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Progettazione e valutazione dell’intervento

Modulo 1

L’uomo possiede un’intelligenza neotenica che gli permette di rispondere in modo positivo e creativo agli stimoli ambientali. Si può adattare a tutte le situazioni poiché reagisce all’ambiente in modo originale. Non è lui ad adattarsi all’ambiente ma bensì il contrario. La sua natura è la cultura. Mantiene nella vita adulta dei tratti fetali ed infantili che preservano la plasticità mentale nelle fasi post natali.

La neotenia collega il registro biologico con quello mentale e culturale. I fattori neotenici sono 5:

  1. Aspetto fisico morfologico: vengono conservati sia aspetti della propria fase fetale che tratti fetali ancestrali nello sviluppo di adulti di un gruppo discendente. Es. le grandi labbra nella femmina, il collo lungo, la struttura della mano.
  2. Ritardamento dello sviluppo: lo sviluppo dell’uomo rispetto ad altri animali viene mantenuto lento. Ciò comporta una lunga infanzia.
  3. Lento sviluppo del cervello: le strutture craniche dell’uomo si saldano intorno al ventesimo anno d’età e fino a quel momento il cervello continua a crescere e a migliorare le connessioni neuronali.
  4. Gruppo familiare: tutti i fattori precedenti comportano una fase infantile prolungata, quindi questo comporta una dipendenza familiare.
  5. Sogno REM: fase che occupa tutto il sonno fetale e neonatale e viene mantenuta anche nell’adulto, seppur in forma minore. I sogni aiutano l’individuo a regolare i fattori inconsci e consci assolvendo il compito di organizzatore psichico con una funzione creativa e plastica.

La neotenia ci ricorda che siamo una specie creativa e predisposta all’elaborazione libera di stimoli, il bambino nasce in uno stato di fisiologica immaturità (neotenia); poiché non ha mezzi propri per la sopravvivenza. Occorre perciò tutelare la creatività del bambino consentendogli di esprimerla in un ambiente protetto. Qui diventa fondamentale rivedere il concetto di educazione, non come l’immettere più contenuti possibili nella mente delle persone. Gli esseri umani sono esseri neotenici creati per la rielaborazione. Qui si inserisce la visione di Bion di mente come funzione che pensa i pensieri e quindi auto riflessiva. La neotenia ci accompagna per tutta la vita in ogni situazione per chi lavora non solo con bambini, ma anche con anziani o persone con gravi disabilità.

La definizione di neotenia è quindi il mantenimento dei tratti fetali nella vita adulta ed è caratterizzata da:

  • Pedomorfismo: caratteristiche tipiche dei primi stadi di sviluppo diventano una condizione permanente nelle fasi adulte.
  • Fetalizzazione: tratti fetali ancestrali sono trattenuti nello sviluppo degli adulti di un gruppo discendente.

Curiosità epistemica: bisogno universale di conoscere e di apprendere che si manifesta tramite l’esplorazione dell’ambiente ed è motivata dal desiderio di sapere. Questa definizione è di Berlyne, 1960. È inserita all’interno dei bisogni fondamentali dell’individuo insieme al bisogno di acqua, cibo, calore. Ci sono anche altri tipi di curiosità:

  • Percettiva: basata sui sensi, si attiva se c’è una nuova cosa che ci interessa;
  • Specifica: riguarda una nozione in particolare che scaturisce nel momento in cui dobbiamo ricordare un nome, autore o titolo di film;
  • Diversiva: la mettiamo in atto nel momento in cui ci stiamo annoiando e ci inventiamo qualcosa da fare.

Sono tutte fondamentali ma la curiosità epistemica è diversa perché, a differenza delle altre, non scaturisce da un bisogno e non termina nel momento in cui tale bisogno viene colmato.

Intelligenza emotiva

Sroufe individua dalla nascita tre percorsi di sviluppo delle emozioni:

  • Sistema piacere – gioia: il sorriso nei primi due mesi di vita del bambino è definito endogeno perché indica fluttuazione del cervello non riconducibile al contesto. Spitz osservò come dai tre mesi il sorriso diventa sociale, cioè in risposta e legato alla relazione e ad una sensazione di piacere, come la visione del volto dei genitori. Comprende inoltre che il suo sorriso infonde gioia e si sente responsabile del comportamento altrui.
  • Sistema circospezione – paura: in età neonatale il pianto è legato a un incremento dell’attività fisiologica. Questo si trasforma in circospezione e si trasforma a 4 mesi nella paura dell’estraneo. Dagli otto mesi il bambino comincia a provare la sensazione della paura.
  • Sistema frustrazione-rabbia: in età neonatale quando al bambino viene impedito qualche movimento si riscontra una reazione di frustrazione. La rabbia vera e propria compare dalla seconda metà del primo anno per poi trasformarsi in collera.

