Riassunto Gaetano Azzariti diritto o barbarie
Il regresso è sempre possibile, è una minaccia in agguato. È il progressivo declino del costituzionalismo democratico moderno che contrassegna la crisi odierna. Da noi dipende il riscatto. Basterebbe che le persone concrete, un popolo reale, riunito in un movimento reale, decidesse di abolire lo stato di cose presenti.
Sono necessarie 3 condizioni:
- Guardare in fondo alla crisi: non bisogna accontentarsi del male minore, che è sempre un male, serve radicalità di indagine e giungere fino alle ragioni ultime che hanno innescato i processi di cui ci lamentiamo.
- Un popolo reale che abbia coscienza di sé e che sia in grado di lottare per sé, oggi c’è una moltitudine dispersa, il populismo.
- Fantasia: un nuovo orizzonte di trasformazione, che si allontani dal grigio sviluppo e ci riporti al progresso, bisogna affermare il principio di speranza che si può realizzare tramite la capacità di perseguire con costanza e caparbietà e costanza un’utopia concreta.
Bisogna restituire alla costituzione la sua dignità perduta. Un popolo determinato, consapevole e fantasioso può realizzare l’utopia. La costituzione è un pezzo di carta: per farla vivere sono necessari impegno e dedizione. La costituzione del futuro è frutto di lotte per i diritti e i doveri di solidarietà. Chiediamoci perché sono state abbandonate le parole d’ordine della rivoluzione moderna: libertà, eguaglianza, fratellanza e quelle su cui si è immaginata l’unione europea. Gli interessi possono uccidere le speranze?
Vico ci invita a guardare alle origini per comprendere l’evoluzione successiva. Inoltre rileva il metodo storico-progressivo vichiano, una teoria ciclica: ci ricorda che le conquiste di civiltà, l’affermarsi dei diritti, le lotte dei popoli non sono irreversibili. La risposta alla crisi del nostro tempo è nella riscoperta della persona che non è solo singolo, ma anche società.
1. In mare aperto
1. Riesaminare da capo le cose
Bisogna riesaminare le cose e l’isolamento forzato o voluto è un mezzo per farlo, si guardi alle diverse esperienze di Leopardi, Gramsci o la Arendt, il rischio che si corre è quello di una barbarie della riflessione. Dopo il secondo conflitto mondiale, abbiamo giurato ‘mai più’ e lo abbiamo inciso nelle costituzioni, ma poi? Il trentennio d’oro, tra fine ’40 e fine ’60 è l’età d’oro del costituzionalismo moderno, per la forza attrattiva della costituzione: in nome di questa si è operato. Aveva una funzione di integrazione, che però viene meno negli anni successivi, quando diviene terreno di lotta politica e divisione.
2. Poveri costituzionalisti: da sapienti a tecnici
Il diritto costituzionale annaspa e non riesce più a legittimare né a limitare il potere, a causa di un eccessivo legame con il momento storico. Ciò è dovuto anche ad un’eccessiva settorializzazione degli studi e parcellizzazione del sapere. Ci si occupa di micro questioni senza guardare oltre a causa di limiti autoimposti. I costituzionalisti non svolgono più il ruolo sacerdotale dei giureconsulti romani, che operavano in melius deducere il diritto della respublica. La costituzione legittima il reale e non è più garante e promotrice del cambiamento sociale, sono i giuristi tecnici al servizio della politica.
3. Nuovo Medioevo
Si sono affermati ad oggi i poteri selvaggi: dettano regole senza rispettare limiti e diritti altrui, l’esempio è il potere di mercato: incontenibile e senza volto che si esprime ormai nell’immateriale finanziarizzazione del credito, abbandonata ogni etica il capitalismo è diventato quanto aveva predetto Benjamin: religione culturale, la più estrema, questa religione getta la persona in uno stato di eterna colpevolezza e di impossibile redenzione. Il capitalismo è il primo caso di culto che non toglie il peccato, ma genera la colpa.
Il soggetto ha perso la sua dignità di persona titolare di diritti inalienabili: il punto di arrivo di una lunga lotta. Si è affermata la lex mercatoria: il più riuscito esempio di diritto globale senza stato, si riscontra la sua dominanza e addirittura se ne progetta la sua estensione e valorizzazione. Si prospetta un ritorno al medioevo, un nuovo diritto costituito da diverse costituzioni civili.
