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Lo studio dei diversi modi di essere uomo

L’uomo appartiene al regno animale in quanto svolge azioni come nutrirsi o riprodursi, ma è anche un animale sociale in quanto svolge azioni rituali, cioè ha la capacità di produrre rappresentazioni di sé e degli altri. Nelle note sul libro di Frazer Il ramo d’oro, Wittgenstein sostiene che l’uomo diventa tale solo instaurando relazioni con gli altri uomini, infatti, gli uomini che vivono isolati perdono le caratteristiche dell’umanità: l’uomo è produttore di cultura perché nel comunicare con gli altri codifica una serie di azioni, comportamenti e atteggiamenti che sono reciprocamente riconosciuti e accettati dagli altri uomini del suo gruppo e poi sono trasmessi alle generazioni più giovani attraverso processi di educazione e socializzazione che fanno in modo che tutti gli appartenenti al gruppo condividano gli stessi valori.

Dunque, esistono molti gruppi sociali diversi ciascuno con le proprie regole, norme e valori che danno vita a un codice che permette all’uomo in un certo contesto storico, sociale o ambientale di entrare in rapporto con gli uomini del suo gruppo e con la natura; tuttavia, ci sono molti tratti comuni che uniscono e caratterizzano la specie umana come le istituzioni familiari e i tabù e, in particolare, in ogni società esiste un mito della genesi della propria cultura, cioè una spiegazione del mondo e dell’origine dell’uomo, infatti, ogni società è interpretata dagli uomini che la vivono: secondo Mercier, queste riflessioni si possono definire antropologie spontanee, cioè modi immediati e non scientifici di conoscenza della propria società.

L’antropologia individua le caratteristiche principali di ogni cultura, perciò è uno strumento di conoscenza che mira a spiegare i meccanismi di funzionamento dei diversi sistemi sociali: Lévi-Strauss sostiene che questa disciplina tende a una conoscenza globale dell'uomo mediante un approccio olistico, cioè considera ogni elemento sociale costantemente in relazione al contesto globale. Le caratteristiche sociali dell'uomo sono determinate dalla cultura e dall'eredità biologica: ogni uomo è uguale a qualsiasi altro uomo poiché condivide lo stesso patrimonio genetico ma ciascun uomo è simile solo ad alcuni uomini con cui condivide una stessa cultura, tuttavia, ogni individuo è uguale solo a sé stesso poiché ha una storia personale; però, piuttosto che focalizzare l’attenzione sull’unicità dei singoli, l’antropologia li considera in relazione ai contesti culturali.

L’idea centrale è il concetto di cultura, cioè quel patrimonio di conoscenze appreso e trasmesso di generazione in generazione: Hoebel la definisce come un sistema integrato di modelli di comportamento appresi caratteristico dei membri di una società e che non sono il risultato dell’eredità biologica. Quindi, l’antropologo è interessato a conoscere i fattori che hanno influenzato lo sviluppo di una cultura: dopo la raccolta dei dati empirici sul terreno si fa un’analisi degli stessi con lo scopo di spiegare, descrivere e fornire previsioni su un sistema sociale; l’antropologia ha favorito il superamento della frammentazione nelle scienze umane ponendosi come scienza unica della storia e dell’uomo.

Il pensiero occidentale e i viaggi di scoperta dei nuovi mondi

Uno dei momenti più significativi del contatto con culture diverse è stato l'incontro/scontro tra l'occidente e le popolazioni che furono scoperte nelle grandi esplorazioni dalla fine del XIV secolo: la motivazione alla base di questi viaggi era quella di ampliare gli scambi mercantili e commerciali poiché già all’epoca di Marco Polo arrivarono le prime notizie sulla Cina riguardo la grande possibilità di guadagno nel commercio delle spezie; questi viaggi hanno modificato le realtà socioeconomiche dei nuovi territori e prodotto in Europa sconvolgimenti economici e ripensamenti teorici.

A quel tempo la Bibbia era posta alla base di qualsiasi conoscenza, infatti, la spiegazione delle origini dell’uomo era circoscritta alla Genesi: tutto ciò che era estraneo al mondo europeo era considerato barbaro e selvaggio e la propria cultura era considerata la sola degna di questo nome. L’ideologia cristiana del '500 considerava tutti gli uomini fratelli uguali davanti a Dio ma solo gli europei erano uomini veri discendenti da Dio, cioè fatti a immagine e somiglianza di Dio, mentre gli altri erano considerati mostri, subumani senza anima.