Erikson e stadi di sviluppo

La persona in ogni stadio si ritrova a dover risolvere dei conflitti caratteristici. L’esito può essere positivo, con rafforzamento della personalità e identità oppure negativo, con un indebolimento della personalità. Se il conflitto non si risolve, rimane attivo anche nelle altre fasi.

  • I stadio: senso di fiducia opposta a sfiducia. Il bambino deve trovare un giusto equilibrio tra fiducia e sfiducia in se stesso e negli altri. Ricordiamo che una dose di sfiducia è necessaria per far sì che il bambino riconosca le situazioni di pericolo. In questa fase vi sono in ogni caso delle interazioni con persone di riferimento perché solo se il bambino si sente accettato riesce ad acquisire fiducia in se stesso.
  • II stadio: autonomia opposta a vergogna o dubbio. Il bambino acquisisce competenza nel linguaggio, deambulazione e controllo sfinterico, ma prova angoscia per la separazione. Corrisponde alla fase anale di Freud. In questa fase si imparano anche le prime regole sociali.
  • Terzo stadio: spirito di iniziativa opposto a senso di colpa. I genitori sono visti come intrusivi poiché gli mettono dei divieti, lui reagisce con la rabbia e aggressività. Si sviluppa intorno ai 4-5 anni. Provano un grande senso di colpa per il loro fallimento delle iniziative che decidono di prendere. Il bambino in questo stadio si identifica con dei prototipi ideali per es. il poliziotto, il benzinaio, l’insegnante.
  • IV stadio: 6 anni fino alla pubertà. Il bambino frequenta la scuola e il gruppo di coetanei. Si impegna al massimo per raggiungere obiettivi e se non ci riesce prova un senso di inferiorità. Fase di latenza di Freud.
  • V stadio: ricerca di identità opposta a perdita della stessa. Si verifica in adolescenza dove si devono acquisire dei nuovi ruoli e una diversa identità. Qui è necessario che le identificazioni fatte nell’infanzia siano strutturate, altrimenti avrà un vissuto di perdita dell’identità.
  • VI stadio: intimità e solidarietà opposte a isolamento (prima età adulta). Si creano le relazioni stabili intime o amicali che se falliscono portano a tristezza e isolamento.
  • VII stadio: generatività opposta a stagnazione. Generatività non è per forza la procreazione, ma la creazione di nuovi obiettivi da raggiungere. Questo stadio contribuisce alla continuità della società.
  • VIII stadio: integrità opposta a disperazione e perdita. L’individuo deve accettare il fatto di appartenere a una generazione passata. Qui si prova rimpianto per ciò che non è stato fatto e paura della morte.

Impulso: fame, sete, sessuale. È naturale, biologico, fisiologico e si esplica tramite il gesto.

Emozione: processo interiore soggettivo suscitato da un evento stimolo emotivamente significativo, interno o esterno, che può manifestarsi con espressioni o comportamenti corporei.

Sentimento: elaborazione dell’emozione. Galimberti: il sentimento è il luogo di incontro tra pensieri ed emozioni.

Ekman e Friesen

Ekman e Friesen svolsero ricerche in tutto il mondo per capire se le espressioni facciali con cui le emozioni si manifestano siano universali a tutti i popoli.

L’esperimento prevedeva la presentazione di fotografie raffiguranti volti con diverse espressioni emotive; successivamente, ai partecipanti veniva richiesto di attribuire a ciascun volto l’etichetta emotiva corrispondente, identificando l’emozione espressa. I risultati indicarono che sia le espressioni facciali sia la loro interpretazione hanno una base innata.

Per escludere la possibile influenza di fattori esterni, come i media, i ricercatori decisero di replicare lo studio in Nuova Guinea, coinvolgendo alcune tribù isolate dalla società moderna. Poiché si trattava di popolazioni preletterate, la procedura sperimentale fu adattata: lo sperimentatore narrava una breve storia costruita attorno a una specifica emozione e il partecipante doveva selezionare la fotografia che meglio rappresentava l’emozione evocata dal racconto.

