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Tiberio a Rodi (6 a.C. – 2 d.C.): ragioni, aspetti e influenze culturali di un soggiorno nell’Egeo orientale

M C, matr. 0350200101 – Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, OR.SA., ARCO APURRO Archeologia e storia dell’Arte Romana e delle Province, proff. Mauro Menichetti e †Fabrizio Pesando)

Indice

  • Introduzione. Il ritiro a Rodi di Tiberio (6 a.C. – 2 d.C.): un inquadramento storico della vicenda.
  • Le cause del secessus sulla base di Svetonio (Tib. X-XIII), della tradizione storiografica antica e nella prospettiva della moderna ricerca storica.
  • Le testimonianze dell’“esilio” e i documenti epigrafici.
  • Le influenze greco-orientali/ellenistiche provenienti dall’isola di Rodi sul futuro princeps nei contesti residenziali di Sperlonga e di Villa Jovis (Capri).
  • Il contesto di Sperlonga, la passione mitografica di Tiberio e il legame con l’isola di Rodi.
  • Villa Jovis a Capri, il legame paesaggistico terra-mare e la connessione con l’isola rodia.
  • Conclusioni. Un accenno al tema del “ricordo della Grecia” in alcune realizzazioni edilizie degli imperatori romani della prima età imperiale e il rapporto di Tiberio con l’isola di Rodi.

Abbreviazioni bibliografiche

Questo lavoro è dedicato alla cara memoria del Professore Fabrizio Pesando, persona rarissima nel nostro mondo comune.

1) Introduzione. Il ritiro a Rodi di Tiberio (6 a.C. – 2 d.C.): un inquadramento storico della vicenda

Nell’11 a.C., obbedendo agli interessi politici della famiglia, a seguito della morte di Marco Vipsanio Agrippa, il poco più che trentenne Tiberio era stato costretto dal princeps Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Agrippa stesso (che aveva sposato probabilmente nel 20 a.C. o nel 19 a.C.) e dalla quale aveva avuto un figlio, Druso minore, nel 14 a.C. Fu costretto, dunque, a contrarre nuove nozze con Giulia maggiore, vedova dello stesso Agrippa e figlia di Augusto, la quale era, quindi, sua sorellastra.

A quanto emerge dalle fonti, Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie e se ne allontanò solo con grande rammarico. L'unione con Giulia, vissuta dapprima con concordia e amore, si guastò tuttavia ben presto, anche a seguito della prematura dipartita del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Inoltre, il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva decisamente a quello assai più “licenzioso” di Giulia, che spesso era circondata da numerosi amanti.

Nel 6 a.C. l'imperatore decise di rinnovare l'imperium proconsulare maius a Tiberio e di conferirgli anche la tribunicia potestas per cinque anni: tale carica, come noto, non solo rendeva inviolabile la sua persona, ma gli conferiva anche il diritto di veto.

Nonostante questi onori, Tiberio decise improvvisamente di ritirarsi dalla vita politica dell’Urbe, abbandonandola, per andarsene in una sorta di “esilio volontario” nell'isola egea di Rodi, che lo aveva affascinato fin dai giorni in cui vi era approdato, di ritorno dall'Armenia. Intorno a questa decisione si è scritto molto in bibliografia, e se ne fornirà un rapido quadro nel prosieguo di questo lavoro, accanto alla “versione ufficiale” fornitaci dallo storico Svetonio. Comunque sia, resta il fatto che Tiberio prese e attuò questa sua decisione proprio nel momento in cui stava riscuotendo numerosi successi, quando era ancora nel pieno della giovinezza e in salute.

Sia Augusto che Livia tentarono di trattenerlo, ma fu vano: il princeps arrivò addirittura a parlare della questione in Senato inutilmente. Tiberio, allora, in risposta, smise di mangiare e rimase a digiuno per quattro giorni, fino a quando non gli fu concesso di lasciare l'Urbe per recarsi dove ritenesse più opportuno.

Si fermò a Rodi per quasi otto anni, ossia dal 6 a.C. al 2 d.C. all'incirca, e, come raccontano le fonti, mantenne un atteggiamento sobrio e defilato; non cercò di porsi al centro dell'attenzione né prese mai parte alle vicende politiche dell'isola, non facendo, di fatto, mai uso dei poteri di cui era stato investito.

L 1999, pp. 27 e 31; S 2004, p. 143.

EVICK WANS. Tib. resta la nostra principale fonte di informazione sulla vita di Tiberio.

