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Lezione n. 1: il quadro di riferimento

A) L’oggetto di studio

L’economia aziendale è la disciplina scientifica che studia i criteri su cui si basa la conduzione di una qualsiasi azienda. Tale disciplina fornisce i principi guida per assumere razionali e responsabili decisioni, per elaborare i più efficaci modelli organizzativi delle risorse destinate alle attività intraprese, per recepire e realizzare innovazioni di prodotto o di processo, onde migliorare la qualità della vita degli uomini. L’economia aziendale si avvale di informazioni di carattere quantitativo-monetario, acquisite ed elaborate da strumenti contabili.

1 Prese con principi e criteri corretti.

2 Bisogna prendere in considerazione il fatto che ogni decisione comporta delle conseguenze.

L’azienda universale è quell’azienda contraddistinta da caratteri universali, cioè comuni a qualsiasi organismo socio-economico, indipendentemente dal momento storico e dall’ambiente culturale in cui essa opera, come le motivazioni della sua nascita, l’impiego razionale e responsabile delle risorse disponibili, la necessità di verificare e comunicare i risultati raggiunti, ma anche quella di controllare la corretta realizzazione del processo di creazione del valore.

3 Tutti questi caratteri universali costituiscono il comun denominatore di tutte le aziende che operano sul mercato, indipendentemente dal periodo storico o dall’area territoriale considerata.

B) Le funzioni economiche (cenni)

L’uomo, come essere vivente, avverte continuamente dei bisogni, cioè tutte le manifestazioni fisiche o psicologiche di uno stato di disagio, di insoddisfazione, di mancanza di qualcosa ritenuto indispensabile. Per sua natura, l’uomo è sottoposto a continui stati di inquietudine che assumono differenti caratteristiche in base alle modalità con cui si manifestano:

  • Problemi, cioè situazioni casuali che richiedono delle soluzioni.
  • Bisogni, cioè situazioni di insoddisfazione destinate a ripresentarsi nel tempo ad intervalli più o meno ampi.
  • Mancanze, che si manifestano quando l’uomo non dispone di qualcosa, di cui non avverte però l’essenzialità.
  • Desideri, ovvero degli stati di insoddisfazione che portano l’uomo a sperimentare nuove situazioni, senza che questo sia necessariamente determinato da problemi o bisogni.

Ciascuno di noi avverte una considerevole varietà di bisogni, tuttavia appare impossibile procurarsi simultaneamente i mezzi per soddisfarli tutti. I bisogni non vengono avvertiti dalle persone con la stessa intensità: alcuni di essi risultano essere più forti e pressanti di altri. Per questo motivo, prendendo in considerazione un determinato momento storico e una determinata area territoriale è possibile scrivere di scala dei bisogni. In relazione a questo tema, ricordiamo i contributi di Maslow e Herzberg, che hanno definito una scala di bisogni individuali.

Maslow dispone i bisogni su una vera e propria scala composta da gradini, partendo da quelli più semplici, avvertiti da tutte le persone, bisogni primari e fisiologici, fino ad arrivare a quelli più complicati, di autorealizzazione. Una volta soddisfatti i bisogni alla base della scala, che rappresentano quelli che hanno una maggiore urgenza, pian piano si passa a soddisfare anche i successivi. Herzberg invece opera una classificazione dei bisogni più semplice, suddividendoli in igienici, primari e di sicurezza, e motivazionali, di affiliazione, di stima e di autorealizzazione.

Maslow Herzberg
5. Di autorealizzazione Motivazionali
4. Di stima Motivazionali
3. Di affiliazione Motivazionali
2. Di sicurezza Igienici
1. Primari o fisiologici Igienici

I bisogni possono essere suddivisi in individuali, se avvertiti da singoli individui, e collettivi o comunitari, se avvertiti globalmente e complessivamente dai componenti di una comunità.

Le cose e gli oggetti che servono a soddisfare i bisogni sono definiti beni. Per poter soddisfare i bisogni emergenti non occorre solo disporre di uno stock, cioè di una quantità, di beni, ma di un vero e proprio flusso continuo di valore che promana da beni e servizi. Infatti, per appagare i bisogni non occorre solo disporre dei beni, ma anche goderne, cioè appropriarsi del loro valore. È possibile distinguere il valore di un bene dalla sua utilità. Quest’ultima è la capacità del bene medesimo di soddisfare i bisogni, mentre il valore rappresenta il contenuto del bene, la sua essenza, cioè ciò che serve per calmare i bisogni. Ogni atto mediante il quale ci si appropria del valore di un bene è un atto di impiego, di utilizzo o di consumo. È in quest’attività che si distrugge valore, esaurendo il bene più o meno rapidamente in modo definitivo.

