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Genealogia della morale - Friedrich Nietzsche

Struttura dell’opera

  • Prefazione: otto aforismi sotto forma di frammenti.
  • Tre dissertazioni.

Opera scritta di getto in soli venti giorni (10-30 luglio 1887). Sono dello stesso periodo “aldilà del bene e del male” e “così parlò Zarathustra”, anni di grande attività intellettuale. Nietzsche lesse molti scritti francesi, russi e inglesi e filosofi come Hume, Leibnitz, Spinoza e Kant. Scrive sotto forma di aforismi ma mira a convincere il lettore, dimostra il suo punto di vista ma non in modo narrativo o schematico. Sul modello inglese e francese vuole mostrarsi come un filosofo che mira alla verità delle cose.

La prefazione

  • Nietzsche si pone la domanda cardine della filosofia, “chi siamo noi in realtà?”, con lo scopo di trovare una nuova strada per rispondere.
  • Nietzsche tende alla ricerca della verità come fanno i filosofi; ritiene però, che a questa si possa arrivare non solo con l’intelletto (per Platone la parte dominante era il logos, la ragione) ma anche attraverso una forza intima che fa nascere in modo naturale (come un albero dà i suoi frutti) i nostri pensieri.
  • Viene introdotta la questione della genesi del bene e del male. Non si vuole arrivare a definirli ma a capirne l’origine.
  • A partire dalla lettura e dall’analisi di un libro di Paul Rèe, “origine dei sentimenti morali” del 1877, Nietzsche inizia a formulare proprie ipotesi sulla genealogia di questi sentimenti. *
  • Nietzsche precisa che capire la genealogia della morale è solo un mezzo per arrivare ad un discorso più generale su questi stessi valori etici in sé (“per me è in questione il valore stesso della morale”). A questo proposito fa riferimento al suo maestro Schopenhauer il quale, nell’opera “il mondo come volontà e come rappresentazione”, aveva esaltato sentimenti come l’altruismo, la compassione, la condivisione della sofferenza tra gli uomini: attraverso il “non egoismo” si ha la consapevolezza dell’etica dell’uomo. Nietzsche ritiene invece, che questo sia un negare l’istinto vitale dell’uomo, (nichilismo dato dalla compassione). Un’ascesi dalla vita. Si ha quindi una critica a Schopenhauer e alla sua “morale della compassione”.
  • Nietzsche sente il bisogno di mettere in discussione il valore di questi “valori” che sono stati accettati senza essere messi in questione (si è sempre dato per assodato il fatto che il “buono” fosse superiore in valore al “malvagio”.
  • Accusa ai precedenti genealogisti, filosofi inglesi, di aver costruito ipotesi “sulle nuvole”: bisogna andare a fondo nell’indagine scavando nel grigio passato morale dell’uomo.
  • Nietzsche conclude la prefazione con un avvertimento al lettore: i suoi frammenti vanno “ruminati” così da cogliere il senso più profondo.

Influenze e naturalismo in etica

Darwin* autori inglesi che hanno influenzato Paul Rèe furono (rintracciava l’origine dell’etica in ciò che è naturale nell’uomo: la lotta per la sopravvivenza porta alla costruzione di regole etiche. Anche la tendenza all’altruismo contribuisce alla sopravvivenza e ha un’origine naturale.), e Spencer Mill che ripresero da lui una visione che vedeva coincidere il buono con l’utile.

Nietzsche da un lato è d’accordo con loro nel riconoscere una base naturale nell’etica (che approfondirà in chiave più pessimista per cui l’egoismo naturale che muove le azioni è in realtà una volontà individuale di affermazione, di potenza); dall’altro lato però è in disaccordo poiché ritiene che tra natura ed etica non ci sia continuità bensì una frattura data dalla nascita della coscienza che opera un’opposizione rispetto alla natura stessa ponendo valori opposti a quelli vitali.

N.B. Nietzsche rimane un naturalista in etica perché ritiene che ogni agire umano abbia alla base dei moventi che dipendono dalla natura. Quest’energia naturale è egoistica, è istinto di dominio (non c’è naturale altruismo o affettività = opposto ad Erasmo).

Prima dissertazione > “Buono e malvagio” “Buono e cattivo”

L’obiettivo di Nietzsche è quello di ricondurre l’antitesi di tipo etico ad una previa non etica. Gli unici tentativi di dar vita ad opere sull’origine della morale, sono quelli di alcuni psicologi inglesi. Nietzsche parte con la confutazione di tali teorie per offrirci la propria. Secondo tali psicologi furono chiamate buone, da parte di chi le riceve, tutte quelle azioni intese come non egoistiche (buono=non egoistico=utile). Quindi, stando a questa ipotesi, il concetto di buono nasce non da chi compie azioni “buone” ma da chi le riceve e quindi le ritiene utili.

