La diversità culturale
Capitolo 1: Locale e globale. Continuità e mutamento
Globalizzazione significa interconnessione a sempre maggiore distanza, anche all'interno dei confini nazionali ma soprattutto fra continenti, in una vastissima gamma di aspetti. La globalizzazione rappresenta una sfida di primo piano per tutte le correnti intellettuali nell’ambito delle scienze umane. Inoltre, è un processo che investe anche, e forse soprattutto, la cultura. La globalizzazione può andare avanti o tornare indietro; si manifesta sotto tante specie, essendo segmentata e peculiarmente variabile, al punto che si può parlare di globalizzazione differenti per mondi differenti; oltre che di de-globalizzazione.
Packaging culturale
Il packaging culturale è il modo in cui concettualizziamo le unità di significato e le forme di significato nello spazio culturale. Sono due gli aspetti che influiscono sulle regole dell’organizzazione culturale, rendendole oggi differenti rispetto al passato:
- La mobilità degli esseri umani;
- La mobilità dei significati e delle forme significative attraverso i media.
È soprattutto grazie alle tecnologie mediatiche e di trasporto che oggi il mondo ha la consapevolezza di essere un campo unico di interazione e scambio persistenti. Le persone, le idee e le forme significanti che viaggiano, difficilmente si adeguano alle unità convenzionali di pensiero sociale e culturale. I teorici sociali oggi criticano sempre di più la tendenza a trattare le società come universi autonomi. Mentre le culture sono sempre state viste "come immagini speculari delle società". Benedict Anderson in "Imagined Communities", scrive che le nazioni sono comunità immaginate. Per di più sostiene che fu in gran parte la mercificazione della parola stampata a rendere possibile la crescita del numero di persone consapevoli dell’esistenza di altri individui simili a loro al di là degli orizzonti della comunità basata sul contatto faccia a faccia. Letteralmente indica un incremento nell’interconnessione, dove la fuoriuscita dal locale si compie anche grazie ad una tecnologia mediatica che interagisce con il mercato. Il linguaggio è la prima modalità simbolica nella definizione dei confini.
Habitat di significato e agency
Il concetto di agency è stato uno dei punti critici sul problema del culturalismo; da qualche tempo viene espressa l’esigenza di farvi rientrare gli esseri umani. Non bisogna perdere di vista l’eterogeneità degli attori sociali e dei contesti della cultura odierna. Per afferrare la natura della cultura in cui oggi viviamo, dobbiamo rivolgere il nostro interesse anche alla gestione del significato da parte di attori istituzionali e collettivi diversi dallo stato e dal mercato. Uno degli interventi più recenti sul concetto di "agency" è del sociologo Zygmunt Bauman. Egli sostiene che l’idea di agency dovrebbe essere collegata non a quella di sistema, bensì a quella di habitat. Gli habitat possono espandersi e contrarsi, possono combaciare del tutto, parzialmente o per niente, e quindi possono essere identificati in singoli individui o in collettività. Nella maggior parte dei casi il processo culturale viene modellato dall’intersecarsi di habitat di significato piuttosto differenti fra loro. Molte persone nell’ecumene globale hanno la possibilità di condividere parecchi habitat di significato, che però potrebbero risultare del tutto estranei o incomprensibili. Nell’ecumene globale gli habitat di significato sembrano diventare sempre più malleabili. Mentre il nostro, non dipende soltanto dalla misura in cui vi siamo fisicamente esposti, ma anche dalle capacità di confrontarci con esso.
Meno cultura o più cultura?
Per molta gente il termine globalizzazione significa soprattutto un’omogeneizzazione globale in cui certe idee e certe pratiche dilagano in tutto il mondo, soprattutto dalle zone più ricche dell’Occidente, impedendo alle altre di esistere. Per alcuni, questa è la marcia trionfante della modernità, altri lamentano che sia la sopraffazione dei colossi culturali mercantili, che per esempio impongono di bere Coca-Cola. Se era la regola che vivessimo ignorando gran parte dell’inventario culturale del mondo, nell’ecumene globale oggi ciascuno di noi può accedere a buona parte di esso e buona parte di esso ha accesso a noi, stimolando in continuazione sensi e menti.
I sensi del luogo
Buona parte di ciò che accade localmente è quanto noi descriviamo come vita quotidiana. Possiamo dire che si tratta di quella somma di attività più ripetitive, ridondanti e pressoché senza fine che si svolgono in ambientazioni fisse. La vita quotidiana è soprattutto pratica: la gente vi partecipa attivamente, svolgendo le rispettive mansioni senza rifletterci molto. Ciò che è locale tende a essere faccia a faccia, cioè si svolge perlopiù in situazioni focalizzate e in rapporti duraturi largamente inclusivi. Le persone sono a stretto contatto e si sorvegliano a vicenda. Nei contesti faccia a faccia e in tutto ciò che è la quotidianità, generalmente gli esseri umani fanno le loro prime esperienze. Questi crescono in una sorta di continua elaborazione culturale. Il locale tende a essere un’esperienza sensoriale di tipo speciale. Per cui bisogna abbandonare l’idea che il locale sia autonomo, che abbia un’integrità sua propria, e piuttosto dire che esso ha significato come arena in cui si riuniscono influenze di vario genere, che si presentano magari in una singola combinazione, sotto condizioni particolari. Il locale, come categoria intellettuale, più che primordiale, sembra proteiforme: nell’identificare le componenti tipiche della località ci rendiamo conto più chiaramente che non sono tutte intrinsecamente locali. Slegando la categoria, potremmo avere un’idea più precisa del ruolo del luogo nell’organizzazione culturale.
