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Lezioni di economia politica

Microeconomia

1.1 Introduzione

La teoria della scelta del consumatore rappresenta uno dei pilastri fondamentali della microeconomia, poiché analizza il modo in cui gli individui allocano risorse limitate tra diversi beni e servizi disponibili sul mercato. Comprendere il processo decisionale dei consumatori permette infatti di spiegare i meccanismi attraverso cui si determinano i prezzi, le quantità scambiate e la distribuzione delle risorse all’interno del sistema economico. Lo studio delle decisioni di consumo costituisce quindi il punto di partenza per lo sviluppo di modelli microeconomici più complessi, utili per analizzare l’equilibrio dei mercati e per valutare gli effetti delle politiche economiche.

L’analisi del comportamento del consumatore si concentra su tre problemi decisionali fondamentali che ogni individuo affronta nella vita quotidiana. Il primo riguarda la scelta di consumo corrente, cioè la decisione su quali beni e servizi acquistare e in quale quantità, dato il reddito disponibile e i prezzi di mercato. Da questo problema deriva la funzione di domanda individuale e, attraverso l’aggregazione delle decisioni dei singoli consumatori, la domanda di mercato. Il secondo problema riguarda la scelta tra lavoro e tempo libero, ossia la decisione su come distribuire il proprio tempo tra attività lavorative remunerate e attività non retribuite ma comunque in grado di generare utilità. Questa scelta costituisce la base teorica dell’offerta di lavoro sia individuale sia aggregata. Il terzo problema riguarda invece la scelta intertemporale tra consumo presente e consumo futuro, fondamentale per comprendere le decisioni di risparmio e investimento, nelle quali assumono un ruolo centrale le preferenze intertemporali e il tasso di interesse.

L’intera analisi si basa sul modello del consumatore razionale, un paradigma ampiamente utilizzato nella teoria economica che si fonda su alcune ipotesi fondamentali. In primo luogo si assume che l’individuo disponga di informazione perfetta, cioè che conosca tutte le alternative disponibili, i prezzi dei beni, le loro caratteristiche qualitative e i vincoli economici cui è soggetto. In secondo luogo si ipotizza che le preferenze del consumatore siano ben definite e stabili nel tempo, e che possano essere rappresentate formalmente attraverso una funzione di utilità. Queste preferenze vengono considerate esogene, cioè non influenzate da fattori esterni al modello, come la pubblicità o le pressioni sociali.

Infine si assume che il consumatore si comporti in modo razionale, cioè sia in grado di ordinare le alternative disponibili secondo il proprio grado di preferenza e di scegliere sempre quella che gli consente di ottenere il massimo livello di soddisfazione compatibilmente con il proprio vincolo di bilancio. Il problema del consumatore assume quindi la forma di una massimizzazione vincolata, in cui, dato un insieme di preferenze e un limite di spesa, il consumatore deve individuare il paniere di beni che gli consente di raggiungere il livello più elevato possibile di utilità. L’analisi si sviluppa attraverso tre passaggi fondamentali: la rappresentazione delle preferenze tramite la funzione di utilità e le curve di indifferenza, la definizione del vincolo di bilancio e la determinazione del punto di ottimo, cioè il paniere scelto dal consumatore razionale. Da questo procedimento deriva la funzione di domanda individuale, uno strumento fondamentale per comprendere il funzionamento dei mercati.

1.2 La teoria cardinale dell’utilità

Nella seconda metà del XIX secolo alcuni economisti, tra cui Jevons, Marshall, Menger e Walras, svilupparono una teoria del valore basata sull’utilità, ispirandosi al pensiero utilitarista di Jeremy Bentham. Questa impostazione rappresentava una rottura rispetto alla teoria della scuola classica, secondo cui il valore di scambio dei beni dipendeva principalmente dal costo di produzione. Secondo la nuova prospettiva marginalista, invece, il valore di un bene dipende dalla sua scarsità e dalla sua utilità soggettiva, cioè dalla capacità del bene di soddisfare i bisogni individuali.

