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Africa Works: Disorder as political instrument

Introduzione: la questione in analisi

Questo libro cerca di fare chiarezza su quanto sta succedendo in Africa oggi, cosa non semplice data la diversità del contesto d’indagine e la complessità dei fenomeni che vi stanno avendo luogo. L’indagine qui proposta è necessariamente generale, non entra nello specifico; essa mira a fornire concetti chiave utili a inquadrare la crisi africana. L’indagine proposta sfida i parametri dell’attuale analisi politica occidentale sia perché spesso questa si appoggia a pregiudizi più o meno fondati sia perché i nostri strumenti concettuali spesso non bastano a rendere conto di quello che avviene nella realtà africana. Servono concetti nuovi e più adatti, quei concetti chiave che il libro tenta di fornire, anche a costo di rimanere sul generale. Il libro è pensato poi per un pubblico ampio, anche di non specialisti.

Gli elementi della crisi africana sono già in molta parte noti: il fallimento dello sviluppo economico, l’instabilità politica, le divisioni sociali, la violenza, il crimine, le guerre civili. Il libro non li approfondisce tutti come non approfondisce le difficoltà che gli studiosi post-coloniali trovano nell’affrontare queste questioni né il dibattito sulle prospettive di democratizzazione in Africa. Piuttosto, ecco quali sono le premesse d’analisi e quale l’approccio degli studiosi:

  • Gli autori danno preminenza agli eventi reali, l’indagine parte dall’osservazione empirica della realtà africana odierna.
  • Gli autori usano strumenti analitici universali, gli stessi che si usano per studiare la politica occidentale.
  • Gli autori adottano un approccio multi-disciplinare perché la politica africana è essa stessa multiforme.
  • Gli autori usano un metodo comparativo (Africa // mondo) anche per rendere il tutto più comprensibile a tutti.
  • Gli autori conducono un’indagine storica nel senso che cercano di spiegare i processi in rapporto al loro contesto storico specifico e al lungo periodo (quali sono gli elementi di rottura e quali quelli di continuità?).

Questo è importante perché secondo gli autori la crisi africana attuale è una crisi della modernità, una crisi che affonda le proprie radici nella storia profonda delle società in cui si sta sviluppando. Gli autori non partono dunque dalla premessa che in Africa c’è un trend verso la democratizzazione o che stanno avvenendo cambiamenti in positivo, né partono dal presupposto che l’Africa è un luogo astorico o irrimediabilmente danneggiato dal periodo coloniale, etc. Il loro è un approccio analitico, non normativo né prescrittivo. Non vogliono giudicare né fare previsioni ma descrivere e tentare di spiegare la realtà dei fatti.

Il paradigma proposto nel libro

Il paradigma proposto nel libro è “la politica strumentalizzazione del disordine”: processo per cui gli attori politici africani cercano di trarre il massimo profitto dallo stato di confusione, incertezza, chaos dell’Africa contemporanea. Ci sono delle differenze fra uno Stato africano e l’altro ma in generale tutti condividono un sistema di patrimonialismo e un certo grado di disordine (inefficienza politico-amministrativa, assenza di istituzionalizzazione, ignoranza delle regole politico-economiche, adozione di soluzioni personali e verticali per far fronte ai problemi sociali). Capire la politica in questi contesti significa capire i modi in cui individui, gruppi, comunità cercano di strumentalizzare le risorse che hanno a disposizione all’interno di una più ampia economia del disordine. Disordine non significa irrazionale, si cerca solo di sottolineare quanto l’azione politica (che è molto razionale) si basi su relazioni informali non codificate né sorvegliate.

Per avere successo in questo mondo di disordine, bisogna sfruttare bene le relazioni verticali infra-istituzionali per ottenere il massimo del ritorno personale; bisogna essere bravi anche a gestire l’incertezza e instabilità di questo mondo attraverso la conoscenza, il controllo delle informazioni, l’uso di strumenti tradizionali (es. la magia).

