Letteratura italiana moderna e contemporanea
Percorso tematico II semestre: La letteratura antagonista
Letteratura antagonista: è una chiave di lettura della modernità letteraria. Come tutte le formule, aprono molte porte (non tutte perché i fatti sono sempre molteplici e complessi), però, come ci sono, anche nella lingua, le regole e le eccezioni. Diciamo che l’idea della letteratura antagonista è la regola della modernità letteraria che contempla delle eccezioni ma, dando uno sguardo complessivo, dall’alto, a tutte le vicende degli ultimi due secoli, possiamo dire che il carattere dominante, che emerge in tutta chiarezza è proprio questo antagonismo della letteratura nei confronti del potere o di tutti i volti che il potere ha assunto di volta in volta.
Questa è una coordinata della modernità letteraria. Quest’idea della letteratura antagonista entra di diritto tra le coordinate della modernità letteraria. È un tratto dominante che contraddistingue la modernità letteraria. La contraddistingue proprio perché la differenzia dalla tradizione dei secoli precedenti e, in particolare, da tutta quella lunga fase che potremmo definire della “letteratura delle corti”.
Normalmente, le opere dei letterati venivano dedicate, offerte a qualche principe, a qualche personaggio illustre e potente, di cui quei letterati chiedevano la protezione. Nel migliore dei casi, c’era un rapporto di mecenatismo: il principe si circondava di letterati (aveva il poeta di corte, lo storiografo di corte…) che celebrassero la grandezza, le imprese, lo splendore del principe per tramandarne le gesta ai posteri. I letterati erano i celebratori dei principi dai quali venivano stipendiati, ricevevano una prebenda per il loro servizio. Erano i poeti cesàrei, che erano, appunto, al servizio dei cesari, dei potenti e ne celebravano le gesta.
Vincenzo Monti e il passaggio alla modernità letteraria
Ultimo e famoso poeta cesareo (e arriviamo proprio alle soglie della modernità letteraria) è Vincenzo Monti che, secondo delle etichette che sono passate nella manualistica scolastica, c’è stata una fase in cui era l’abate Monti (al servizio del papa re), poi, il cittadino Monti, poi il cavaliere Monti e, infine, il servitore della casa d’Austria. Monti comincia alla corte pontificia, poi diventa cittadino perché aderisce alla rivoluzione, diventa il cantore ufficiale della rivoluzione, poi, segue, nella sua ascesa Napoleone e lo celebra in tante poesie e, quando il suo astro decade e finisce in mezzo all’Atlantico nell’isolotto di Sant’Elena e tornano gli austriaci, lui torna ad essere poeta cesareo, quello che celebra il vincitore.
Monti è l’ultimo rappresentante di una lunghissima trafila che copre tutto il lungo periodo delle corti. Rievochiamo questo proprio per sottolineare la frattura, la svolta che avviene con la modernità letteraria, salvo che, qui, il portone d’ingresso è costituito da Vittorio Alfieri. Dobbiamo partire non da Manzoni o da Leopardi, colonne di ingresso nella modernità, ma da quello che è stato il precursore di tutti gli uomini della generazione romantica, risorgimentale, appunto, Vittorio Alfieri, con questa sua ossessione del tiranno; l’Alfieri autore di tante tragedie che hanno messo in scena il conflitto tra il tiranno e l’eroe tirannicida, l’eroe libertario che ha come proprio obiettivo, compie il proprio destino esistenziale, dando la morte al tiranno per affermare per sé e per tutti la libertà.
Vittorio Alfieri e la sua opposizione al potere
Bisognerebbe anche rifarsi, non solo alle tragedie storiche e mitologiche di Alfieri ma anche ai suoi scritti politici, in particolare, a due trattati: il Della tirannide e il Del principe e delle lettere.
Del principe e delle lettere
Il Del principe e delle lettere è un trattato a cui Alfieri lavora fin dalla fine degli anni ’70 (1770). Lo tiene sul telaio per tutti gli anni ’80, lo pubblica nel 1789. Dobbiamo anche tener presente un dettaglio tutt’altro che irrilevante: all’interno delle monarchie assolute (ancien regime) non c’è libertà di opinione, di espressione e di stampa. Ogni opera, prima di essere pubblicata, doveva passare al vaglio della censura. Un’opera come il Della tirannide o Del principe e delle lettere non avrebbe mai avuto l’autorizzazione da parte di una censura, quale che fosse (austriaca, sabauda o dei Granduchi di Toscana…), per consentirne la diffusione.
