Macroeconomia - Capitolo 6: il modello IS-LM esteso
Finora abbiamo ipotizzato che nell’economia ci fossero solamente due attività finanziarie e un solo tasso di interesse. È lo stesso presupposto con il quale i macroeconomisti guardavano ai sistemi finanziari, ipotesi che si è rivelata errata dopo la crisi del 2008, dopo la quale i macroeconomisti si resero conto di quanto questa fosse importante e di quanti effetti potesse avere sulla macroeconomia. Si credeva che tutti i tassi di interesse si muovessero insieme al tasso scelto dalla banca centrale. La crisi ha dimostrato quanto questa fosse una visione troppo semplicistica.
Tasso di interesse reale e nominale
Il tasso di interesse nominale in matematica finanziaria ci dice a quanto ammonta il prezzo di un euro di capitale preso in prestito oggi da restituire in una certa data. Quanti euro dovremmo restituire al nostro debitore per aver preso in prestito il suo capitale.
A noi, macroeconomicamente, interessa quante unità di beni dobbiamo restituire al nostro debitore, non in quantità monetarie, per avere preso in prestito una certa somma di beni. Quindi materialmente considerare il denaro come capacità di acquisto di beni. Con questa definizione identifichiamo il tasso di interesse reale.
Ovviamente in istanti di tempo differenti la quantità di beni che è possibile acquistare con €100 è diversa da quella che è possibile acquistare in un istante di tempo differente, es. tra un anno, questo a causa dell’inflazione, aumento generalizzato dei prezzi.
La formula del tasso di interesse reale è un’approssimazione, ricorda che è per valori relativamente piccoli di “i” e dell’inflazione attesa, circa 10% anno: er ≈ i − πet+1.
Con πet+1 = (Pet+1 − Pt) / Pt.
Dove:
- I(t) = rappresenta il tasso nominale al tempo t.
- πet+1 = valore dell’inflazione attesa nel periodo t+1.
- Pet+1 = prezzo atteso al periodo t+1.
- Pt = prezzo al periodo t.
Blanchard O., Amighini A., Giavazzi F., «Macroeconomia» Il Mulino, 2020.
Capitolo VI. I mercati finanziari II: il modello IS-LM esteso.
Tasso di interesse reale e nominale in Italia
Fonte: FRED. Questo implica alcune conseguenze, ossia:
- Quando il valore atteso dell’inflazione è nullo, allora il tasso nominale e il tasso interesse si equivalgono.
- Di fatto, dato che l’inflazione è quasi sempre positiva, il tasso reale è generalmente quasi sempre inferiore al tasso nominale, quindi l’inflazione attesa influenza negativamente quello che è il tasso reale, più l’inflazione cresce, se il tasso nominale non cresce di conseguenza, più il tasso reale si abbassa, garantendo un rendimento a scadenza più basso.
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Finora si è considerata un’economia composta da un solo bene, il cui prezzo corrispondeva a Pt, nella situazione reale quello che bisogna considerare è il livello generale dei prezzi.
Per capire invece, in termini quindi di consumo, a quanto consumo dovremo rinunziare domani per consumare di più oggi dobbiamo utilizzare l’Ipc, ovvero indice dei prezzi al consumo come livello generale dei prezzi.
Il tasso che importa maggiormente a imprese e famiglie è ovviamente quello reale, quindi sebbene la banca centrale scelga il tasso di interesse nominale, lo fa con un occhio di riguardo a quello che sarà il tasso di interesse reale ovvero quello che materialmente produce effetti nei consumatori ultimi e che di fatto influenza le decisioni di consumo e di investimento.
Inoltre quando raggiungiamo la situazione di Zero Lower Bound, ovvero che il tasso di interesse scende a 0, o poco sotto, il tasso di interesse reale sarà uguale al valore dell’inflazione attesa. er = − πet+1.
Se gli individui si aspettano una deflazione, il tasso reale diventa positivo e superiore al tasso nominale, anche nel caso in cui il tasso di interesse nominale sia nullo, quindi per raggiungere un tasso reale desiderato la banca centrale deve tener conto delle aspettative di inflazione e aggiustare il tasso nominale obiettivo di conseguenza.