Ci troviamo in un’epoca nella quale si vogliono far vincere le ragioni del mercato sui diritti della persona, ma non bisogna arrendersi, perché le costituzioni sono troppo importanti per lasciarle ai soli studiosi.
4. Controvento
Chi non si accontenta dello stato presente delle cose deve operare controvento, in direzione ostinata e contraria: vi è l’urgenza di cambiare rotta anche se ancora non si conosce l’itinerario. Bisogna conoscere la complessità del presente senza mai abbandonare le armi della critica. Riccardo Orestano: conoscere per operare, operare conoscendo.
5. Katechon: giocare in difesa
Tentare di fermare il declino si pone come un imperativo etico per chi abbia a cuore le sorti dell’umanità. Meglio il katechon all’anticristo. Il katechon è una figura biblica, il potere che frena, utilizzata anche nella filosofia politica da Schmitt. Schmitt credeva fermamente nella reale esistenza del katéchon. Pensava, altresì, dovesse esserci stato un katéchon per ogni epoca a partire dalla nascita di Cristo, «altrimenti non ci saremmo stati più» affermava.
In tal senso Schmitt richiama alcuni esempi di katéchon: come l’Imperatore del Medioevo cristiano e la Chiesa di Roma. Un atto di salutare ribellione, la storia non è predeterminata. Sino a quando gli ideali potranno fare argine alle correnti del tempo? Il corso del tempo muta il senso delle cose e delle parole e con loro anche delle nostre certezze.
6. Quale lavoro?
Art. 1 della nostra costituzione: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, non è solo una scelta ideologica o di classe (basta leggere quanto avvenuto in assemblea ovvero la bocciatura della proposta di Togliatti — lavoratori), ma vale a definire il modello di democrazia sociale: è la condizione effettiva delle persone che si pone alla base della repubblica.
Il lavoro è strettamente connesso all’altro principio costitutivo del nostro ordinamento: la dignità. Si guarda così all’homo dignus. Il lavoro possiede un suo fondamento etico e di integrazione sociale. Ha rappresentato fonte di forte legittimazione soggettiva per tutte le richieste di emancipazione.
Vi è oggi un’inversione e il suo segno è evidente: le politiche sociali e i diritti delle persone non dipendono più dal lavoro ma dall’economia, non quella reale, ma quella immateriale: rendite passive: un mondo parassitario. Questo cambiamento del mondo del lavoro ha portato l’homo faber ad essere sostituito dall’homo flessibile.
Soggetti spaesati in un mondo senza confini, senza veri diritti e senza una vera comunità. Con la fine del lavoro tradizionale è la comunità fondata su di esso che perde le sue coordinate di senso: venuti meno i luoghi dove si svolge la personalità dei singoli si è finito per rinunciare al pieno sviluppo della persona. Bisogna parlare dei fondamentali per ricostruire le democrazie costituzionali.
7. Mettersi in marcia, ma verso dove?
Il problema di oggi è anche una crisi della ragione: non ci si riesce a capire, proprio come quando arriva lo straniero che parla un’altra lingua e ci sembra stia balbettando: il barbaro. Ma i barbari siamo noi. C’è un quadro di Paul Klee: l’Angelus Novus, che è stato commentato da Benjamin: l’angelo della storia deve avere il suo aspetto: ha lo sguardo rivolto indietro su un cumulo di macerie: il passato, però procede in avanti.
8. L’ancora. La costituzione abbandonata
Oggi si preferisce una costituzione à la carte: al servizio dei potenti, non è più il costituzionalismo una scienza di legittimazione e limitazione del potere, ma è uno strumento del potere, al suo servizio. Prima la costituzione unificava il popolo in nome di principi comuni, ora serve e giustificare una maggioranza politica, la costituzione è stata ridotta a mera legge: viene modificata all’occorrenza.
