Latino 2 Lucano lezione 2
Secondo il principio dell’imitatio Alexandri, molto diffusa in quel periodo, come Aristotele fu il precettore di Alessandro Magno, così Seneca era il precettore di Nerone. Nonostante Svetonio non sia benevolo con Nerone, gli riconosce, in una prima fase, delle azioni di governo illuminate: nella politica edilizia, per esempio, di prevenzione degli incendi soprattutto nella Suburra, dove costruì, davanti alle Insulae, i porticati; nella politica economica, poiché svalutò il sesterzio.
Dopo la tragedia di Agrippina si ruppero i legami con Seneca. Lucano, inizialmente, ha goduto delle simpatie dell’imperatore, ricevendo anche cariche onorevoli ma, sia Tacito che Svetonio, riguardo ai dissapori tra Lucano e l’imperatore, attribuiscono a questo l’invidia di Nerone. Lucano scriveva anche i mimi.
La fine tragica di Lucano è connessa alla Congiura di Pisone: un gruppo di congiurati ambiva ad uccidere l’imperatore Nerone, ce lo racconta Tacito nel XV libro degli Annales, a Baia, una località dove Nerone trascorreva periodi di relax, anche perché, per stare più tranquillo, aveva meno soldati al suo seguito. Nerone, scoperta la congiura, li condanna a morte attraverso il suicidio imposto.
Seneca, molto probabilmente, non era per nulla implicato nella congiura anche perché, dopo la morte di Agrippina, si allontanò dalla corte ritirandosi a vita privata. Tacito ci racconta che Nerone gli inviò dei centurioni che gli annunciarono la condanna. La morte di Seneca è la tipica morte del saggio stoico: si taglia le vene ma non riesce a morire, si immerge in una vasca d’acqua calda per accelerare la morte.
Tacito fa un bruttissimo ritratto di Lucano: lo accusa addirittura di aver denunciato la sua stessa madre per salvarsi dalla congiura. Anche Lucano, come Seneca, si tagliò le vene e, mentre muore, recita dei versi scritti da lui stesso che rappresentano la morte di un soldato che inneggia al valore e alla virtù.
Il Bellum Civile è un’opera che stravolge i canoni dell’epica, che è sempre stata un’epica celebrativa: il poema di Lucano non è un poema di celebrazione, non viene cantata la grandezza, ma la tragedia, ed è dedicato al perché Roma ha perso la libertà. Non è più dedicato ad un argomento mitico-storico, qui viene raccontato un evento recentissimo, era passato un secolo, ed era un episodio che ancora bruciava, non era una vittoria.
Caligola non fece senatore il suo cavallo, era semplicemente una provocazione contro i magistrati corrotti. Claudio diventò imperatore a più di 50 anni, non promosse la cultura ma la praticò, fu autore di opere storiografiche, di linguistica.
Lucano non ha un approccio scientifico, sine ira et studio, il suo sguardo sulle guerre civili è astioso, doloroso, perché è lì il cuore del problema, Lucano è avversario di ogni tirannide, e individua nelle guerre civili la nascita di questo problema. I due personaggi principali, Cesare e Pompeo, sono i ritratti di questa colpa, entrambi responsabili della tragedia, e Lucano, pur essendo repubblicano, non esprime particolare simpatia per Pompeo.
Cesare è la causa prima del male, è lui che ha infranto il diritto, è lui che ha passato il Rubicone, è lui che ha scatenato la guerra e, tuttavia, Lucano lo apprezza, ne riconosce la genialità, l’audacia, l’intelligenza strategica e, se Pompeo è paragonato ad una quercia statica che non ha più linfa per produrre nuove fronde, Cesare è paragonato ad un fulmine, un fulmine veloce, che brucia, che abbaglia.
Lucano è la figura più rappresentativa di un poeta inquieto, inquieto perché anche giovane, aveva circa 21 anni quando scrisse l’opera. Sono completamente assenti gli dei o, se ci sono, contano ben poco. Lucano è un poeta dotto, e ci tiene a far sfoggio della sua dottrina, e talvolta usa perifrasi difficilissime.