Al fine di approfondire l’universalità delle espressioni emotive, ai partecipanti venne inoltre chiesto di mimare l’espressione che avrebbero assunto se fossero stati i protagonisti della storia. Le espressioni prodotte furono successivamente valutate da giudici occidentali, che riuscirono a decodificarle correttamente.

Anche questi risultati confermarono l’esistenza di emozioni universali.

Le emozioni primarie sono innate e universali e comprendono sei categorie condivise da tutti gli individui: felicità, sorpresa, disgusto, rabbia, paura e tristezza. Successivamente, questa classificazione è stata ampliata includendo le emozioni secondarie, che emergono in fasi più avanzate dello sviluppo e sono maggiormente influenzate dall’esperienza e dal contesto sociale, come divertimento, disprezzo, contentezza, imbarazzo, eccitazione, colpa, orgoglio per i successi, sollievo, soddisfazione, piacere sensoriale e vergogna.

Gli studi di Ekman hanno mostrato come le emozioni di base siano universalmente riconoscibili, ma anche come la cultura influisca sulle regole di espressione emotiva. In un esperimento condotto su soggetti giapponesi e americani, entrambi i gruppi manifestavano le stesse espressioni facciali quando credevano di non essere osservati; tuttavia, in presenza di altri, i partecipanti giapponesi tendevano a mascherare le emozioni negative, evidenziando l’influenza culturale sul modo di esprimere le emozioni.

Le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nella sopravvivenza, nella comunicazione sociale, nello sviluppo dell’empatia, nella cooperazione e nell’intelligenza emotiva. Tutto ciò si fonda sul riconoscimento emotivo: sebbene l’emozione sia in gran parte innata, necessita di risonanza emotiva per consentire la costruzione delle mappe emotive e cognitive, indispensabili per distinguere tra bene e male, giusto e sbagliato. In assenza di tale riconoscimento, la risposta emotiva agli eventi risulta inadeguata.

È importante distinguere tra simpatia ed empatia: la simpatia implica la condivisione della stessa emozione e del punto di vista altrui, mentre l’empatia consiste in una comprensione profonda e non giudicante dell’esperienza dell’altro. In psicologia, con Kohut, l’empatia assume un valore terapeutico, diventando uno strumento centrale nella cura del Sé del paziente.

Dal punto di vista neurofisiologico, l’empatia è supportata dai neuroni specchio, che si attivano sia durante l’azione sia durante l’osservazione dell’azione altrui, permettendo una “simulazione incarnata” delle emozioni e delle intenzioni dell’altro. Questo meccanismo rappresenta la base dell’intersoggettività e facilita il contatto emotivo fin dalle prime relazioni di accudimento.

Infine, un aspetto rilevante è l’autoempatia, ovvero la capacità di riconoscere e accettare tutte le proprie emozioni, insieme all’ascolto attivo, che consente di comprendere sia l’altro sia la risonanza emotiva interna generata dall’interazione.

Alessitimia

Il termine alessitimia fu introdotto da Sifneos e deriva dal greco, indicando letteralmente la “mancanza di parole per le emozioni”. Essa non consiste nell’assenza di emozioni, ma in una difficoltà nel riconoscerle, comprenderle ed esprimerle verbalmente, sia in riferimento a sé stessi sia agli altri. Si tratta quindi di un deficit della consapevolezza emotiva, in cui la componente biologica dell’emozione è presente, ma quella psicologica (feeling) risulta compromessa.

Secondo Taylor, Bagby e Parker (1991), il costrutto dell’alessitimia comprende quattro elementi principali:

  1. Difficoltà nell’identificare le emozioni e nel distinguerle dalle sensazioni corporee;
  2. Difficoltà nel descrivere verbalmente i propri stati emotivi;
  3. Povertà dell’immaginazione e del pensiero simbolico;
  4. Stile cognitivo orientato all’esterno e legato allo stimolo.

A livello clinico, l’alessitimia è frequentemente associata a disturbi somatoformi, disturbi alimentari e disturbi d’ansia. Il racconto proposto nel testo esemplifica efficacemente la condizione alessitimica, mostrando l’incapacità di attribuire significato emotivo agli stimoli e alle relazioni interpersonali.