Struttura del libro

In sintesi, il filo conduttore del libro è l’idea che occorra studiare gli intricati modi attraverso cui la crisi moderna africana lavora attraverso la strumentalizzazione politica del disordine. Il libro non vuole sminuire né umiliare l’Africa, né vuole elevarla a caso unico, benché essa abbia senz’altro delle particolarità. Il libro è diviso in quattro parti:

  • Politica: parte in cui si dimostra come solo in apparenza i sistemi politici africani siano simili ai nostri; in realtà essi sono basati su un sistema patrimoniale, infra-istituzionale, informale e personale.
  • Politica da prospettiva culturale: parte in cui si dimostra in che senso l’Africa si stia “ri-tradizionalizzando”, con particolare riferimento al ruolo politico importante rivestito dalle questioni identitarie, dalle credenze magico-religiose, dal clima di violenza.
  • Economia: parte in cui si approfondiscono questioni chiave della crisi economica africana, quali la corruzione, la dipendenza economica, il paradosso per cui nonostante la crisi generale molti riescono ad arricchirsi.
  • Conclusione e proposta esplicativa del paradigma elaborato dagli autori.

Avvertenze: Il libro tratta dell’Africa Nera, cioè degli Stati africani subsahariani, esclusi quindi gli Stati del Nord/Sud Africa (e anche gli Stati del Corno d’Africa). Il libro tratta idee, argomenti, interpretazioni generali, confrontare letteratura per approfondimenti.

Parte 1 – Una politica informale

In questo capitolo si dimostra come la reale azione politica in Africa avvenga nell’ambito dell’informale e personale. L’analisi approfondisce qui alcune aree chiave della tradizionale analisi politica: Stato, società civile ed elite. L’argomentazione ruota attorno all’analisi dei modi in cui il sistema politico ereditato dall’indipendenza è stato rimodellato (africanizzato se vogliamo) sia dalle circostanze del periodo post-coloniale sia dalla cultura politica degli Stati africani indipendenti. Ne è risultata una situazione di disordine politico dominato dall’informale e dal personale. Per capire cosa sta accadendo in Africa bisogna quindi riformulare alcune delle questioni politiche standard.

  • Il primo capitolo dimostrerà così come lo Stato in Africa non sia solo debole ma proprio vuoto e del tutto dipendente dalle traiettorie politiche locali e personali; non vi è insomma una istituzione politica propriamente detta e questo un po’ per ragioni storiche (cfr. debole stato coloniale) un po’ per ragioni culturali (cfr. natura personale del prestigio politico). Inoltre, vi sono potenti ragioni per cui conviene mantenere tale politica informale.
  • Il secondo capitolo contesta il modo in cui molti hanno dato enfasi al concetto di società civile nel tentativo di vedere in Africa movimenti sociali desiderosi di sfidare il potere centrale per un cambiamento democratico. In verità questi movimenti non esistono. La politica in Africa è fatta poi non di “partiti” o “movimenti” ma di network sociali che collegano i vari livelli di potere, dal basso verso l’alto. Network in molta parte informali.
  • Il terzo capitolo esamina il comportamento politico, sociale ed economico dell’elite. Le ideologie cambiano ma non cambiano i comportamenti e i legami fra elite e società. Legami di natura clientelare che vanno a sostenere un sistema politico di tipo patrimoniale. Il politico di successo è colui che riesce ad accumulare molte risorse redistribuendole poi fra i suoi affiliati; il potere è personale, la legittimità del potere collettiva.

Dov'è lo Stato (di decadenza)?

La letteratura sullo Stato africano è ampia e contraddittoria: fra chi dice che lo Stato è troppo debole e chi lo definisce totalitario, chi lo definisce imposto dall’esterno, chi basato su radici interne, etc. La questione non è semplice. Gli autori riprendono in parte i dibattiti attuali ma tenendo presente la realtà empirica del continente. Gli autori partono da una prospettiva weberiana per quanto riguarda la formazione dello Stato moderno e arrivano alla conclusione che lo Stato in Africa non è mai stato istituzionalizzato del tutto, cioè non ha mai raggiunto una completa autonomia rispetto alla società. Ciò deriva un po’ dalla storia coloniale di questi stati e un po’ da considerazioni culturali. Ma soprattutto è la natura strumentale del potere che contraddistingue la politica informale africana. Ci sono buone ragioni per credere dunque che tale situazione politica perdurerà ancora per lungo tempo.

