Filosofia del diritto – Fassò (seconda parte)
Thomas Hobbes (1588–1679)
Thomas Hobbes, filosofo inglese nato a Malmesbury, visse in un periodo di grande instabilità politica e sociale: fu testimone del conflitto tra la monarchia degli Stuart e il Parlamento, che sfociò nella guerra civile inglese e nella decapitazione di Carlo I. Questa realtà violenta e frammentata influenzò profondamente il suo pensiero.
Hobbes sviluppa una filosofia materialistica, meccanicistica e nominalistica:
- Il mondo è regolato da leggi meccaniche e naturali.
- I concetti sono soltanto nomi, e il pensiero è ridotto a un calcolo formale di questi nomi.
- Lo Stato non ha fondamento divino, ma è un costrutto artificiale, creato per garantire la sopravvivenza e l’ordine.
Questa visione la esprime in un sistema filosofico unitario chiamato Elementa Philosophiae, articolato in tre opere: De Corpore (sul mondo fisico), De Homine (sull’uomo) e De Cive (sulla società), dove affronta le tematiche politiche e giuridiche con grande chiarezza e rigore.
L’opera più celebre di Hobbes è però il Leviatano (1651), scritta in pieno clima di guerra civile. In essa, Hobbes descrive uno scenario in cui lo spirito anarchico e l’assenza di autorità portano il mondo al caos. Per lui, l’uomo è egoista e aggressivo per natura, incline alla sopraffazione più che all’associazione.
Il Leviatano richiama sia un cetaceo marino sia un coccodrillo, ma anche la figura mitologica di un drago, probabilmente un mostro che vede la sua origine nel caos primordiale. Hobbes ne parla come di un mostro di invincibile potenza, dinanzi al quale tutti si prostrano e che non ha risparmiato alcuno che abbia osato opporvisi.
Contratto sociale e stato di natura
Gli uomini nello stato di natura sono guidati dagli istinti e dalle passioni e combattono fino ad uccidersi in una realtà senza leggi né autorità in cui la sopravvivenza è messa costantemente in pericolo.
Questo stato provoca una grave conseguenza, ossia la perdita della pace e quindi la minaccia alla vita, considerate il “bene sommo” di ogni individuo.
La paura della guerra civile e la volontà di uscire dal disordine diventano, di conseguenza, per Hobbes, l’elemento determinante del suo pensiero.
L’uomo dunque non è un animale socievole, sostiene Hobbes, confutando Aristotele, gli scolastici e Grozio, ma è un miscuglio di ragioni e passioni. Nello stato di natura, gli individui si trovano in una condizione di uguaglianza e di libertà. Dunque, sono liberi di esercitare le loro passioni egoistiche, ed eguali nell’esplicitare tale libertà. Ciò che consente all'uomo nello stato di natura di soddisfare i suoi continui bisogni verso gli oggetti che lo circondano è il potere su tutto.
Il potere di un uomo consiste nei mezzi, naturali (le facoltà del corpo e della mente), strumentali (strumenti per acquisirne in misura maggiore), di cui dispone per ottenere un bene futuro.
Il potere ha origine in parte dalla vanagloria, considerata passione negativa comune nel genere umano, in parte nella competizione che sorge tra individui che hanno come scopo quello di raggiungere gli stessi obiettivi. Essi quindi agiscono per respingere i potenziali rivali e sottometterli. Ogni uomo, spinto dall’istinto di sopravvivenza, è guidato solo dalla ricerca del proprio utile.
La natura è costituita da una massa di beni finiti; ogni uomo, dunque, non vuole affatto soggiacere a questa restrizione. Lo ius in omnia fa scoppiare il bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. In questa condizione, in cui tutti sono nemici di tutti, nessuno può essere certo di non incorrere nel massimo dei mali, ovvero quello di perdere il bene sommo, con una morte violenta.
Le nozioni di diritto e di torto, di giustizia e di ingiustizia non hanno esistenza nello stato di natura dove non c’è un potere comune, non esiste la legge e dove non c’è legge, non c’è ingiustizia.
Da ciò deriva, secondo Hobbes, che non è possibile il diritto di proprietà; ogni cosa è di chi riesce ad appropriarsene e cerca di mantenerla il più a lungo possibile.
Di fronte al conflitto che si viene a creare interviene l'istanza conservativa superiore, rappresentata dalla ragione, la recta ratio, che suggerisce una condotta più adeguata all’obiettivo della preservazione di sé.
Legge di natura
Secondo Hobbes, la ragione attraverso dei dettami o leggi di natura, suggerisce all’uomo la regola di tendere alla pace finché può sperare di ottenerla.
Questo precetto è conforme alla lex naturalis. La lex naturalis impone di tendere alla pace, quindi comanda che venga deposto il diritto al possesso di tutte le cose. Tutti devono attenersi a ciò, altrimenti si incorrerebbe nel rischio di violare la lex naturalis e di non ottenere la pace.
La ragione fornisce la soluzione per raggiungere il fine della pace, sotto forma di un accordo che coinvolgerà tutti gli uomini. Occorre perciò dar vita ad un’Autorità che generi timore e che sola possa contrastare le passioni degli uomini. Questa autorità si instaura con il classico strumento del giusnaturalismo: il patto sociale (pactum unionis e pactum subiectionis).
Nascita dello Stato secondo Hobbes
Secondo Hobbes, gli uomini non sono naturalmente sociali, come ad esempio le api o le formiche. Vivono in uno stato di natura segnato da insicurezza e conflitto, dove prevale la "guerra di tutti contro tutti" (bellum omnium contra omnes). Per porre fine a questa condizione, gli uomini decidono di unirsi attraverso due patti fondamentali (contratto sociale):
- Pactum unionis: gli individui si accordano per unirsi e vivere insieme. Ma questa unione è artificiale, non naturale.
- Pactum subiectionis: per rendere stabile l’unione, essi delegano il potere a un’autorità comune, un potere sovrano (common power) che deve incutere timore e indirizzare le azioni degli individui verso il bene comune. Nasce così lo Stato, che per Hobbes è indissolubile: se venisse annullato, si tornerebbe inevitabilmente al caos dello stato di natura.
La prima funzione dello Stato (che in questo caso è assoluto), secondo Hobbes, è la creazione delle leggi. Queste leggi non derivano da un ordine divino o naturale, ma dalla volontà del sovrano, e servono a garantire la sicurezza e la convivenza pacifica.
La sovranità
L’uomo o l'assemblea a cui la sovranità è stata conferita possiedono il diritto di infliggere pene, di muovere guerre e di trattare la pace, di amministrare la giustizia e soprattutto di fare le leggi. Il sovrano gode dell’impunità e non è soggetto alle leggi che lui stesso ha creato e soprattutto il suo potere non può essere abolito dalla volontà di coloro che l’hanno istituito mediante i loro patti.
Hobbes esprime la sua preferenza per la monarchia, in quanto l'assemblea può più facilmente dividersi in fazioni e giungere alla guerra civile. Contro la separazione dei
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