In questo contesto teorico l’utilità viene considerata cardinale, cioè misurabile in termini assoluti. Si ipotizza quindi che la soddisfazione derivante dal consumo possa essere espressa numericamente attraverso un’unità di misura ipotetica chiamata util. In questa prospettiva si assume che esista una relazione funzionale tra l’utilità totale e la quantità consumata di un bene:

U = U(q)

Dove q rappresenta la quantità del bene consumato e U indica l’utilità totale che deriva da tale consumo.

Per chiarire questa relazione si può considerare l’esempio del consumo di caramelle da parte di Isabella. Supponendo che non esistano vincoli di reddito e che Isabella possa consumare liberamente caramelle, si osserva che all’aumentare della quantità consumata aumenta anche l’utilità totale. La prima caramella genera una soddisfazione di 5 utils, la seconda aggiunge 4 utils portando l’utilità totale a 9, la terza ne aggiunge 3 e così via. Tuttavia l’aumento di utilità non è costante: con la quarta caramella l’utilità totale raggiunge il valore massimo di 14 utils, mentre la quinta non produce alcun beneficio aggiuntivo e la sesta provoca addirittura una disutilità, riducendo l’utilità totale a 13.

Da questo esempio emerge innanzitutto la legge dell’utilità totale crescente, secondo cui, almeno nelle fasi iniziali del consumo, all’aumentare della quantità consumata aumenta anche la soddisfazione complessiva dell’individuo.

Allo stesso tempo si osserva che il valore attribuito a ogni unità aggiuntiva del bene dipende dalla quantità già consumata. L’utilità totale continua infatti ad aumentare ma con un ritmo progressivamente decrescente. Per analizzare questo fenomeno si introduce il concetto di utilità marginale, cioè l’incremento di utilità derivante dal consumo di un’unità aggiuntiva del bene. Formalmente l’utilità marginale può essere definita come:

U' = ΔU/Δq. (/= frazione)

Cioè la variazione dell’utilità totale associata a una piccola variazione della quantità consumata.

Da questa osservazione deriva la legge dell’utilità marginale decrescente, secondo cui, mantenendo costanti tutte le altre condizioni, l’utilità aggiuntiva ottenuta dal consumo di un’unità supplementare tende a diminuire man mano che la quantità consumata aumenta. L’intuizione economica è che la prima unità consumata soddisfa il bisogno più urgente, mentre le unità successive soddisfano bisogni progressivamente meno intensi.

Dal punto di vista grafico, queste relazioni si riflettono nell’andamento della curva dell’utilità totale, che risulta concava rispetto all’origine: cresce all’aumentare della quantità consumata ma con una pendenza progressivamente minore. In una fase iniziale la soddisfazione aumenta rapidamente, ma successivamente l’incremento diventa sempre più ridotto. Quando si raggiunge un certo livello di consumo il bisogno risulta completamente soddisfatto e l’utilità marginale diventa nulla; oltre questo punto ulteriori consumi possono generare disutilità.

L’utilità marginale può essere rappresentata graficamente come la pendenza della curva dell’utilità totale. Nelle prime fasi del consumo la pendenza è positiva ma decrescente, indicando che l’utilità marginale è positiva ma diminuisce progressivamente. Nel punto in cui l’utilità totale raggiunge il massimo la tangente alla curva diventa orizzontale e l’utilità marginale è pari a zero. Se il consumo continua ad aumentare oltre tale punto, la pendenza della curva diventa negativa e l’utilità marginale assume valori negativi, indicando che ulteriori unità consumate riducono il benessere complessivo.

Va tuttavia sottolineato che la legge dell’utilità marginale decrescente non rappresenta una regola assoluta. In alcuni casi, soprattutto nelle prime fasi del consumo, l’utilità marginale può temporaneamente aumentare. Nonostante ciò, per la maggior parte dei beni — in particolare quelli di consumo immediato e ripetuto — l’ipotesi di utilità marginale decrescente rappresenta una descrizione realistica del comportamento dei consumatori ed è quindi uno strumento fondamentale per modellare le scelte di consumo.

