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Cultura e tradizioni del teatro

In questa materia consideriamo l’attore come epicentro della storia e del teatro, quest’ultimo non fa parte della letteratura, ma delle discipline dello spettacolo. La drammaturgia consiste nell’insieme dei testi che costituiscono il teatro che è la parola più vicina al mondo della letteratura e rappresenta anche lo spazio scenico e si definisce con il luogo di rappresentazione e si basa sulla relazione tra l’attore e il testo scritto, lo spazio scenico su cui deve agire, il pubblico e il personaggio che deve interpretare (la sua maschera).

Storiografia e fonti teatrali

Per quanto riguarda l’aspetto storiografico, è necessario fare una riflessione sulla storia attraverso atti testimoni e fonti. Il nostro compito è dire qualcosa sul teatro di un determinato periodo storico in un certo luogo sulla base di fonti specifiche.

Chi è l'attore?

Se ci basiamo sulla definizione data dal dizionario, possiamo notare delle differenze a seconda delle diverse edizioni, dei diversi periodi e dei diversi paesi:

  • Zingarelli: chi recita interpreta una parte in uno spettacolo.
  • Garzanti: chi recita interpretando una parte in uno spettacolo.

L’immaginario invece è composto da tutte le idee e le riflessioni che una determinata cultura fa circa una determinata questione. Queste definizioni riflettono l’idea che noi abbiamo dell’attore, ossia di qualcuno che deve calarsi in un personaggio; per questo utilizziamo il verbo “interpretare” perché ci basiamo principalmente sul rapporto attore-personaggio e sul fatto che questo deve passarci le emozioni, le idee, il sentire di quel personaggio. Per l’uomo è importante che l’attore si cali nel personaggio per farcelo sentire reale.

Nei dizionari inglesi e francesi viene utilizzato il verbo “interpretare” come “to play” e “jouer”, che hanno una doppia valenza: significano sia interpretare che giocare/suonare, per cui si innesca la concezione del “gioco”, che porta a una situazione fuori dalla realtà; infatti ogni gioco ha le sue regole, altrimenti non esisterebbe.

Il ruolo dell'attore nel passato e nel presente

Il dizionario dell’800 “Il Tommaseo” definisce l’attore come chi rappresenta e inscena una situazione drammatica; in questo caso non è presente un ruolo ma una situazione. L’attore greco indossa una maschera ed interpreta diversi ruoli nella stessa commedia, non c’è una identificazione specifica con un solo personaggio. Inoltre, vi è una questione di genere, in quanto la donna non è presente fino al 1500.

La nozione di attore dipende dalla cultura e dal tempo; si possono fare delle ipotesi, nel passato contava di più l’azione, mentre ora l’interpretazione. Definire l’attore ci permette di definire un po’ il teatro di un determinato periodo.

Il teatro nel Medioevo viene spazzato via sia come concetto che come edificio a causa dei cristiani. Lo spazio scenico per un attore medievale non è cosa da poco: dove andrà a prodursi e agire?

L’attore nei secoli ha molto risentito di queste spinte e ha prevalso quando è passata di più l’idea di spettacolo come gesto rispetto a quando è prevalso il testo e l’autore.

Il teatro e la sua evoluzione

Il teatro, in greco “teatron”, significa guardare da un posto fisso. Questo assume la forma di un astio contro la letteratura; il teatro ha una componente importante che è il visivo, infatti è lo strumento che si usa per guardare (non si legge). Per messa in scena si intende la messa in pratica di tutte le componenti possibili necessarie per far funzionare e avviare il processo creativo (es. regia, scenografia, recitazione, costume scenico, allestimento spazio scenico, scrittura del testo). L’attore opera in questo spazio ed è l’elemento catalizzatore di tutte queste fasi.

I nostri dizionari utilizzano anche i termini “recitare” e “rappresentare”, che significano citare di nuovo e presentare di nuovo, per cui è importante perché l’attore sia colui che è chiamato a dire qualcos’altro rispetto allo scritto, a inscenare e agire qualcos’altro, da qua poi nasce l’improvvisazione.