Sono di nuovo le costituzioni strumenti vuoti, come quelle antiche, nate per legittimare il potere dei dominatori e consentirgli di incutere timore? Si è assistito ai fenomeni morbosi più svariati, citando Gramsci: la classe dominante e non più dirigente non ha più capacità di costruire un ordine nuovo. Questo perché la classe dominante ha perduto il consenso e le grandi masse non credono più in ciò in cui prima credevano. La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere e quindi si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
9. Costituzione come ostacolo da superare
La politica si allontana sempre di più dalla costituzione, la costituzione figlia di quella tradizione europea nata dopo il secondo conflitto mondiale, che ha come scopo: dividere il potere, assicurare i diritti, in uno specifico progetto di emancipazione sociale. In Italia molti eventi hanno provato a lasciare inattuato il disegno costituzionale, la rivoluzione promessa. La politica sembra non essere più interessata alla rivoluzione della costituzione e si diffonde un ottuso revisionismo costituzionale, espressione del fatto che la costituzione ad oggi non è più un progetto di cambiamento, ma un ostacolo da superare.
10. Naufraghi: popolo sperduto
Quindi chi vuole liberarsi della costituzione lo fa per governare il presente, mentre chi guarda al futuro e crede sia ancora possibile realizzare il progetto del costituzionalismo democratico moderno, rimane ancorato alla costituzione. Solo un popolo consapevole può arrestare il declino e cambiare lo stato di cose presenti. Viviamo in un’età della nostra storia che ha perso le proprie coordinate, ammaliata dal miraggio della semplificazione, sviluppo, tecnica senza anima.
Si porta avanti un’idea di libertà assoluta e naturale, che però è ammessa solo nello stato di natura e non in quello civile, il diritto di tutti su tutto genera il massimo grado di instabilità, guerra civile non dichiarata: bellum omnium contra omnes. Il popolo è un mero significante vuoto, sarà il leader di turno che parlerà a nome di tutto il popolo, creando il suo popolo, prendendo il suo elettorato e scambiandolo con l’intero popolo.
Si parla di solito di populismo, ma forse non è del tutto corretto, essendo questa una parola non solo polisenso, ma ambivalente, difficile da maneggiare. C’è un populismo di destra e uno di sinistra, che si pone come obiettivo quello di costruire un popolo, ammettendone l’assenza.
Un popolo che applaude, ma non può parlare, che può dire solo sì o no.
Ci troviamo in questa situazione perché sono scomparsi i partiti politici, le grandi narrazioni. I partiti erano le forme reali della rappresentanza politica. Il partito e non il leader, rappresentavano il popolo reale e non quello fittizio o manipolato. La nostra costituzione li prevede proprio con questo compito: rappresentanti di un popolo concreto, con i suoi problemi, istanze, necessità.
I veri partiti dovrebbero compiere un’opera di direzione intellettuale e morale, essendo un gruppo che esercita un’egemonia politica e culturale basata sull’effettiva capacità di soddisfare esigenze materiali e spirituali del popolo nazione. Come Gramsci scrive nei suoi quaderni: un gruppo sociale deve essere dirigente prima di conquistare il potere governativo e diventare anche dominante.
2. Senza popolo
1. Un popolo smarrito
Il popolo è scomparso, ora al suo posto c’è il populismo. Si governa un popolo solo immaginato. C’è una reciproca indifferenza, se non manifesta ostilità. Il legame sociale sembra essersi allentato. È scomparsa la solidarietà, all’eguaglianza si è sostituita la competizione, la libertà è diventata illimitata, contrapponendosi alla libertà democratica, che nel limite trova la sua essenza e il suo valore. I valori supremi della costituzione sono mutati senza che ne mutasse il testo, perché è mutata la coscienza sociale. Libertà, eguaglianza, solidarietà sono stati sostituiti dallo scambio: do ut des. Il feticismo di soddisfare i soli bisogni basati sul consumo.
2. Dallo stato dei partiti allo stato senza popolo
2.1 La legittimazione sociale dei partiti del secolo breve
Dobbiamo analizzare le ragioni del tracollo della rappresentanza. Non si può negare che la partecipazione popolare, l’irruzione delle masse nelle istituzioni democratiche è avvenuta grazie ai partiti. Dove hanno trovato la loro forza?
