Antropologia fisica
Introduzione
Antropologia: disciplina affrontabile da diverse angolazioni, divisa in varie branche, include varie discipline, in generale è uno studio dell’uomo nel globale, come essere biologico e sociale. Antropologia fisica: studio naturalistico dell’uomo, della sua storia evolutiva, della variabilità tra popolazioni, in relazione all’ambiente fisico e culturale. Si concentra su uno sfondo evoluzionistico determinato dalle modificazioni di ordine genetico e ambientale che, a seguito di mutamenti rivelatisi vantaggiosi, hanno determinato una grande variabilità.
Caratteri studiati
I caratteri studiati dall’antropologia fisica sono: somatici morfologici, somatici metrici, fisiologici, ematologici, citologici, istologici e biomolecolari, composizione corporea, patologici, biodemografici e popolazionistici. Queste caratteristiche vanno considerate in relazione con le variabili sesso, etnia e razza, ambiente fisico e sociale. Alcune varianti come i marcatori genetici (sequenze di DNA) non hanno un significato adattativo e sono considerate neutre, mentre sono fenomeni casuali che determinano le diversità (deriva genetica).
Caratteri antropologici
I caratteri antropologici possono essere qualitativi (a variazione continua come il colore della pelle, o discontinua come il gruppo sanguigno) o quantitativi (continua come peso e statura o discontinua come numero di globuli rossi), e possono essere osservati in maniera diretta o con particolari strumenti, poi elaborati statisticamente nel caso di quelli qualitativi a variazione discontinua.
Indirizzi dell'antropologia
Due sono gli indirizzi dell’antropologia, quello riguardo l’uomo e la sua evoluzione e quello riguardo il raggruppamento del vivente. Lo studio della prima avviene sulla base di reperti fossili, indagando il processo di ominizzazione (stadi e fattori evolutivi che hanno portato all’uomo odierno), considerando le relazioni con l’ambiente naturale e antropico. Lo studio del vivente si concentra su: lo studio delle modificazioni somatiche e fisiologiche nelle diverse fasi della vita (per determinare i tipi morfologici e costituzionali attraverso metodi antropometrici e antroposcopici); il determinare le diverse caratteristiche antropologiche delle popolazioni (studiando la variabilità in relazione all’ambiente per interpretare il significato evolutivo dei vari caratteri). Queste sono ricerche di tipo quantitativo che permettono, come nel caso dei marcatori, di determinare la struttura genetica di una popolazione e confrontarla con altre per evidenziare tipi o raggruppamenti con un significato razziale.
Storia dell'antropologia
Buffon è il fondatore dell’antropologia moderna ma già nell’antichità vi era un interesse in questo campo, tra gli egizi (nelle raffigurazioni sepolcrali si distinguevano vari tipi umani) oppure con Erodoto (storico che fece osservazioni nei suoi viaggi nel Mediterraneo), Ippocrate (fondatore della medicina basata sull’osservazione che discute l’influenza dell’ambiente sulla natura fisica dell’uomo), Aristotele (introduttore della definizione con significato più ampio sullo studio dell’uomo), Plinio il vecchio (osservazioni sulla statura, nei primi tre anni di vita pari alla metà di quella a ventun anni), Galeno (con le comparazioni tra uomo e animale).
Nel medioevo cala l’interesse per la disciplina, tranne forse per la prima dissezione dei cadaveri autorizzata da Federico II a Napoli e per l’estensione delle conoscenze antropologiche al termine di quest’epoca grazie ai grandi navigatori. Nel rinascimento Leonardo basava i suoi disegni anatomici su osservazioni dirette, Alberti studia le proporzioni della faccia.
A partire dal XVI secolo ci si concentra sulle mostruosità e sulle anomalie più singolari, sull’antropometria quindi, fino al 1735 quando Linneo classifica piante e animali con una nomenclatura binomia usata ancora oggi. Buffon si concentra sul rapporto tra animali e uomo e sulle razze umane, precursore di Lamarck, il quale formulò delle teorie evoluzionistiche (le differenze tra specie vanno considerate anche con l’ambiente, che determina l’uso o il disuso di determinati organi), poi da ricordare sono Blumenbach e Prichard.
Nel XIX secolo Darwin osservando variazioni nelle specie viventi in ambienti diversi indica la selezione naturale come responsabile del successo o insuccesso delle specie con caratteristiche più adatte a quell’ambiente. Importanti poi sono Huxley e Broca (definisce l’antropologia come storia naturale dell’uomo), Manouvier, Topinard...