UET. La notizia è in S. Tib. VII.

UET. Il futuro imperatore era stato impegnato in Armenia nell’inverno tra il 21 e il 20 a.C. Sul ritiro rodio di Tiberio, narrato in S. Tib. X-XIII, cfr. almeno L 1972; S 1978-1979; P 2016. Altri autori antichi, oltre a Svetonio, UET EVICK IDARI EACHIN, che si riferiscono alla vita di Tiberio sono, fra i più noti ed utili, Tacito, Cassio Dione e Velleio Patercolo (cfr. infra, per una discussione in merito).

Cfr. infra.

S. Tib. X.

UET. Vd. supra.

Passati molti anni, nell'1 a.C. decise di chiedere il permesso al princeps Augusto di rivedere i suoi parenti e di rientrare, così, a Roma, ma ricevette un sonoro rifiuto. Quello che era stato fino ad allora, in qualche misura, un “soggiorno volontario”, adesso, era diventato un “esilio” a tutti gli effetti.

Poté solo fare appello alla madre Livia, la quale ottenne al massimo che egli venisse nominato legato di Augusto a Rodi, e che, così, la sua disgrazia fosse – almeno agli occhi dell'opinione pubblica – in parte celata.

Continuò allora a vivere come un privato cittadino sull'isola egea, ma a questo punto più timoroso e sospettoso, evitando tutti coloro che venivano a fargli visita. Frequentò l'astrologo Trasillo, insieme ad altri intellettuali presenti nell’isola, il quale gli predisse che sarebbe stato richiamato a Roma per essere nominato ufficialmente erede di Augusto.

Nel 2 a.C., tra l'altro, la moglie Giulia era stata condannata all'esilio sull'isola di Ventotene e il suo matrimonio con lei fu di conseguenza annullato da Augusto: Tiberio, per quanto contento della notizia, cercò di dimostrarsi magnanimo nei confronti della figlia del princeps, nel tentativo di riconquistare la stima del padre adottivo.

Sempre nell'1 a.C. decise di far visita a Gaio Cesare che era appena giunto nella vicina isola di Samo, dopo che Augusto gli aveva conferito l'imperium proconsolare maius e lo aveva incaricato di compiere una missione in Oriente dove, morto il re Tigrane III, il problema della successione nel regno vassallo di Armenia si era ripresentato. Tiberio lo onorò mettendo da parte ogni antica rivalità e, dunque, umiliandosi; ma Gaio, sobillato dall'amico Marco Lollio, fermo oppositore di Tiberio, lo trattò con freddezza e distacco.

Infine, soltanto nell'1 d.C., dopo ben sette anni dalla sua partenza alla volta di Rodi, a Tiberio fu concesso di fare rientro a Roma, grazie anche all'intercessione della madre Livia. Gaio Cesare, che nel frattempo si era allontanato da Lollio, decise, infatti, di acconsentire al suo ritorno. E così Augusto, che aveva rimesso la questione nelle mani del nipote, lo richiamò in patria, facendogli però giurare che non si sarebbe interessato in alcun modo al governo dello Stato e che avrebbe condotto la propria vita come un privato cittadino dell'Urbe.

S. Tib. XI-XII.

UET. Tiberio Claudio Trasillo, astrologo e grammatico greco nato in Egitto e morto a Roma o a Capri nel 36 d.C. A Rodi predisse a Tiberio che sarebbe stato richiamato a Roma e designato alla successione di Augusto. A Roma ottenne la cittadinanza romana per sé e per la moglie Aka che sembra fosse una principessa di Commagene, un piccolo regno tra la Cappadocia e l’Armenia. Come astrologo e veggente divenne una celebrità a Roma e fu consultato da tutti. La nipote Ennia fu moglie del Prefetto del Pretorio Macrone e amante di Caligola.

È quanto ci riferisce S. Tib. XI.

UET. Marco Lollio, nato a Ferentino nel 54 a.C. circa e morto nel 2 d.C., fu un politico e militare dell’aristocrazia romana. Nel 21 a.C. fu console. Nell'1 a.C. seguì Gaio Cesare nel suo viaggio in Oriente come amico e consigliere. Caduto successivamente in disgrazia, forse per aver ricevuto doni dai principi orientali, si suicidò in Oriente nel 2 d.C. Quanto all’incontro, Velleio Patercolo, che era presente al seguito di Gaio Cesare, sostiene invece (2.101.1) che fu quest'ultimo ad omaggiare Tiberio come un superiore, ma probabilmente si tratta di un'affermazione volta a sminuire l'umiliazione cui si era sottoposto Tiberio; vd. S 2004, p. 117, per un approfondimento.

