ECONOMIA E GESTIONE DELLE IMPRESE
1. Management d’impresa
, proprio perché è un organismo molto complesso, ha bisogno di essere gestita, e questo
L’impresa
avviene attraverso : è l’attività del manager che governa le persone, i processi, le
il management
interazioni, e serve per far sì che le organizzazioni generino risultati migliori rispetto a quelli che
potrebbero produrre se agissero in un altro modo. Ha un ruolo molto importante nel percorso di
crescita e sviluppo delle economie, permettendo anche di raggiungere diversi obiettivi prefissati.
Le persone provano dei bisogni, e perseguono vari fini; per questo interagiscono tra di loro attraverso
le società umane: sono gruppi sociali, insiemi piccoli di persone formati spontaneamente, che
condividono gli stessi valori di fondo e hanno un obiettivo comune. Molto importante diventa, quindi,
la cooperazione tra i vari membri, oltre che una buona organizzazione. Il tema della gestione
d’impresa, perciò, ha assunto molta importanza, anche a seguito di: importanza dell’innovazione
(nascono nuovi modelli di business), il potere del capitale è aumentato rispetto al lavoro, le
performance delle imprese sono collegate alle performance del Paese.
Anche l’impresa, organizzazione di persone e beni volta a raggiungere uno scopo, è una società
umana, basata su regole e strutture di comportamento stabili. Si è evoluta nel tempo,
contemporaneamente alla società, alle tecnologie (da orientamento alla produzione all’impresa
moderna), ai consumi, creando nuovi bisogni: è dinamica, perché si adatta e produce cambiamento.
Ruota intorno al concetto di creazione di ricchezza: maggior valore derivante dal processo di
aggregazione, modifica e trasferimento di risorse in prodotti; il valore si crea con l’utilizzo di risorse:
materiali, immateriali, umane e finanziarie. La creazione di ricchezza è il principio del valore aggiunto
su cui si basa il calcolo del PIL ma anche il margine delle imprese.
Le risorse sono legate al valore nel momento in cui sono scarse e non sono duplicabili.
In un’impresa molto importante è anche il ruolo dell’imprenditore, che deve trovare soluzioni
organizzative, tecniche, finanziarie e commerciali che permettano di conseguire un margine positivo
tra ricavi e costi. Sono richieste alcune doti: la capacità di immaginare e costruire il futuro d’impresa,
la capacità di leadership (far percepire ad ogni membro del gruppo il beneficio che ricava dal farne
parte). Oltre all’imprenditore ci sono altri soggetti coinvolti nell’impresa, sia interni che esterni, i cui
obiettivi non sono per tutti gli stessi e, di conseguenza, si possono creare delle situazioni di conflitto.
Per far funzionare l’attività aziendale è necessario coordinare questa rete di attori. Per creare
ricchezza, infatti, è necessario avere un rapporto positivo con gli stakeholder, ossia con tutti i soggetti
che hanno interesse verso l’impresa.
2. Modelli d’impresa
Secondo il Codice civile, affinché vi sia impresa devono esserci: l’esercizio di un’attività economica
diretta alla produzione o allo scambio di beni e servizi, l’organizzazione dell’attività e la
professionalità. L’economia aziendale ha elaborato 2 concetti per capire l’impresa: l’Istituto e
l’Azienda. L’Azienda è “il complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa”.
L’Istituto, invece, è una società umana fondata su regole e strutture di comportamento stabili; vi sono
diversi tipi di Istituti: la famiglia (caratterizzata da finalità di tipo sociale, etico ed economico, è
un’unità economica volta a soddisfare i bisogni dei membri che la compongono), l’impresa (dove il
fine è la produzione di ricchezza; possono esserci vari processi economici), l’istituto pubblico (il fine
è il soddisfacimento dei bisogni pubblici delle persone che vi appartengono e dei dipendenti che vi
lavorano), l’azienda non profit (con finalità di tipo sociale, morale e culturale: il loro scopo è il
soddisfacimento dei bisogni di alcune categorie di persone).
