Archeologia fenicio-punica – UniBo
Bondì S.F. – Botto M. – Garbati G. – Oggiano I. 2009. Fenici e Cartaginesi. Una civiltà mediterranea, Roma.
Voto: 30L.
L’universo fenicio
Nella Geographia Sacra Samuel Bochart a inizio ‘600 trattava per la prima volta in modo coerente ed organizzato della lingua e colonie fenicie. Nel secolo dei Lumi Cumberland, vescovo di Peterough (Cambridge), studia i frammenti di Sanchuniathon, scrittore fenicio di Beritus che secondo il suo traduttore greco Filone di Biblo sarebbe vissuto prima della guerra di Troia. Non abbiamo testi letterari fenici, il nostro sguardo su loro sarebbe solo filtrato da visione greca e romana se non fosse per archeologia ed iscrizioni. La pietra si conserva di più di papiri e cartapecora: nel XVIII l’abate Barthélémy scrive un’opera basata sull’iscrizione bilingue di Malta. Poi Gesenius con la sua opera sui ‘’Monumenti della scrittura e della lingua fenicia’’ diventa il vero fondatore dello studio delle iscrizioni fenicie, grazie a cui si ricostruisce una grammatica greca. Nel 1867 si redige il CIS (Corpus inscriptionum semiticarum) a cura di Ernst Renan, in cui si raccolgono sistematicamente le iscrizioni (risposta francese al corpus delle iscrizioni greche e latine). Heeren nel XIX a partire da Polibio, storico greco al seguito di Scipione l’Emiliano nel 156, scrive un’opera sulla politica e commercio dei popoli antichi, riservando importanza ai fenici. La versione di Movers (confermata dall’archeologia) di un Mediterraneo progressivamente civilizzato dall’Oriente è contestata da Mazzoldi, che sostiene l’incivilimento italiano in tutte le nazioni asiatiche del Mediterraneo (negando addirittura la grecità della Magna Grecia e Sicilia), facendo piazza pulita delle fondazioni fenicie a vantaggio di un antico impero marittimo degli Italiani (versione nazionalistica del commercio etrusco arcaico) secondo cui Tiro sarebbe fondazione di Tirreni/Etruschi.
Prime grandi ricerche compiute a Cipro dove il console USA piemontese Louis Palma de Cesnola apre 3000 tombe presso Larnaca e 10000 a Idalio, acquistate dal Metropolitan Museum di NY. Gli scavi di Schliemann a Micene rivelano una civiltà micenea: se Orsi negli scavi di Tapso in Sicilia crede di trovare tracce del commercio fenicio, sappiamo che l’espansione micenea precedette di secoli quella fenicia. A fine XIX l’abate Bargés vuole dimostrare la presenza di colonie fenicie nel sud Francia per un’iscrizione cartaginese del IV secolo, ma essendo trasportata da Cartagine a Marsiglia si può escludere insediamenti semitici qui. Tra 1860 e ’61 Napoleone III affida a Renan una missione esplorativa in Fenicia, di risonanza più politica che scientifica. Ganneau inizia gli studi iconologici dell’universo delle immagini fenicie quali veicolo di idee. Flaubert nel romanzo Salammbò parla della guerra dei mercenari dopo la fine della prima guerra punica: descrive Cartagine deformata dalla civiltà egizia, greca e berbera, criticato per inadeguatezza delle descrizioni archeologiche. L’abate Bourgade, elemosiniere della cappella imperiale nella collina di Byrsa, presunto luogo di morte di San Luigi, pubblica raccolta di iscrizioni a metà XIX. Il vescovo di Algeri poco più tardi (monsignor Lavigerie) distacca alcuni padri bianchi d’Africa sulla stessa collina affidando a padre Delattre di studiarne il passato (cosa che fa ma senza metodo e rigore).
Siret, ingegnere minerario in Spagna conscio che la ricerca di metalli sia il movente del commercio fenicio (Iberi e occidentali forniscono stagno in cambio di uova di struzzo o avorio di ippopotamo), ritiene che i fenici fossero insediati in Egitto, considerandoli solo veicolo di influenze tra Oriente, Creta, Micene e Occidente. In Sardegna il viaggiatore Alberto della Marmora visita siti fenici dall’1830, ma vero fondatore dell’archeologia sarda è il canonico Spano che tenta di impedire il saccheggio della necropoli di Tharros nel 1851. Non tutte le influenze orientali sono sinonimo della presenza fenicia. Nel 1917 si scopre la necropoli di Ibiza. Poi lo scalo commerciale fenicio di Mozia (punta ovest Sicilia), pilastro della conoscenza fenicia in Occidente. Nel ’21 scoperta del tofet a Cartagine.
