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Riassunto di La misura in psicologia

Disclaimer

Ciao Raga, benvenuti nel mio riassunto. Questo è un piccolo disclaimer per rispondere a eventuali domande su tale riassunto, iniziamo.

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  • Potrebbero esserci degli errori grammaticali, in caso ditelo che li correggo
  • I paragrafi che ho ritenuto inutili non li ho inseriti (ma tranquilli, quelli importanti li ho messi)
  • Ci saranno delle parentesi meme, ma di meno rispetto ad altri riassunti
  • Ci saranno un paio di formule, ma alcune non le ho messe perché sono pigro, ma se volete saperle ho inserito la pagina dove sono inserite, buona lettura
  • Le formule che ho messo potrebbero avere gli stessi colori e/o gli stessi fattori, ma per evitare confusione considerate ogni formula come indipendente l’una dall’altra, seguendo ovviamente ciò che è scritto prima e/o dopo la formula

Penso di aver detto tutto, se avete domande e non avete il mio numero cercatemi sulla pagina Psychomeme_unict.

Spero possa esservi utile, e buona fortuna per gli esami!

Riassunto di La misura in psicologia 1

La misura del comportamento - Capitolo 1

Il concetto di misura

Del problema della misura si sono da sempre occupati i grandi pensatori, da Platone a Kant a Russell, nel tentativo di stabilirne l'importanza per la conoscenza del mondo, ma anche nel tentativo di dare un criterio univoco di misura.

Possiamo definire il concetto di misura come una procedura di classificazione che consenta di attribuire un oggetto ad una determinata classe di costruire all'interno della classe una relazione di ordine, anche non quantitativa.

Prima di ogni misura vera e propria viene così a crearsi una rappresentazione del mondo in categorie fenomeniche connesse da un insieme di relazioni che possono essere tradotti in linguaggio numerico. Questa definizione dovrebbe eliminare il rischio, sempre presente, di anteporre la misura al fenomeno, attribuendo lo status di grandezza a tutto ciò che è suscettibile di valutazione numerica, senza un'adeguata teoria di riferimento.

La misura in psicologia

L'osservazione e la misurazione di caratteristiche psicologiche è certamente uno dei problemi più delicati nell'ambito della psicologia. Ancora oggi l'orientamento degli psicologi pro o contro la misurazione è radicale: coloro che sono a favore della quantificazione ritengono che sia possibile utilizzare anche per lo studio del comportamento metodi quantitativi in generale; coloro che sono contro ritengono che i fenomeni psichici siano del tutto peculiari e che le misurazioni che si ottengono sono solo pseudo-misurazioni e che sono irrilevanti ai fini dello sviluppo della teoria.

La situazione di fatto attuale è quella che in psicologia non esiste una teoria unificata riguardante la misurazione ma esistono due distinte tradizioni di ricerca che corrispondono, rispettivamente, ad un approccio formale assiomatico che fa riferimento ai modelli della psicologia matematica e ad un approccio pratico in grado di dare soluzioni praticabili a problemi empirici concreti, legato alla tradizione teorica dei test psicologici.

Il materiale empirico sul quale si lavora nel campo della psicologia sperimentale o applicata è, nella maggioranza dei casi, un insieme di dati relativi a giudizi di valore che devono essere trasformati, in base a modelli spaziali e affini, attraverso un sistema relazionale empirico.

La misura del comportamento - Capitolo 1 1

L’esigenza di quantificare le osservazioni è diventata sempre più presente in tutti i campi della psicologia e l'uso di concetti e tecniche statistiche è frequentissimo, se non indispensabile, nella pratica quotidiana dello psicologo.

Le aree nelle quali è necessaria una maggiore integrazione della teoria e prassi sono sostanzialmente tre, non necessariamente indipendenti:

  • Il problema del tipo di scale di misura,
  • Il campionamento,
  • Le tecniche di analisi dei dati.

Il problema di base sta nel fatto che le caratteristiche psicologiche non sono direttamente misurabili, sono cioè grandezze intensive; il margine di incertezza non sta dunque di fatto solo nel “come” si sta misurando ma anche, e forse più pesantemente, nel “cosa”.