Concentrandosi sull’impresa, si possono distinguere due categorie di produzione: produzione
artigiana e produzione industriale. La prima si caratterizza per l’applicazione diretta al prodotto di
competenze, abilità, capacità individuali possedute dall’artigiano; la seconda, invece, è
caratterizzata dalla standardizzazione dei processi di lavorazione. La produzione artigiana ha una
scarsa strutturazione dell’organizzazione, una bassa standardizzazione dei processi produttivi, un
basso potere di mercato e uno scarso potere nei confronti dei finanziatori; la produzione industriale,
invece, ha un’alta strutturazione dell’organizzazione, una bassa standardizzazione dei processi
produttivi, un basso potere di mercato e uno scarso potere nei confronti dei finanziatori.
Tra gli aspetti più importanti che definiscono il modello d’impresa vi è la dimensione, che può variare
in base al tipo di azienda e determinano la sua quota di mercato. Per poter effettuare delle
classificazioni si utilizzano diverse caratteristiche; queste vengono utilizzate per distinguere,
innanzitutto, le piccole e medie imprese (PMI): il capitale investito (dipende dalla lavorazione
effettuata dall’impresa, che può essere capital intensive o labour intensive. Di solito le PMI sono a
bassa intensità di capitali e spesso finanziate da equity), il numero di addetti (di solito le PMI hanno
una governance manageriale, semplice, molto spesso accentrata nelle mani di poche persone), il
fatturato (non è molto indicativo perché le imprese possono operare in settori disomogenei; di solito
le PMI hanno una struttura di costo abbastanza semplice, con un numero di addetti contenuto) e il
valore aggiunto (anche se difficile da calcolare, è il parametro più valido; le PMI hanno indirizzi
strategici relativamente semplici e si caratterizzano da un’elevata flessibilità). Per quanto riguarda
la grande impresa, man mano che le dimensioni crescono, si ha una strutturazione organizzativa più
complessa, un maggiore potere di mercato, un accesso più agevole alle risorse finanziarie e umane,
e una governance più complessa (separazione tra proprietà e management); presentano delle
caratteristiche: il controllo è detenuto dalla direzione del consiglio di amministrazione, il management
gestisce l’azienda, l’impresa mira all’indipendenza finanziaria e ad una maggiore autonomia
decisionale. Infine, prendendo le aziende non più come singole, si può parlare di gruppi di imprese:
insieme di società giuridicamente distinte, connesse da legami azionari che consentono il controllo
stabile di tutte le attività, con diverse unità decisionali distinte; se all’interno di questo gruppo esiste
un capogruppo, viene definita holding. La holding deve assicurare un controllo strategico, definendo
obiettivi comuni e controllandone il raggiungimento, e deve gestire la liquidità di gruppo; può essere:
h. finanziaria (o pura, partecipa ad altre società operative) e h. operativa (o mista, svolge anche
funzioni di organizzazione nei confronti delle partecipate).
3. Teorie d’impresa e creazione di valore risale a Adam Smith (era necessario comprendere
La nascita degli studi sulle finalità dell’impresa
come funzionasse un fenomeno). Tra ‘800 e ‘900 si sviluppò , che individua
la teoria neoclassica
nella massimizzazione del profitto l’obiettivo fondamentale dell’impresa; si concentra sull’allocazione
efficiente delle risorse all’interno di un mercato di concorrenza perfetta (mercato in cui non c’è
asimmetria informativa); si basa su: unico soggetto decisore, perfetta razionalità e perfetta
informazione. In base al principio marginalista, l’imprenditore si procura i fattori produttivi fino a
quando l’aspettativa del ricavo dovuto all’incremento del prodotto (ricavo marginale) che deriva
dall’incremento dei singoli fattori non eguaglia il prezzo che deve pagare per ottenerli, e spinge la
produzione fino a quando il costo marginale è uguale al ricavo marginale, e poi smette di produrre.