L’archeologia fenicia riparte in anni ’50 e ’60 con ricerche a Kition, Mogador (Marocco), Mozia, Monte Sirai, Almuñecar e Toscanos (Andalusia), insediamenti fenici arcaici. L’epigrafia, studio delle iscrizioni, è unica prospettiva per individuare strutture politiche e mentali della civiltà fenicia, per l’epoca arcaica abbiamo documentazione limitata e ripetitiva, qualche lettera su frammenti in ceramica spesso. Importante la stele di Nora in Sardegna. L’archeologia fa riferimento alla ceramica greca (importazioni greche in ambiente fenicio), con precisione dell’ordine del quarto di secolo, quella fenicia e punica non è altrettanto precisa, difficile da studiare perché non ha la stessa evoluzione stilistica.
Fenicio o punico o cartaginese
Questione terminologica: paleo-punico per la fase arcaica della colonizzazione, poi abbandonato perché si riferisce alla fase fenicia pre-punica.
Fenicio in senso lato include anche gli studi punici da esso derivati. Fenicio concerne l’Oriente secondo la definizione degli autori greci, punico l’Occidente secondo quelli latini, cartaginese concerna Cartagine e lo stato da essa costituito. Però: punico è solo un adattamento latino di fenicio (che indica intera civiltà, sia orientale che occidentale), questo una coniazione greca probabilmente da cananei (unico utilizzato per sé stessi, in alternativa all’uso in senso lato di Tirii o Sidonii in corrispondenza del predominio di una o dell’altra, dando impressione di forte frazionamento e limitata coscienza unitaria); la fase delle colonie in Occidente che precede l’affermarsi di Cartagine è definita fenicia (termine paleo-punico difficilmente orientabile); punico è fenicio d’Occidente, cartaginese è quanto nel punico concerne Cartagine (il primo include il secondo ed è più ampio), ma l’affermazione di Cartagine sulle altre colonie determina una coincidenza. Per l’area occidentale si usa fenicio per le testimonianze che precedono l’impero cartaginese, punico a partire da tali eventi, cartaginese quanto attiene alla città, sue vicende e manifestazioni culturali. Cartagine inizia la sua vicenda in piena fase fenicia (quindi vi appartiene), ma enuclea una componente autonoma.
Esempio 1: Cuccureddus è un complesso collinare sul fondo del golfo di Carbonara, primo importante punto di approdo fenicio in Sardegna; l’archeologia ci dice che sorse a metà VII, cessò nel terzo quarto del VI (fine per distruzione violenta, resti di incendio), riprende a metà III (santuario sulla collina con votivi fittili, oggetti di bronzo, piombo, monete di età romana) fino a IV d.C.; la distruzione coincide con occupazione cartaginese della Sardegna (fonti: spedizione di Malco 545-35), dopo di cui totale assenza di vita fino all’occupazione romana nel 238, periodo in cui a Cagliari si sviluppa grande centro, essenziale nella politica di occupazione e controllo del territorio; Cuccureddus viene emarginata perché non più utile alla politica cartaginese; quindi è un centro fenicio ma non punico né cartaginese, si parla dunque di fenici in senso stretto, pre-punici.
Esempio 2: Neapolis, antica città alla base della zona lagunare del golfo di Oristano, menzionata nelle fonti classiche, sorge nell’ambito di tre abitati, Tharros (a nord), Othoca (sulla costa orientale della laguna) e Neapolis stessa (sul vertice orientale di questa); le prime due sono fondazioni fenicie (entro fine VIII e seconda metà VII rispettivamente), a Neapolis le testimonianze più antiche sono ceramiche etrusche, greco-orientali, attiche e puniche di seconda metà VI, dunque è un centro cartaginese (genericamente punico) non fenicio perché fondato dopo Malco (cesura tra fase fenicia e punica); etimologicamente Neapolis corrisponde a QRTDSHT (città nuova), rispetto Othoca (vecchia); ricchezza agricola, argentifera attraggono politica cartaginese di sfruttamento del territorio (qui imbarcati prodotti agricoli e minerari verso l’Africa); inoltre Neapolis ha natura lagunare rispetto le isolette antistanti le coste e promontori tipici fenici; quindi sorge come insediamento cartaginese in opposizione ad uno fenicio (Tharros+Othoca).