Se guardiamo il versante parallelo nel quale si è sviluppata la teoria della misura in psicologia, tralasciando i “padri storici”, troviamo che nel 1964 appare il famoso volume di Coombs (A theory of data) nel quale per la prima volta viene affrontato in maniera sistematica ed assiomatica e la questione della struttura dei dati: Coombs sostiene infatti che un modello di misura è in realtà una teoria e che i fatti sono inferenze così come i dati, le misurazioni e le scale;

Il modello consente di rappresentare tutte le relazioni definite sulle osservazioni in base a due sole relazioni: la relazione di ordine e la relazione di distanza. Alle relazioni geometriche di ordine e di distanza Coombs fa corrispondere le relazioni psicologiche di dominanza e di prossimità: così se vogliamo studiare le risposte di un soggetto ad un dato insieme agli stimoli, rappresentiamo su un segmento di retta i punti corrispondenti agli stimoli e un punto corrispondente al soggetto in modo che, con opportune operazioni operazioni, si possa trasformare l'ordinamento di dominanza in ordinamento di prossimità tra i punti stimolo e il soggetto.

La ricerca successiva non ha sostanzialmente modificato l'impostazione di Coombs anche se ha sostituito ad una classificazione dicotomica, classificazioni più complesse.

L'applicazione in concreto di tali modelli tuttavia non ha trovato largo consenso. Il modello che più frequentemente viene utilizzato è quello di una corrispondenza tra le risposte dei soggetti e la scala dei numeri naturali senza curarsi di approfondire né le caratteristiche del sistema metrico utilizzato, né la sua corrispondenza con il fenomeno studiato. In ambiti diversi di applicazione della psicologia vengono usati modi e modelli diversi di quantificazione dei dati.

La misura del comportamento - Capitolo 1 2

Che cosa misuriamo (patate, cipolle, carote)

Tutte le misure psicologiche sono basate sull'osservazione del comportamento: da questa osservazione (e/o quantificazione) vengono inferite le caratteristiche che si vogliono misurare. Più il comportamento è complesso, più difficile sarà inferire e isolare tali caratteristiche: il rapporto tra la teoria e il costrutto o tratto o abilità che vogliamo misurare deve essere molto stretto.

Non sempre è facile stabilire un legame chiaro tra comportamento e costrutto o tratto psicologico. Non si insisterà mai abbastanza nell'affermare che la misura di caratteristiche psicologiche deve derivare dalla teoria psicologica.

La manipolazione statistica dei risultati di un test è qualche volta usata come debole sostituto di un controllo più accurato del contenuto e dello sviluppo della ricerca con e sullo strumento, ma è tuttavia indispensabile per verificare le ipotesi e controllare le qualità metrologiche degli strumenti di misura. Possiamo comunque affermare che gli strumenti di misura si basano sull'osservazione, in situazioni più o meno controllate, delle reazioni degli individui a stimoli più o meno standardizzati, intendendo per standardizzati quegli stimoli per i quali sono già previste le modalità di risposta.

Le diverse caratteristiche del comportamento di un individuo di un gruppo possono perciò essere studiate attraverso strumenti diversi con un diverso grado di controllo da parte dell'osservatore. Si può affermare tuttavia che alcune caratteristiche sono rilevabili solo con certi strumenti; sarebbe quindi auspicabile lo sviluppo di appropriati modi di costruire strumenti relazioni diverse aree psicologiche interessate.

Tutte le osservazioni del comportamento conducono fondamentalmente a quattro tipi di misure:

  • Latenza: viene in genere misurata in unità di tempo e riguarda l'intervallo di tempo che intercorre tra lo stimolo ed il verificarsi di uno specifico evento.
  • Frequenza: riguarda il numero delle volte che si presentano determinate evento; se l’osservazione avviene in una situazione non controllata, la frequenza del comportamento osservato deve essere rapportato alla durata dell'osservazione.
  • Durata: è anch'essa misurata in unità di tempo e riguarda appunto la quantità di tempo in cui un singolo comportamento viene mantenuto; deve sempre essere riferita alla durata totale dell'osservazione, perché è ovviamente differente se un determinato comportamento viene mantenuto per 2 minuti su 10 di osservazione o per 2 minuti su 30.

