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Lezione 1 - 11/04/2023

Cos'è l'antropologia?

Studio scientifico di cosa significhi "essere umano". L’essere umano, rispetto alle altre specie animali, fa molto poco affidamento all’istinto. Molte delle cose che noi pensiamo essere naturali e istintive, in realtà sono culturali, perché più o meno consapevolmente viviamo gran parte della nostra vita facendo riferimento a dei modelli/insiemi di significato/visione del mondo che ci suggeriscono come stare al mondo, che ci dicono come dobbiamo interpretarlo, comportarci. Si tratta di modelli che in alcuni casi incorporiamo fin da quando siamo piccoli. Per questo motivo, crescendo abbiamo la sensazione che ci appartengano e che siano naturali. In realtà non sono naturali, ma culturali. Questi modelli sono il focus dell’antropologia culturale.

L’antropologia culturale non è l’unica a studiare l’essere umano. Esistono diversi tipi di antropologia:

  • Archeologia studia le società umane attraverso i loro resti materiali. L’uomo modella e modifica l’ambiente nel quale vive, in modo incisivo.
  • Antropologia biologica studia il modo in cui gli uomini sono biologicamente simili o differenti dagli altri animali. L’uomo ha una biologia unica, di cui divide (parzialmente) il patrimonio solo con alcuni primati.
  • Antropologia linguistica studia come gli uomini usano il linguaggio per comunicare. L’uomo ha un sistema di comunicazione non condiviso da alcune specie conosciute.
  • Antropologia culturale descrive e analizza le idee che gli uomini hanno riguardo i loro mondi sociali e materiali e i modi in cui questi ultimi influenzano l’azione umana. L’essere umano, rispetto ad altre specie, tende a fare poco affidamento sull’istinto.

La prospettiva antropologica

L’antropologia si distingue per adottare una particolare prospettiva. La sua caratteristica è di guardare alle cose in un modo che le altre scienze non adottano. Spesso anche i non antropologi quando colgono questa prospettiva sono invogliati e portati a modificare il loro approccio alla conoscenza, a cominciare a leggere il mondo che li circonda servendosi di questi strumenti. Da un lato ci aiuta a mettere in discussione il nostro modo semplificato di classificare la realtà, dall’altro ci aiuta a cogliere il senso della complessità, del pluralismo di ciò che ci circonda (gli individui con cui ci relazioniamo e anche noi stessi). Interpretare l’altro, la sua identità, la sua cultura è un’azione non così semplice che ci chiede di fermarci, capire, e mettere da parte le prime impressioni, le semplificazioni, gli stereotipi e pregiudizi.

Aiuta a porsi nei confronti del mondo circostante in modo mai banale o riduttivo, evitando sempre categorizzazioni semplicistiche. Aiuta a prendere familiarità con l’importanza di sviluppare consapevolezza dei rischi che sono insiti in un modo di pensare il mondo diviso in schieramenti, in scomparti stagni (mondo ricco e povero, Nord e Sud). Mai adeguarsi ciecamente alle categorie. Essere pronti a lasciarle da parte, a sospendere il giudizio per cercare di capire quelle degli altri.

- “Body rituals among the Nacirema” - Horace Miner - A. Anthropologist (1956) -

La prospettiva antropologica mette in guardia dal pericolo di interpretare una cultura basandosi sulle prime impressioni che possono aversi di pratiche o discorsi non familiari. Miner ci mette in guardia nell’essere sempre cauti nel giudicare un’altra cultura, nel modo in cui ci si rapporta, nel modo in cui la si descrive e racconta perché il rischio è di farla sembrare molto più lontana di quanto in realtà lo sia davvero.

Lo studio dell’altro

Lo studio dell’altro = lo studio della variabilità/diversità umana. Lo studio dell’altro va maneggiato con prudenza ed è un lavoro molto difficile. Per tentare di farlo al meglio l’antropologia si è dotata di una prospettiva, perché proprio essa storicamente è nata come disciplina che studiava l'altro durante il periodo coloniale. All’epoca però gli strumenti dell’antropologia erano etnocentrici, con un approccio minorizzante trattando l’altro in modo giudicante. L’antropologia ha raffinato i suoi strumenti che erano grezzi. Processo di autocritica dell’antropologia (anni ‘60).