1.2.1 Il livello ottimo di consumo di un bene

Dopo aver analizzato in che modo la soddisfazione di un individuo dipenda dalla quantità di un bene consumato, è possibile affrontare una questione fondamentale della teoria del consumatore: come decide un consumatore razionale quante unità di un bene acquistare, cioè quale sia il livello ottimale di consumo. L’intuizione suggerisce che, tra tutte le combinazioni di beni compatibili con il proprio reddito, il consumatore scelga quella che gli consente di ottenere il massimo livello di benessere.

Per formulare una risposta più rigorosa si può seguire l’impostazione proposta da Alfred Marshall nei Principles of Economics. Marshall suggerisce di esprimere l’utilità in termini monetari, così da rendere possibile un confronto diretto tra i benefici derivanti dal consumo e i costi necessari per acquistare il bene. Questo approccio consiste nel chiedersi quanto un consumatore sarebbe disposto a pagare per ottenere un’unità aggiuntiva di un bene. Tale disponibilità a pagare riflette il valore soggettivo attribuito dal consumatore a quell’unità supplementare e rappresenta quindi l’utilità marginale espressa in termini monetari.

L’esempio del consumo di caramelle da parte di Isabella aiuta a chiarire questo meccanismo decisionale. Se Isabella è disposta a pagare fino a 50 centesimi per una caramella in più, significa che l’utilità marginale che attribuisce a quell’unità è pari a 0,50 euro. Marshall definisce questa grandezza prezzo marginale di domanda, indicato con p', e la esprime formalmente come il rapporto tra l’utilità marginale del bene e l’utilità marginale del reddito, cioè il valore attribuito a un euro aggiuntivo.

La relazione può essere espressa nel modo seguente:

p’ = U’/ U’ M

Dove:

  • U' rappresenta l’utilità marginale del bene,
  • U’m rappresenta l’utilità marginale del reddito.

Se si assume che l’utilità marginale del reddito rimanga costante, ipotesi ragionevole per beni di valore relativamente basso, il prezzo marginale di domanda diminuisce all’aumentare della quantità consumata. Questo risultato è coerente con la legge dell’utilità marginale decrescente.

Supponiamo che il prezzo di mercato di una caramella sia 0,50 euro. Se Isabella sarebbe disposta a pagare 0,80 euro per la prima caramella e 0,60 euro per la seconda, entrambe verranno acquistate perché il beneficio percepito supera il prezzo da pagare. Tuttavia, se per la terza caramella la sua disponibilità a pagare scende a 0,40 euro, cioè al di sotto del prezzo di mercato, Isabella non la comprerà.

Il consumatore continuerà quindi ad acquistare il bene finché l’utilità marginale espressa in moneta è almeno pari al prezzo di mercato. L’equilibrio si raggiunge quando il prezzo di mercato è uguale al prezzo marginale di domanda, cioè quando:

p = p'

Sostituendo la definizione di p' si ottiene la condizione di equilibrio:

p = U’/ U’ M

Oppure, risolvendo rispetto all’utilità marginale:

U’= pU’ M

Se questa condizione non è soddisfatta, il consumatore modificherà le proprie decisioni di acquisto. Quando l’utilità marginale è superiore al costo marginale (U' > pU_m), il consumatore ha convenienza ad aumentare il consumo del bene. Al contrario, quando l’utilità marginale è inferiore al costo (U' < pU_m), il bene non vale il prezzo pagato e il consumatore ridurrà gli acquisti. In questo modo egli tende continuamente a ristabilire l’equilibrio tra beneficio marginale e costo marginale, raggiungendo il livello ottimale di consumo.

Questo ragionamento consente anche di spiegare la pendenza negativa della curva di domanda individuale. Se il prezzo di mercato diminuisce, il costo necessario per acquistare il bene si riduce e il consumatore sarà disposto a comprare anche unità che prima non avrebbe acquistato; di conseguenza la quantità domandata aumenta. Se invece il prezzo aumenta, il costo supera il beneficio marginale per alcune unità e la quantità domandata diminuisce.