Non a caso, la pubblicazione di questi due trattati deve attendere gli eventi (1789).
Della tirannide
Il trattato ci dà un’idea a tutto tondo dell’uomo di potere, del principe che lui assimila ad un tiranno. Il termine ha una risonanza antica, classica ma modernamente inteso come colui che nega la libertà ai suoi sudditi, colui che si arroga tutti i diritti sulla popolazione, relativamente alla proprietà, ai diritti civili e politici che vengono negati, persino alla vita e alla morte.
Più interessante, dal nostro punto di vista, l’altro trattato, Del principe e delle lettere, che sono da intendere come una opposizione, sono in dialettica. Questo trattato è il punto di avvio di una coscienza moderna del ruolo della letteratura che, a partire da Alfieri, diventa antagonista contro il potere, qui, contro il potere tirannico del monarca, del principe assoluto.
Vittorio Alfieri, Del principe e delle lettere I, III
È tratto dal III capitolo della prima parte. “Opere d’ingegno nate nel principato”: sotto un tiranno, prive di libertà. “Dovrà dunque necessariamente essere assai più la eleganza del dire, che non la sublimità e forza del pensare”: questa è già una prima tesi, di cui dobbiamo far tesoro perché ci accompagnerà per tutta la durata del nostro percorso e, in particolare, per quando dovremo fare sosta sul ventennio fascista. Non a caso, l’unica posizione difendibile da parte dei letterati, per non finire esuli o al confino, era quella dell’autonomia letteraria e, quindi, fioriscono delle poetiche, negli anni Venti e Trenta, la poesia pura, l’aura poetica, l’Ermetismo, che si difendono da ogni contaminazione con il potere politico, arroccandosi in una torre d’avorio, isolandosi, il non voler avere nulla a che fare con. La più importante rivista del ventennio è stata denominata Solaria (’26-’36), sole e aria, che è il rovescio dell’orbe terracqueo (recuperando i 4 elementi).
Se la storia (il male) era radicata nell’orbe terracqueo, la letteratura vuole vivere in un’altra dimensione, quella del sole e dell’aria, respirare un altro clima, l’autonomia letteraria. Proprio nel ’36, Luciano Anceschi, grande critico e professore, quello che ha pubblicato nel tempo anche tante antologie della poesia italiana, fino alla Linea lombarda nel ’52, pubblica la sua tesi di laurea intitolata “Autonomia ed eteronomia dell’arte”, il grande tema di quel momento: preservare all’arte, alla letteratura un campo tutto suo, incontaminato, puro oppure venire a patti, a compromessi, sporcarsi le mani.
Fontamara è, sicuramente, sul versante della eteronomia, però, Silone, se lo vuole pubblicare deve farlo in Svizzera. Lo scrive in esilio, in un luogo dove non solo la sua libertà ma anche la sua incolumità era garantita.
Per tornare al trattato alfieriano, Alfieri mette subito in chiaro un aspetto: non si può criticare il principe che è il tuo datore di lavoro, è il tuo mecenate, non puoi essere critico nei suoi confronti. Allora, che cosa fai? Curi l’eleganza dello stile, della forma, tratti argomenti evasivi, cioè: o celebri o, se proprio non hai voglia di celebrare, ti occupi solo della bellezza e, non a caso, dice altrove, quasi tutte le opere che nascono dentro un rapporto di dipendenza del letterato nei confronti del principe trattano d’amore. Tema universale e tema in qualche modo evasivo perché è privato, fa luce nel cuore delle persone, non entra in merito di questioni politiche, di questioni civili, è un’operazione evasiva.
Alfieri storce il naso davanti a questo tipo di letteratura e dice: “Le verità importanti, timidamente accennate appena qua e là, e velate anche molto, infra le adulazioni e l’errore vi appariranno quasi naufraghe”. Gli elementi che potrebbero appannare la gloria e lo splendore del principe non hanno spazio. Qualche piccolo cenno può affiorare qua e là ma nascosto, soffocato e neutralizzato dall’adulazione. Parla di verità e di errore perché, dal suo punto di vista, la verità sta dalla parte di chi difende la libertà dei cittadini, delle persone. L’errore sta in chi difende il principio dell’autorità e, non solo gli errori (cioè, la difesa implicita o esplicita dell’autorità) nascondono, soffocano, offuscano la verità che è la rivendicazione dei diritti ma, poi, a peggiorare ulteriormente la situazione, c’è questo dovere dell’adulazione, è imprescindibile. Chi ti paga compra la tua anima, cioè “vendere l’anima al diavolo”, in questo caso, al potente mecenate che ti dà da vivere e ti consente anche una vita agiata, serena. Scrivi non quel che pensi ma quello che lui desidera che si dica. Quindi, è una letteratura in catene, che non può esprimere quelle verità umane e universali di cui la letteratura dovrebbe essere sempre veicolo.
