Bioetica, le scelte
Eugenio Lecaldano – Morali
Capitolo 1: La bioetica definita
L'origine della bioetica ha fatto tanto discutere. Per quanto molti studiosi siano propensi a collocarla tra gli anni ’40 e gli anni ’60 del ‘900, la prima vera definizione di bioetica si ebbe con Potter nel 1970. Potter definì la bioetica come “scienza della sopravvivenza”, facendo riferimento ad uno scambio tra moralità ed ecologia, alla necessità di costruire un’etica scientifica che potesse però far tesoro delle innovazioni della biologia.
Al di là di questo, possiamo dire che il contenuto della bioetica è costituito dalle questioni etiche originate dalla medicina e dalla biologia nel campo della nascita, della cura e della morte degli esseri umani. Questa è la “bioetica in senso stretto”.
La bioetica è sicuramente un sapere interdisciplinare. È legata all’etica ad esempio, in quanto è una riflessione su ciò che è giusto, bene o doveroso compiere in determinate situazioni; alla filosofia e alle considerazioni già fatte in merito; alla medicina e alla biologia; a tutta l’area delle scienze umane o sociali, dalla sociologia alla psicologia e all’economia.
Principali questioni della bioetica
- Vi sono dei principi morali da cui dobbiamo derivare le nostre decisioni sul nascere, curarsi, morire?
- Quali sono e fino a che punto possono guidare la nostra condotta?
- Quali sono le ragioni che ci spingono a privilegiarli, rispetto a quelli raccomandati da altre concezioni etiche?
- Fino a che punto possiamo spingerci nella nostra pretesa che anche tutti gli altri regolino il loro in virtù degli stessi nostri principi?
- È possibile immaginare delle procedure che permettano la coesistenza ordinata e pacifica di persone che hanno principi morali diversi?
- Da quali principi giuridici dovrebbero essere regolate quelle situazioni in cui persone con principi morali diversi si trovano ad interagire?
Bioetica descrittiva
La bioetica descrittiva cerca di esporre le diverse bioetiche esistenti e di rendere conto delle loro caratteristiche strutturali; le conclusioni dovranno essere in un certo senso universalizzabili, cioè valide per tutti coloro che potrebbero essere coinvolti in una situazione analoga. Inoltre, devono essere giustificabili e giustificate.
Bioetica normativa
L'individuazione dei principi, regole, valori, da privilegiare nella soluzione delle questioni bioetiche per capire come meglio orientare l’azione. Vi sono tre stili:
- Stile deontologico: cioè l’idea che le nostre azioni sono moralmente giuste o sbagliate se rispondono a determinati principi. La condotta morale deve essere ispirata a principi generali (Kant: imperativo categorico).
- Stile consequenzialistico: ritiene che noi possiamo valutare una condotta non per il suo rispondere ad uno o più principi ma sulla base delle conseguenze che quell’azione porta. La forma più importante di consequenzialismo è l’utilitarismo.
- Etica delle virtù: è uno stile diverso dagli altri in quanto non dà luogo a teorie ma ritiene che non dovremmo preoccuparci di dare regole e norme per la condotta, ma di coltivare il nostro carattere. La moralità non consisterebbe nell’avere regole ma nell’educare un carattere virtuoso.
Livelli di bioetica
Esistono diversi livelli o punti di vista diversi della bioetica, a partire dai quali si analizzano determinate questioni:
- Bioetica che ha a che fare con la vita personale.
- Bioetica che ha a che fare con le istituzioni e le norme pubbliche.
Talora questi due piani tendono a confondersi e questo può essere poi problematico.
Compito della bioetica
Negli ultimi anni si è sviluppato un dibattito che ha usato la locuzione di “bioetica difensiva”, per cui il suo primo compito sarebbe quello di salvaguardare principi che sarebbero altrimenti messi in discussione dalle nuove tecnologie (come la sacralità della vita messa in discussione dall’eutanasia). Questo modo però in realtà, nega l’idea di scelta individuale perché ritiene che le nuove possibilità debbano essere limitate se non negate del tutto. Tuttavia, quando esaminiamo la vita morale delle persone notiamo che, togliendo la possibilità di scelta, cade l’idea della vita morale stessa. Qual è quindi il compito della bioetica? Potrebbe essere quello di dare una chiarificazione concettuale delle questioni morali che sono in campo, cioè chiarire alcune nozioni, alcuni termini che troviamo nella discussione morale attualmente (quali sono le caratteristiche che rendono qualcuno persona, ad esempio) e solo in un secondo momento dovrebbe riflettere sulle condotte più appropriate da adottare in certe circostanze.