In Italia l’interesse per la disciplina si è sviluppato nel XIX secolo con nomi come Camerano (proponeva una derivazione dell’uomo dai primati), Nicolucci (ostile alla teoria dell’evoluzione), Mantegazza (con un’opera che spaziava in diversi campi oltre l’antropologia), Morselli (secondo cui c’è la necessità a ricorrere a parametri statistici per lo studio antropologico), Livi (con la sua opera sull’antropometria militare), Ruggeri (lavori di antropologia generale e preistorica), Battaglia (ricerche etnologiche e di antropologia preistorica).
Ai giorni nostri il campo di interesse antropologico si è allargato (grazie anche alla scuola romana di antropologia nata grazie a Sergi) dallo studio dei fossili, all’antropometria, ai marcatori genetici...
Eredità biologica
L’eredità biologica è determinata dal patrimonio genetico (genotipo, insieme di geni) dei gameti paterni e materni, su cui influiscono fattori ambientali e talvolta patologici. Il fenotipo individuale (cioè la parte del genotipo che si manifesta) e la variabilità di una popolazione sono determinati da una base ereditaria e da influenze ambientali.
I caratteri quantitativi e qualitativi a variazione continua si rilevano con analisi biometriche. La variabilità si rileva con osservazioni a livello individuale, ma la determinazione genetica si può valutare solo a livello di popolazione o campione di popolazione. Le differenze tra gruppi diversi di individui nello stesso ambiente sono da attribuirsi al genotipo (insieme di geni che li compongono). Le differenze tra individui omogenei in ambienti diversi sono dovute all’ambiente (i gemelli allevati insieme vengono studiati separatamente da quelli allevati in ambienti diversi).
Caratteri mendeliani
L’eredità biologica segue le leggi di Mendel secondo varie modalità ereditarie, rappresentate da vari caratteri antropologici. I caratteri regolati da due alleli (una delle forme che un gene può assumere nel medesimo locus ovvero la posizione di un gene all’interno di un cromosoma) alternativi tra loro (dominante e recessivo) portano a eredità monogenica (le malattie si trasmettono per anomalie anche in un solo gene), quelli da più di due alleli portano a una poliallelia in cui ogni allele è responsabile di una espressione fenotipica (poligenica). Entrambi questi tipi di caratteri sono però identificabili nei fenotipi che li manifestano. Secondo questo schema mendeliano si trasmettono molte malattie ereditarie (metaboliche).
I caratteri a variazione continua, regolati dall’azione di più geni (poligeni) a cui si aggiunge l’azione dei fattori ambientali, si distribuiscono in una rappresentazione grafica nella curva gaussiana. I poligeni non sono né dominanti né recessivi e seguono le leggi mendeliane, nei casi di colore della pelle e dei capelli... ma anche di alcuni caratteri patologici.
La polimeria si verifica quando un carattere è determinato da più geni con effetti additivi per ciascun allele e questo carattere è suddivisibile in classi a livello fenotipico, come il colore degli occhi. I geni recessivi esprimono il proprio carattere solo allo stato omozigote. Quando a volte succede nel caso di un eterozigote si parla di dominanza incompleta (recessivo con manifestazioni di dominanza). Esempio dell’emoglobina S, determinata da un gene recessivo, che sostituisce la A causando un’anemia mortale nelle popolazioni nere. Altro esempio la beta talassemia (deficienza di sintesi di un componente dell’emog).
Se la frequenza con cui si manifesta un gene dominante all’interno di una popolazione è del 100% si ha penetranza completa. Quella incompleta si ha quando questo si manifesta in quasi tutti ma non tutti. L’intensità con cui il gene si manifesta è sempre differente ed è segno di una sua espressività diversa.
L’eterosi (o lussureggiamento degli ibridi) è il fenomeno per cui nella prole generata dall’incrocio tra differenti razze o tra specie diverse molto affini aumentino le dimensioni e la fitness (attitudine a partecipare alla generazione successiva). Il fenomeno è stato segnalato anche nell’uomo.
Caratteri fenotipici
I caratteri fenotipici sono correlati tra loro: se hanno una comune influenza ambientale; se un gene è responsabile della manifestazione di più caratteri (pleiotropia); se ci sono stati accoppiamenti preferenziali (es. tra alti e biondi); se i geni si sono associati nello stesso cromosoma. I cromosomi responsabili della determinazione del sesso sono responsabili anche della trasmissione di alcune malattie ereditarie, la cui eredità cambia se i geni imputati sono nel cromosoma X o Y.