Oggi per studiare le culture, oltre che di un metodo, l’antropologia si serve di una prospettiva, quel paio di occhiali che le permettono di avere uno sguardo sul modo diverso.

5 caratteristiche della prospettiva antropologica

  • Relativista
  • Empirica
  • Adattiva
  • Comparativa
  • Olistica

1 - Relativismo

Relativismo = è uno strumento dell’antropologia: interpretazione di idee e pratiche culturali secondo la prospettiva di coloro che li elaborano. Il modo di interpretare il mondo di quella particolare cultura è unico e universale, migliore degli altri, che le persone hanno incorporato a tal punto da diventare naturale e che tutti gli altri modi sembrano addirittura contro natura, disumani.

Etnocentrismo = utilizzo dei propri valori quali parametro di riferimento per stabilire se e quanto le pratiche altrui siano adeguate. Questo modo di pensare porta le persone a pensare di convertire gli altri al proprio modo di interpretare. Se gli altri non sono inclini ad assimilarsi, c’è una relazione di tensione, diffidenza, di odio che può sfociare in guerre, genocidi, tentativi di sterminare un intero gruppo sul presupposto della loro diversità. Genocidio culturale sterminare un popolo culturalmente, non fisicamente.

L’antropologia, nel corso del tempo, che originariamente aveva un approccio fortemente etnocentrico, ha deciso di adottare una prospettiva relativista. Tale prospettiva cerca di sospendere il giudizio, che non significa dimenticarsi di se stessi e di quali siano i valori, ma si chiede almeno temporaneamente di sospenderlo per osservare e tentare di interpretare parole, azioni, modi di significare il mondo, valori di altre società per far sì che risultino essere parte di un progetto di vita. Questo perché, a prescindere dal fatto che le altre società lo accettino oppure no, quelle cose hanno un senso e una ratio per quella popolazione. Secondo cui tutti i valori di tutte le società sono giusti e devono essere accettati.

Esistono diversi tipi di relativismo:

  • Metodologico tutta l’azione sociale si costituisce di dati dello stesso tipo.
  • Teoretico tutte le azioni sociali umane hanno senso nel loro contesto. Individui diversi vedono le cose in modo differente, secondo le loro molteplici esperienze di vita.
  • Filosofico ogni sistema di valori è ugualmente valido e deve essere accettato in sé.

Relativismo antropologico è un principio guida dell'antropologia. Per conoscere gli esseri umani dobbiamo poter confrontare le risposte che gli esseri umani con differenti culture danno alle stesse domande. Questo confronto deve portare l’antropologa a conoscere chi fa cosa e perché lo fa, non a dare giudizi.

I dati che raccogliamo hanno tutti lo stesso valore e la stessa dignità scientifica di altri dati di altre culture, a prescindere dalle opinioni personali. Il mio giudizio di valore è un’altra cosa rispetto allo svolgimento della mia ricerca in cui devo sospendere, per quanto possibile, il giudizio. Solo in questo modo sono in grado di sostituire NON la verità, ma la molteplicità e la complessità delle informazioni che ho raccolto sul campo per consentire a chi legge il lavoro di farsi un’idea meno superficiale e stereotipata possibile.

Da quando si è iniziato ad applicare questo tipo di antropologia hanno capito che tutte le culture all’interno del contesto in cui vengono esperite hanno sempre un senso. Ciò significa che nessuna società in sé a priori è considerata arretrata, malvagia, ridicola questo è uno degli assunti e delle teorie dell’antropologia.

Il relativismo antropologico postula che differenti individui possono stare al mondo differentemente a seconda dei modelli culturali di riferimento che hanno adottato alla nascita. Conoscere questi diversi modi di vedere è lo scopo dell’antropologia che per raggiungere il suo fine deve cercare di mettere da parte ogni pregiudizio e pensare che alla base di quel modo di vedere il mondo ci sia sempre un senso, una ratio.