Questa teoria, però, ha subito diverse critiche: si limita al profitto di BP, trascurando il LP; non
considera problemi di agenzia (conflitti di interesse tra azionisti e manager) e limita la finalità
dell’azienda al solo profitto. Alcune di queste critiche furono mosse a partire dagli anni ’20. La prima
di queste è la critica delle ipotesi di base, secondo cui sono state fatte delle ipotesi di base restrittive
(nella realtà non esistono: regime di concorrenza perfetta, assoluta trasparenza del mercato,
assenza di barriere in entrata e in uscita) e c’è un equivoco di fondo (l’obiettivo è il profitto da
massimizzare). Un’altra è la critica della concorrenza monopolistica, secondo cui: le imprese
collocano sul mercato prodotti differenziati, la massimizzazione del profitto è un problema
indeterminato a causa del prezzo di vendita che dipende dalla curva di domanda, e dal fatto che
quest’ultima dipende dal comportamento dei concorrenti. La critica della teoria delle interdipendenze
oligopolistiche sostiene che il prezzo non è determinato da Cm = Rm, ma è frutto
dell’interdipendenza dei comportamenti delle imprese, che non sono prevedibili. La critica della
teoria dell’abbandono dell’equilibrio statico sostiene che la massimizzazione del profitto è un
obiettivo di LP, la concorrenza potenziale assume maggio rilevanza rispetto a quella già esistente, e
il prezzo è fissato per tenere lontani i competitor potenziali. La critica dell’approccio manageriale
sostiene la separazione tra controllo e gestione: non sempre, infatti, il management ha l’obiettivo di
massimizzare il profitto. Infine, la critica della scuola comportamentista sostiene che l’impresa è
un’organizzazione al servizio della comunità, è una coalizione di diversi gruppi di interesse, e il suo
scopo è l’appagamenti di aspirazioni diverse; da quest’ultima critica l’attenzione viene spostata dagli
shareholder (azionisti) agli stakeholder.
Da qui nacque , secondo cui l’impresa non dovrebbe massimizzare il
la teoria degli stakeholder
profitto, ma la soddisfazione di tutti gli attori, distribuendo la ricchezza in modo equilibrato; l’impresa
deve massimizzare l’impresa stessa (l’ambiente in cui opera). Anche questa teoria venne criticata:
l’obiettivo dell’azienda è il profitto, ma si occupa anche di un bene comune, e quindi sta bruciando
ricchezza (es: efficienza economica vs. salvaguardia dei posti di lavoro); questo ragionamento è
corretto solo se l’unico scopo è la massimizzazione del profitto. Tuttavia, però, il perseguimento di
obiettivi sociali porterà anche dei profitti aggiuntivi. La teoria si evolse nel tempo, fino ad arrivare alla
conclusione che per creare ricchezza è necessario costruire relazioni armoniche con l’ambiente e
interpretare correttamente le esigenze degli stakeholder.
Al fine di perseguire l’obiettivo di creazione di ricchezza nella gestione sostenibile delle relazioni con
gli stakeholder, l’evoluzione delle teorie d’impresa venne accompagnata dalla formalizzazione di
tecniche gestionali: (come gestire un’impresa per renderla generatrice di ricchezza) produzione,
marketing, finanza, strategia e logistica.
Per quanto riguarda il concetto di , invece, questo è di natura economica, ma le imprese
valore
considerano anche il valore sociale. Capire quanto vale un’impresa è difficile, visto che i criteri di
valutazione cambiano e i risultati sono strettamente soggettivi; un’impresa vale in base a cosa ha
fatto nel passato e a cosa farà nel futuro, ma anche in base a coloro che hanno i suoi prodotti. È
necessario fare delle previsioni (con un margine di errore), ponendosi un problema di valutazione
quando un bene potrebbe essere immesso nel mercato.
Non tutte le aziende che fanno profitti e distribuiscono dividendi, però, creano valore; viene creato
solo se si ottiene un rendimento dei mezzi propri più elevato rispetto al costo del capitale. La politica
di distribuzione dei dividendi diminuisce il valore dell’impresa, perché riduce il suo valore di cassa.
Il profitto è un obiettivo di breve termine, mentre il valore è un indicatore di lungo termine.
Il valore viene anche paragonato al prezzo; il primo è il risultato di una stima, e su questa si stabilisce
il prezzo di vendita, ed è legato ad un certo contesto; il prezzo, invece, è un dato espresso dal
mercato, è il risultato di una contrattazione, dell’incontro tra domanda e offerta.
Il valore deve prendere in considerazione il fattore tempo e il fattore rischio (con il tasso di
attualizzazione, che permette di dare un valore oggi a qualcosa nel futuro); si può applicare a:
garanzie societarie, M&A e formazione del bilancio.