WAN. Cfr. supra.

S. Tib. XIII.

UET.

1.1) Le cause del secessus sulla base di Svetonio (Tib. X-XIII), della tradizione storiografica antica e nella prospettiva della moderna ricerca storica

I capitoli X-XIII della Vita di Tiberio nell’opera di Svetonio sono riservati al racconto del ritiro del futuro princeps sull’isola di Rodi. In particolare, nel capitolo X sono esposte dall’autore le cause che avrebbero spinto il figliastro di Augusto a prendere una decisione che apparve ai più inconsulta e che spinse addirittura il patrigno a lamentarsene in senato (vitricus deseri se etiam in senatu conquerens). Tiberio era infatti, come già ricordato in precedenza, nel fiore degli anni e nel pieno delle forze (integra aetate ac valitudine), quando decise di andarsene via all’improvviso (statuit repente secedere) e di allontanarsi il più lontano possibile da Roma (seque e medio quam longissime amovere), nonostante avesse appena riportato un trionfo nel 7 a.C. e, dopo un secondo consolato, avesse ottenuto nel 6 a.C. la tribunicia potestas, che comportava la sua associazione al principato, nonostante Augusto avesse da tempo adottato i figli di Agrippa, Gaio e Lucio Cesari.

Il prestigio di cui Tiberio godeva si era cominciato a manifestare anche attraverso una rete di relazioni con uomini di alto rango, in alcuni casi consolari, che avrebbero continuato ad essere protagonisti della scena politica durante il suo principato. Tra questi possiamo ricordare: P. Sulpicius Quirinius, console nel 12 a.C. e proconsole in Siria; L. Volusius Saturninus, suffectus nel 3 d.C., proconsole d’Asia sotto Augusto, legato di Tiberio in Dalmazia e prefetto dell’Urbe fino alla morte, avvenuta nel 56 d.C. all’età di novantatré anni; Gneo Calpurnio Pisone, collega di Tiberio nel consolato del 7 a.C.; L. Antistius Vetus, quaestor Tiberi Caesaris Augusti, quindi consul suffectus nel 28 d.C.

Tra le cause addotte da Svetonio per motivare l’allontanamento di Tiberio c’è l’avversione nei confronti della moglie Giulia (uxoris taedium), che egli proprio non poteva tollerare, pur non osando accusarla o ripudiarla.

Ai dissidi con la moglie Giulia, però, si aggiunse anche il contrasto con i figli adottivi di Augusto, Gaio e Lucio Cesari. Essi ritenevano di essere stati sminuiti dalla promozione di Tiberio da parte del padre adottivo. Proprio in un contesto del genere Tiberio maturò la decisione di partire per Rodi, dove aveva già trovato ospitalità al ritorno dalla spedizione in Armenia.

Anche Cassio Dione sostiene che la versione “ufficiale” voleva che Tiberio fosse stato mandato nell’isola da Augusto «con la scusa che avesse bisogno di un periodo di insegnamento», «perché fosse lontano da Gaio e Lucio», ma aggiunge che non solo l’avversione verso Giulia, ma anche il mancato conferimento del titolo di Cesare avessero contribuito al suo allontanamento. Sulle motivazioni vere o presunte dell’“esilio”, dunque, la tradizione diverge: se Velleio Patercolo, infatti, adduce come motivo dell’esilio addirittura il riposo dalle fatiche militari; Tacito fa riferimento alle cause dell’esilio a Rodi di Tiberio quattro volte.

La prima quando afferma che Tiberio si era ritirato a Rodi covando segrete dissolutezze (secretae lubidines); la seconda quando riconduce l’origine della decisione al disprezzo della moglie Giulia nei suoi confronti (spreveratque ut imparem); la terza quando allude a un esilio politico, portando a sostegno della sua tesi la mancata visita a Tiberio durante il ritiro da parte di Archelao, re di Cappadocia, consigliato in questo senso dagli intimi di Augusto (ab intimis Augusti); nel quarto caso, lo storico torna alla causa originaria, ribadendo le motivazioni “libidinose e depravate”.