Rappresentazione e finzione teatrale

L’attore viene anche visto come colui che popola il mondo fittizio e il rapporto tra realtà e finzione entra in gioco quando l’attore recita un’azione che è differente dalla realtà. Ogni rappresentazione è limitata; infatti, il sipario divide la realtà dalla finzione, per questo lo spazio della rappresentazione antropologicamente è importante che sia limitato (es. artisti di strada). Il sipario indica dove inizia e finisce la finzione e le sue regole, che cambiano in base alle necessità dell’uomo; fuori da questo spazio e tempo c’è la realtà.

L’evento teatrale è un evento codificato, quindi è normato e ha delle regole sue (es. rappresento un personaggio che nella realtà non esiste); l’attore eventualmente può infrangere il patto dello spazio e del tempo, diventando quindi colui che in un tempo definito dà espliciti o impliciti segnali che indicano l’inizio e la fine (lui stesso o la scenografia) e in questo tempo e spazio l’attore li occupa con delle azioni (che per lo spettatore valgono come interpretazioni) e nell’agire impiega i propri mezzi espressivi e comunicativi.

Si utilizzano mezzi espressivi e comunicativi perché è presente un pubblico e l’attore ne è consapevole; in caso contrario non esisterebbe lo spettacolo. Da qui la definizione greca “guardare” che indica che se non c’è nessuno che guarda allora non è spettacolo.

Il desiderio dell'attore

L’attore reca in sé un soggetto riguardante e un oggetto guardato; allora esiste anche un desiderio e una relazione: “tu mi guardi e io voglio piacerti” (non a livello amoroso). Il desiderio dell’attore non è però presente in Grecia, ma nel mondo romano è fondamentale (teatro latino) e l’attore è desiderato.

In questo caso è presente un rapporto di potere; infatti, l’attore attira a sé e seduce (dal latino = portare a sé) con mezzi espressivi e comunicativi (con parola e corpo), quindi l’attore ha comunicato con il pubblico e ha instaurato un rapporto. Da questo punto di vista l’attore esce come dominus (padrone di casa) ed è una guida; nel teatro greco l’attore spesso è un sacerdote (personaggio nella società che è molto importante). Questo significa che l’attore può avere comportamenti che nella realtà sono giudicati anormali, mentre in scena tutto è permesso e diventa tutto quello che vuole.

Agostino, un cristiano convinto, viene obbligato a vedere uno spettacolo, ci va e chiude gli occhi, a un certo punto decide di aprirli data la sua curiosità e vede il sangue e la ferocia; invece di scandalizzarsi tiene gli occhi fissi e sembra godere della gara criminale. Non è più la stessa persona, ma una delle tante che era venuta. Questo ci dimostra che il teatro trasforma e corrompe, ti porta a osservare lo spettacolo e a desiderare di tornarci più di coloro che ti avevano obbligato ad andarci, portando con te altra gente.

Il teatro greco

Riferendoci a un percorso storico, necessitiamo di un inizio convenzionale rappresentato dal teatro greco; è l’inizio più attestato, prima è inutile parlare di teatro in quanto l’uomo primitivo sicuramente l’ha fatto teatro a modo suo. Molto spesso nel teatro greco abbiamo fonti vascolari, pitture vascolari che rappresentano attori in scena e teatri; non sono solo le opere che leggiamo, dato che le fonti sono sempre frammentarie e parziali ci dobbiamo incanalare verso laddove le fonti sono più consistenti e concrete.

La fonte del teatro proviene da Aristotele; è il primo che ne parla nella sua opera poetica risalente al 330-335 a.C.; parla più di tragedia che di commedia. Il teatro greco è innanzitutto tragedia, Aristotele ha scritto anche una parte dedicata alla commedia ma è andata perduta.

Come appare questo teatro all’inizio? Aristotele tenta di andare a ritroso, di andare a scoprire le origini della tragedia che nomina nel “Ditirambo”; il teatro nasce quindi come danza, non come altro. Il Ditirambo è un insieme di danze cultuali, legate a un culto di una divinità, quindi all’ambito sacro (della religione).

L’attore proviene dall’aldilà perché occupa uno spazio fittizio, fuori dalla realtà, è uno spazio definito spazialmente e temporalmente, è un luogo circoscritto che sta fuori. Il sacro è la dimensione che si contrappone al quotidiano, è rilegato alla cultura degli dei, alle divinità pagane. La danza da sempre è legata al rito, al culto di una divinità, in questo caso Dioniso; se Apollo è la razionalità, Dioniso è l’irrazionalità (divinità dell’arte, della poesia, della danza), come afferma Nietzsche in “L’apollo e Dioniso”, Apollo è conducibile alla “luce” mentre Dioniso all’oscurità (Dio dell’ebrezza: dominio dei sensi).