Rischio e premio per il rischio
Finora si sono considerati una sola tipologia di titoli. Tuttavia, ne esistono di diversi, e differiscono per scadenza e rischiosità. Rischiosità derivata dalla possibilità che il debitore potrebbe non rimborsare il capitale preso a prestito.
Alcuni titoli sono privi di rischio, ciò vuol dire che la probabilità che il debitore non ripaghi il debito è trascurabile.
Altri titoli invece hanno un’alta percentuale di rischio dovuta al fatto che il debitore possa non essere in grado, o non voler, ripagare il debito, in quest’ultimo caso la probabilità non è trascurabile.
Nessuno può, fuorché le istituzioni bancarie, prendere a prestito dalla banca centrale.
Allo stesso modo nessuno può prendere a prestito allo stesso tasso, al quale può prendere a prestito il governo, la ragione è semplice, chi ci presta del denaro considera la possibilità che noi potremmo non essere in grado di ripagare il debito, e visto che è assodato che non abbiamo le stesse capacità economiche e monetarie di un qualsiasi governo, il creditore si aspetta un tasso di interesse più alto da noi, in generale da imprese o individui che non hanno la stessa affidabilità di uno stato. Per prendersi tale rischio il creditore si aspetta il cosiddetto = premio per il rischio.
Il premio per il rischio dipende da diversi fattori:
- La probabilità di fallimento del debitore: maggiore è questa probabilità, maggiore è il tasso di interesse che i creditori richiederanno.
- X = premio per il rischio.
- I = tasso di interesse per titolo privo di rischio.
- I+x = tasso di interesse per titolo rischioso.
- P = probabilità.
Il rendimento atteso di un titolo rischioso sarà:
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(1+i) = (1−p)(1+i+x) + (p)(0).
Il lato sinistro corrisponde al titolo privo di rischio.
Il lato destro corrisponde al rendimento atteso del titolo rischioso.
Con probabilità uguale a (1-p) non ci sarà fallimento del debitore.
Con probabilità uguale a p, ci sarà fallimento del debitore e il titolo non avrà alcun rendimento.
Riorganizzando: x = (1 − i)p/(1−p).
- Grado di avversione al rischio degli obbligazionisti: se il rendimento atteso sul titolo rischioso fosse uguale a quello sul titolo privo di rischio, perché gli obbligazionisti dovrebbero tenerlo?!
Quindi perché siano convinti a tenere il titolo devono avere un premio per il rischio che compensi, appunto, tale rischio. Il livello di rischio che saranno disposti a prendersi dipenderà dalla loro avversione al rischio.
Il ruolo degli intermediari finanziari
Gli intermediari finanziari sono delle istituzioni finanziarie che ricevono fondi dai risparmiatori o dagli investitori per poi prestarli ad altri, metodo chiamato finanziamento indiretto.
Tra queste istituzioni riconosciamo le banche, ma anche istituzioni non bancarie.
I suddetti intermediari maturano una conoscenza specifica dei loro debitori, il che gli permette di costruire le caratteristiche dei prestiti in base ai loro bisogni.
Questo meccanismo di regola funziona senza intoppi, tuttavia a volte questo può incepparsi, crisi 2008-2009, per capirne i motivi bisogna analizzare lo stato patrimoniale semplificato di una banca:
- Attività: riserve, prestiti ai consumatori, prestiti alle imprese, o alle altre banche …;
- Passività: passivo: il capitale preso a prestito da altri investitori, azionisti;
- Capitale: possiamo considerare il capitale messo a disposizione dagli stessi proprietari di tasca propria.
Potrebbero essere depositi in conto corrente, depositi vincolati o prestiti da parte di investitori e altre banche.
La scelta della leva finanziaria
La quota di capitale sugli impieghi, capital ratio, è definita come il rapporto tra il capitale e le attività, 20/100=20%.
Leva finanziaria: è il rapporto tra le sue attività e il suo capitale, 100/20=5, è un indicatore che misura la situazione di indebitamento di un'azienda.
Nel decidere quale leva finanziaria adottare, la banca deve valutare due fattori: ovvero che una maggiore leva finanziaria indica anche una quantità maggiore di profitto atteso, d’altro canto implica un maggior livello di rischio, e quindi fallimento.