I beni possono essere materiali, cioè tangibili, o immateriali, cioè intangibili, e in questo caso si parla più propriamente di servizi. La società attuale è anche definita società di servizi, espressione con cui si va a sottolineare il fatto che oggi le persone avvertono bisogni per la soddisfazione dei quali è necessaria la predisposizione e la disponibilità di servizi piuttosto che beni materiali.

I beni materiali possono essere suddivisi a loro volta in beni a fecondità semplice o a singolo uso o a veloce rigiro o annuali, che si esauriscono in un unico atto di utilizzo, e beni a fecondità ripetuta o durevoli o a lento rigiro o pluriennali, che si esauriscono in più atti di impiego, di utilizzo e perciò il valore da essi incorporato è rilasciato in più volte, fino al loro completo esaurimento. Anche i servizi hanno la caratteristica di essere oggetti a singolo uso, ma il loro utilizzo deve essere immediato, altrimenti il valore contenuto in essi viene perso, a differenza dei beni materiali, il cui utilizzo può essere rinviato in futuro, facendo tesoro del valore in essi contenuto.

4 Il termine rigiro sta per rinnovo; i beni a veloce rigiro sono quelli che devono essere rinnovati o sostituiti nel breve andare, cioè subito dopo essere stati utilizzati. Si distinguono da quelli a lento rigiro, che invece sono quelli che vengono sostituiti a lungo andare.

Oggi, tutti i beni sono economici, cioè scarsi e disponibili in quantità limitata, motivo per cui la tradizionale classificazione tra beni economici e quelli non economici, perché disponibili in quantità illimitate, non ha più ragione di essere. Tuttavia, per quei beni che un tempo erano ritenuti non economici, il cui uso era quindi libero e gratuito, e che oggi sono riconosciuti come beni economici, esistono delle problematiche legate ad esempio a chi può vantarne o meno la proprietà, in che modo vanno utilizzati oppure qual è il loro prezzo.

All’origine della sua storia, ogni comunità umana, per ottenere i beni atti al soddisfacimento dei bisogni propri componenti, ha avuto a disposizione due sistemi di fattori od elementi, ovvero le risorse naturali e il bagaglio delle conoscenze dei componenti la comunità medesima. I bisogni avvertiti erano semplici e poco numerosi. Aumentando il numero dei bisogni, l’uomo ha dovuto creare nuovi beni capaci di soddisfare quei nuovi bisogni. Nell’esercizio di quest’attività di combinazione e di assemblaggio l’uomo si è sempre servito di beni intermedi, cioè di strumenti che non essendo disponibili in natura, dovevano essere realizzati, cioè composti o fabbricati. Tali beni strumentali, che coadiuvano l’uomo nei processi di creazione del valore, costituiscono il cosiddetto patrimonio o capitale tecnico. Il loro utilizzo, nei processi di trasformazione e di lavorazione, consuma parte del valore che hanno incorporato; si parla in questo caso di consumo intermedio che consente di realizzare beni atti al consumo finale, che soddisfa i bisogni degli uomini.

Le tradizionali funzioni economiche svolte in ogni tipologia di azienda sono la produzione, il consumo, il risparmio, l’investimento e l’innovazione.

La produzione è l’attività di trasformazione, attraverso processi di lavorazione, delle materie prime, inputs, in prodotti finiti, outputs, o di apprestamento di servizi per soddisfare i bisogni umani.

Il consumo consiste negli atti di utilizzo o di impiego di beni o servizi in vista della soddisfazione dei bisogni umani. Si parla in questo caso di consumo finale, che si distingue da quello intermedio, qualora il valore incorporato nei beni venga utilizzato per creare nuovo valore incorporato in beni o servizi da destinare poi al soddisfacimento dei bisogni finali.