Lucano inizia con un proemio, che contiene anche la propositio, cioè l’annuncio dell’argomento del canto. Canimus è il verbo tipico dell’epica. L’invocazione è rivolta a Nerone, al quale chiede di dargli ispirazione.
“Canimus bella plus quam civilia per campos Emathios et ius datum sceleri, et populum potentem conversum dextra victrici in sua viscera, et acies cognatas, et rupto foedere regni certatum concussi totis viribus orbis in nefas commune, et signa obvia signis infestis, aquilas pares et pila minantia pilis.”
“Canto guerre più che civili, peggiori di quelle civili, che si sono svolte/combattute nei campi dell’Emazia e canto il diritto offerto/ceduto alla scelleratezza/delitto, il diritto consegnato al delitto, e canto un popolo potente, quello Romano, scagliato/che si è rivoltato contro le sue stesse viscere attraverso la destra vittoriosa e canto le schiere congiunte/imparentate, perché erano tutti romani, e dopo aver rotto il patto del regno/del potere, la rottura del primo triumvirato, cantiamo una lotta condotta con le forze tutte unite del mondo sconvolto in uno scempio/delitto/scelleratezza comune e canto le insegne opposte alle insegne nemiche, vessilli di legioni romane opposte a vessilli di altre legioni romane, e canto aquile uguali, simbolo della legione romana, che doveva essere salvata a tutti i costi e, infatti, quando veniva conquistata dall’altro popolo era il segno della disfatta più ignominiosa, e giavellotti/dardi che minacciano altri dardi”.
Emazia: è la terra d’Oriente, tra la Tessaglia e la Macedonia.
La serie di accusativi che seguono sono il complemento oggetto del verbo canimus.
Allude a Cesare che ha passato il Rubicone con il termine “sceleri”.
Rupto foedere regni: ablativo assoluto.
Regni viene da rex.
Certatum: supino che si può sostantivizzare.
Traduzione mia
“Cantiamo, ma è Canto, guerre più che civili, peggiori di quelle civili, per i campi d’Emazia, e cantiamo il diritto concesso/dato alla scelleratezza/delitto, e cantiamo un popolo potente volto(si) con la destra vittoriosa nelle sue viscere, e cantiamo le schiere imparentate, e infranto il patto del regno/potere, cantiamo una lotta con tutte le forze del mondo sconvolto in una nefandezza comune, le insegne opposte alle insegne nemiche, aquile, nel senso di legioni, uguali e dardi che minacciano dardi.
- Canimus: I persona plurale presente, cano, is, cecini, cantum, ere (3)
- Datum: participio perfetto; do, das, dedi, datum, dare
- Sceleri: dativo di scelus, III declinazione
- Potentem: participio presente da possum, potes, potui, posse
- Conversum: participio perfetto da converto, is, verti, versum, ere (3), in+accusativo
- Victrici: ablativo da vicari, III declinazione
- Rupto foedere: ablativo assoluto, con rupto participio passato da rumpo, is, rupi, ruptum, ere (3)
- Foedere: da foedus
- Concussi: participio perfetto genitivo, da concutio, is, cussi, cussum, ere (3)
- Pares: da par, aggettivo II classe
- Minantia: participio presente dal verbo deponente minitor, aris, atus sum, ari.