In Africa più difficile distinzione tra fase fenicia e punica perché Cartagine protagonista di entrambe. Lei e Utica sono sorte prima della partizione di metà VI. Kerkouane invece nel VI dopo affermarsi di Cartagine: è il più imponente insediamento nord-africano recuperato, tipico centro cartaginese, non fenicio in senso stretto (perché segue fase fenicia in Occidente), punico in senso generale (appartiene a fase post-fenicia qui). In Sicilia centri non fenici sorti dopo espansione di Cartagine a Lilibeo (alla distruzione di Mozia nel 397 con trasferimento abitanti) e Monte Adranone (metà VI per opera dei selinuntini con sovrapposizione punica dal IV); a Selinunte la presenza punica c’è dopo distruzione del 409: quindi in Sicilia diffusa facies punica dal IV (a Pantelleria presenza sporadica e ridotta nel VI). A Mozia presenza fenicia da fine VIII (necropoli arcaica), sviluppo nel VII (area industriale, tofet e Capiddazzu); nel 550 erezione cinta muraria mostra una mutata prospettiva riflesso di espansione cartaginese. Quindi in Africa e Sicilia cesura fenicio-punico da metà VI.
In Spagna per notizia di Diodoro si riteneva Ibiza fondazione cartaginese nel 654/3, retrodatando espansione cartaginese di oltre un secolo. Le conoscenze archeologiche inducono a interpretare il passo di Diodoro come riferito ad una colonia cartaginese abitata da barbari in maggior parte fenici, con un’irruzione cartaginese a metà VI in concomitanza con altre regioni mediterranee. M.E. Aubet indica come nella zona di Cadice e a Huelva tra 580 e 550 cessa ogni attività e influenza fenicia e irrompe il commercio focese, quindi competizione commerciale con i greci all’avvento cartaginese. A Toscanos, maggior centro in Andalusia, fondato nel 740-30, come testimonia ceramica fenicia si sviluppa centro urbano: decadendo fino all’abbandono nel 550 si qualifica come centro fenicio pre-cartaginese e pre-punico. Se il commercio fenicio era controllato da Tiro, la sua conquista babilonese nel 573 ne determinò la crisi e subentro di Cartagine.
Fenici d’Oriente e fenici d’Occidente
Negli ultimi decenni è stata intensa la ricerca archeologica portando a nuovi dati della cultura materiale: l’area orientale appare povera di ritrovamenti (il sito meglio noto è Biblo ma documentazione pre-fenicia e romana); la documentazione epigrafica, archeologica e indiretta dalle fonti letterarie relativa ai fenici d’Oriente risale ai primi secoli del I millennio, dei fenici d’Occidente alla seconda metà. Non sappiamo quasi nulla della storia e cultura dei fenici: la ricca iconografia religiosa rimane enigmatica per la nostra ignoranza del mondo divino fenicio. In epigrafia abbiamo una schiacciante superiorità numerica delle iscrizioni occidentali (tofet). I fenici secondo le idee prevalenti nacquero improvvisamente nel 1200 dalle ceneri degli scomparsi cananei. Le iscrizioni fenice conosciute non sono anteriori all’XI, ma le lettere di el-Amarna nel XIV documentano tratti linguistici tipicamente fenici (parole tramandate nella lirica amorosa egiziana, genere letterario di origine siriana quindi creazione della cultura fenicia), inoltre un poemetto mitologico tradotto in ittita ha protagonista il dio fenicio Elkunirsa: tutta questa documentazione si considera cananaica. I discendenti dei coloni fenici del Nord Africa chiamavano sé stessi cananei ancora al tempo di S. Agostino; il profeta Isaia nell’VIII dichiarava che in Giudea si parlava la lingua di Canaan. La lingua e la cultura fenicie affondano le radici remote nel mondo siro-palestinese del Bronzo Antico (Ebla) e hanno un momento formativo a inizio Bronzo Medio quando alla popolazione locale si sovrappongono gli immigrati amorrei (Ugarit). L’autonomia politica di Cartagine dalla madrepatria Tiro porta ad interpretare i tributi versati a questa menzionati da Diodoro Siculo e Giustino come semplici manifestazioni di omaggio. A inizio VI con Nabucodonosor Tiro non più indipendente era parte dell’impero neobabilonese prima e persiano poi: per i sovrani Cartagine, colonia di Tiro, apparteneva anch’essa all’impero. In un passo di Giustino ci parla dell’ambasceria mandata da Dario a Cartagine a inizio guerre persiane: con un edictum il re parlava come sovrano di Cartagine anche se poi gli ordini vennero eseguiti solo in parte. Riguardo ciò Eforo, citato da Diodoro, dice che persiani e cartaginesi erano d’accordo per attaccare contemporaneamente i greci: questo spiega la contemporaneità delle battaglie di Salamina e Imera, che secondo Erodoto i siciliani affermavano essere nello stesso giorno. Il legame politico tra Cartagine e Persia è evidente per esempio dal presidio militare di giudei e aramei a Siene-Elefantina nel V per proteggere il confine africano dell’impero: la deduzione di colonie formate da sudditi fedeli all’impero in zone da controllare era una pratica comune tra sovrani persiani (in Palestina la pentapoli filistea ostile ai persiani li porta a creare due colonie di sidonii). I fenici come i giudei erano considerati fidati: una colonia tiria in territorio filisteo era quella ad Ascalona (lo Pseudo Scilace dice che era considerata tiria), sulle cui monete c’era la scritta greca Phanèbalos (faccia di Baal), epiteto della grande dea di Cartagine (quindi qui colonia cartaginese). A Palmira, più grande centro carovaniero importante in età persiana, nel pantheon il dio principale era Bol, poi altre con nomi composti (Yarhibol, Aglibol), forma foneticamente evoluta di Baal, secondo Esichio vero nome di Adone, venerato a Biblo; venerate anche altre, tra cui spicca Baal Hammon (quindi coloni di Biblo e cartaginesi, ad indicare sudditanza di Cartagine alla Persia). L’indipendenza cartaginese la raggiunge solo dopo la fine dell’impero persiano, anche se forse iniziata prima con l’indebolimento degli achemenidi. Assistiamo poi a un’ellenizzazione di Cartagine, riflesso dell’ellenizzazione delle città fenicie a livello delle arti figurative, di pensiero, linguistico (nel 200 scrivevano già in greco). I fenici ellenizzati divennero essenziali nella cultura che da greca diventò ellenistica.