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  • Intensità: è la caratteristica del comportamento più difficile definire e, quindi da misurare spesso confusa con la frequenza; in altri casi la frequenza del comportamento viene assunta come indicatore di intensità della caratteristica da misurare: è l'esempio di tutti i test psicologici; più semplice è definire l'intensità se si tratta di risposte encefalografiche o comunque di risposte fisiche dell'individuo; In altri casi, si chiede direttamente al soggetto di indicare una stima dell'intensità dell'atteggiamento; infine, in alcuni casi è possibile scomporre il comportamento in componenti singole a loro volta quantificabili.

In conclusione, possiamo dire che il tipo di misura può cambiare in funzione dell'area psicologica o della caratteristica psicologica che interessa. Quello che si deve sempre aver presente è la definizione operativa del costrutto oggetto di misura, definizione basata generalmente su una serie di comportamenti derivati da una teoria psicologica della quale sono la manifestazione operativa.

L’errore (ovvero, la mia esistenza)

Si afferma comunemente che tutte le misure che noi facciamo sono errate: l'errore presente è ineliminabile.

Ma di quale errore si tratta?

La prima fonte di incertezza insita nella misura deriva dall'inadeguatezza del modello che usiamo per descrivere la realtà da misurare: non sempre si è consapevoli del fatto che descrivere un sistema empirico in base a relazioni numeriche significa costruire un modello semplificato delle relazioni rilevanti. La misura che si ottiene è perciò strettamente limitata al modello utilizzato.

Altre due fonti di incertezza della misura sono note come:

  • Errori accidentali: sono dovuti all'effetto del caso, cioè alla consapevolezza che risultati che si ottengono ripetendo lo stesso procedimento di misura più volte sullo stesso oggetto sono diversi.
  • Errori sistematici: riguardano più specificatamente lo strumento di misura —> questo tipo di errore opera una distorsione nel passaggio tra il modello del reale, gli indicatori che utilizziamo e la struttura numerica.

In psicologia non esistono misure assolute, tutte le misure partono da uno 0 arbitrario. Lo strumento tuttavia deve essere tarato, ma non sempre tale taratura è soddisfacente. Possiamo concludere che una misura non è mai un valore puntuale, ma un intervallo d'incertezza.

I tipi di variabili (oh shit, here we go again)

La misura del comportamento - Capitolo 1 4

Quando si studia un evento si deve cominciare a ridurne la complessità cercando di esplicitare, attraverso definizioni operative, l'oggetto di studio. Si tratta di definire quali caratteristiche dell'evento riteniamo importanti e quali trascurabili: tali caratteristiche vengono definite variabili. La definizione è relativa poiché l’invarianza del nostro oggetto di studio dipende dalla definizione operativa che abbiamo adottato.

Esistono moltissimi aggettivi che vengono associati alle variabili per precisarne la funzione rispetto al piano di ricerca o le caratteristiche rispetto al livello di misuro la qualità dell'oggetto di studio. Ci limiteremo qui a descrivere le più importanti denominazioni delle variabili che si trovano nella letteratura psicologica.

La più classica distinzione delle variabili è quella in:

  • Variabili indipendenti: sono quelle variabili che vengono considerate le cause del comportamento della reazione/risposta dei soggetti; di regola dovrebbero essere manipolate dallo sperimentatore a garanzia che influenzino direttamente la risposta dei soggetti modificandone il comportamento.

La definizione di variabili dipendenti e indipendenti, infatti, tende a rendere implicita una relazione di dipendenza che potrebbe non esistere. Se invece riuscissimo a costruire degli stimoli molto ben definiti in modo da essere sicuri che la risposta dei soggetti è da attribuire esclusivamente alla presenza dello stimolo, allora potremmo interpretare i risultati ottenuti in termini di effettiva relazione causa/effetto tra le due variabili.

La distinzione tra questi due modi di trattare le variabili indipendenti è sostanziale poiché la ricerca tende a studiare le relazioni tra variabili con lo scopo di stabilire delle leggi. Diventa difficile perciò stabilire quale sia la causa e quale sia l'effetto: si potrà affermare solo che le due variabili sono in relazione tra loro.

  • Variabili dipendenti: sono misure della risposta del soggetto; se la variabile indipendente non può essere in realtà considerata una causa, la variabile dipendente non potrà, a sua volta, essere considerato un effetto.