Gli attuali dibattiti sullo Stato africano sono troppo “accademici” perché spesso sono condotti da diverse “scuole di pensiero” che si basano su determinati presupposti più che sulla realtà dei fatti, che anzi cercano di piegare alle loro idee. Le interpretazioni accademiche più in voga sono:

  • Approccio antropologico-storico: definisce lo Stato come qualsiasi struttura politica relativamente centralizzata che presiede al destino di un popolo di una determinata area geografica. Ma queste caratteristiche non sono sufficienti a fare uno Stato né tantomeno a consolidarlo. Lo Stato non è solo il risultato della regolamentazione del potere all’interno di un ordine sociale. Lo Stato moderno è anche una istituzione indipendente dalla società.
  • Approccio (neo)marxista: definisce lo Stato come lo strumento di accumulazione di ricchezza e di violenza brandito dalla classe dominante. Ma in Africa non ci sono classi distinte con ambizioni politiche particolari e comunque lo Stato moderno, in tutto il mondo, sembra puntare per la crescita economica di più classi sociali, non solo della classe dominante.
  • Approccio dell’apparenza: lo Stato africano è tutto fumo e niente arrosto.

L’approccio degli autori è weberiano, cioè sociologico. Da questa prospettiva, lo Stato moderno è il risultato di un processo per cui l’ambito politico tende a staccarsi gradualmente dal sociale, costituendo una istituzione politica sempre più autonoma. La chiave di tale istituzionalizzazione non risiede nel monopolio della violenza militare ma nella costituzione di una burocrazia indipendente rispetto alle pressioni sociali. Ciò significa che nello Stato moderno il pubblico/privato sono e devono restare separati. Al contrario, in un modello patrimoniale come quello africano, la sfera civica e personale sono collegate e lo sono spesso per fini di profitto personale. Così gli statali sono assunti non per merito ma a seguito di fenomeni di nepotismo o clientelismo, che rendono palese il nesso politica – società.

In Africa manca anche un'idea di cittadinanza intesa come senso di appartenenza a uno Stato; su di essa prevale l’appartenenza a una famiglia, comunità o fazione. Così gli statali sono assunti, sì in base a certi legami personali con certe persone di potere, ma anche in base a criteri di appartenenza identitaria e in base alla fedeltà dimostrata nei confronti delle elite dominanti. E questo è la norma, mai cambiata nonostante la transizione politica in atto dagli anni ’90.

La logica del servizio statale è quindi particolarista e personalizzata, ben lontana dalle norme della burocrazia occidentale. E ormai tutti si sono rassegnati all’idea che chi è al potere abuserà della propria posizione per fini personali. L’organo statale appare così come un guscio vuoto, tutta apparenza ma niente sostanza. No buona burocrazia > no buona infrastruttura di base > no buono Stato indipendente, istituzionalizzato, formalizzato. Lo Stato africano è quindi poco emancipato e molto patrimoniale, esso di fatto vive in simbiosi con il sociale.

Analisi delle interpretazioni analitiche dello Stato post-coloniale

  • Approccio neo-patrimoniale: cerca di dare un senso alle contraddizioni dello Stato africano contemporaneo definendo quest’ultimo come insieme illusorio e sostanziale. Illusorio perché il potere si esercita soprattutto attraverso vie informali. Sostanziale perché il suo controllo permette alle elite di accumulare patrimoni. Lo Stato appare così insieme forte e privo di potere, ipersviluppato nella forma ma sottosviluppato nelle funzioni... non istituzionalizzato. Questo approccio ha il merito di sottolineare il nesso pubblico-privato e modernità-tradizione (cfr. “neo” patrimoniale). L’edificio statale deriva così dal modello occidentale ma il suo funzionamento si basa su dinamiche patrimoniali. L’accesso alle cariche pubbliche avviene attraverso relazioni personali ed è visto come un modo per arricchirsi.
  • Approccio ibrido: propone un mix fra norme occidentali e valori locali, mix che ha portato alla formazione di un diverso tipo di Stato. In altre parole, gli africani si sono ri-appropriati del modello occidentale e lo hanno adattato al proprio contesto.
  • Approccio del “trapianto” statale fallito: il modello occidentale non è stato adattato né ha avuto sviluppi imprevisti, bensì ha proprio fallito a causa di fattori culturali. Lo Stato africano non è simil-occidentale né ibrido ma proprio un’altra cosa ed è scorretto universalizzare modelli/valori occidentali senza tenere conto dei contesti storico-culturali specifici.

