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Linguistica italiana

Il linguaggio

Il linguaggio è la facoltà generale di esprimere, rappresentare e comunicare mediante sistemi di segni. Con linguaggio intendiamo la facoltà di associare dei contenuti a espressioni con lo scopo di manifestare tale contenuto; in pratica, con lo scopo di comunicare. Ogni testo rappresenta un atto comunicativo. Dato il suo carattere comunicativo, nell’accezione più generale, il linguaggio è pertanto un "sistema simbolico di comunicazione", ossia un sistema di segni atto alla comunicazione (un codice) in cui l'informazione, che passa da un mittente ad un ricevente, è codificata in modo simbolico. La singola entità che fa da supporto alla comunicazione o al passaggio di informazioni è un ‘segno’. Nell’uso più comune, il segno è qualcosa che sta per qualcos’altro e serve per comunicare questo qualcosa. È quindi l’unità fondamentale della comunicazione.

Arbitrarietà del segno linguistico

In linguistica, l'arbitrarietà è una delle caratteristiche del segno linguistico. Si parla di arbitrarietà (in contrapposizione all'iconicità) in quanto gli elementi del segno linguistico non sono naturalmente "motivati" ma dipendono da una (tacita) convenzione tra i parlanti di una lingua. Un codice iconico ha il vantaggio di non dover essere appreso e richiede pochissimo sforzo per imparare a decodificarlo; d’altra parte, un codice arbitrario favorisce la creazione di segni sempre nuovi ed è perciò tendenzialmente aperto. Combinando segni semplici (da soli privi di significato) è possibile ottenere segni complessi (parole, testi…). La lingua è un sistema di segni e non un elenco di segni, nel senso che non è una semplice nomenclatura, una serie di etichette da applicare alle cose, ma bensì un insieme di rapporti che le unità intrattengono fra loro e dai quali risultano sintatticamente condizionate.

Fonetica e fonologia

La fonetica è una disciplina generale. Si occupa dei suoni nella loro completezza e descrive come sono articolati, trasmessi e ricevuti. Dunque, può essere descritta come la descrizione e classificazione dei suoni linguistici in base alle loro caratteristiche fisiche. Si tratta dunque di una disciplina generale. La fonologia è la disciplina che si occupa di descrivere il funzionamento dei suoni di una data lingua. Si tratta dello studio dei suoni linguistici da un punto di vista astratto, in base alle relazioni che intercorrono tra loro all’interno di un sistema linguistico. La fonologia differisce per ciascuna lingua. La fonetica descrive i foni: i foni sono entità linguistiche e fonetiche concrete, così come vengono prodotte materialmente dall’apparato fonatorio umano. La fonologia considera i fonemi: i fonemi sono classi di foni da intendere in senso astratto, che hanno cioè un valore distintivo e, seppure non portatori di significato, possono differenziare due parole. La differenza tra foni e fonemi può essere chiarita dalla “prova di commutazione” in parole che divergono solo per la presenza di un suono (cane-pane, casa-cara). Se la sostituzione non determina una parola diversa, il suono che abbiamo sostituito è un fono ma non un fonema, se invece il suono concorre a distinguere il significato delle coppie minime, allora è un fonema.

Allofoni

Allofoni: realizzazioni foneticamente diverse di uno stesso fonema (es: r vibrante alveolare ed r “moscia” alla francese uvulare). Possono essere:

  • In variazione libera, se è il parlante a decidere quali usare
  • In variazione combinatoria, se il suono cambia in base al suo contesto fonetico (es. n nasale ≠ n pronunciata prima di una consonante velare)

Descrizione fisiologica della produzione di suoni linguistici

Descrizione fisiologica della produzione di suoni linguistici (apparato fonatorio umano):

  • Il flusso d’aria è egressivo, cioè dai polmoni risale verso l’alto fuoriuscendo dal naso o dalla bocca (dando origine rispettivamente a suoni nasali oppure orali);
  • La zona compresa tra la laringe (dove si trovano le corde vocali) e le labbra, o il naso, è denominata tratto vocale: la modalità di fuoriuscita del flusso d’aria è chiamata modo di articolazione, mentre e la parte del tratto vocale che svolge un ruolo attivo nell’articolazione del fono è il punto di articolazione.

Infine, va considerato se durante l’articolazione del suono le corde vocali vibrano oppure no. La vibrazione delle corde vocali produce un suono sonoro; la mancata vibrazione produce un suono sordo. La distinzione sonorità/sordità è tratto di marcatezza (± sonoro) e ha valore distintivo per le consonanti, cioè può produrre variazioni di significato.