Il risparmio si concretizza in un’attività di privazione, di una astensione dal consumo, poiché rappresenta proprio la parte non consumata delle risorse disponibili. L’investimento è una conseguenza del risparmio e consiste nell’acquisizione di beni a fecondità ripetuta o a lento rigiro o pluriennali che solitamente hanno un costo maggiore.

L’innovazione è l’attività che si concretizza nella messa in opera di una concezione nuova nei processi di creazione di valore. L’innovazione è la traduzione operativa di una scoperta, di un’invenzione. Ogni innovazione presuppone perciò l’esistenza di una scoperta, ma non è necessariamente vero il contrario.

È possibile distinguere le innovazioni di prodotto da quelle di processo. Le prime consistono nella realizzazione di un prodotto nuovo che è in grado di migliorare il soddisfacimento del bisogno iniziale. Le seconde, invece, possono essere suddivise a loro volta in tecniche o tecnologiche, se riguardano l’impiego di nuove tecnologie durante i processi di lavorazione, e gestionali o organizzative, se attengono agli strumenti di decisione o di controllo impiegati e ai modelli organizzativi adottati. Non tutte le innovazioni sono fonte di successo, ma spesso insistere nel rendere più efficienti i processi di creazione di valore tradizionali è meno conveniente che saltare su una nuova idea, intraprendere un’innovazione, di prodotto o di processo, e cavalcare il caos.

Lezione n. 2: similitudini e metafore

L’azienda è il luogo fisico dove si realizzano processi di produzione di beni o di erogazione di servizi; in quel luogo vi opera un gruppo, più o meno numeroso, di persone che, in modo continuativo e coordinato, in virtù del modello organizzativo adottato, sviluppano conoscenze, impiegano capacità, manifestano abilità, svolgendo determinate attività lavorative ed utilizzando particolari strumenti al fine appunto di fabbricare beni od apprestare servizi.

L’economia aziendale fornisce una serie di metafore e di similitudini che permettono di comprendere il concetto teorico di azienda, ognuna delle quali va ad enfatizzare un particolare aspetto dell’azienda medesima.

L’azienda come unità economica è vista come un essere unitario, cioè completo nelle sue parti e distinto da altre unità similari. Ogni azienda è un’opera d’arte, unica e irripetibile, e anche le eventuali copie non sono perfettamente uguali all’originale; infatti, le aziende sono costituite da uomini e, se ogni persona è irripetibile, anche esse lo sono.

Analoghe riflessioni possono essere sviluppate considerando l’azienda come un agente, un soggetto o un individuo economico, che agisce sul mercato e rappresenta l’azienda stessa.

L’azienda come attore è vista invece come un essere che agisce in uno scenario socio-economico, svolgendo una sua precisa funzione, quella di creare valore per il soddisfacimento dei bisogni umani e il miglioramento della qualità della vita. Un attore, infatti, è colui che assolve ad un ruolo e a un compito specifico nell’ambito di una trama.

L’azienda può essere anche considerata come una cellula del tessuto economico in cui vive ed opera. Tale visione pone l’enfasi sulla complementarietà aziendale; come ogni cellula dell’organismo umano vive e risente della vita delle cellule viciniori, con le quali ha continui scambi di risorse e energia, così le aziende vivono della vita degli altri organismi socio-economici con cui instaurano dei rapporti di comunicazione. Si tratta di rapporti comunicativi di carattere economico-finanziario, che consentono all’azienda di acquisire le risorse necessarie per assolvere alla sua funzione e di diffondere nell’ambiente il valore creato. Così, per effetto di tali rapporti, la cattiva salute o la morte di un’azienda provoca un effetto domino negativo sull’insieme delle aziende che hanno rapporti con essa, minacciandone la sopravvivenza, ma allo stesso modo, lo sviluppo o la buona salute di un’azienda rappresenta un vantaggio per l’intera collettività.

La similitudine che associa l’azienda a una cellula fa riflettere sulla necessità per una qualsiasi unità economica di attivare una qualche forma di coordinamento, di collaborazione o di aggregazione con le aziende che svolgono lo stesso tipo di attività nel medesimo ambiente, si tratta dei cosiddetti consorzi o associazioni.

Le teorie aziendali

Nel corso del tempo sono state formulate diverse teorie aziendali che hanno lo scopo di supportare lo studio dell’azienda e farne comprendere il funzionamento. Tra queste ritroviamo la teoria contrattualistica, quella sistemica e infine quella organicistica.

