisi ha ricordato la crisi del 1929.
Nascita della macroeconomia moderna: teoria generale di Keynes 1936
Prima della crisi del 1929 (grande depressione) lo Stato non interveniva all’interno del mercato economico, ma dopo questa crisi gli economisti, grazie alla teoria keynesiana, ritenevano che lo Stato dovesse avere un ruolo attivo per poter stabilizzare l'economia e rilanciare l’economia in seguito a una crisi.
Politiche di fine tuning
Nel momento in cui c'è una crisi, per far ripartire l’economia serve la domanda, e in caso non ci sia questa deve arrivare dallo Stato. Lo Stato deve contribuire direttamente alla ripresa della domanda aggregata (interventismo).
Crisi della fine tuning
Questa idea, poi elaborata in una teoria, univa la trattazione keynesiana di base per una trattazione di breve periodo in una trattazione di medio periodo, che unisce disoccupazione e inflazione, che entrambe sono due mali collegati tra loro, e per ridurne uno dobbiamo accettare più dell'altro.
Funzionò fino agli anni ’70, quando la crisi petrolifera portò a una grande crisi economica in cui si osservava la stagflazione (disoccupazione e inflazione), non aveva senso, non era contemplata dai modelli, ma dato che c’erano, la crisi ha richiesto una forte rielaborazione dei modelli macroeconomici.
La nuova macroeconomia classica
Economia che tende a puntare il dito sui danni dell’intervento economico e soprattutto sui limiti che l'intervento economico dello Stato ha sull’economia e delle possibili conseguenze indesiderate. Un minor interventismo nella politica economica rende meno probabili i risultati inattesi e indesiderabili.
Importante il ruolo delle banche centrali.
La crisi finanziaria del 2007-2008
La macroeconomia neoclassica è stata messa ancora in discussione con la crisi del 2008, perché la crisi ebbe origine dal combinato disposto di un mercato che non può funzionare come un mercato perfettamente concorrenziale (mercato delle case, mercato molto particolare).
In un contesto di prezzi stabili, dove uno guardava l’indice dei prezzo al consumo e vedeva una sostanziale stabilità di lungo corso garantita dall’idea neoclassica dove la banca centrale si doveva occupare principalmente dell’inflazione, e il governo forse si doveva occupare della stabilizzazione della domanda nel breve periodo.
Ma in un mercato di prezzi molto stabili, il mercato delle case aveva prezzi in rapidissima ascesa in quasi tutti i paesi occidentali, anche perché questo mercato è strettamente collegato con i mercati finanziari, e questi avevano visto una progressiva deregulation - liberalizzazione dei mercati finanziari che permetteva di costruire prodotti finanziari nuovi e diversificati. Questi nuovi prodotti avevano buone caratteristiche nel riuscire a distribuire il rischio permettendo, a persone che non avrebbero potuto accedere al credito per prendersi una casa, di avere accesso al credito. Solo che, non si è capito che quando questi rischi venivano spezzati e rimescolati, le istituzioni finanziarie non sapevano più che rischi si correvano una volta comprato fondi, che avevano al loro interno come titoli derivati i debiti sulle case delle fasce più deboli. Ad un certo punto la bolla sul settore immobiliare è scoppiata e con essa anche tutto il mercato finanziario.
Nuovamente, l’incendio che ha avuto come carburante l'innovazione finanziaria, ha dato seguito a richiami e nuovi modelli, che hanno chiamato in causa la possibilità dello Stato di regolare, la possibilità della banca centrale di intervenire sui mercati.
Keynesiani (interventisti) o neoclassici (laissez-faire)?
Molto spesso la domanda se si ha bene una politica di laissez faire (lasciare il mercato libero) o di interventismo, ha molto spesso a che fare con il tipo di domanda che ci stiamo ponendo.
- Keynesiani: orizzonte temporale di breve periodo => Il ciclo economico; in cui la produzione è determinata dalla domanda e dove lo Stato è onnipotente nel determinare questa domanda.
- Neoclassici: orizzonte temporale di medio-lungo periodo => Il trend (medio periodo), la crescita (lungo periodo); conta l'innovazione e la produttività.