Il polo opposto dell’alessitimia è rappresentato dall’ipermotività, caratterizzata da un’espressione emotiva eccessiva e poco regolata, che può condurre a comportamenti di acting out. Tra i meccanismi di difesa più comuni legati alla difficoltà di manifestare le emozioni si ritrovano la razionalizzazione, l’intellettualizzazione e l’isolamento dell’affetto.

L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere, comprendere, esprimere e regolare le proprie emozioni e quelle altrui. Goleman (1995) la definisce come l’abilità di motivare sé stessi, gestire le frustrazioni, controllare gli impulsi, modulare gli stati d’animo ed essere empatici. Il Quoziente Emozionale (QE) risulta spesso più determinante del QI nel successo personale, poiché permette l’integrazione tra componente emotiva e razionale.

L’intelligenza emotiva è in parte innata, ma necessita di figure di riferimento emotivamente competenti per svilupparsi. Essa si articola in due grandi aree:

  • Competenze personali, che comprendono consapevolezza di sé, autocontrollo e motivazione;
  • Competenze sociali, che includono empatia e abilità relazionali.

Un aspetto centrale è l’alfabetizzazione emotiva, ovvero la capacità di riconoscere e dare un significato alle emozioni. La metafora della “casa mentale” (ACT) sottolinea l’importanza di accogliere tutte le emozioni, anche quelle spiacevoli, ascoltarle e permettere loro di restare il tempo necessario. Solo attraverso il riconoscimento e la cura emotiva è possibile una regolazione efficace e un equilibrio psicologico duraturo.

Il controllo emotivo non consiste nella repressione delle emozioni, ma nella loro regolazione consapevole. Un meccanismo di difesa adattivo è la sublimazione, che permette di canalizzare emozioni negative in attività costruttive come arte, scrittura o sport. È fondamentale imparare a osservare le emozioni, invece di reagire impulsivamente sotto il loro controllo: il cosiddetto “sfogo”, soprattutto della rabbia, non le riduce ma tende ad alimentarle.

Un aspetto centrale dell’intelligenza emotiva è la capacità di motivare sé stessi, che include la gratificazione differita, studiata nel celebre marshmallow test. Ricerche successive hanno però evidenziato che tale test misura più la fiducia nell’adulto e nell’autorità che il semplice autocontrollo. La motivazione è influenzata anche dallo stile attribuzionale: l’ottimista interpreta il fallimento come temporaneo e modificabile, mentre il pessimista lo attribuisce a cause interne e stabili.

Le competenze sociali comprendono la capacità di riconoscere le emozioni altrui, ponendosi in contrapposizione all’alessitimia, e di gestire efficacemente le emozioni nelle relazioni, comunicandole in modo adeguato. Un fenomeno centrale è il contagio emotivo, ovvero la trasmissione degli stati d’animo nelle interazioni sociali. Come descritto da Goleman, le emozioni si diffondono in modo spesso inconscio, influenzando profondamente i comportamenti individuali e collettivi. Le persone emotivamente competenti sono in grado di modulare i segnali emotivi che inviano e di aiutare gli altri a regolare i propri stati affettivi.

Modello di Mayer e Salovey

Il modello di Mayer e Salovey individua quattro componenti fondamentali dell’intelligenza emotiva:

  1. Percezione emotiva, ovvero il riconoscimento e la denominazione delle emozioni in sé e negli altri;
  2. Comprensione emotiva, cioè la capacità di coglierne il significato e la funzione;
  3. Gestione emotiva, intesa come regolazione adeguata delle emozioni in base al contesto;
  4. Utilizzo costruttivo delle emozioni, per favorire relazioni positive e comportamenti adattivi nella vita quotidiana.

Le potenzialità emotive (Sanguinetti, 2021)

Nell’ambito della psicologia positiva, il Test delle Potenzialità Equilibrate permette di individuare punti di forza e aree di miglioramento personali. Tra le principali potenzialità figurano valori relazionali e sociali (appartenenza, cooperazione, equità, impegno), risorse personali (audacia, perseveranza, vitalità, organizzazione), competenze emotive (gestione e conoscenza emotiva, armonia, perdono, gratitudine) e qualità orientate alla crescita e al significato (curiosità, innovazione, crescita, amore per la bellezza, universalismo).

L’equilibrio tra queste potenzialità favorisce il benessere psicologico, la qualità delle relazioni e uno sviluppo personale armonico.

Articolo 1 2020

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/04 Pedagogia sperimentale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Rosanna110998 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Progettazione e valutazione dell’intervento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof Montefiori Veronica.
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