Non per nulla, Castiglione, nel libro del Cortegiano, stigmatizzava i tanti cortigiani adulatori. Il potere si è sempre circondato di adulatori. L’adulazione è l’arma principale di cui si serve un servitore per emergere e ricevere le grazie del suo padrone. Io dico cose sul suo conto che soddisfano la sua vanagloria; vuole sentirsi dire quanto è bravo, quanto è grande il suo regno, quanto è potente il suo esercito, quanto splendide sono le opere d’arte della sua reggia…. Quindi, chi sa più adulare, ottiene le grazie maggiori del potente.
Stiamo stigmatizzando una situazione che è lontana nel tempo ma che appartiene, poi, alla vita di tutti i tempi, di tutti i giorni. È la debolezza di tanti potenti, di tante persone importanti che, quasi non ne fossero sicure fino in fondo, vogliono sentirselo dire continuamente e tanti arrivisti arrivano ai ranghi più alti, intorno all’onnipotenza del loro padrone proprio a forza di “leccare”. Di questo era non solo consapevole Alfieri ma fieramente deciso a denunciare questo rapporto viscoso con i potenti. “Quindi è, che i sommi letterati (la di cui grandezza io misuro soltanto dal maggior utile che arrecassero agli uomini) non sono stati mai pianta di principato”: qui c’è un giudizio di valore che lui dà, molto netto. Il criterio con cui giudica la grandezza delle opere letterarie non è un criterio estetico, non guarda all’eleganza della forma ma si appoggia all’utilità dei contenuti. Quindi, le opere sono tanto più grandi quanto più trasmettono delle verità. Siccome è impossibile dire la verità al principe che, invece, vuole solo essere adulato e offre stipendi solo agli adulatori, i grandi autori della letteratura non possono attecchire, non possono crescere rigogliosi sotto un principato; in mancanza di libertà non c’è grande letteratura.
Questa tesi tornerà, pressoché immutata, nella Storia della letteratura italiana di Francesco de Sanctis, la più grande storia della letteratura italiana dell’Ottocento, che è figlia, sicuramente, di una visione post-risorgimentale dove tutti gli autori vengono giudicati su questo metro, a seconda che si siano sentiti liberi di poter esprimere le loro opinioni, i loro punti di vista oppure se hanno piegato il capo al loro principe, al loro datore di lavoro. Qui, stiamo parlando dei sommi letterati e dice: “La libertà li fa nascere, l’indipendenza gli educa, il non temer li fa grandi”: la conditio sine qua non per aspirare alla massima gloria letteraria, a diventare sommi letterati hanno tutti a che fare con la libertà, con l’indipendenza, con il coraggio. La grande letteratura nasce solo sul terreno della libertà. “E Il non esser mai stati protetti, rende i loro scritti poi utili alla più lontana posterità, e cara e venerata la loro memoria”.
Che cosa adombra, sul finire del Settecento? Prefigura questa età nuova, in cui gli uomini di lettere si emancipino da ogni dipendenza nei confronti di principi e mecenati, che era un’idea di vastissimi orizzonti, di grandi prospettive ma anche, per allora, molto utopica. Quale sarà il passaggio necessario perché si creino le condizioni per questo affrancamento? Bisogna che lo scrittore possa vivere d’altro, possa avere uno stipendio, possa avere risorse economiche non condizionanti. Il che è molto difficile. O si era come Alfieri, come Leopardi, come Manzoni dei nobili che potevano permettersi di vivere di rendita, oppure, bisognava da un lato, trovare un mercato, cioè un numero adeguato di lettori, un pubblico di acquirenti dei libri che consentisse allo scrittore di vivere dei suoi diritti d’autore, delle sue percentuali sulle vendite oppure spingere per una trasformazione delle istituzioni politiche per renderle, finalmente, democratiche.