Oggi - crisi post-pandemica
Siamo all'interno di un'ulteriore crisi dovuta alla pandemia. Shock esterno alla domanda perché ci siamo chiusi tutti in casa ed è uno shock per quelle che si chiamano catene dell'offerta ed è il motivo per cui adesso sono in grossa crisi e non si sono completamente riprese. Ad esempio, se vuoi comprare una macchina devi aspettare mesi prima che arrivi, perché queste catene non funzionano come prima della pandemia.
Stiamo assistendo ad una ripresa dell'inflazione estremamente forte. Il grosso problema oggi non è la deflazione come nel 2008, ma sono cambiati elementi chiave:
- Produzione e crescita
- Disoccupazione
- Prezzi, inflazione e variabili monetarie
Le crisi possono essere previste?
Le crisi hanno una componente di imprevedibilità intrinseca legata al fatto che non si studia una realtà che non risponde, ma al contrario risponde a modelli economici che noi creiamo. Questa componente di imprevedibilità, con dei nuovi modelli si può a volte evitare, contenere o comprendere, ma a volte no. Il compito della macroeconomia è quello di cercare di studiare e migliorare questi modelli che si occupano di curare economie come se fossero persone. Il messaggio centrale del capitolo è che le economie, come le persone, si possono ammalare di elevata disoccupazione, recessioni, crisi finanziarie, bassa crescita; la macroeconomia si occupa di capire quello che succede e cosa si può fare a riguardo.
Viaggio attraverso il libro
La produzione aggregata
In un sistema chiuso dove esiste solo il nostro sistema è più facile definire cosa sia la produzione aggregata. Quando guardiamo ad un sistema economico, per esempio l’Italia in un sistema aperto dove troviamo Europa, Asia, America, Africa è più complicato, ma concettualmente è più semplice.
Il Pil è una misura della produzione aggregata di un Paese. Il Pil lo vediamo espresso in euro, dollari ecc.. ma l’uso di una unità monetaria è legato al fatto che stiamo aggregando produzioni diverse. L’idea è che sia una misura della produzione, ovvero delle quantità prodotte in un paese; e dato che sono prodotti disomogenei non possiamo sommarli, ma dobbiamo renderli omogenei come in misura monetaria. La moneta è appunto una unità di conto.
La misura principale della produzione aggregata (ossia totale) nella contabilità nazionale è chiamata prodotto interno lordo (Pil). Non è la sola, ma è la variabile più conosciuta e più utilizzata per misurare la dimensione economica di un paese.
1.1 Pil: produzione e reddito
Il pil è una misura della produzione di un sistema economico, che ha 3 modi per essere calcolato. Questi tre modi sono intercambiabili, sono:
- Valore dei beni e dei servizi finali (consumati) prodotti in un’economia in un dato periodo di tempo. Mi interesso solo dei beni finali che vengono consumati in una economia.
- Somma del valore aggiunto in un’economia in un dato periodo di tempo; In questo caso guardiamo a tutto quello che è successo nell’economia, andando a sommare il valore della produzione meno il valore dei beni intermedi utilizzati nella produzione stessa. (Es. Prezzo di un panino - il costo degli input di quel panino). Misurare il valore dei beni finali e misurare l’incremento di valore aggiunto ad ogni passaggio della catena produttiva conducono allo stesso risultato.
- Somma dei redditi dell’economia in un dato periodo di tempo. In un sistema chiuso il PIL può essere visto anche come somma di redditi in un determinato periodo di tempo (in questo caso stiamo guardando dal lato della produzione, mentre nei casi precedenti dal lato della domanda).
Due lezioni da tenere a mente:
- Il Pil è la misura della produzione aggregata, cui possiamo pensare sia dal lato della produzione (produzione aggregata) sia dal lato del reddito (reddito aggregato);
- Produzione aggregata e reddito aggregato sono sempre uguali.