Con l'estendersi delle esplorazioni geografiche si moltiplicano i contatti con i nativi e i dati raccolti sulle loro società esotiche: in Europa arrivano le prime documentazioni sui selvaggi che ne descrivono usi e costumi e arrivano anche le prove sull’esistenza di altre popolazioni con forme umane. La chiesa manda nelle indie delle commissioni d’inchiesta per stabilire se questi uomini avessero un’anima e, per poterli considerare uomini, vengono pensati come originati da alcune tribù disperse di Israele facendoli così rientrare nella spiegazione biblica, in questo modo i selvaggi sono considerati uomini abbandonati da Dio a sé stessi; il riconoscimento dell'umanità dei selvaggi comporta per la cristianità l'obbligo morale di evangelizzare questi uomini e fargli conoscere la parola di Dio, infatti, quest’opera di evangelizzazione fu svolta da uomini di chiesa che tentavano di convertire il numero più alto di indigeni con la spada e con la croce, cioè vicino a ogni conquistadores c’era un prete che leggendo la Bibbia effettuava battesimi di massa e chi si sottraeva da questo riceveva come pena la schiavitù: ne sono esempi Lopez De Gomar che fece assassinare il sovrano Incas dopo che buttò a terra il vangelo o Magellano che dopo aver convertito un’intera isola al cristianesimo venne ucciso dagli stessi.

Il non riconoscimento delle diversità e il presunto diritto di uccidere e di schiavizzare portarono gli indios a condizioni di vita estreme con suicidi di massa: quelli che non erano massacrati venivano catturati e obbligati a lavorare lungo i fiumi per raccogliere la polvere d’oro nelle isole dei Caraibi dove morivano in acqua oppure nelle miniere d’argento di Portosì in Bolivia dove morivano a causa delle esalazioni di mercurio. In questo modo avvenne il genocidio delle popolazioni native, in particolare Aztechi, Maya e Incas: un dato di fatto è che i conquistadores non si trovarono di fronte a gruppi di selvaggi non organizzati e inferiori ma al contrario questi imperi erano dei veri e propri Stati con sofisticati apparati burocratici-amministrativi e un eccellente organizzazione cittadina; dunque, le vittorie dei conquistadores furono causate dal fatto che arrivarono impreparati e con pochi uomini per cui si allearono con altri indios per riuscire nella loro sanguinaria missione. In seguito a questo evento nel 1957 la suprema Corte di giustizia del Paraguay comunicò a tutti i giudici con una circolare che gli indios sono esseri umani come gli altri.

Il rapporto tra europei e selvaggi può essere individuato in alcune fasi: nella prima fase avviene una negazione dell’altro in cui gli europei hanno la presunzione di essere i soli degni di appartenere alla categoria dei figli di Dio con il diritto di uccidere e schiavizzare gli indios; nella seconda fase si diffonde la consapevolezza dell’umanità degli indios che hanno un’anima ma gli europei sentono comunque il dovere morale di diffondere la parola di Dio iniziando così a sfruttare gli indios come opera di civilizzazione che porta al recupero di Dio attraverso il lavoro e che però dà luogo al genocidio di intere popolazioni; nella terza fase gli europei illuminati (Rousseau, Montesquieu, Voltaire) comprendono che gli indios sono uomini, in particolare, Bartolomeo De Las Casas si schiera dalla parte degli indios messicani per il riconoscimento della loro umanità e il diritto di vivere secondo i loro costumi, infatti, per questa sua sensibilità antropologica è considerato un precursore dell’antropologia. Invece, i Gesuiti in Paraguay idearono progetti di evangelizzazione con cui intendevano difendere i selvaggi dai massacri consentendogli di diventare civili ma questa tecnica si basava comunque sul presupposto di cambiare gli indiani e fargli abbandonare le proprie usanze per portarli verso una società civile, ordinata e occidentale.

Le origini dell’uomo: genesi ed evoluzionismo

La Genesi tratta dell’origine della specie umana e, fino al XIX secolo, la narrazione biblica sulla storia della specie umana era considerata l’unica autentica, la quale avanzava la conclusione dell’arcivescovo James Ussher nel 1593: egli sosteneva che il mondo fosse stato creato 4000 anni prima di Cristo, era arrivato a questa conclusione calcolando l’età di Adamo e dei suoi discendenti descritte nell'Antico Testamento e poi aggiungendo un numero di anni ricavato dallo studio della storia ebraica. La fabbricazione di utensili è stata considerata come l’elemento di differenziazione tra l’uomo e gli animali: quando vengono rinvenuti utensili, chiamati dai greci pietre di fulmini, furono considerati in maniera fantasiosa come reperti caduti dal cielo, ma poi furono rinvenuti anche fossili di origine animale e questi ritrovamenti portarono un problema di incompatibilità con la spiegazione del diluvio universale.