Alcuni altri, sulla base di quanto ricordato da Svetonio, ritenevano che Tiberio si fosse ritirato spontaneamente dal secondo grado del rango imperiale da lui occupato a lungo, per favorire la scalata al potere di Caio e Lucio Cesari (quidam existimant adultis iam Augusti liberis loco et quasi possessione usurpati a se diu secundi gradus sponte cessisse), come tempo prima aveva fatto Agrippa, che – quando Marcello era stato avviato alle cariche pubbliche da Augusto – si era trasferito a Mitilene per non dare l’impressione di ostacolarlo con la sua presenza.

Quest’ultimo fu, ad ogni modo, il motivo reale che lo stesso Tiberio addusse in seguito: “quam causam et ipse - sed postea - reddidit”; così sostiene Svetonio, probabilmente alludendo a un passaggio contenuto all’interno di un commentario che aveva potuto dunque leggere e che oggi è perduto, della cui esistenza si fa cenno al cap. LXI della sua opera.

In quel momento (6 a.C.), invece, Tiberio aveva chiesto di partire avanzando la giustificazione di essere sazio di onori e desideroso di riposo dopo le fatiche che aveva compiuto (tunc autem honorum satietatem ac requiem laborum praetendens commeatum petit).

Tra gli studiosi moderni, infine, che si sono occupati della complessa vicenda storiografica dell’“esilio” di Tiberio nell’isola rodia e sulle cause che sono alla sua base, si devono citare principalmente B.M. Levick, D. Sidari, M. Peachin e, più di recente, A. Zuccaro. In tutti questi studi, condotti nel solco delle fonti antiche già analizzate, prevale la convinzione che siano state diverse le cause che hanno portato il futuro princeps ad una decisione così sofferta nel 6 a.C., ma che, su tutte, due furono le motivazioni più forti di Tiberio: il complesso rapporto con Giulia e il dramma personale di non essere considerato l’erede prescelto da Augusto, scavalcato dai giovani Caio e Lucio Cesari.

Cfr. supra. Lo aveva fatto sin dal 17 a.C.

Z 2020, pp. 57-58.

UCCARO. Il crimen adulterii cui fa riferimento Svetonio è quello previsto dalla lex Iulia de adulteriis coercendis ed era perseguibile fino a cinque anni dal fatto. Presupposto necessario dell’accusa era il divorzio; in merito cfr. SPAGNUOLO V 2010, pp. 31-36; B 2015, pp. 201-203.

IGORITA RUTTI. Riferitoci da C. D. 55, 9, 5.

ASS IOC. D. 55, 9, 7.

ASS IO. 2, 99, 2.

Ann. 1, 4.

Ann. 1, 53.

Ann. 2, 42.

Ann. 4, 57.

Mytilenas abierit ne aut obstare aut obtrectare praesens videretur. Sulla partenza di Agrippa per l’Oriente nel 23 a.C. e sul suo soggiorno a Mitilene cfr. S. Aug. LXVI; cfr. C. D. 53, 32, 1 dove si dice che Augusto inviò Agrippa in Siria per evitare che questi e Marcello entrassero in contrasto. Vd. anche V. 2, 93; P. Nat. hist. 7, 149.

UET ASS IO. ELL LINC. Così anche V. 2, 99, 2.

ELLC. Cfr. supra.

1.2) Le testimonianze dell’“esilio” e i documenti epigrafici

La prima parte del secessus di Tiberio (6-1 a.C.) a Rodi non trova il conforto delle fonti epigrafiche. Una sola iscrizione proviene da Rodi (Studi Ciaceri 254, Ia) e solo altre tre offrono almeno un elemento datante: AE 1991, 530; CIL, IX 2443 e IG XII, 6, 1, 397. Di queste, le prime due provengono da Sepino, nel Sannio. AE 1991, 530 è un frammento di iscrizione, integrato con la titolatura imperiale di Tiberio e il nome di C. Ennius Marsus, un magistrato locale. Essa contiene l’indicazione della quarta tribunicia potestas posseduta dal futuro princeps: siamo dunque nel 3-2 a.C. Si tratta delle uniche due testimonianze “occidentali” su Tiberio durante il suo esilio e non è un caso che provengano da Sepino, vera e propria roccaforte dei Claudii, che fu un municipio al massimo del suo splendore proprio nell’ultimo decennio del I secolo a.C., anche grazie ad una massiccia serie di concessioni viritane che cambiarono il volto della comunità.

La terza iscrizione presa in considerazione, oggi perduta, proviene da Samo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

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