Repertorio vocalico

Le vocali sono suoni emessi senza che il flusso d’aria egressivo trovi opposizione. Infatti, nella cavità orale l’aria che esce dai polmoni non incontra nessuna opposizione. Tutte le vocali sono sonore. Esistono inoltre suoni semivocalici e semiconsonantici, con i quali si formano i dittonghi: la semivocale segue la vocale tonica (/w/ in «àuto»), la semiconsonante la precede (/w/ in «buòno»). Il repertorio dell’italiano comprende:

  • 7 vocali toniche, 5 vocali atone
  • Nessuna vocale nasale
  • Nessuna vocale turbata
  • Non c’è in italiano la schwa

Tra le sette vocali toniche distinguiamo:

  • La /a/, centrale
  • La e aperta, la e chiusa e la /i/, anteriori
  • La /u/, la /o/ e la c aperta, posteriori

Le vocali anteriori (o palatali) e posteriori (o velari) prevedono vari gradi di apertura, determinati dallo spostamento della lingua l’articolazione dei suoni. L’italiano standard ha quattro gradi di apertura vocale:

  • Aperta (o bassa) /a/
  • Vocali semiaperte (medio-basse) /e/ ed /o/ "aperte"
  • Vocali semichiuse (medio-alte) /e/ e /o/
  • Vocali chiuse /i/ e /u/

La quantità vocalica non ha valore distintivo (sillaba chiusa vs. sillaba aperta). Le vocali finali di parola sono sempre brevi, anche quando toniche.

Repertorio consonantico

Le consonanti sono suoni in cui la pronuncia incontra un ostacolo in qualche parte dell’apparato fonatorio. L’italiano possiede sei classi di consonanti raggruppate per modo di articolazione, cioè il modo in cui l’aria fuoriesce dalla bocca:

  • Occlusive: chiusura totale del tratto vocale, seguita dall’emissione di aria;
  • Fricative: chiusura parziale del tratto vocale, con frizione durante il passaggio dell’aria. L’articolazione delle fricative può avere una durata;
  • Affricate: combinano una fase occlusiva e una fricativa (e la scrittura fonetica si avvale della combinazione dei due segni);
  • Nasali: l’aria fuoriesce dalla bocca e dal naso. Oltre ai fonemi nasali, ci sono due allofoni (o varianti combinatorie) in italiano. Sono tutte sonore;
  • Vibranti: un articolatore (lingua o ugola) vibra durante il passaggio dell’aria. La vibrante è sonora;
  • Laterali: la lingua è innalzata al centro e il flusso d’aria passa ai lati di essa. Sono tutte sonore;

Suoni consonantici secondo il luogo di articolazione

  • Bilabiali: /p/, /b/, /m/
  • Labiodentali: /f/, /v/
  • Alveolari: /t/, /d/, /s/, /z/, /ts/, /dz/, /n/, /l/, /r/
  • Prepalatali (o palatoalveolari)
  • Palatali
  • Velari

Esistono inoltre due suoni semiconsonantici (o, come detto, semivocalici, a seconda della posizione rispetto alla vocale tonica), detti approssimanti (perché due organi fonatori si avvicinano senza toccarsi). Sono tutti sonori.

Differenza tra dittongo e iato

Il dittongo è l’unione fra una vocale e una semiconsonante o una semivocale. Il dittongo viene pronunciato con una sola emissione di voce. Può essere ascendente (liàna), nei casi in cui la semiconsonante precede la vocale tonica, o discendente (àuto), quando la semivocale segue la vocale tonica. Esistono anche i trittonghi: tuoi, buoi, guai.

Lo iato è invece una sequenza di due vocali che si pronunciano separatamente, con due emissioni di voci diverse: nessuno dei due suoni è semiconsonantico/semivocalico: zìo, paùra, beàto, ecc. Ciascuna vocale occupa una propria sillaba, mentre nel dittongo la vocale tonica è nella stessa sillaba della semiconsonante o semivocale.