Evoluzione della bioetica
La bioetica, al pari delle altre aree dell'etica applicata, ha segnato il completo tramonto di quella aspirazione a costruire un’etica scientifica, ovvero una teoria generale delle norme che gli uomini debbono fare valere nella loro condotta. Vi è ora una larga convergenza nel ritenere che il modello più adeguato alla bioetica mette in primo piano la trattazione dei casi concreti. Le nostre strategie argomentative dovranno partire dai casi particolari e dunque procedere in modo induttivo a fare emergere regole più generali che non dovranno mai essere trasformate in principi astratti assoluti.
- Ci occuperemo quasi esclusivamente di quei problemi morali concreti con i quali è difficile immaginare che le persone si siano potute realmente confrontare 50 anni fa.
- Fine della vita umana: l'insieme dei problemi che possono nascere in un reparto di terapia intensiva quando si tratta di decidere se ricorrere e fino a che punto all'aiuto di macchine per mantenere in vita un morente.
- Nascita: tecniche di procreazione assistita, fecondazione in vitro (eterologa = gameti non provengono dai futuri genitori).
- Cura: interventi sperimentali sugli embrioni che tendono a curare o modificare il loro patrimonio genetico, giustizia distributiva ovvero i problemi morali legati al trapianto di organi umani.
Definizioni di natura
1. Natura come normalità.
2. Natura come ordine naturale delle cose.
3. Natura come legge naturale.
Il termine natura inteso come normalità si riferisce a quell’insieme di cose che accadono tradizionalmente. È diffuso nel linguaggio comune e nella maggioranza dei casi viene usato a scopo valutativo, cioè per esprimere una valutazione positiva su qualche cosa. Questo è l’uso che riguarda il senso comune e l’esperienza morale ordinaria (naturale come opposto ad artificiale, ad esempio). Il secondo uso si riferisce invece al fatto che la vita e gli eventi siano organizzati secondo un ordine che in qualche misura è dotato di una sua specifica logica e tende poi ad un fine. Questa idea di natura come ordine naturale è presente in una serie di teorie filosofiche (quella aristotelica ad esempio) e la troviamo spesso in discussioni riguardo l’ingegneria genetica: il modo in cui l’uomo può intervenire sui processi del vivente con le nuove tecnologie sarebbe sbagliato perché metterebbe in discussione l’ordine interno della natura che è intrinsecamente saggio. Che la natura sia dotata di fini è negato dalla teoria dell’evoluzione naturale di Darwin che ha mostrato come la vita e la trasformazione delle specie sono dovute alla variazione del tutto casuale dei tratti genetici degli organismi sottoposti alle pressioni ambientali della selezione naturale. Tuttavia, può persistere un argomento che sostiene il finalismo: è vero che la natura non ha dei fini ma è anche vero che la lunga storia evolutiva del vivente rappresenta una garanzia di sicurezza migliore di quella che possono dare gli esseri umani. Tuttavia, si potrebbe controbattere che la storia evolutiva sorge su un materiale che è lì casualmente.
Indipendentemente dalla definizione della natura, si pone la questione della possibilità di derivare dalla natura le norme: data una descrizione dei fatti, possiamo derivare definizioni e prescrizioni sulla natura? (essendo questa cosa così, allora la natura è così? Cioè le cose stanno così?). Relazione fra fatti e valori > Relazione tra essere e dover essere, questione fondativa dell’etica filosofica contemporanea.
Capitolo 2: La fine della vita umana e il riconoscimento di un diritto a morire
Nuove condizioni del morire
Le persone negli ultimi decenni muoiono in situazioni completamente nuove che hanno fatto sorgere problemi etici che spingono ad un riesame dei nostri diritti e doveri di fronte alla morte. Cause dei “nuovi modi di morire”:
- L’allungamento della vita media nel corso degli ultimi decenni. Questo ha portato delle conseguenze che riguardano la fine dalla vita. In che modo? Perché con questo si è realizzato un aumento dell’incidenza di una serie di patologie che una volta erano più rare e che quindi rappresentavano un fatto minoritario laddove invece oggi riguardano numeri molto maggiori (ad esempio le malattie neurodegenerative).