1.2 PIL nominale e PIL reale
Nel 2018 il PIL dell’UE era di 13.700 miliardi di euro, rispetto ai 2.598 miliardi di euro del 1980. Tuttavia, la produzione aggregata dell’UE non è stata cinque volte più alta nel 2018 che nel 1980. Gran parte dell’aumento riflette variazioni dei prezzi dei beni e servizi e non delle variazioni delle quantità prodotte. Questo ci porta a considerare la distinzione tra Pil nominale e Pil reale.
Pil nominale (€Yt): somma della quantità dei beni e servizi finali valutati al loro prezzo corrente-tempo t. Il Pil nominale cresce nel tempo per due ragioni: primo, perché la produzione di beni e servizi cresce nel tempo; secondo, perché il prezzo di beni e servizi cresce anch'esso nel tempo.
Pil reale (Yt): valore monetario in cui rendo esplicito il punto di riferimento del valore monetario e lo tengo costante nel tempo. Ovvero: io ho un Pil nominale che è la somma delle quantità dei beni e dei servizi finali valutati al loro prezzo corrente.
Il Pil reale diventa la somma delle quantità di beni finali valutati a prezzi costanti (scelgo un prezzo e lo tengo costante). Se voglio confrontare diversi anni (2018 con 1980) in termini di produzione, io devo tenere i prezzi del 1980 costanti, quindi posso scegliere di tenere i prezzi costanti al 1980. Il pil del 1980 sarà X quantità del 1980; prezzi del 1980 X quantità del 2018. mentre il PIL reale del 2018 sarà: Le cose nel tempo cambiano, normalmente bisogna cambiare la base se prendo distanze molto lunghe; il concetto di base è fissare un prezzo di un anno di riferimento, e utilizzare quei prezzi per calcolare il pil di tutti gli anni che mi interessano. Se si usa il prezzo di un’auto nel 2009 come riferimento, otterremo il Pil reale ai prezzi del 2009.
Il Pil reale permette di misurare la produzione e le sue variazioni nel tempo, escludendo l’effetto di prezzi crescenti. L'anno base adottato dal sistema di contabilità nazionale dell'UE è il 2015. Il grafico rappresenta l'evoluzione del Pil reale e nominale in Italia dal 1970. Nel 2015 le due misure sono uguali poiché il 2015 è usato come anno base. I Pil possono differire enormemente, questa è data dall'aumento dei prezzi registrato in un periodo.
1.3 Livello o tasso di crescita?
Per valutare l'andamento di un'economia da un anno all'altro, gli economisti considerano il tasso di crescita del Pil reale, chiamato semplicemente crescita del Pil.
Crescita del Pil al tempo t: tasso di crescita del Pil reale al tempo t: (Yt - Yt-1) / Yt-1. Espansione: periodo di crescita positiva. Recessione: periodo di crescita negativa.
Es. Pil del 2022 cresce del 4% → PIL 2022 reale - PIL 2021 reale / PIL 2021 reale = 0,04
2. Tasso di disoccupazione
In quanto misura della produzione aggregata, il PIL è chiaramente la variabile macroeconomica più importante. Ma altre due variabili, la disoccupazione e l’inflazione, rilevano aspetti altrettanto importanti dell’andamento di un’economia.
L'occupazione è data dal numero di persone che hanno un lavoro. La disoccupazione è costituita dal numero di persone che non hanno un lavoro, ma lo stanno cercando. Fuori dalle forze di lavoro: persona che non ha un lavoro e non è in cerca di occupazione. Lavoratori scoraggiati: in presenza di elevata disoccupazione, alcuni lavoratori senza occupazione smettono di cercare ed escono dalla forza lavoro. La forza di lavoro è la somma dei lavoratori occupati e dei lavoratori disoccupati: L = N + U. Tasso di disoccupazione: il rapporto tra il numero dei disoccupati e la forza di lavoro. u = U/L. Tasso di partecipazione: rapporto tra la forza lavoro e il totale della popolazione in età lavorativa.
Il tasso di disoccupazione varia considerevolmente nel tempo e nello spazio, sia in risposta a recessioni ed espansioni, sia come conseguenza di mercati del lavoro differenti tra loro. Disoccupazione in Italia, Europa e Stati Uniti dal 1981. Il tasso di disoccupazione è in media maggiore in Europa che negli Stati Uniti. Il picco di disoccupazione è stato toccato in entrambi i continenti durante le crisi economiche recenti.