Il teatro ha luogo di fronte alla statua di Dioniso, di fronte al suo tempio; esso è gestito da sacerdoti tanto che molto spesso l’attore è un sacerdote stesso. Il teatro non ha una funzione di intrattenimento, non ha il valore che ha per noi oggi, è trattato come una questione religiosa, di stato, politica; è una questione complicata, risale ai riti arcaici.

Omero si colloca prima di Aristotele, parla di un pre teatro, e fa riferimento a danze che avvengono la cui coreografia è circolare. In questo momento la differenza tra teatro e poesia non c’è, il teatro nasce insieme alla poesia, alla danza, il teatro è narrazione, racconta delle storie; all’inizio c’è il rito, o il rito o la festa, nel senso di cerimonia. Antropologicamente è un momento di raccolta per la comunità, se attorno a qualcuno che racconta c’è qualcuno che ascolta, si tratta già di teatro.

In questo inizio la teatralità riguarda la partecipazione alla festa, alla danza, al rito, si può parlare di teatro perché c’è un attore e uno spettatore; i primi attori sono gli autori stessi delle tragedie (Eschilo era prima di tutto un attore, un drammaturgo stesso). Il percorso dell’attore è complicato e lungo; egli è innanzitutto un danzatore, un autore o un sacerdote che inscena un rito.

Il ruolo dell'attore nella società

Sin dall’inizio si distingue chi guarda da chi è guardato, senza lo spettatore non c’è teatro (il cinema è una macchina, è diverso dal teatro). Inscenare o guardare qualcuno che dice qualcosa è un bisogno umano. L’attore subisce dei cambiamenti nella storia umana perché di volta in volta assorbe i valori che una società gli attribuisce; egli rappresenta una specie di divinità per i greci, mentre per i latini l’idea di teatro è contraria.

Anche il filosofo Platone tratta di teatro e della figura dell’attore, scrive lo “Ione”, che ci fornisce la prima definizione di attore; mentre Aristotele non parla di attore ma della tragedia, Platone riflette sull’attore, sulle sue caratteristiche e potenzialità.

Il personaggio di Socrate dialoga con Ione che è un rapsodo, ossia un poeta di Efesto (e’ un poeta attore); in questo dialogo si riflette il tema della fascinazione che un attore esercita sul pubblico quando parla e enuncia i versi poetici. Il rapsodo è un intermediario, esprime la parola di un oracolo o di una divinità, si pone il problema di come questo artista debba farsi capire e raggiungere il suo pubblico.

Si pone anche il problema dell’interpretazione; il poeta riceve gli impulsi dalla divinità e li traduce senza una tecnica, improvvisa, come se fosse in trans, si parla del così detto invasamento. Socrate si chiede se l’invasamento riguardi solo i poeti o anche gli attori stessi, in quanto distingue gli interpreti dagli attori; egli ragiona sulla natura sacra dell’attore e del teatro, chi è l’attore? Deve seguire tecniche che impara o deve sedurre il pubblico?

Non a caso per i greci l’attore viene chiamato “hypokrites” (ipocrita); in greco significa colui che risponde, ovvero colui che dialoga, replica qualcuno, qualcuno che fa da tramite, colui che comunica sogni e prodigi (oracolo); al contrario in italiano fa riferimento, con un’eccezione negativa, a qualcuno che mente, che indossa un ruolo.

Il sogno è una dimensione che va interpretata, è sinonimo di oscurità e mistero, quindi l’attore è colui che spiega un sogno, ovvero ciò che il pubblico deve capire o imparare. L’attore non è uno qualunque, è qualcuno di molto utile alla comunità perché deve spiegare, è qualcuno la cui parola è fonte di conoscenza, fa da tramite tra la realtà e l’aldilà (Dioniso è il più misterioso, è una divinità legata al desiderio e all’unione).

La catarsi nel teatro greco

L’attore è qualcuno che attiva la catarsi, la parola chiave del teatro greco (è il significato del teatro che non ci sarà mai più, i romani scardinano questa prospettiva) proferita da Aristotele, a proposito della tragedia; la catarsi è purificazione che lo spettatore assume nel guardare lo spettacolo, legato al concetto del sacro in termini di purificazione dell’anima.