Giovanni Garbini e la ‘’questione punica’’
Sandro Filippo Bondì sottolinea l’esistenza di molteplici punicità da seconda metà VI in base a differenziazioni regionali e cronologiche pur in una comune matrice cartaginese. Le scoperte di Huelva, la Rebanadilla (Malaga), Cadice e Utica innalzano di almeno un secolo l’epoca dei primi stanziamenti fenici in Occidente (superando soglia VIII). Si distinguono due fasi nel periodo prima della conquista cartaginese, tra IX e metà VIII (forte impronta orientale artigianato) e fino metà VI (marcata occidentalizzazione). Giovanni Garbini ipotizzava cronologia alta della colonizzazione e interruzione di rapporti con la madrepatria a fine VIII (conseguenza espansionismo assiro): si isolano le colonie dalla costa levantina e si inizia a parlare di cultura tipicamente cartaginese per VII e parte del VI; gli insediamenti fenici d’Occidente tra fine VIII e VII hanno cultura già punica. L’acquisizione di uno status urbano di Sulci, Mozia e Tharros, il potenziamento di insediamenti a carattere emporico (Nora, Sarcapos, Cuccureddus) sono noti da indicatori archeologici come la ceramica: è evidente l’omologazione dei repertori locali centro mediterranei a quello cartaginese già dall’VIII, a seguito di probabile mobilità di artigiani. L’analisi delle anfore da trasporto porta a tre isoglosse e tre forme ceramiche tra fine VIII e inizi VII. La prima (anfora ovoide a collo svasato, anse verticali a orecchio e decorazione geometrica a schema metopale) c’è a Cartagine nel tofet e abitato, nel tofet di Mozia, nell’abitato di Sulci forse: rispetto ad esemplari levantini e ciprioti ha particolarità morfologiche e decorative e specifico contesto culturale e produttivo (diverso rapporto proporzionale tra altezza del corpo e del collo, corto e svasato); le peculiarità sono esito di uno sviluppo selettivo della forma, realizzatosi a Cartagine e da qui irradiatosi verso le isole. La seconda (brocca globulare con ampio orlo trilobato) documentata in Oriente in Ferro II (a sud e a Cipro) è scarsamente rappresentata nelle colonie (di più in area centro-mediterranea); si rielaborano gli originali con maggiore larghezza del bordo e del collo (maggior parte a Cartagine e Sulci in tofet e abitato; a Mozia nella necropoli arcaica); c’è ipotesi di produzione locale. La terza (crateri anforoidi, presenti in contesti abitativi e funerari levantini tra IX e VII connessi al consumo cerimoniale di vino) in Occidente li troviamo in area centro-mediterranea (Cartagine, Sulci, Mozia tra seconda metà VIII e inizio VII) con peculiarità morfologica per differenziarsi dalla madrepatria fenicia (autonomia tipologica); esempio di ricezione e rielaborazione con soluzioni originali confrontabili con quelle di Cartagine; tra metà VII e inizio VI la regione ceramica di Cartagine, Sulci e Mozia subisce ampliamento geografico ed evoluzione tipologica (innovazioni occidentali). Si distinguono quindi due fasce cronologiche di produzione ceramica centro-mediterranea, tra seconda metà VIII e inizio VII e tra metà VII inizio VI: queste fasce si individuano sovrapponendo le isoglosse e riflettono una identità culturale cartaginese distinta dalla madrepatria orientale e dall’estremo Occidente; si delinea quindi un ruolo propulsivo.
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