Accanto a questa distinzione in variabili dipendenti e indipendenti si trova anche la cosiddetta

  • Variabile di disturbo: la definizione dipende dal ruolo che tali variabili giocano nell'osservazione del comportamento; le variabili di disturbo sono perciò quelle variabili che sono con presenti nell'osservazione del comportamento ma che non si ritengono rilevanti nello studio delle relazioni tra variabile indipendente e dipendente.

Un'altra distinzione molto frequente è quella tra

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  • Variabili quantitative: sono esempi di variabili quantitative il tempo di reazione ad uno stimolo o il punteggio ad un test e vengono rappresentate su scale numeriche.
  • Variabili qualitative: sono quelle variabili che si riferiscono a categorie e vengono rappresentate su scale categoriali.

Spesso però variabili che, a prima vista o ad un livello di analisi più superficiale, sono considerate qualitative, possono diventare quantitative se il livello di analisi, o di misura, diventa più sofisticato.

Bisogna chiarire la nostra posizione rispetto ad una distinzione a nostro avviso mistificatrice tra variabili qualitative e variabili quantitative. Data una definizione ampia del concetto di misurazione, tutte le variabili sono in linea di principio misurabili e perciò quantificabili. Lo sviluppo della teoria statistica, da un lato, e lo sviluppo di computer sempre più potenti e veloci, rende possibile applicare a dati di frequenza tutti i modelli statistici principali. Perciò, il sostenere che in un determinato settore è possibile soltanto fare ricerca qualitativa è una falsità. La scelta di far ricerca qualitativa è una scelta teorica, rispettabilissima, che non ha alcun sostegno in una presunta impossibilità di identificazione.

Una distinzione analoga è quella che viene fatta tra variabili continue e discrete: anche in questo caso dobbiamo chiederci se la variabile sottostante sia continua o meno. In generale possiamo dire che tutte le variabili continue sono misurate in modo discreto.

In conclusione possiamo dire che il tipo di variabile dipende dal ruolo che tale variabile gioca nella ricerca o nell'osservazione del comportamento e che non esiste una gerarchia di tipi di variabili ma anche la loro importanza relativa ai dipendenti dallo scopo che si vuole raggiungere.

Le scale di misura (e perché no? Anche gli ascensori)

La classificazione che il tradizionalmente si adotta in scale nominali, ordinali, intervalli o intervallari e rapporti o razionali si deve a Stevens (grazie mille Stevens). Possiamo dire che le scale di misura si basano su tre elementi:

  • Un sistema empirico: si intende insieme di entità non numerica;
  • Un sistema numerico;
  • Una regola che consente di passare dall'uno all'altro;

È evidente che questi tre elementi sono interconnessi poiché le proprietà del sistema empirico condizionano la scelta del sistema numerico, ma le caratteristiche del sistema numerico determinano la scelta delle regole che consente di passare dall'uno all'altro.

La misura del comportamento - Capitolo 1 6

La scala nominale

Quando il sistema empirico è classificatorio, allora il sistema numerico consiste nell'attribuire numeri uguali agli elementi della stessa categoria e numeri diversi ed elementi appartenenti a categorie diverse (regola). Il sistema numerico in questo caso ha la sola proprietà di simbolo e la scala di misura prende il nome di scala nominale poiché i numeri costituiscono solo delle denominazioni delle categorie; si può dire che tutte le variabili sono misurabili su una scala nominale, si tratterà poi di definire appropriatamente la regola di equivalenza nell'ambito di ciascuna categoria è quella di non equivalenza tra categorie differenti.

La scala ordinale

Un sistema empirico nel quale gli elementi componenti godono della stessa caratteristica ma in quantità o grado diverso, ordinabile rispetto a tale grado, si chiama sistema empirico ordinato.

Il sistema numerico che utilizza indica la posizione reciproca degli elementi. Non si avrà nessuna informazione sulla distanza il rapporto tra le due quantità di caratteristiche presenti. La regola sarà allora che ad uno stesso numero è associata una stessa quantità di caratteristica e che i numeri indicano solamente una graduatoria tra le quantità di caratteristica presenti.

Scala intervallare (o

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Carlo.riccioli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diagnostica psicologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Castellano Sabrina.
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