In che senso il teatro purifica? Significa che svolge una funzione non solo didattica ma anche religiosa e psicologica, ne esci migliorato. Secondo Aristotele la tragedia mette in scena dei delitti, delle morti, ha una struttura e un contenuto molto fisso; l’idea è di andare a teatro e imparare ciò che non si deve fare, come tradire la famiglia o il destino.

Infatti, il grande tema della tragedia non è la morte, quella è la conseguenza, ma il destino; per i greci ognuno ha un destino fisso che non può cambiare, deve stare al proprio posto (gli eroi come Elettra o Edipo fanno una brutta fine perché di solito vanno contro il destino, contro le leggi della famiglia o della tribù). La morte non si mostra in scena, il pubblico deve capire cosa sta dietro al teatro, è tutto implicito; è un teatro molto più concettuale.

Eschilo e Sofocle, Euripide introducono la figura del secondo attore, mentre Euripide quella del terzo attore; ci sono tante comparse ma chi proferisce parola è uno o al massimo tre persone.

Simbolismo e componenti del teatro greco

L’attore porta la maschera, che è segno di sacralità; l’uomo primitivo la indossava nei riti; l’uomo si trucca, si maschera quando spesso proferisce delle cerimonie religiose. La maschera è il tramite con il divino. Si tratta di una maschera molto stilizzata e con poche espressioni: una piange, una ride quindi si usano per la commedia, per la tragedia e per la satira). Non c’è immedesimazione, e si tratta di un teatro maschile; la donna è in minima parte, considerata addirittura al di sotto degli schiavi, che possono entrare a teatro. La donna indosserà una maschera solo a partire dal 1545 con la commedia d’arte; i ruoli femminili sono interpretati da attori uomini, considerati figure prestigiose.

L’attore va in scena con gli abiti che ha, non ha costumi, vi sono alcuni segni come i coturni, che sono calzini molto alti, usati tipicamente nella tragedia per calcarne l’imponenza, diverso per gli attori di commedia che sono invece a piedi nudi.

Struttura del teatro greco

Il teatro è un piano semicircolare tripartita:

  • Cavea: posto per il pubblico, in prima fila si trova il sacerdote, i politici, i notabili; man mano salendo, sempre più, ci sono gli schiavi e le persone meno importanti.
  • Orchestra: spazio ampio, di svariati metri, talvolta con una pianta circolare, con degli ingressi laterali, o trapezoidale, destinato al coro. È uno spazio scenico in cui ci stanno tra le 60/70 persone che entrano dai lati danzando, esibendosi in una piccola coreografia di semplici passi; sono i rappresentanti delle principali tribù attiche (notabili), che disponendosi in cerchio, danzando, portando avanti il rito o dialogando con l’attore, danno origine al teatro. Sono danze che vedono movimenti circolari o trasversali, il coro è accompagnato da un autista, che non è mascherato perché non è un attore; i personaggi del coro invece sì, il coro funge da tramite perché pone quesiti di natura pratica, riguardo la quotidianità all’attore (hypokrites), affinché il pubblico comprenda.
  • Skené: non è un palco ma un piccolo spazio destinato all’attore dove si trova una gabbietta di legno con una cabina affinché l’attore possa cambiarsi e togliere e mettere la maschera. È dipinta a volte in modo molto elementare e rappresenta il luogo della morte simbolica dell’attore che non avviene in scena. Chi sta in fondo non vede nemmeno l’attore però lo sente molto bene perché l’acustica è straordinaria perché costituito su in pendio; si tratta di un teatro di parola, non di immagine, perché l’importante è ascoltare, non vedere.

Dioniso presenzia e controlla il tutto. Tragedia in greco si dice “Tragoi” e significa canto del capro o per il capro (Dioniso); la tragedia è il canto cultuale di Dioniso. Il teatro è un affare di stato, copre lunghi periodi dell’anno, in concomitanza delle feste delle divinità; i giorni di teatro sono pagati ai lavoratori, è come un dovere, ha un significato comunitario molto forte. L’attore non è pagato, è qualcuno di molto importante, non è una merce di scambio. Il popolo romano continuerà con il connubio religione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saralica03 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Culture e tradizioni dello spettacolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Mazzoleni Elena.
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