Due fatti cominciarono a mettere in crisi l’interpretazione della creazione biblica: il primo risale alle osservazioni di Frere che nel 1800 riconosce l’origine umana degli utensili di pietra suggerendo che essi appartenevano a un periodo molto più remoto di quello attuale; il secondo fatto risale alle scoperte di Boucher De Perthes che nel 1846 divulgò la teoria della manifattura umana delle pietre scheggiate. Dunque, dal 1850 la teoria del diluvio perse fondamento e si iniziò a considerarlo non più come universale ma come diluvio locale limitato alla valle dell’Eufrate.

L'idea dell’evoluzione della vita non era nuova, infatti, Lamarck, Linneo e Wallace avevano avuto intuizioni simili. Tuttavia, la svolta decisiva negli studi sull’origine dell’uomo è dovuta a Charles Darwin che nel 1859 pubblica il libro Sull’origine delle specie per elezione naturale. Nel 1831 Darwin prese parte a una spedizione scientifica in Sud America per 5 anni dove osservò come uccelli e rettili variassero da un’isola all’altra e da qui si convinse che le specie non erano immutabili ma mutavano continuamente: Darwin lavorò per più di 20 anni sugli appunti raccolti durante questo viaggio ed elaborò la teoria dell’evoluzione che si oppone alla spiegazione biblica sulla creazione in quanto si basa sulla tesi che tutte le specie sono mutevoli e queste variazioni possono sorgere in maniera spontanea e casuale e possono essere utili o dannose; quindi, gli organismi che sviluppano le variazioni più vantaggiose sono quelli che sopravvivono e riproducono la specie mentre gli altri si estinguono, cioè la natura favorisce la sopravvivenza delle specie più idonee mediante la selezione naturale.

Prima ancora che la teoria di Darwin avesse un peso incisivo sulle analisi delle società umane, altri studiosi avevano teorizzato l'esistenza di strutture caratteristiche della società antica che si trasformarono fino a coincidere con quelle della società civile: Bachofen elabora una ricostruzione teorica della storia della parentela tracciando a ritroso il concatenarsi delle diverse tappe sociali percorse dall’uomo e distingue 3 fasi della parentela, cioè la prima fase della promiscuità primitiva dominata da un principio materialista fondato sulla certezza della maternità, la seconda fase del matriarcato ovvero una società dominata dal potere delle donne e la terza fase del patriarcato ovvero il ritorno alla supremazia degli uomini che introduce il principio di paternità contrapposto alla maternità.

Un momento innovativo nello studio delle società umane alla fine dell’800 si deve principalmente a Morgan e Tylor: questi studiosi credevano che meccanismi analoghi di sviluppo evolutivo potevano essere applicati anche nell’analisi delle organizzazioni sociali, per cui propongono l’ipotesi che l’umanità abbia attraversato una serie di fasi per giungere allo stato attuale di civiltà, cioè c’è stata una progressione lenta e graduale della specie umana anche sul piano culturale e sociale così come era stato dimostrato sul piano biologico: da questa ipotesi derivò anche una nuova spiegazione sull’esistenza dei selvaggi considerati come uomini con le stesse capacità dell’uomo occidentale ma non ancora sviluppate, perciò lo stato selvaggio era considerato la condizione primitiva di esistenza di tutti i popoli da cui iniziò lo sviluppo dell’umanità.

Però, nel discorso antropologico la teoria dell’evoluzione sociale dell’uomo ha introdotto due prospettive, rispettivamente di Morgan e Tylor: Morgan considera la specie umana tanto nei suoi caratteri sociali e culturali quanto in quelli biologici. Tylor in Primitive culture nel 1871 introduce il discorso sulla cultura in cui il primitivo non è più considerato un selvaggio ai margini dell’umanità ma diviene un uomo produttore di cultura anche se questa cultura è ancora primitiva e dovrà svilupparsi per arrivare al livello della cultura europea: la cultura è quell’insieme di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, usi e costumi e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società, cioè la cultura è un patrimonio di sapere collettivo che rende possibile la vita di gruppo e l’esistenza delle società umane.

Dunque, l’importanza dell’intuizione di Tylor risiede nel superamento della concezione illuministica che lo sviluppo culturale coincida con il progresso delle scienze in quanto la cultura ha un carattere acquisito e nessun tratto può essere trasmesso in via ereditaria; infatti, l’uomo culturale diventa ecumenico, universale e la cultura viene riconosciuta anche ai selvaggi primitivi.

Cultura e società: etnocentrismo e relativismo culturale

L’etnocentrismo culturale consiste nel valutare le altre culture sulla base di schemi di valutazione e criteri di giudizio della propria cultura: Sumner che ha coniato il termine lo considera l... [il testo continua]

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

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