Lezione 3
“Praebere cruorem Latium invisis gentibus” verso aureo
“Cum Babylon superba foret spolianda trophaeis”
“Placuit geri bella habitura nullos triumphos”
“Quantum terrae pelagique potuit parari hoc quem civiles dextrae hauserunt sanguine”
“Unde venit Titan, et ubi nox condit sidera, quaque dies medius fragrantibus horis aestuat et qua bruma rigens ac nescia vere remitti adstringit glacialem pontum frigore Scythico”
“Iam isset sub iuga iam Seres, iam barbarus Araxes, et gens si qua iacet conscia nascenti Nilo”
“Si tantus amor tibi belli nefandi, cum orbem totum sub Latias leges”
“Moenia pendent quod semirutis tectis urbibus Italiae”
“Domus tenentur nullo custode et rarus habitator errat in urbibus antiquis”
“Quod horrida inarata dumis multosque per annos”
“Desunt manus arvis poscentibus”
“Alta sedent vulnera civilis dextrae”
“Quod si non invenere aliam viam fata venturo Neroni”
“Non nisi potuit post bella saevorum gigantum”
“Scelera ista nefas placent hac mercede”
“Pharsalia inpleat diros campo set Poeni manes saturentur sanguine”
“Et classes quas premit aspera Leucas et bella servilia sub ardenti Aetna”
“Cum tu petes serus astra statione peracta, regia praelati caeli excipiet gaudente polo”
“Seu tenere sceptra, seu te conscendere currus flammigeros Phoebi”
“Lustrare tellurem temente nihil mutato sole igne vago”
“Quale follia, o cittadini, quale così grande/sconsiderato arbitrio nell’uso delle armi offrire sangue latino a popoli nemici! Mentre la superba Babilonia doveva essere spogliata dei trofei Ausoni e l’ombra di Crasso errava invendicata, piacque condurre guerre destinate a non avere/che mai avrebbero avuto/celebrato alcun trionfo? Ahimè quanto di terra e di mare, quante terre e quanto mare, avrebbero potuto portare a sé/conquistare ciò che invece hanno bevuto con il sangue/succhiato di sangue le destre civili, i luoghi dove sorge Titano, e dove la notte nasconde le stelle, e là dove il giorno/mezzogiorno brucia nelle ore più calde/più accese di luce e dove la fredda/rigida bruma, che non conosce il ritorno della primavera, gela/irrigidisce il mare glaciale/di ghiaccio con il freddo della Scizia!
Sotto il giogo già sarebbero passati i Serii, periodo ipotetico di terzo tipo, dell’impossibilità, già il barbaro Arasse, e il popolo, se esiste, che conosce il Nilo che nasce. Allora, o Roma, se così grande/immenso è il tuo desiderio/la tua brama di una guerra sconsiderata/nefanda, quando tutto il mondo avrai sottomesso alle leggi latine, solo allora rivolgi le tue armi contro te stessa; per adesso non ti mancano i nemici.
Ma adesso mentre le mura minacciano di cadere/sono pericolanti sui tetti semidistrutti nelle città d’Italia e altri muri minacciano di cadere/sono sul punto di crollare e i massi giacciono su se stessi e le case non sono più custodite da nessuno/non sono più protette da nessun custode e ormai rari/pochissimi abitanti errano/vagano disperati nelle antiche città e ora che l’Esperia che fa paura per i rovi e non è più coltivata per molti anni, e mancano mani/braccia ai campi che le richiedono/cercano, non tu, Pirro feroce, né il Cartaginese fu autore di così enormi stragi/disfatte; a nessun ferro/arma è toccato di penetrare così in profondità, negli animi del popolo romano; siedono alte le ferite delle destre civili.
Che, se i fati non hanno trovato una via diversa per Nerone venturo, all’avvento di Nerone/a Nerone che era destinato a giungere e se gli eterni regni degli dei e lo stesso cielo non sono stati preparati in altro modo a servire al proprio Tonante, e se non solo dopo le guerre dei crudeli giganti, ormai, o dei, nient’altro chiediamo, gli stessi atti scellerati e lo stesso misfatto si giovano di questa ricompensa; Farsalo/i fatti di Farsalo ha riempito i campi crudeli/tremendi e i Manii dei Cartaginesi si sono saziati di sangue; gli ultimi scontri concorrano/si scontrino l’uno contro l’altro nella funesta Munda; a tutto questo si aggiungano, o Cesare, Nerone, la fame di Perugia e le fatiche di Modena e la flotta che subì i marosi dell’aspra Leucade e le guerre servili sotto l’Etna che bruciava di fuoco: tuttavia Roma deve molto alle guerre civili, perché tutta questa guerra/azione si è svolta per te.