Alla base del successo vi è stata la straordinaria legittimazione sociale che nel corso del tempo hanno conquistato e il ruolo che di fatto hanno ricoperto all’intero della costruzione dell’ordinamento sociale. Lo hanno fatto in nome del popolo reale. Si pensi ai partiti italiani riuniti nel CLN, che prima sono stati levatrici e poi costruttori del nuovo ordinamento costituzionale. La rivoluzione promessa ha legittimato i partiti. In Italia i partiti si sono istituzionalizzati, esercitando il ruolo di grandi regolatori del gioco politico.
2.2 Popolo senza partito
Però si è assistito e si assiste alla crisi dei partiti: crisi radicale, i partiti non sono più in grado di confrontarsi con la complessità del sociale, hanno perso capacità rappresentativa, sono portatori al massimo di interessi individuali.
3. Forma politica e perdita di senso dell’agire politico
I partiti detengono sempre maggiore potere, sebbene siano sempre meno legittimati. Le competizioni elettorali sono sempre meno partecipate e assumono la forma di scontri personali tra i leader. Partiti senza anima, catch all, si è giunti ad una sostanziale autoreferenzialità del sistema politico. Lo scopo della politica sembra la sola conquista del potere. Si è passati dal voto come strumento al voto come fine. Si cerca il consenso necessario per governare.
4. Rappresentanza politica come problema
Al fondo delle scelte degli ultimi anni vi è lo scontro tra due contrapposte visioni. Da un lato coloro che ritengono essenziale semplificare la complessità sociale e rendere autoreferenziali il sistema politico e le istituzioni rappresentative e dall’altro chi crede si debba estendere la partecipazione e legittimare i conflitti sociali, rendendo le istituzioni rappresentative il luogo della composizione e del compromesso.
La prima prospettiva è quella egemone, la seconda è quella che forse potrebbe portarci alla luce. Ma anche se il legislatore individuasse il migliore dei sistemi elettorali, si risolverebbe il problema della rappresentanza politica svanita? No, il problema riguarda sempre i soggetti.
4.1 Crisi del rappresentante
Gli eletti vanno progressivamente perdendo il legame di legittimazione diretta con il corpo elettorale, rafforzandosi sempre più il vincolo personale con i partiti di appartenenza. Il divieto di mandato imperativo comporta che il parlamentare è libero sia di votare secondo gli indirizzi del suo partito, sia di sottrarsene. Il parlamentare è ancora libero di scegliere oppure è ormai dipendente? Il rapporto elettori-eletto evapora e diventa determinante quello partito-eletto.
La fedeltà del parlamentare al suo gruppo diventa dipendenza dal capo-leader. I partiti sono sempre più distanti dalla vita reale, ossessionati dai soli sondaggi, rinunciano ad un’opera di mediazione sociale. Lo scontro politico si privatizza. Per uscire dalla crisi bisogna recuperare una rappresentanza effettiva.
4.2 La crisi del rappresentato
Il popolo è stato abbandonato dal suo rappresentante e dal partito che fungeva da medium. Il popolo appare sempre più indeterminato. Una politica vuota di fronte ad una società vuota. Come è potuto avvenire?
- Perdita di prospettiva storica e coscienza sociale conseguente alla fine delle grandi narrazioni: visioni forse viziate da un eccesso di fede, ma che attribuivano una natura solida al legame sociale, legittimavano i conflitti e lo scontro politico sulla base della consapevolezza di sé. È dell’uomo che devo parlare - cit. Rousseau: è la condizione concreta della persona che si poneva alla base della costruzione del futuro. Ora la condizione postmoderna pone su una base esclusivamente tecnologica il fondamento di legittimazione dell’agire degli individui. Distruzione del legame sociale a favore del dominio della tecnica. In questo contesto la rappresentanza politica viene gettata nel nulla, utilizzata come tecnica di trasmissione del potere da un gruppo di soggetti privati = popolo ad un complesso di soggetti governanti. La rappresentanza politica è stata trasformata in un mero espediente tecnico di governo della società.
- Caduta del progetto illuminista che assegnava all’uomo la costruzione del proprio futuro. Solo una profonda e radicale critica dell’ideologia può far riscoprire il senso della storia come frutto dell’agire umano.
5. Tornare alla persona o cadere nella barbarie?
Gli individui perduto l’orizzonte del progresso si chiudono in se ste
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