Il merito di questi tre approcci è il fatto di prendere in seria considerazione le dinamiche politiche delle società africane. Ma i primi due hanno forse sovrastimato l’impatto del periodo coloniale sulla formazione dell’Africa contemporanea: il colonialismo non ha causato una netta rottura rispetto al passato pre-coloniale né ha costituito una breve parentesi nella storia del continente; è stato importante certo ma non deve impedirci di vedere gli elementi di continuità della pratica politica fra periodo pre e post coloniale. Il colonialismo ha diviso il continente in stati dai confini artificiali e ha avuto un impatto, spesso distruttivo, nei confronti delle comunità locali; il colonialismo ha imposto cambiamenti importanti ma l’estensione di questi cambiamenti è spesso fraintesa. Le strutture politico-burocratiche coloniali avevano il compito di mantenere l’ordine al minor costo possibile permettendo così lo sfruttamento delle colonie, per questo tali strutture fin dall’inizio sono state diverse rispetto a quelle occidentali. Si sono adattate a modelli locali o hanno sfruttato gli stessi locali per il reale governo del territorio. La burocrazia coloniale ha fatto scelte pragmatiche più che importato modelli di governo occidentali. Il governo coloniale è stato condotto in molta parte su un piano informale. La burocrazia coloniale era più simile a quella locale odierna che a quella occidentale, nella misura in cui era arbitraria e personalizzata. Non c’era alcuna chance dunque che lo stato moderno e burocratico in stile occidentale si affermasse con naturalezza post-indipendenza delle colonie. Quindi il modello neo-patrimoniale è utile se si considera che la burocrazia coloniale non è mai riuscita a superare il carattere strumentale e personale dell’amministrazione africana “tradizionale”. Il modello ibrido invece non va bene, perché presuppone un mix fra modelli culturali che in realtà non c’è mai stato, nella misura in cui lo stato coloniale era solo superficialmente simile a quello occidentale (come quello africano moderno).

Lo Stato africano (passato e moderno) è caratterizzato da stretti legami con il sociale, non è propriamente istituzionalizzato e nulla sembra suggerire che si stia andando verso un cambiamento sostanziale, anzi. La dimensione politica è sempre più informale e personale, la società sembra ri-tradizionalizzarsi. Il terzo modello è dunque forse quello più vicino alla realtà. Però c’è da chiarire che il fallimento nell’istituzionalizzazione di uno Stato moderno in stile occidentale è dovuto sì a fattori culturali, ma anche a fattori storici (cfr. rapida decolonizzazione) e ad un più ampio disinteresse.

L'uso strumentale e politico del disordine

Gli autori sostengono l’uso strumentale e politico del disordine. Lo Stato africano è per loro insieme vuoto e inefficace. Vuoto perché non consolidato, svuotato dagli interessi particolaristici e di fazione, guscio vuoto. Inefficace perché non è mai stato negli interessi della classe politica africana far sì che lo Stato si istituzionalizzasse. Per l’elite è più profittevole avere una forma statale apparente all’interno della quale sono protagoniste le relazioni informali, i network clientelari, i quali permettono di salire/restare al potere e di arricchirsi in denaro e prestigio in cambio di una equa redistribuzione di ricchezza, potere, protezione. L’uso strumentale del disordine politico è insomma un disincentivo per l’istituzionalizzazione di uno Stato moderno in stile occidentale. Non è una questione di tempo o di “sviluppo” evolutivo, ma proprio di interessi materiali e personali che non convergono verso questo fine e questo risultato. La legittimità delle elite africane risiede nelle loro comunità di appartenenza e nei loro network sociali e clientelari, che vanno alimentati con le risorse che il potere politico mette a disposizione. La fedeltà di queste elite va verso tali network più che verso lo Stato (es. non si lavora per lo sviluppo economico dello Stato ma per portare beni nella propria cerchia di conoscenze). È molto improbabile che le cose cambieranno, almeno nella sostanza. E infatti sembra che si stia andando verso una sempre maggiore informalizzazione e personalizzazione strumentale della politica (anche a causa della crisi economica).

L'illusione della società civile

Le aspettative seguite all’indipendenza delle colonie sono state chiaramente inattese: non c’è stata una istituzionalizzazione dello Stato né tanto meno uno sviluppo economico del continente. Molti attribuiscono la colpa allo Stato, alla sua inettitudine e natura predatoria, e guardano con fiducia alle dinamiche forze provenienti dalla società civile africana. Ma il concetto di società civile è di matrice occidentale e in verità poco si adatta alla realtà africana sub-sahariana, dove non si ha una dicotomia così netta fra Stato e società civile politicamente organizzata. Il concetto di società civile è di matrice occidentale, anche se varie sono le interpretazioni inerenti la sua formazione e definizione. Ma molti africanisti lo usano uguale, per moda. Identificano la società civile africana con quei gruppi intermedi capaci di rappresentare gruppi locali vari e di contrastare le ambizioni egemoniche dello Stato.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eioads di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Jourdan Luca.
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