Marshall dimostra quindi come la curva di domanda possa essere interpretata come il risultato del comportamento razionale del consumatore. Questo approccio consente di superare la difficoltà di misurare direttamente l’utilità grazie al riferimento comune alla moneta. Tuttavia esso richiede l’ipotesi che l’utilità marginale del reddito sia costante, un’ipotesi semplificatrice perché il valore attribuito a un euro può variare con il livello di reddito. Nonostante ciò, nel caso di beni di modesto valore unitario, come caramelle, giornali o caffè, tale assunzione può essere considerata plausibile, poiché l’acquisto non incide significativamente sul reddito complessivo del consumatore.

Finora si è analizzato il caso in cui il consumatore debba decidere quanto consumare di un solo bene. Nella realtà, tuttavia, le decisioni di consumo riguardano quasi sempre più beni contemporaneamente. In questo caso il problema diventa stabilire come ripartire il reddito tra beni diversi.

Anche in questa situazione l’impostazione di Marshall offre una soluzione. L’obiettivo resta quello di massimizzare la soddisfazione complessiva, ma il consumatore deve decidere non solo quanto consumare, bensì anche come combinare beni differenti. La soluzione consiste nel confrontare l’utilità marginale di ciascun bene con il suo prezzo.

La condizione di equilibrio richiede che ogni euro speso produca lo stesso livello di utilità marginale, indipendentemente dal bene acquistato. In termini intuitivi, un euro speso per il pane deve produrre la stessa soddisfazione di un euro speso per il formaggio o per la frutta. Se ciò non avviene, il consumatore potrebbe migliorare il proprio benessere spostando la spesa dai beni che producono minore utilità marginale per euro verso quelli che producono maggiore utilità marginale per euro.

Questa condizione può essere espressa formalmente nel modo seguente:

U’ / p = U’ / p = U’1 1 2 2 M

Dove:

  • U1 e U2 rappresentano le utilità marginali dei due beni,
  • P1 e P2 sono i loro prezzi,
  • Um è l’utilità marginale del reddito.

Assumendo che l’utilità marginale del reddito sia la stessa per tutti i beni, la condizione di equilibrio può essere espressa anche nella forma:

U’ / U’ = p / p1 2 1 2

Ciò significa che il rapporto tra le utilità marginali dei beni deve essere uguale al rapporto tra i loro prezzi. In altre parole, il beneficio aggiuntivo derivante dal consumo di un bene rispetto a un altro deve essere coerente con la loro valutazione sul mercato.

1.3 L’analisi ordinale dell’utilità

Per superare alcuni limiti teorici dell’approccio cardinale all’utilità, economisti come Francis Ysidro Edgeworth e Vilfredo Pareto svilupparono un nuovo approccio basato sull’analisi ordinale dell’utilità. In questa prospettiva non si cerca più di misurare quantitativamente la soddisfazione derivante dal consumo, ma semplicemente di ordinare i diversi panieri di beni in base alle preferenze del consumatore.

Ciò significa che non è necessario stabilire di quanto un paniere sia preferito rispetto a un altro; è sufficiente determinare quale tra due panieri è preferito oppure se essi garantiscono lo stesso livello di soddisfazione. Questo approccio elimina quindi la necessità di definire un’unità di misura dell’utilità e rende il modello teorico più flessibile e concettualmente più solido.

Per comprendere il funzionamento di questa impostazione si può considerare una serie di panieri composti da quantità diverse di due beni, ad esempio pomodori (bene 1) e pesce (bene 2) consumati settimanalmente.

Il consumatore è in grado di ordinare questi panieri in base alle proprie preferenze. Ad esempio potrebbe preferire il paniere A rispetto al paniere B, perché contiene quantità maggiori di entrambi i beni. Tuttavia, nel confronto tra C e D, non è possibile stabilire a priori quale sarà preferito, poiché la scelta dipenderà dalle preferenze individuali del consumatore.

La teoria economica assume comunque che il consumatore sia sempre in grado di ordinare tutti i panieri possibili, collocando ogni combinazione in una gerarchia coerente di preferenze.

Affinché tale ordinamento sia logicamente coerente e compatibile con il comportamento razionale, si assume che le preferenze del consumatore rispettino tre assiomi fondamentali. Il primo è l’assioma della completezza, secondo cui il consumatore deve sempre essere in grado di confrontare due panieri qualsiasi e stabilire quale preferisce oppure se l

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ale102938 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Basile Elisabetta.
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