Il concetto di valore si distingue da quello di profitto:
VALORE PROFITTO
Basato sui risultati futuri Basato sui risultati passati
Orientato al LP Orientato al BP
Definito a livello degli azionisti Definito a livello d’impresa
Orientato a più portatori di interesse Orientato ai soli azionisti
La ricchezza investita in un’impresa si esprime con o i mezzi propri investiti
il capitale netto
nell’attività d’impresa. È dato da: CN = CONFERIMENTI DEI SOCI +/- UTILI (PERDITE)
.
ACCUMULLATE NELLE RISERVE – DIVIDENDI
Se il capitale netto supera il capitale sociale vuol dire che la ricchezza inizialmente investita dai soci
è aumentata, mentre se è maggiore il capitale sociale, vuol dire che la ricchezza è diminuita.
Il capitale netto non è una buona misura del valore d’impresa, infatti, dà solo un’idea di come sta
fruttando il capitale investito (ma non tiene conto delle prospettive di sviluppo dell’impresa).
Secondo gli azionisti, il concetto di ricchezza si riferisce a: i dividendi, il valore dell’impresa nel futuro,
e la sua capacità di generare redditi (detto capitale economico).
rappresenta in modo corretto il valore della ricchezza investita dagli azionisti;
Il capitale economico
può essere calcolato come somma attualizzata dei benefici che l’impresa apporterà ai soci:
La contabilità classica sostiene che: che corrisponde a (in valore):
Il valore del capitale economico molto spesso è diverso dal valore di mercato, a causa di vari fattori:
la valutazione degli unicorn fa alzare il valore di mercato, i mercati finanziari possono creare valori
di mercato diversi dai valori economici, ed entrano in gioco variabili affettive irrazionali.
Il valore di mercato dipende da alcuni fattori: la presenza di investitori con intenti speculativi, il grado
di trasparenza dei mercati, le dimensioni dei mercati finanziari, la tendenza ad adattamenti continui
e il gioco delle aspettative.
La gestione orientata al valore ha diverse caratteristiche:
4. Sostenibilità
Il concetto di è legato alla consapevolezza della presenza di risorse naturali non
sostenibilità
illimitate, che devono essere utilizzate con cautela. La sostenibilità può essere di 3 tipi: s. economica
(capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione), s. sociale (risolvere
problematiche ambientali) e s. ambientale (capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle
risorse naturali).
Con la diffusione dell’informazione, dei bisogni sociali e del cambiamento dell’atteggiamento di
consumo, inizia a svilupparsi il concetto di , la quale diventa
responsabilità sociale di impresa (CSR)
una strategia. I fattori che hanno portato ai cambiamenti sono diversi, tra cui la consapevolezza,
l’impatto ambientale della crescita economica illimitata e l’affermarsi di modelli di consumo critici; gli
elementi, invece, che denotano il cambiamento sono: lo sviluppo sostenibile diventa l’obiettivo
condiviso dai Paesi avanzati e il cliente assume una posizione centrale. Tutto ciò ha portato ad una
maggiore trasparenza rispetto al passato.
La responsabilità sociale si riferisce al fatto che l’impresa si rende partecipe ad altre attività non
strettamente collegate alla sua attività caratteristica.
Il tema della sostenibilità è legato a quello della legittimazione sociale, che si può trovare in:
reputazione, identità (dell’impresa) e immagine di marca. Le imprese, infatti, per poter operare
devono essere legittimate; alcune però, hanno il problema di dover far accettare la propria legittimità
ai consumatori, per poter continuare ad operare.
L’insostenibilità comporta una perdita di fiducia da parte dei consumatori, del mercato, della
comunità di riferimento, dei potenziali investitori, che, a sua volta, determina l’erosione del potenziale
attrattivo e dell’opportunità di successo duraturo.
La relazione tra CSR e performance è spuria, in quanto non è detto che la CSR consenta di ottenere
delle performance economiche migliori. Su questo fatto ci sono 2 visioni differenti: Business is
Business (è la visione di Friedman, che sosteneva che l’unica responsabilità di un’impresa è
massimizzare i profitti per i suoi azionisti: supremazia degli shareholder) e Corporate Shared Value
(è la sinergia, una relazione positiva tra socialità e vantaggio competitivo di LP).
La sostenibilità e la creazione di valore sono strettamente collegati:
La CSR, inoltre, permette probabilmente di ridurre i costi di un’azienda (di protesta e reclamo, di risk
management, di monit
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