Alfabeto di scrittura ≠ sistema fonologico

I grafemi (il segno grafico elementare e non ulteriormente suddivisibile che costituisce l'unità minima dei segni di scrittura) in italiano sono 21 (più 5 provenienti da altri alfabeti), di cui 5 riservati alle vocali e 15 alle consonanti, più una “lettera muta” (H) che ha valore diacritico: non corrisponde a un suono, ma serve a determinare la giusta pronuncia. Manca perciò una corrispondenza biunivoca tra suoni e lettere. Ciò è dovuto a ragioni storiche: conservatività del sistema scrittorio rispetto all’evoluzione della lingua. Lo scarto tra fonologia e grafia è dovuto a motivazioni storiche. Poiché la scrittura è la rappresentazione grafica della lingua, essa è più lenta a recepire il cambiamento linguistico. La conseguenza è che in italiano (così come nelle altre lingue) possono permanere grafie non più rappresentative dell’effettiva pronuncia, magari addirittura di origine latina. Il rapporto fra grafemi e fonemi infatti non è sempre biunivoco:

  • La distinzione tra vocali aperte e chiuse non è segnalata graficamente
  • “i” e “u” sono usati sia per le vocali che per le semiconsonanti/semivocali
  • “s” e “z” non rendono la differenza fra consonante sorda e sonora

Alcuni fonemi possono essere rappresentati da digrammi, cioè da sequenze di due grafemi (per es. gl, gn, sc: agli, ogni, scelta), oppure da trigrammi, cioè sequenze di tre grafemi (per es. gli, sci: aglio, sciame). In altri casi si ha corrispondenza non perfetta tra un fonema e più di un grafema diverso che lo rappresenti: per es. /k/ può essere scritto c, ch oppure q: casa, chiave, quadro. In alcuni casi si ricorre a un trigramma: sci e gli davanti a vocale diversa da i.

La sillaba

Unità intermedia fra fonema e parola. Individua una porzione di parola in cui si avverte un picco di sonorità, che ricade sul nucleo della sillaba. In italiano, solo le vocali possono occupare il nucleo della sillaba, in quanto più sonore delle consonanti. Una sillaba può essere formata da una vocale (a-mo-re), da un dittongo (uo-mo) o trittongo (a-iuo-la); oppure da vocale, dittongo, trittongo seguiti o preceduti da una consonante (sa-pe-re, pie-de, fi-gliuo-lo). I tipi più frequenti di sillaba italiana seguono la scrittura CVC O CV. In italiano vige il principio di isocronia sillabica: tutte le sillabe hanno più o meno la stessa durata. Se la sillaba si conclude con una vocale, si dice libera o aperta; se la sillaba si conclude con una consonante, essa è implicata o chiusa.

L’accento

Elemento soprasegmentale: dà una forza particolare a una determinata sillaba. In italiano è mobile e può trovarsi in varie posizioni:

  • Sull’ultima sillaba nelle parole ossitone
  • Sulla penultima sillaba nelle parole parossitone
  • Sulla terzultima nelle parole proparossitone

I monosillabi deboli (alcune parole composte da una sola sillaba) non hanno accento, ma si legano in proclisi o enclisi alla parola che li precede o li segue (mi lavo; dimmi). L’enclisi è univerbata.

Incontri fra due parole

  • Assimilazione parziale: la nasale dell’articolo indeterminativo un è pronunciata in modo diverso in base al tipo di consonante che segue
  • Elisione: incontro fra la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola seguente; per evitare lo iato la prima vocale cade. Segnalata tramite l’apostrofo (una elica>un’elica).
  • Troncamento: caduta della vocale atona o della sillaba finale di una parola, non innescata da incontro fra vocali. Non segnalato da apostrofo (buon uomo, un cane).

Raddoppiamento o rafforzamento

Avviene quando la consonante iniziale di una parola si intensifica per effetto della parola che la precede (es: a casa>/a k:asa/). Provocato da:

  • Monosillabi forti (pronunciabili con accento, come tè, è, do)
  • Alcuni monosillabi deboli (che non possono mai avere l’accento fonetico, come di, a, da, fra, tra, su)
  • Alcune parole bisillabiche (come, dove, sopra)
  • Tutte le parole ossitone (andrò, sarà)

Rappresenta un tentativo di compensare la brevità:

  • Delle vocali toniche dei monosillabi
  • Della vocale finale delle parole ossitone

Intonazione

È il movimento melodico della frase. Quando si parla si verificano, infatti, delle variazioni nelle altezze dei suoni. Generalmente prevede un andamento lievemente discendente all’inizio, un cambiamento intonativo e alla fine, come per esempio nelle domande, un movimento ascendente.

Iconicismo fonico e fonosimbolismo

Il termine fonosimbolismo (o simbolismo fonetico) si riferisce a una serie di fenomeni di varia natura e tipologia nei quali da un suono o una sequenza di suoni si riconosce il valore semantico in modo diretto e non mediato dalla grammatica. I suoni possono dunque risultare motivati semanticamente e indicare un concetto. Il fenomeno fonosimbolico più noto è l’onomatopea. Distinguiamo fra:

  • Onomatopea primaria: sequenza di fonemi che riproducono esattamente un suono della realtà (miao, splash)
  • Onomatopea secondaria: dotate di elementi morfologici (tintinnio, sussurrare).