I caratteri ereditari che risultano più frequenti nei maschi senza essere direttamente legati ai cromosomi sessuali, presentano un’eredità autosomica (autosoma=cromosoma non legato al sesso, 22 coppie nell’essere umano) ma sono influenzati dal sesso perché si ammette un’azione più pronunciata di determinati genotipi autosomici nel sesso maschile.
Caratteri somatometrici
Statura e peso sono caratteri somatometrici (e quindi antropometrici) fondamentali, a cui si aggiungono altezza del busto e perimetro toracico. La statura è molto variabile (nell’adulto ad accrescimento finito varia tra 120 e 200 cm, al di sopra e sotto cui si hanno gigantismo e nanismo). Le medie del maschio sono tra i 163 e 173 cm (errore medio di 1 cm). La statura varia con sesso, età, classe sociale, ambiente, ore della giornata, cammino percorso, attività svolta, postura...
La differenza tra uomo e donna è in tutti i gruppi umani in media di 11 cm. Nel periodo prepuberale si ha una crescita maggiore della donna, poi recuperata e superata dall’uomo (grazie allungamento arti inferiori e poi del tronco). I valori definitivi si raggiungono a 18 anni per la donna e a 20 per l’uomo, con un lieve accrescimento fino ai 29, una costanza fino ai 45 e poi un lieve declino (incurvamento e assottigliamento dei dischi intervertebrali).
La statura è un carattere ereditario ma risente di fattori ambientali, di ordine costituzionale e razziale. Ricerche sui gemelli hanno dimostrato che la statura dipenda per tre quarti dall’eredità. Il sesso femminile si dimostra più stabile di quello maschile, che è invece più ecosensibile. Sono stati dimostrati fenomeni di eterosi per la statura da incroci razziali (dovute all’incrocio tra membri di un isolato e membri esterni allo stesso, ma anche all’accresciuta mobilità sociale e agli incroci fra persone di diverse popolazioni). La statura è influenzata anche da fattori ambientali come l’alimentazione (quindi la classe sociale), il clima e il tipo di vita (alcuni sport aumentano la statura).
Nel mondo si hanno gli estremi (minimo e massimo) in Africa. In Europa i più bassi sono i lapponi (in ragione delle condizioni ambientali), e i più alti invece al nord e nei Balcani (oltre i 175 cm). In Italia si ottiene una scala decrescente da nord a sud. In Australia la statura media è prossima a quella europea, in Asia è minore. Le stature più basse sono nelle aree più confinate, le più alte negli spazi aperti. È poi da segnalare un aumento nel tempo, almeno riferibile rispetto al secolo scorso.
Le anomalie della statura dipendono da iposecrezione o ipersecrezione di alcune ghiandole. Il nanismo presenta stature inferiori ai 120 cm, testa e tronco di dimensioni normali, arti sensibilmente corti (causa precoce saldature delle epifisi con la diafisi). Poi vi è il gigantismo e il rachitismo (incurvamento delle ossa lunghe e diminuzione dell’altezza corporea).
Il peso non è un carattere razziale anche se varia tra i gruppi umani, oltre che con età, sesso, attività svolta, condizioni di salute e alimentazione. Il peso dello scheletro varia di poco a differenza dell’adipe, dell’acqua e della muscolatura. La donna pesa in media 10-12 kg meno dell’uomo, ma a parità di statura sembra che sia un po' più pesante. L’aumento è rapido nel primo anno, poi si stabilizza e cresce la statura (prima nelle donne, come l’altezza).
Il peso assume valori diversi nelle popolazioni umane in relazione alla struttura corporea e alla statura. I principali fattori che ne influiscono sono la classe sociale, l’alimentazione, le condizioni di vita. Il peso è maggiore per chi vive in classi più agiate o in ambiente rurale. Il peso è importante se considerato in relazione con altri caratteri (statura...). Le razze di colore sarebbero meno pesanti delle bianche.
Il perimetro toracico rilevato al mesosternale (risente meno delle variazioni delle altre parti molli), è espressione dello sviluppo polmonare e consente di valutare la capacità respiratoria. Varia in relazione alla statura nelle differenti popolazioni, nelle razze a tronco grande arriva ai 90 cm. Nella donna è minore di 2 cm, è variabile nel tempo ma meno rispetto la statura, il cui rapporto con esso ha applicazioni in campo costituzionalistico, mentre le relazioni con statura e peso fondano gli indici di normalità.