Nietzsche ritiene invece che questa teoria sia erronea, in quanto colloca in una sede errata, la nascita del giudizio del “buono”. Esso secondo il filosofo, non nasce da chi riceve azioni “buone” bensì proprio da chi le compie. Sono stati quindi gli stessi “buoni”, ovvero i nobili, i potenti, ad aver definito sé stessi e le proprie azioni come “buone”, in contrapposizione a tutto ciò che è ignobile, volgare e plebeo. Stando alla teorizzazione di Nietzsche, l’origine dell’opposizione “buono e cattivo” nasce dal pathos della distanza, sentimento che vede i nobili superiori rispetto al volgo, al popolo, e che fa riferimento quindi ad una società gerarchica (buono=nobile; cattivo=plebeo).

Per giungere a questa concezione, il filosofo parte dallo studio etimologico della parola “buono” (sezione 4). Nelle varie lingue in cui essa è coniata, si riscontra la medesima “metamorfosi concettuale”: ovunque “nobile”, “aristocratico”, nel senso di ceto sociale, costituiscono il concetto fondamentale da cui ha tratto origine l’idea di buono, inteso come spiritualmente nobile. Lo sviluppo del termine “buono” va in parallelo con il concetto di “volgare”, che quindi trae le sue origini da “plebeo” da quel ceto sociale, ritenuto opposto all’aristocrazia. Di conseguenza se l’aristocrazia si oppone al popolo, ed essa si auto considera “buona”, inevitabilmente il popolo, il volgo sarà considerato cattivo.

La classe cosiddetta superiore però, non era solo costituita dall’aristocrazia ma anche dalla casta sacerdotale che sviluppò rispetto a quella, valori antitetici. Infatti “i giudizi di valore cavalleresco-aristocratici presuppongono una poderosa costituzione fisica, una salute fiorente, ricca, spumeggiante al punto da traboccare e con essa quel che ne condiziona la conservazione, cioè guerra, avventura, caccia, danza, giostre, nonché in generale tutto quanto implica un agire forte, libero, gioioso.” (sezione7). Di contro, per la casta sacerdotale solo i miserabili, i poveri, i malati, i devoti sono buoni. A questa opposizione conseguì quindi una nuova metodologia di valutazione del buono, opposta a quella promossa dal pathos della distanza degli aristocratici. Al corpo fu così anteposto lo spirito, all’orgoglio l’umiltà, alla sessualità la castità e così via.

Tale rovesciamento dei valori caratterizza soprattutto il popolo ebraico, che Nietzsche identifica come il popolo sacerdotale per eccellenza (p.22-23). Gli ebrei infatti, impotenti rispetto ai nemici dominatori, hanno attuato una trasvalutazione dei valori: sono riusciti a sovvertire l’equazione di valore proposta dagli aristocratici (buono=nobile=potente=bello=felice=caro agli dei) in una nuova equazione, nella quale i potenti sono i malvagi e per loro non esiste alcuna beatitudine, ma solo un’eterna sciagura. “Ha inizio con gli ebrei la rivolta degli schiavi nella morale”.

Nietzsche afferma (sezione 10) che nella morale la rivolta degli schiavi ha origine dal ressentiment che diventa un sentimento creatore che genera valore: l’azione dei deboli è quindi una reazione di opposizione, un rifiuto del non-io, di un signore verso il quale provano risentimento.

Risentimento

Risentimento: interiorizzazione del sentire, idea del ritorno di un sentimento intimo. I deboli non potendo esprimere il loro senso di inferiorità nei confronti della casta dominatrice, interiorizzano questo sentimento alimentandolo nell’animo. Questo porta ad una creatività, allo sviluppo del pensiero, di una coscienza, di uno Spirito che ha come radice un sentimento naturale (di odio o rancore).

Il debole: <<L’uomo del ressentiment concepisce “il nemico malvagio”, “il malvagio” proprio come idea di base; a partire dalla quale si fabbrica nella sua immaginazione come sua contraffazione e sua antitesi altresì un “buono” - sé stesso>>

Il forte: Nel caso degli aristocratici invece, l’azione “agisce e cresce spontaneamente, cerca il suo opposto solo per dire sì a sé stessa con ancora maggiore gratitudine e gioia”. Il forte concepisce in anticipo e spontaneamente l’idea fondamentale di “buono” partendo da sé stesso e su questa base si foggia un “cattivo”.

Quindi, chi è il malvagio per la morale del ressentiment? Naturalmente l’aristocratico, il buono di quell’altra morale, la morale del signore. “È appunto il nobile, il potente, il dominatore, che viene dipinto con altri occhi, interpretato in modo opposto, guardato con gli occhi del ressentiment” (sezione 11). Per poter comprendere l’ottica della ple

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

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