Supponiamo che il rendimento atteso delle attività sia pari al 5%, e che il rendimento atteso delle passività sia pari al 4%, quindi il profitto atteso sarà uguale a 100x5% − 80 x 4% = 1,8, mentre visto che gli azionisti hanno investito 20 nella banca il loro profitto sarà 1,8/20 = 9%.
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Aumentando la sua leva finanziaria, e cioè diminuendo il capitale investito dagli azionisti, la banca è in grado di aumentare i profitti attesi per unità di capitale.
Per quale ragione allora la banca non sceglie un’elevata leva finanziaria?
Perché una maggior leva finanziaria implica un più elevato rischio che il valore delle attività diventi minore di quello delle passività, e a sua volta, che implica un maggior rischio di insolvenza da parte della banca.
Essa deve quindi scegliere una leva finanziaria che bilanci questi due fattori.
Una leva finanziaria troppo bassa implica troppo poco profitto.
Una leva troppo alta implica un rischio di insolvenza, e quindi di bancarotta.
È utile sapere che una riduzione dell’attivo di una banca in un modo o nell’altro provochi una riduzione dei prestiti concessi.
Mentre nel caso in cui, gli investitori abbiano dei dubbi sul valore dell’attivo di una banca, che sia vero o no, provoca una riduzione drastica nei confronti della stessa. Situazione, questa, che porta a una riduzione della fiducia degli investitori nei confronti della banca, che riterranno utile ritirare i propri fondi, se ancor peggio, la leva finanziaria è troppo alta, causerà un effetto a catena che porta ad un’eccessiva riduzione della fiducia, e quindi dopo una corsa agli sportelli al fallimento della stessa. E si sottolinea che questo è quello che succede anche se i dubbi degli investitori fossero totalmente infondati, portando una banca inizialmente perfettamente solvente, alla situazione di insolvenza e successivamente alla bancarotta.
Il problema si fa ancora più grande quando le passività della banca sono formate da conti correnti depositi a vista. A vista, ciò vuol dire che è possibile prelevare senza preavviso i propri fondi.
In termini di liquidità:
- Minore è la liquidità delle attività, ovvero, maggiore è la difficoltà che la banca incontra nel venderle, maggiore è il rischio di svenderle in caso di corsa agli sportelli, e quindi che la banca diventi insolvente e che fallisca.
- Maggiore è la liquidità delle passività, maggiore è la facilità con cui gli investitori possono prelevare i loro fondi senza o con poco preavviso, maggiore è il rischio di svendite e che la banca diventi insolvente e fallisca.
Il modello IS-LM esteso
Adesso che abbiamo chiarificato qual è la distinzione tra tasso di interesse nominale e reale, è utile ricordare anche la differenza tra il tasso di interesse al quale prendono a prestito le banche, ovvero enti con un livello di rischio minore, dagli individui che prendono a prestito, soggetti con un livello di rischio maggiore.
Possiamo riscrivere il modello IS-LM applicando queste nostre considerazioni:
Y = C(Y − T) + I(Y, i − πet+1 + x) + G.
Relazione IS =>.
Relazione LM => i = ī.
Abbiamo inserito nella relazione IS:
- L’inflazione attesa, riflette il fatto che le decisioni di spesa, a parità di ogni altro fattore, dipendono dal tasso di interesse reale, piuttosto che da quello nominale.
- Il premio per il rischio.
Le due equazioni ci dimostrano che il tasso di interesse che caratterizza la relazione LM, adesso chiamato tasso di policy, non è più lo stesso, anche se la influenza, che figura nella relazione IS, tasso sui prestiti, i=r+x, ovvero il.
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Supponiamo che per qualche ragione x aumenti, ad esempio perché gli investitori sono diventati più avversi al rischio, oppure perché una banca ha dichiarato bancarotta, quindi per un dato tasso di interesse nominale i, il tasso sui prestiti r+x crescerebbe, e questo provocherebbe una riduzione della domanda e quindi una riduzione della produzione. In questo modo è facile capire perché una crisi, o shock, che colpisce il sistema finanziario può tranquillamente avere delle ripercussioni macroeconomiche, quindi condurre ad una recessione.
Shock finanziari e politica economica
4. Il modello IS-LM esteso.
Shock finanziari e politica economica.
Ipotizziamo uno shock finanziario avverso. Cosa può fare la politica economica in queste situazioni?