- Pesante diffusione della medicalizzazione della fine della vita: oggi le morti delle persone avvengono molto raramente in un contesto non medicalizzato, le persone muoiono perché affette da patologie che vengono accompagnate dall’assistenza sanitaria fino alla fine e così via.
- Nuove tecniche/pratiche mediche: oggi grazie al perfezionamento delle tecniche mediche e delle conoscenze in alcune situazioni rappresentano un’estensione molto lunga della vita seppure in condizioni gravissime (coma, stato vegetativo ecc.).
- Morire come processo: ha una durata temporale più o meno lunga a seconda delle scelte degli individui interessati e delle stesse tecniche mediche il cui scopo è spesso non quello di essere una terapia ma quello di allungare la vita il più possibile. La possibilità di intervenire da parte del paziente come decisore discende dal nuovo contesto dei diritti attraverso la pratica del consenso informato, che non trova nella morte un limite bensì un nuovo contesto di applicazione ma molto problematico.
Il problema etico centrale relativo alla morte è quello di chiederci se e in che misura siamo legittimati a fare azioni che comportano la morte di qualcuno e di conseguenza, quali sono quei casi di morte ritenuti illeciti. Questi gli interrogativi più frequenti: fino a che punto accettare per sé un simile prolungamento della vita? E per i propri cari? Quando e come eventualmente interrompere questo prolungamento artificiale della vita? Siamo autorizzati a giudicare familiare e medici che trattano persone con queste condizioni? Ci sono dei diritti che le persone coinvolte in una morte del genere possono far valere? E tali diritti devono essere solo di natura morale oppure anche giuridica? Cosa può permettere o vietare la legge in situazioni del genere? L'esistenza di certe tecniche mediche avanzate comporta automaticamente la decisione di una loro adozione o lo stesso bene del paziente richiede dei limiti su questa strada? Chi li fissa e secondo quali criteri?
Etica della disponibilità e non disponibilità della vita
La distinzione di partenza per provare a rispondere è tra l’etica della disponibilità e quella della non disponibilità della vita. Secondo la prima, gli esseri umani non sono obbligati ad affidarsi completamente alle decisioni di una qualche divinità o autorità della natura, mentre la seconda si fonda sul principio della sacralità della vita umana. Questa si può intendere in vari modi: sacralità che rimarca il valore dell’essere umano come punto più elevato della catena degli esseri viventi in quanto avente anima; sacralità conseguente all’attribuzione di un valore e di una dignità alla vita umana della quale si deve avere rispetto. In questo secondo caso, il principio di sacralità si può conciliare con quello della disponibilità della vita e risulta indipendente da presupposti teologici.
Sacralità: la vita umana è sacra, intoccabile e prioritaria. Concezione propria di visioni del mondo di tipo religioso.
Qualità: la vita in sé non è un bene fondamentale, ma è subordinato alla qualità della vita degli individui.
Il principio di non disponibilità, oggi molto criticato, era del tutto egemone nell’Europa del 1700 fino al punto da ispirare completamente la legislazione, ad esempio quella inglese, che considerava il suicidio un reato. Lentamente si è data la possibilità di riconoscere una legittimità morale all’atto di chi, sano di mente, razionalmente ricorre al suicidio per evitare sofferenze. Argomentazioni importanti a favore di questo le troviamo nel saggio “Sul suicidio” di Hume: non solo si ritiene il suicidio razionale un atto legittimo, coraggioso e prudente, ma si restituisce agli uomini la loro libertà nativa mostrando sul piano razionale le assurde implicazioni dell’etica della non disponibilità. Al contrario, Kant presentò nelle “Lezioni di etica” il suicidio come una contraddizione (la vita che si presta a provocare la fine della vita), dunque una natura che legittimi il suicidio si contraddice da sola.
Le nuove condizioni del morire indeboliscono ulteriormente la credibilità dell’etica della non disponibilità: molto spesso ormai si ricorre ad un prolungamento artificiale della vita (terapie intensive) e comunque ci si affida ai medici i quali di volta in volta stabiliscono a quali metodi ricorrere.