3. Tasso di inflazione
L'inflazione è un aumento sostenuto del livello generale dei prezzi. Il tasso di inflazione è il tasso al quale il livello dei prezzi aumenta nel tempo. La deflazione è una riduzione del livello dei prezzi; corrisponde a un tasso di inflazione negativo. Il problema pratico è come calcolare il livello generale dei prezzi affinché sia possibile misurare l'inflazione.
I macroeconomisti di solito considerano due indicatori del livello dei prezzi o indici dei prezzi: il deflatore del PIL e l'indice dei prezzi al consumo.
3.1 Deflatore del Pil
Il deflatore del PIL (Pt) permette di calcolare il prezzo medio dei beni finali prodotti in una economia. Il deflatore del Pil nell’anno t, Pt, è definito come il rapporto tra Pil nominale e Pil reale nell’anno t:
Pt = PIL nominale anno t / PIL reale anno t
Il deflatore del Pil è un numero indice: il suo livello è scelto arbitrariamente – uguale a 1 nel 2015. Il suo tasso di variazione (Pt – Pt-1) / Pt-1 misura il tasso di inflazione.
3.2 Indice dei prezzi al consumo
L'indice dei prezzi al consumo (IPC) misura il livello dei prezzi medi al consumo ed esprime il costo in valuta (euro, ad esempio) di un determinato paniere di consumo di un tipico consumatore urbano.
- Si fissa un paniere ISTAT, un punto con dentro un tot di prodotti, e poi si misura l’inflazione sulla variazione dei prezzi di questo paniere.
- L'indice dei prezzi al consumo (IPC) è un numero indice: il suo livello è scelto arbitrariamente.
- Il tasso di variazione dell'IPC rappresenta il tasso di inflazione.
- L'indice armonizzato dei prezzi al consumo (LAPC) è costruito da Eurostat a livello europeo.
L'indice dei prezzi al consumo e il deflatore del Pil mostrano andamenti simili nel tempo. Ci sono però delle eccezioni, che sono generalmente dovute all'aumento del costo delle importazioni.
3.3 Perché gli economisti si preoccupano dell'inflazione?
Proprio perché in realtà l'inflazione pura non esiste: durante le fasi inflattive, non tutti i prezzi e i salari aumentano proporzionalmente. L'inflazione influenza pertanto la distribuzione del reddito.
ES: quando l’inflazione è alta i pensionati perdono potere d’acquisto rispetto ad altri gruppi sociali, per esempio rispetto ai lavoratori i cui salari vengono invece adeguati alla crescita dei prezzi. Questo non succede in Europa e negli Stati Uniti, dove le pensioni ed altri trasferimenti previdenziali sono indicizzati al livello dei prezzi, proteggendo i pensionati dall’inflazione.
- L’inflazione crea una serie di altre distorsioni. Le variazioni dei prezzi relativi generano un clima di maggiore incertezza, rendendo più difficile per le imprese prendere decisioni sul futuro, come quelle sugli investimenti. Alcuni prezzi, che sono fissati per legge, rimangono fermi mentre altri aumentano e ciò dà luogo a variazioni dei prezzi relativi. Anche la tassazione interagisce con l’inflazione creando ulteriori distorsioni.
- Ma se l’inflazione è un male, significa forse che la deflazione (inflazione negativa) è un bene? La risposta è no. In primo luogo, una deflazione elevata (un tasso di inflazione fortemente negativo) crea molti degli stessi problemi creati da un’elevata inflazione, dalle distorsioni all’aumento dell’incertezza. In secondo luogo, anche un basso tasso di deflazione riduce le capacità della politica monetaria di influenzare il livello di produzione.
- Ma allora, qual è il tasso ottimo di inflazione? Molti economisti credono che il miglior tasso di inflazione sia basso e stabile, tra l’1 e il 4%
4. Produzione, disoccupazione e tasso di inflazione
Le tre variabili descritte finora (produzione, disoccupazione e inflazione) sono cruciali per comprendere l'andamento economico di un paese e le politiche necessarie per gestirlo.
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