Per quanto riguarda la politica fiscale, che sia un aumento della spesa pubblica o una riduzione delle imposte, in un primo momento aumenterebbe la produzione, tuttavia il governo si esporrebbe ad un rischio di accrescimento del disavanzo di bilancio.
La politica monetaria è quella che ha più voce in capitolo, infatti di fatto scegliendo il tasso nominale, tasso policy, e quindi il tasso reale, ha un grande potere, ovvero il potere di abbassare il tasso in modo tale da fare tornare l’equilibrio iniziale al punto A, trovando quel valore di r, che permette di mitigare l’aumento di x e lasciare invariato: r+x, ovvero il tasso di interesse rilevante per le decisioni di spesa.
Capitolo VI. I mercati finanziari II: il modello IS-LM esteso 18.
4. Il modello IS-LM esteso.
Shock finanziari e politica economica.
Si nota come il tasso di interesse tale per cui il tasso reale più il premio per il rischio ritorni alla situazione di equilibrio è sotto lo Zero Lower Bound.
Ovviamente sappiamo che la banca centrale non può impostare un livello di tasso nominale minore dello 0%.
Tuttavia bisogna ricordare che ciò che stiamo osservando è il tasso di interesse reale r, che sì, dipende dal tasso di policy, ma anche dall’inflazione attesa, quindi in una situazione di questo tipo il valore del tasso reale sarà dato: er = − π.
Il reale problema della crisi del 2008-09, nasce proprio da questo, che il tasso nominale era già in una situazione di stallo, zero lower bound, mentre l’inflazione attesa da sola non riusciva a mitigare il problema essendo inferiore a x.
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Crisi
Durante la crisi del 2008, le banche, come tutti, tendevano a sottostimare il rischio di fallimento da parte dei loro debitori, cercando sempre di più di alzare la loro leva finanziaria, tuttavia questo era possibile solo fino ad un certo punto, visto che la regolamentazione poneva un limite, ovvero mantenere il rapporto fra capitale e impieghi al di sopra di un certo livello, così per arginare la regolamentazione alcuni istituti creano le Vis, veicoli di investimento strutturato, veicoli che erano delle società finanziarie di cui la banca si faceva garante in caso di solvibilità nel caso fallissero, così da poter ampliare le loro operazioni senza però pesare sul loro bilancio regolamentato, dal lato delle passività effettuavano debiti a breve termine, dal lato delle attività detenevano varie forme di attività.
Quando i prezzi delle case cominciarono a scendere e molti mutui ipotecari andarono sott’acqua, il valore delle attività dei Vis crollò, mettendo in discussione la solvibilità degli stessi, e di riflesso su quella della banca che la gestiva.
Concetto di cartolarizzazione = la creazione di attività finanziarie sulla base di un insieme di altre attività, come un insieme di prestiti o insieme di mutui ipotecari. Sembrerebbe una buona idea, si pensi ad un banca di Palermo che detiene solamente mutui ipotecari di residenti in questa città, nel caso la stessa fosse soggetta ad una crisi immobiliare, o ci fosse un terremoto, allora la banca fallirebbe. Quindi la cartolarizzazione nasce come un modo per diversificare il rischio e aumentare l’offerta di fondi alle famiglie e alle imprese.
Ma porta con sé due grandi rischi:
- Il primo è che quando una banca, con un’operazione di cartolarizzazione, vende il mutuo ipotecario che ha emesso e quindi lo rimuove dal suo bilancio, ha poco interesse nello scoprire se di fatto quel debitore è in grado di ripagare il suo debito.
- Il secondo è dovuto all’errore di valutazione del rischio da parte delle agenzie di rating.
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Per la loro scarsa trasparenza questi strumenti finanziari vennero definiti titoli tossici.
Concetto di finanziamento all’ingrosso = oltre ai depositi di conto corrente, le banche cominciarono a prendere a prestito a breve termine da altre banche o investitori per finanziare l’acquisto delle loro attività. I Vis furono finanziati interamente tramite questo strumento.
Aveva un lato positivo: ovvero che le banche avevano la possibilità di avere maggiore flessibilità nell’avere fondi da destinare all’acquisto di attività.
Un lato negativo: ancora una volta si riconduce alla situazione che le banche e i Vis avevano passività più liquide di quanto non lo fossero le attività, era difficile vendere le attività se non a prezzo scontato.
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