Diritto morale a morire
Una delle nozioni più comuni che si chiamano in causa in questi casi è quella di dignità. La dignità delle vite umane non dipende però da caratteri comuni a tutto il genere, ma è legata al modo individuale in cui ciascuna persona elabora il proprio piano di vita (dipende dalla biografia di ognuno). Le nuove condizioni del nascere, curare e morire pongono nuovi modi di intendere il modo dignitoso di vivere queste situazioni. Diversi sono i modi di concepire la dignità umana:
- Collegarla con la libertà di scelta del morente guardando ai tratti distintivi della persona della cui dignità si tratta.
- Contro la possibilità di riconoscere ad ognuno un diritto morale a morire vi è in primis l’obiezione di tutti i medici per i quali rientra nei loro diritti e doveri professionali prendersi cura del malato operando come garanti della sopravvivenza. Dunque, da questo punto di vista, nessun intervento medico costituisce accanimento terapeutico.
A sostegno della legittimità dell’azione del medico, vi è tutta una tradizione etico-filosofica (in parte coincidente con la morale cristiana cattolica) che chiama in causa la dottrina del doppio effetto: è sbagliato compiere un’azione moralmente cattiva anche se comporta delle buone conseguenze, mentre è giustificato compiere un’azione buona che abbia conseguenze cattive che non sono volute > l’eutanasia potrebbe anche essere considerata con uno scopo buono (porre termine alle sofferenze) tuttavia viene chiesto al medico di ottenerlo con azioni moralmente cattive (la somministrazione del farmaco letale); al contrario, altre scelte sono consentite, come l’uso di una sedazione (farmaci antidolorifici potenti - morfina) per lenire le sofferenze di un malato terminale.
Allo stesso modo vi sono state diverse obiezioni. La più radicale vorrebbe una revisione della funzione dei medici: infatti l’imperativo ippocratico non ha mai dato al medico il potere di decidere cosa è bene per il paziente. Sul piano etico, inoltre, si obietta che il modo di un singolo medico di interpretare i propri doveri professionali, non è giusto venga fatto regola di condotta per tutti i casi. Soprattutto poi se entrano in conflitto con diritti più generali che ci riguardano come persone (autonomia decisionale, ad esempio). Infine, la distinzione a fondamento della dottrina del doppio effetto viene criticata da un punto di vista consequenzialistico e utilitaristico che ritiene come la distinzione fra azioni e omissioni non sia moralmente accettabile nella misura in cui sono solo le conseguenze delle nostre azioni ad essere moralmente rilevanti.
Coloro che riconoscono un diritto morale a morire richiamano diverse argomentazioni:
- Autonomia morale di ciascuna persona: intesa come valore fondamentale condiviso degli esseri umani e che come tale va protetta anche di fronte alla scelta di potersi dare la morte. La critica di Lecaldano di percorrere la strada di un diritto a morire sulla base di un principio di autonomia si fonda anche e soprattutto sulla discussione della possibilità di dare un resoconto della nozione di autonomia coerente e accettabile in pieno. Per quanto a livello ordinario sia fondamentale, quando tentiamo di farne il fondamento giustificativo del diritto a morire presenta una serie di problemi teorici non indifferenti.
- Giustificazione biologistica: Hans Jonas ad esempio afferma che il diritto a morire non è altro che un’estensione del diritto inalienabile della propria vita. Egli inoltre afferma che in determinati casi non è solo giusto sospendere le procedure straordinarie ma è doveroso.
- Argomentazioni utilitariste: (quella sostenuta da Lecaldano) il diritto a morire viene visto come una pratica morale rivolta alla massimizzazione della felicità generale. In questa concezione si presenta come diritto di ognuno affinché non gli siano imposte sofferenze. In quest’ottica l’eutanasia e il suicidio assistito sono approvabili perché evitano sofferenze inutili degli esseri umani che, come dice Lecaldano, sono ciò che è centrale e rilevante della motivazione delle persone a richiedere l’eutanasia.
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Riassunto esame Bioetica, Prof. Vantin Serena, libro consigliato Bioetica: le scelte morali (cap 1-2-3), Lecaldano
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