Interiezioni: una parte del discorso che esprime un particolare atteggiamento emotivo del parlante, in modo estremamente conciso (ah, beh, ahi). Ideofoni: esistenti in altre lingue (ad esempio nel giapponese). Parole con le quali si esprimono le sensazioni relative alle varie sfere sensoriali (esempio: in giapponese l’alternativa fra suono sordo e sonoro nei verbi cambia il modo in cui viene realizzata l’azione: puwa-puwa significa “galleggiare leggermente”, buwa-buwa “galleggiare pesante”).

Morfologia

La morfologia studia le parti del discorso nella loro flessione, cioè nelle variazioni a cui sono soggette secondo le varie funzioni grammaticali. L’elemento di analisi è il morfema, cioè il più piccolo elemento dotato di significato. Distinguiamo fra:

  • Morfema lessicale: veicola significato lessicale. Sono oggetto della morfologia lessicale
  • Morfema grammaticale: veicola significato grammaticale. Oggetto della morfologia flessiva.

I morfemi che devono necessariamente legarsi ad altre parole per funzionare sono detti morfemi legati (la -o di gatto o il -va di lavorava). Molte parole sono costituite da un unico morfema (morfema libero, parole invariabili come oggi, mai, però). I morfemi semiliberi sono rappresentati dalle “parole funzionali” (articoli, preposizioni ecc.). Fra i morfemi grammaticali, distinguiamo due tipi:

  • Flessivi se producono un cambiamento di forma (singolare, plurale, ad esempio la -o di gatto)
  • Derivativi se conducono alla produzione di nuove parole (prefissi, suffissi e interfissi)

Il morfo è l’entità fonologica del morfema, il morfema è invece l’unità di significato (anche solamente grammaticale). A un morfo possono corrispondere due o più morfemi: per es. alber-i, in cui -i significa sia ‘maschile’ che ‘plurale’. La caratteristica di far corrispondere più morfemi a un morfo identifica la lingua italiana come lingua flessiva, nella quale più relazioni grammaticali possono essere espresse da un solo morfema: la a di gatta indica sia il femminile che il singolare. In altre lingue, dette agglutinanti (per es. turco o giapponese), il rapporto è di uno-a-uno. Le parole sono costituite dall’accostamento di più morfemi, ma essi rimangono invariati dopo essere stati uniti fra di loro. Ogni morfema che si salda alla radice lessicale dunque presenta un solo significato grammaticale. Nelle lingue isolanti (per esempio il cinese), invece, parola e morfema tendono a coincidere. Non esistono morfemi grammaticali e le parole sono costituite da morfemi lessicali che si combinano fra loro nella frase. L’italiano si contraddistingue per l’ampia allomorfia. Gli allomorfi sono le diverse forme che un morfema può assumere a seconda di specifiche condizioni e che non determinano cambiamenti nel suo significato; per es., nel paradigma del v. venire si hanno forme con dittongo (vieni, viene) e forme monottongate (vengo, venite). Questi allomorfi hanno distribuzione complementare e si dicono condizionati (non liberi). Gli allomorfi liberi invece permettono al parlante di scegliere fra due opzioni (per esempio perso e perduto).

Supplettivismo

Un tipo di allomorfia è il supplettivismo: si intende per supplettivismo (o polimorfia lessicale) un fenomeno per cui, nell'ambito di uno stesso paradigma, le diverse forme derivano da radici diverse. Ad esempio, il verbo italiano andare si forma da due diverse basi etimologiche: mentre la prima e la seconda persona plurale seguono la base indicata dall'infinito andare (quindi andiamo e andate), le restanti persone ricorrono a forme derivate da una radice "riemersa" dal verbo latino vādĕre, cioè vad-. Abbiamo dunque la coesistenza di due morfemi, non riconducibili alla stessa etimologia. Fino all’Ottocento la lingua italiana era ricca di polimorfismi, cioè di allomorfi liberi: egli, lui, esso, elli, el, e’, ello, gli, desso. Oppure le forme verbali amarono, amaro, amarno, amorno, amorono. L’impulso alla riduzione dei doppioni si origina dagli studi di Manzoni sul testo dei Promessi sposi. Considerandone la tipologia linguistica, la morfologia della lingua italiana vede la compresenza di strati a

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ireeemoreeee di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Romanini Fabio.
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