Lezione 2 - 17/04/2023

2 - Empirico

L’antropologia è una disciplina empirica: il dato si ricava dall’osservazione e dall’esperienza diretta. L’antropologo svolge ampia parte del suo lavoro sul campo, a stretto contatto con i suoi interlocutori. Empirismo approfondimento della conoscenza attraverso la pratica. In antropologia si traduce in una partecipazione osservante. Il metodo maggiormente utilizzato è l’osservazione partecipante. Approccio utilizzato per la prima volta da Malinowski e Mead (1990) che iniziarono a stare sul campo per periodi molto lunghi. Attraverso l’osservazione partecipante, oggi gli antropologi osservano e partecipano, cercano di partecipare alle vite dei gruppi che intendono studiare non in modo disinteressato ma impegnandosi in un’attenta osservazione di ciò che succede attraverso una precisa descrizione.

Antropologi vanno sul campo provvisti di un taccuino in cui si prende nota di tutto ciò che si osserva. Una parte di ciò che entra nel diario viene anche trasferito in una pubblicazione o documentario; non tutto ciò che vi è perché viene fatta una selezione in quanto molto spesso si descrive anche la vita intima delle persone, quindi subentra tutto il discorso della privacy, ecc.

L’antropologo cerca di partecipare alla vita delle persone non in modo distaccato e da lontano come una volta, ma sul campo si utilizzano tutti i sensi, si utilizza una conoscenza sensibile. Tutto contribuisce alla ricerca dell’antropologo.

Normalmente quando si è sul campo si raccolgono due grandi tipologie di dati: dati di tipo etico e emico.

  • Dati etici derivano dalla prospettiva esterna, in questo caso dall’antropologo, il quale deve essere sempre conscio del fatto che le sue categorie/schemi possono avere un’interpretazione differente o non esistere affatto all’interno della società che va ad osservare. Ciò porta un rischio forte di etnocentrismo. Allo stesso tempo è impossibile eludere questo elemento dalla ricerca antropologica poiché il dato passa inevitabilmente per l’antropologo.
  • Dato emico proviene dall’interno, si riferisce alle informazioni che ci vengono trasmesse direttamente dagli interlocutori che si descrivono in prima persona. Consente di osservare indossando gli occhiali degli interlocutori. Nella ricerca si cerca di far prevalere questi dati, è vantaggioso perché facilita un approccio empirista. Ha comunque qualche limite: si può trasformare in una mera trascrizione di quello che viene raccontato. Non ci si può accontentare di prendere ciò che viene raccontato, ma esiste una parte di elaborazione, riflessione analitica, che tenga conto del fatto che dell’osservazione partecipante.

Non passa direttamente dall’interlocutore al diario, ma sempre attraverso il filtro dell’interlocutore che è l’antropologo con il quale ha instaurato una relazione, la quale ha un peso non trascurabile nella ricerca. Quindi nella ricerca antropologica la prospettiva etica (cornice analitica vista dall’outsider per studiare una società) dovrebbe coesistere con la prospettiva emica (cioè con le percezioni e categorie degli outsider - le loro spiegazioni del perché fanno ciò che fanno).

Dal laboratorio al contesto reale

Se si vuole studiare una comunità di topi, si possono condurre una serie di esperimenti in laboratorio. In questo modo però vengono studiati lontano dal loro ambiente naturale. L’alternativa infatti è uscire dal contesto laboratoriale e studiarli nel loro contesto reale, in modo da studiare molto più aspetti, come vivono in relazione all’ambiente circostante, secondo un approccio ecologico. L'antropologia in questo senso è una ricerca di tipo ecologico, perché si studiano le abitazioni nel loro habitat.

3 - Adattamento

L’antropologia adotta un approccio di tipo adattivo: rifiuta una visione evoluzionistica della società, ma ne adotta una dell’adattamento. Le società sono in perenne tentativo di adattarsi proprio perché l’ambiente circostante è in continuo mutamento. Le tradizioni non sono sinonimo di restare ancorate a fasi precedenti della storia, ma il loro mantenimento non è altro che una strategia di mantenere inalterati alcuni aspetti della società che in quel momento hanno ancora una funzione. Tutte le società si modificano continuamente nel corso del tempo, le "tradizioni" si conservano solo quando hanno funzione nel presente.

Se una società ha mantenuto certe tradizioni non vuol dire che si sia fermata, ma vuol dire che quella tradizione nel presente svolge ancora una funzione.

Esempio: il caso del velo portato dalle donne in Egitto. Se si guarda all’evoluzione del velo in Egitto, negli anni ‘50/’60 nelle industrie tessili egiziane le donne egiziane/musulmane non indossavano il velo. Se si guarda alle immagini delle stesse industrie tessili degli ultimi anni gran parte delle donne lo indossavano.