Guardiani della continuità, agenti del cambiamento
In certi commenti sul globale e il locale, la tradizione locale sembra esserci da sempre, in quantità illimitata. Il globale è in superficie, il locale in profondità. Il locale è un’arena in cui si intersecano i più vari habitat di significato della gente e dove il globale, o ciò che è considerato locale altrove, ha anche qualche possibilità di trovarsi a suo agio. In questa intersezione le cose sono elaborate in modo che il cambiamento recente possa essere visto come elemento di continuità in un futuro prossimo. Nell’ecumene globale gli habitat di significato sembrano diventare sempre più malleabili. La decisione di emigrare o di rimanere è meno fatidica di quanto non fosse un tempo, ora che certi stili di vita sono replicati in tanti luoghi, insieme con i mercati che li alimentano, con i media e le linee supersoniche che ci consentono di balzare da un posto all’altro. Si preferisce il locale come fonte apparente di continuità e profondità, di radicamento. Ma il locale è comunque un luogo in cui l’interazione di affari, collegialità, parentele è tale, che non si può proprio stabilire che cosa sia originariamente locale.
Capitolo 2: Quando la cultura è ovunque
La cultura è ovunque. Ce l’hanno gli immigrati, le società d’intermediazione, i giovani, le donne, le persone di mezza età e tutti nella propria particolare versione. Dove queste versioni si incontrano, il discorso diventa di "collisioni culturali". Il concetto di cultura si riferisce principalmente ai beni culturali. C’è la convinzione abbastanza diffusa, che cultura sia una cosa di cui gli antropologi possono parlare con una certa autorevolezza.
Contro la cultura
C’è da preoccuparsi quando lo stato pone tutto il proprio peso, anche con intenzioni benevoli, dietro la cultura come categoria amministrativa, usandola magari per identificare con criteri bizzarri una fetta minoritaria di popolazione, o per farne oggetto di misure speciali. Poi c’è forse un po’ di insicurezza su quanto siano davvero forti i nostri concetti prediletti quando finiscono sotto accusa. Mead e Freeman sostengono che noi non sappiamo realmente fin dove arrivi la cultura, non potendo comprendere come lavori; la cultura, infatti, è "trasmessa di generazione in generazione" senza approfondire più di tanto. Maurice Bloch, invece, afferma che dobbiamo prendere in considerazione il lavoro di psicologi e psicolinguisti per le nostre teorie dell’apprendimento; sostiene inoltre che gli antropologi si basano su una teoria cognitiva fasulla e che i più recenti contributi di tale scienza dovrebbero indurci a sospettare delle concettualizzazioni sovra-linguistiche e sovra-logico-sentenziali.
L’attuale critica antropologica al pensiero culturale, è rappresentato da Lila Abu-Lughod, che descrive la cultura come "lo strumento essenziale per fare altro". Oltre a ciò ritiene che la maggior parte delle concezioni della cultura siano statiche e piatte, quindi disumanizzanti e anche dedite a esaltare il. L’antropologa indica tre modi per battere questa tendenza:
- Stilare un vocabolario di pratiche e discorsi che evidenzi sia le contraddizioni e le incomprensioni, che le strategie e gli interessi.
- Sottolineare le connessioni.
- Rifiuto di generalizzare, raccontare storie su particolari individui situati nel tempo e nello spazio. Si tratta di mettere in risalto le somiglianze nelle vite individuali.
Un tipo di ragionamento abbastanza simile è quello seguito da Wikan, la quale contrappone la cultura a ciò che chiama risonanza: termine che ha a che fare con il "pensare e il sentire". Il concetto di cultura, secondo la Wikan, colloca gli altri in una specie esotica, animata da forze esterne. Per Robert Lowie, le culture sono l’eterogeneità fortuita di modi abituali di vivere e pensare, ciascuno con i propri peculiari criteri di giudizio. Ingold, invece, asserisce che solo accettando l’idea di un mondo continuo possiamo entrare in contatto con gli altri e raggiungere una reciproca comprensione; e se è questo che vogliamo, allora "bisognerà sbarazzarsi del concetto di cultura" come termine chiave di un discorso alienante. Robert Redfield afferma che possiamo pensare la natura umana in parecchi modi. Il termine si riferisce a tutto ciò che gli esseri umani hanno in comune in quanto parte della biologia dell’homo sapiens. In maniera diversa si può sottolineare quanto gli esseri umani siano dipendenti dall’apprendimento dello specifico modo di vita del loro gruppo particolare. Per cui la differenza culturale è natura umana. Ma quello che interessa a Redfield è soprattutto un concetto di natura umana sviluppata: cioè la qualità che gli individui acquisiscono ovunque. Secondo Clifford Geertz non esiste una natura umana indipendente dalla cultura. Ci completiamo tramite la cultura, attraverso forme altamente differenziate di essa: araba, italiana, borghese e proletaria, accademica e commerciale.
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