Ma tu, quando raggiungerai il più tardi possibile, le stelle, una volta che avrai compiuto la tua missione, la reggia/il palazzo reale del cielo che tu stesso avrai scelto, il luogo scelto prescelto all’interno del cielo, ti accoglierà mentre tutto l’universo gioisce; sia che tu voglia tenere lo scettro, sia che tu voglia salire sul carro di Febo che porta la fiamma e illuminare la terra per nulla intimorita dal nuovo sole con un fuoco che vagheggia/che si muove, da dovunque qualunque nume cederà alle tue volontà, e la stessa natura lascerà a te il diritto, quale dio vuoi essere, dove collocare il tuo regno sul/del mondo.”
- Licentia: da licet
- Habitura: participio futuro, essere destinato a/essere sul punto di
- Quantum: genitivo partitivo
- Lapsis viene da labor
- Invenere: perfetto arcaico
- Venturo: participio futuro
- Quod: proposizione causale
- Gaudente polo: ablativo assoluto
Traduzione mia
“Quis furor, o cives, quae tanta licentia ferri praebere cruorem Latium gentibus invisis! Cumque superba Babylon foret spolianda trophaeis Ausoniis et umbra Crassus erraret inulta, placuit geri bella habitura nullos triumphos? Heu quantum terrae et pelagi potuit parari hoc sanguine quem dextrae civiles hauserunt, unde venit Titan, et ubi nox condit sidera, et qua dies medius aestuat horis flagrantibus et rigens bruma qua nescia remitti ac vere adstringit pontum glacialem frigore Scythico! Iam isset sub iuga Seres, iam barbarus Araxes, et gens si iacet qua conscia nascenti Nilo. Tum, Roma, si tantus amor tibi belli nefandi, cum miseris totum orbem sub leges Latias, verte manus in te; nondum tibi defunti hostis.
At nunc quod urbibus Italiae moenia pendent tectis semirutis et ingentia saxa iacent muris lapsis et domus tenentur nullo custode et rarus habitator errat in urbibus antiquis, quod Hesperia horrida dumis est inarata per multos annos et desunt manus arvis poscentibus, non tu, Pyrrhe ferox, nec Poenus erit auctor tanti cladibus; nulli ferro contigit descendere penitus; alta sedent vulnera dextrae civilis.
Quod si fata non invenere aliam viam Neroni venturo et magno regna aeterna parantur deis et caelum non potuit servire suo Tonanti nisi post bella gigantum saevorum, iam, o superi, querimur nihil, ista scelera et nefas placent hac mercede; Pharsalia inpleat campos diros et manes Poeni saturentur sanguine; ultima proelia concurrant funesta Munda; his fatis, Caesar, accedant fames Perusina et labores Mutinae et aspera Leucas quas premit classes et bella servilia sub Aetna ardenti: tamen Roma debet multum armis civilibus, quod res acta est tibi.
Cum tu, peracta statione serus petes astra, regia caeli praelati excipiet polo gaudente; seu te iuvet tenere sceptra, seu conscendere cursus flammigeros Phoebi, et lustrare igne vago tellurem nihil temente mutato sole, tibi cedetur ab omni numine, et natura delinque tui iuris, quis deus velis esse, ubi ponere regnum mundi.”