Sarà, poi, di fatto, questa la strada che percorreranno, dopo Alfieri, le generazioni di scrittori dell’Ottocento. Pensiamo a Verga che, non a caso, sale prima a Firenze negli anni in cui è provvisoriamente capitale d’Italia e, poi, si trasferisce a Milano, che era la capitale dell’editoria. Verga è uno di quegli autori che prova a vivere della sua produzione letteraria. Ma questo diventa possibile nel momento in cui la penisola diventa uno stato unitario, in cui non ci sono più le frontiere da una regione all’altra, che impediscono il libero mercato e, nel momento in cui, la popolazione comincia ad alfabetizzarsi. Finché la maggioranza degli italiani non sa né leggere né scrivere è difficile pensare di poter sviluppare un pubblico, di fidelizzare tanti lettori e finché c’è la divisione politica in tanti stati regionali, conquistare un mercato nazionale è un’impresa impossibile. Pensiamo alle decine di edizioni pirata dei Promessi Sposi: la Quarantana è un’edizione illustrata e lui la fa così proprio per eliminare o ridurre al massimo le edizioni pirata che negli altri stati italiani tutti gli editori andavano facendo dei Promessi Sposi.
Vittorio Alfieri, Del principe e delle lettere II, XIII
Brano sempre sul tema dell’incompatibilità tra il potere e la letteratura che si avvia alla modernità letteraria. “Mi pare, che risulti da quanto ho detto in questo secondo libro, che i veri letterati non possono, né debbono lasciarsi proteggere dai principi; perché nessuno di essi ha soggiaciuto a tal protezione, senza un gravissimo scapito e delle lettere, e della propria eccellenza e fama”.
Tira le somme di tutto il suo ragionamento e dice: “Da tutto quello che ho detto, si può facilmente desumere che per la fama, la gloria degli scrittori, dei poeti, dei letterati e la qualità delle loro opere, è bene che loro non si facciano proteggere e stipendiare da un principe. Giova alla qualità delle opere letterarie e alla gloria degli autori l’essere liberi, indipendenti da qualsiasi mecenate.
“E parmi anche aver dimostrato, che, a eguale ingegno, lo scrittore sprotetto soverchierà il protetto, e d’assai”. Arriva persino a fare questo paragone: poniamo il caso che due letterati abbiano lo stesso ingegno, siano dotati delle stesse doti naturali, che abbiano le stesse conoscenze, che conoscano bene, alla stessa maniera, il mestiere, sicuramente i risultati migliori saranno dati da chi non è protetto, da quello dei due che è libero di scrivere quello che ha in animo, cioè le verità, gli errori che sono anche legati alla necessità di celebrare il principe e, quindi, di adularlo.
“Ma le principali ragioni da me finora addotte, mi pajono venirsi tutte a restringere in quest’una: “Che il principe e il letterato, e le arti loro, e il loro fine, essendo cose in tutto diverse e direttamente opposte, non si possono mai ravvicinare il protettore e il protetto, senza che il più debole vi scapiti e ceda”. Siccome nel rapporto tra protettore e protetto è ovvio che la forza sta dalla parte del protettore (la forza che vuol dire un potere di ricatto, di condizionamento), nel momento in cui un letterato accettasse di mettersi al servizio, alle dipendenze di un principe, perderebbe con la libertà di pensiero, con l’indipendenza anche la possibilità di concepire un’opera somma e, quindi, di procurarsi meritatamente la gloria.
Alfieri, sul finire del Settecento, prepara il terreno per quello che sarà l’orientamento, di gran lunga prevalente, dei letterati a seguire. Questo ruolo precorritore si conferma in tutte le sue opere. Pensiamo alle tragedie, soprattutto quelle di argomento politico, che, poi, con la tragedia, per tradizione antica, ha un rapporto privilegiato: molte tragedie sono tragedie del potere; una rappresentazione tragica, conflittuale del potere.
Ma è interessante portare l’attenzione su un’altra opera di Alfieri, che è il Misogallo. È un’opera scritta in polemica con i francesi. Alfieri, in un primo momento, da uomo amante della libertà in maniera appassionata, qual era, aveva applaudito alla rivoluzione francese, ma, quando aveva poi visto la sua degenerazione (gli anni del Terrore, Robespierre…) ne aveva preso le distanze e, ancora di più, nel momento in cui avev...
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