Se si guarda all’evoluzione come un processo ontogenetico, che debba avvenire in modo continuo senza interruzioni la storia del velo rischierebbe di non avere nessun senso. Questo perché gli occidentali sono abituati a pensare ad un processo che va da uno stato meno civilizzato ad uno più completo. In realtà, la storia del velo in Egitto può essere letta secondo un altro tipo di approccio, che tenta di spiegare perché e come le donne siano passate ad una condizione di assenza di velo ad una di velo, allora probabilmente questa prospettiva sembrerà più logica e giustificabile. Se si guarda da un punto di vista storico-antropologico, il velo affonda le proprie origini nelle società desertiche dove solitamente viene utilizzato da maschi e femmine come capo che serve per proteggere il corpo, efficace strumento per regolare la temperatura corporea.

In alcune regioni del Nord Africa e del Medio Oriente, il velo è diventato l’accessorio di un modo particolare di abbigliarsi modesto, legato soprattutto alla sfera femminile, ma non esclusivamente. Successivamente, il velo è stato poi formalizzato come un precetto religioso, vincolante soltanto per le donne aristocratiche: simbolo religioso che si legava alla classe sociale, diventando uno status symbol. Le donne meno abbienti che cercavano di salire la scala sociale hanno iniziato ad emulare le donne aristocratiche: il velo è divenuto così simbolo di mobilità sociale.

Tra il 1800/’900 l’impero musulmano cade sotto il potere degli europei; i regimi coloniali aggrediscono il velo perché lo considerano una forma di abbigliamento arretrato. I regimi diventano il simbolo del potere e chiedono alle donne aristocratiche di non indossarlo più come anche le donne delle classi meno agiate (non più mobilità sociale). È per questo che negli anni ‘40/’50 le donne non indossano più il velo nei luoghi pubblici. Negli anni ‘60/’70 vi è la crisi economica, imputata all’occidentalizzazione dell’economia. L’Iran, l’Arabia Saudita e Paesi del Golfo per ritrovare un’identità politica e religiosa restituiscono l’obbligo religioso di indossare il velo. Ed è per questo che in paesi in cui non vi è l’obbligo come l’Egitto, le donne egiziane adottano le variazioni dell’abbigliamento che provengono dai modelli del Golfo per dimostrare che continuano ad essere donne rispettabili (influenza dei bandi regionali). Il fatto di indossare il velo si lega a tante questioni di carattere sociale, religioso e politico. E non soltanto al concetto di arretratezza.

L’evoluzionismo ha rappresentato per tantissimo tempo ciò che ha influenzato il modo in cui l’Occidente si è rapportato/ha raccontato il resto del mondo. L’idea è che esisterebbe una linea evolutiva dominante che tutte le società percorrerebbero ma con velocità differenti. Questa teoria è risultata essere del tutto infondata. Per questo non esistono società arretrate, ma esistono società differenti (Claude Lévi Strauss). Tutto sta nel capire qual è il nostro punto di riferimento. Non esiste una linea che dice che è arrivato prima e chi dopo, e che ritiene che ci siano popolazioni più civilizzate, ma tutto sta nel non prendere in considerazione quella linea e a guardare alle società come differenti l’una dall’altra. L’approccio dell’antropologia è quello di analizzare, studiare le società guardando a quel connubio di cause politiche, sociali e religiose che vedono una società oggi così com’è fatta, senza mai pensare che il modo in cui si presenta sia minimamente dato da supposizioni di arretratezza o civilizzazione.

4 - Comparazione

Ogni contatto tra culture è un momento di comparazione. Consente di:

  • Determinare la varietà umana.
  • Identificare e valorizzare la diversità.
  • Ridurre il pregiudizio etnocentrico.
  • Individuare flussi/elementi regolari.
  • Documentare il cambiamento e la stabilità.
  • Problematizzare/ci.

Ridurre il pregiudizio etnocentrico/problematizzare. Antropologia aiuta a confrontare delle idee/assunzioni che riteniamo essere ragionevoli e ovvie con dati reali. L’esito della comparazione nella maggior parte del casi svela la relatività di ciò che per noi è logico e ragionevole, perché non

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Susannadavid di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Gosetti Giorgio.
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