“Quale follia, o cittadini, quale così grande arbitrio del ferro, delle armi, offrire sangue latino a popoli nemici! Mentre la superba Babilonia si doveva spogliare dai trofei Ausonii e mentre Crasso vagava con l’ombra invendicata, piacque/sembrò opportuno che fossero fatte, combattute, guerre destinate a non avere alcuni trionfi? Ahimè, quanto di terre e di mare, quante terre e quanto mare, si sarebbe potuto procurare con questo sangue, che le destre civili versarono/consumarono, da dove viene/sorge Titano, il Sole, e dove la notte nasconde le stelle, e dove il mezzogiorno ribolle/divampa nelle ore ardenti e dove la rigida/fredda bruma, il freddo inverno, che non sa calmarsi/mitigarsi addirittura, nemmeno, in primavera, stringe il mare ghiacciato con il freddo Scitico!
Già i Seri, già il barbaro Arasse sarebbe, sarebbero, passati sotto i gioghi e il popolo, se è situato, se esiste, consapevole in qualche modo del Nilo che nasce, che sa dove nasce il Nilo. Allora, o Roma, se il desiderio di una guerra nefanda è così grande, dopo che/quando avrai sottomesso tutto il mondo sotto le leggi latine, rivolgi le mani contro te stessa; non ancora ti mancarono, mancano, i nemici.
Ma ora che nelle città d’Italia le mura pendono/sono sospese/penzolanti sui tetti semidistrutti e immensi macigni giacciono sui muri caduti e le case non sono tenute/governate da nessun custode e un isolato abitante vaga nell’antica città, ora che l’Esperia, incolta/irta per i cespugli, e non è arata per molti anni e mancano le mani, braccia, ai campi che le richiedono, non tu, Pirro feroce, né il Punico, Cartaginese, sarà l’artefice per/di così grandi sciagure; a nessun ferro, arma, toccò di penetrare profondamente/radicalmente; alte/profonde siedono le ferite della destra civile.
Poiché, se i fati non trovarono un’altra strada per Nerone venturo, per l’avvento di Nerone, per Nerone che sarebbe arrivato, destinato ad arrivare, e a/con grande/caro prezzo i regni eterni si preparano/sono preparati agli dei e il cielo non potè servire il suo Tonante, Giove, avere cura del suo Tonante, servio + dat., se non dopo le guerre dei giganti crudeli, ormai, o Celesti, nulla lamentiamo, non ci lamentiamo di nulla, queste disgrazie e nefandezze sono gradite per questa ricompensa; Farsalo riempia i campi funesti e i Mani Cartaginesi si sazino/siano saziati con il sangue; le ultime battaglie si scontrino nella funesta Munda; a questi destini, o Cesare, si aggiungano la fame perugina di Perugia e le fatiche modenesi di Modena e l’aspra Leucade che opprime/schiaccia le flotte e le guerre servili sotto l’Etna ardente: tuttavia Roma deve molto alle armi, guerre, civili, poiché l’impresa è stata fatta/compiuta per te.
Quando tu, condotta a termine/compiuta la funzione/carica, tardo ti dirigerai verso le stelle, la reggia del cielo prescelto, la reggia prescelta del cielo, ti accoglierà nella volta celeste che gioisce; sia che ti piaccia reggere gli scettri, sia che ti piaccia salire sui carri infiammati di Febo, e illuminare, ma anche purificare, percorrere, con fuoco errante la terra per nulla intimorita dal sole cambiato, a te sarà ceduto da ogni divinità e la natura del tuo diritto lascerà scegliere, la natura ti lascerà il diritto di scegliere, quale dio voglia essere, dove collocare il regno del mondo.”
- Praebere: infinito presente da praebeo, es, bui, bitum, ere (2)
- Invisis: participio perfetto da invideo, es, vidi, visum, ere (2)
- Foret: congiuntivo imperfetto da sum
- Spolianda: gerundivo, perifrastica passiva, da spolio, as, avi, atum, are
- Erraret: congiuntivo imperfetto da erro, as, avi, atum, are
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Lucano, Marziale, Petronio
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Lucano, Farsalia 1 1-182
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Lucano, Bellum civile (Pharsalia). Scansione metrica dell'intera opera
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Traduzione e analisi letterale Consolatio ad Helviam matrem di Seneca