La prima posizione teorica, quella contrattualistica, è stata sviluppata all’inizio del XX secolo e vede l’azienda come un insieme coordinato di contratti, cioè rapporti giuridici, messi in essere per realizzare una determinata attività economica e raggiungere il fine prefissato. Una simile posizione ha come quadro di riferimento la legge ed esalta la dimensione giuridica dell’azienda; ogni fatto aziendale, come l’acquisto di risorse per attivare i processi produttivi, l’acquisizione di risorse finanziarie oppure la vendita dei prodotti finiti, è frutto di un contratto e quindi non ha solo rilevanza economico-finanziaria, ma anche giuridica, poiché genera diritti e obblighi. La teoria contrattualistica dell’azienda ha certamente una sua validità, ma è stata oggetto di numerose critiche poiché coglie un solo aspetto del complesso fenomeno aziendale e ha validità solo rispetto all’ordinamento giuridico dell’area territoriale in cui vive e opera l’azienda considerata.

La teoria contrattualistica dell’azienda appare oggi superata, anche se, a partire da quest’ultima, è stata proposta una sua evoluzione, che è stata definita teoria agenziale. Tale posizione teorica presenta l’unità aziendale come una manifestazione del contratto di mandato, in relazione al quale i manager si obbligano a compiere uno o più atti giuridici per conto degli azionisti, o del contratto di agenzia, per cui i manager assumono stabilmente l’incarico di promuovere la conclusione di contratti in un’area territoriale determinata, per conto degli azionisti. In entrambi i casi, i rapporti tra le due parti del contratto sono basati sulla responsabilità fiduciaria dei manager verso gli azionisti, o proprietari.

A metà del XX secolo, negli studi aziendali si afferma un’altra posizione teorica che vede l’azienda come un sistema, cioè un insieme coordinato di risorse umane e materiali basato su relazioni e interdipendenze. Tale teoria, detta sistemica, si caratterizza per un approccio allo studio dell’azienda di tipo matematico-statistico e riconduce l’unità economica a un vero e proprio modello matematico. Una simile visione ha contribuito all’implementazione di aree di studio prima non sviluppate, come quella di tipo organizzativo e finanziario o quella relativa a tutti quegli strumenti decisionali che rientrano nella cosiddetta ricerca operativa. Il limite di una tale visione dell’azienda, tuttavia, è rappresentato dal fatto che i sistemi hanno la caratteristica di essere chiusi, cioè definiti e stabiliti in determinate circostanze di tempo e di luogo. L’azienda invece è inserita e opera in un ambiente continuamente mutevole, dal quale riceve stimoli e a cui si adatta; per questo motivo, l’azienda dovrebbe essere considerata un sistema aperto. Inoltre, la teoria sistemica si basa su una visione troppo meccanicistica dell’azienda, che riduce l’uomo a mero elemento di un unitario complesso meccanico. A tale visione aziendale si lega infine il concetto di azienda modulare, cioè la possibilità di clonare aziende perfettamente uguali.

1 Esempio: sistema solare.

Tanto l’orientamento giuridico, quanto quello sistemico, concepiscono l’uomo come un individuo che soggiace alla legge, giuridica o matematica; egli non è mai centrale nell’azienda.

La teoria aziendale che enfatizza la presenza dell’uomo nell’attività economica è quella conosciuta come teoria organicistica. Ricollocando l’uomo al centro dell’azienda si va ad affermare un nuovo umanesimo aziendale.

Lezione n. 3 e n. 4: la teoria organicistica

La teoria organicistica considera l’azienda un insieme coordinato di organi, cioè un vero e proprio organismo socio-economico vivente. Tale metafora tende ad enfatizzare come l’azienda, così come un qualsiasi organismo vivente, quale quello umano, è costituita da una molteplicità di organi, ognuno dei quali è deputato ad assolvere una particolare funzione. L’azienda è un organismo economico poiché, per svolgere la sua attività di produzione, si serve di risorse e di beni economici. Essa è invece un organismo sociale perché coinvolge un numero più o meno grande di persone. L’uomo vivifica l’azienda e costituisce una componente privilegiata dell’unità aziendale, quale attore e destinatario dei

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alebazzo_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Barnabè Federico.
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