L’altezza del busto apprezza alcune proporzioni corporee in rapporto con statura e lunghezza degli arti. È meno ereditabile rispetto alla statura, perché su questa influiscono molti geni con apporti diversificati per i vari segmenti (busto e arti).
L’indice cormico o schelico serve alla valutazione delle proporzioni corporee in relazione al sesso, all’accrescimento e alle varie popolazioni. L’indice è alla nascita più basso per la maggior grandezza di testa e tronco. Si distinguono mesatischelia, macroschelia o brachischelia, in particolare le aree di brachischelia corrispondono con quelle di lissotrichia (capelli dritti) e la macro a ulotrichia (capelli crespi e ricci).
La brachischelia è il canone più primitivo, comune nei primati e nell’umanità fossile. La superficie corporea interessa soprattutto in relazione con metabolismo basale, capacità vitale... e si misura sempre in modo indiretto in quanto non è sviluppabile su un piano. È in relazione diretta con statura, peso e capacità vitale.
Teorie di Bergman e Allen
Secondo Bergman i vertebrati a sangue caldo che vivono in climi più freddi tendono ad avere maggiore superficie corporea, per limitare la dispersione di calore (>volume=<superficie/volume), ma ci sono eccezioni come i lapponi (statura bassa in aree fredde) o i negri (statura alta in aree calde). Secondo Allen passando da aree fredde a calde aumenta nei mammiferi la superficie corporea esposta per favorire la dispersione del calore. In generale la brachischelia dei gruppi che vivono nelle regioni fredde consente una minore dispersione di calore. Nel caso dell’uomo non c’è regolarità di comportamento.
Forme del cranio
La forma del cranio, se osservata dall’alto secondo Blumenbach, individua: forma globosa (razze caucasiche), rettangolare (razze africane), quadrata (razze mongoliche). Gratiolet invece in base alla conformazione delle ossa distingue razze frontali (caucasica), parietali (mongolica) e occipitali (negra). Secondo Sergi il cranio va osservato sia dalla norma verticale, che da quella laterale sinistra e occipitale. Individua così nove forme differenti: ellissoide, pentagonoide (bozze frontali, parietali e occipitali molto aguzze), romboide (lato anteriore curvo anziché rettilineo), ovoide (gobbe parietali aguzze non smorzate come nell’ellissoide), beloide (profilo ovoidale con occipitale appianato), cuboide, sfenoide (cuneiforme con occipitale appianato), sferoide, platicefalo (appianato e largo con volta bassa).
Secondo Frassetto varia con i vari stadi di sviluppo: feto (bozze molto evidenti e poliedrismo generale, pentagonale se osservata dall’alto), infanzia (una bozza mediana unica e bozze parietali turgescenti, in generale aspetto ovoidale o sfenoidale), adulto (bozze attenuate del tutto, ellissoide o sferoide). Sempre secondo Frassetto esistono forme armoniche o disarmoniche (stesso o diverso stadio) e miste o meticce, meglio apprezzabili nello scheletro.
Il cranio può subire delle modificazioni che possono generare anomalie di vario tipo: patologiche (microcefalia, macrocefalia, scafocefalia cioè ellissoidale con volta a tetto, trigonocefalia cioè triangolare con frontale aguzzo, oxicefalia e acrocefalia con un’esagerata altezza del cranio, batrocefalia con un gradino sulla parte superiore, naticefalia con un solco sagittale che crea due emergenze e plagiocefalia con asimmetria delle due metà della volta del cranio); etniche (descritte fin dall’antichità da Ippocrate, Erodoto e Strabone, dovute all’applicazione meccanica di cuffie, bende, tavolette... sul capo dei neonati per diversi scopi, senza però creare danno alle facoltà intellettive).
Importanti caratteri sono i diametri di lunghezza, larghezza e altezza della testa. La lunghezza (150-220 mm) è maggiore nell’uomo che nella donna, la larghezza tra 125 e 180 mm, l’altezza 125 nell’uomo e 120 nella donna. Il rapporto tra larghezza e lunghezza è l’indice cefalico orizzontale (nel vivente) e indice trasverso-longitudinale nello scheletro. Essi sono usati nelle classificazioni delle razze umane. Gli indici variano rispetto al sesso (la donna lo ha leggermente più alto a causa della larghezza maggiore dovuta alla presenza di parti molli), all’età (maggiore nel bambino rispetto all’adulto).
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