Lezione 1
La tradizione bunjin
Ueda Akinari rappresentante di una tradizione chiamata Bunjin, viene dal "huenren", "literati", cinese indica una certa categoria di personaggi (in inglese in italiano non c’è un termine aderente ma si può dire "uomo di cultura"). Questi erano degli uomini che si caratterizzavano per quattro principali caratteristiche:
- Versatilità, erano versatili, essere versati in vari campi, avere la capacità di eccellere o trattare vari campi del sapere, della conoscenza e dell’arte. Erano persone che di solito praticavano sia la poesia che la prosa e anche la cerimonia del tè, la calligrafia, ecc.;
- Ricerca di stile ed eleganza, erano opposti alla volgarità, avevano una certa ricerca estetica, si ispiravano a uno stile di comportamento abbastanza elevato;
- Tendenza a ritirarsi dal mondo, diversa da quella di altri personaggi, es. bunjin esteti eremiti (Kamo no Chōmei, Kenko Hōshi), i sono eremiti che vivono nella città, si distaccano dalla folla senza andare a vivere in un luogo remoto, si allontanano dai valori che all’epoca erano imperanti ed alle ambizioni di ascesa sociale o politica, si isolano stando in mezzo agli altri. Atteggiamento più psicologico che fisico;
- Idealismo, distacco dalle cose per credere in valori che non sono commerciali, non erano grandi lavoratori e venivano criticati in quanto considerati parassiti, gente che non ha voglia di lavorare e di buttarsi nella mischia.
Non si nasce bunjin ma lo si diventa, non era trasmissibile di famiglia in famiglia; Ueda prima aveva una vita comune dove lavorava, svolgeva una professione, successivamente si è distaccato per dedicarsi esclusivamente allo studio e alla letteratura. Figura dei bunjin nata in base a delle condizioni storiche: durante il periodo Kyōhō (1716-1736) ci sono state delle riforme che prendono nome da questa era, dettate da una crisi economica che c’era stata. Il governo affidato allo shogun del tempo, Tokugawa Yoshimune, notando che c’era questa fase di stagnazione economica che si riflette nell’insoddisfazione e nei comportamenti dissidenti delle persone, risponde con delle riforme politiche, economiche e sociali che mirano a salvaguardare il regime. Sono delle riforme funzionali, nell’ambito di queste riforme lui arriva ad allentare le restrizioni che c’erano nell’importazione di libri dall’estero, in particolare dalla Cina, grazie a questa apertura arrivano più opere dal mondo cinese e queste portano ad un ampiamento di conoscenze, entrano in questo clima di liberalità anche opere in vernacolo cinese (scritte in lingua parlata), quindi anche opere popolari, tra cui quelle di genere fantastico. Si diffonde l’immagine dei cinesi che ispirano i giapponesi.
Il giapponese si disegna sul modello in parte della letteratura cinese e in parte da quello della letteratura autoctona. Altro contributo alla loro affermazione e del relativo stile di vita viene da una scuola confuciana che è quella di Ogyū Sorai, uno dei più influenti pensatori giapponesi di stampo confuciano che si distingueva da altri rappresentanti per una maggiore liberalità, la scuola che fa capo a lui difende la libertà di espressione, importante perché ritiene che la letteratura e le arti non debbano essere necessariamente didascaliche l’arte che dovrebbe avere uno scopo educativo, insegnare alle persone come ci si comporta.
Il genere yomihon
Questa cultura dei bunjin trova espressione in varie forme poiché, in quanto versatili, facevano un po’ di tutto, ma un genere letterario che loro portano avanti e riescono ad affermare è quello dello yomihon (= libri di lettura/libri da leggere), un libro in cui la parte che si legge è preponderante, le parti di un libro che non si leggono sono le illustrazioni, gli yomihon hanno molto spesso illustrazioni ma non prevalgono sulla parte scritta. Si diffondono anche perché gli Ukiyo zōshi sono in declino perché da un lato non ci sono più stati grandi rappresentanti di questo genere dopo Saikaku e anche perché una delle più grandi case editrici dell’epoca, la Hachimoni-ya, che pubblicava gli ukiyo comincia a spostare il suo interesse verso libri di altro genere, tipo libri storici, e questo contribuisce al declino del genere.
Gli yomihon iniziano ad affermarsi, con Ueda vediamo una prima fase, fa parte del primo periodo di questo genere e a differenza degli ukiyo non si basano su storie di vita contemporanea ma piuttosto al passato, quindi alla storia. Non sono racconti storici, si riferiscono a fatti storici ma molto spesso includono degli elementi fantastici, partono da un contesto realistico ma includono elementi fantastici come mostri e fantasmi.
I primi scrittori di yomihon
- Tsuga Teishou, legato alla cultura cinese;
- Takabe Ayatari, spostato sugli studi giapponesi;
- Ueda Akinari, ha seguito gli studi di Takabe Ayatari.
Rapporto cultura cinese-giapponese
La cultura cinese veniva trasmessa alle persone in Giappone insieme al "latte materno", era una cosa insita, tutti erano legati alla cultura cinese. Essere un letterato rendeva quasi impossibile non essere studioso della cultura cinese. Questo periodo vede anche la nascita degli studi giapponesi "kokugaku", che per questi personaggi va di pari passo con il "kangaku"; nasce una sorta di scienza, di studio della letteratura giapponese e succede grazie a una serie di personaggi tra cui Motoori Norinaga, filologo, ha dato dignità agli studi di letteratura giapponese, ha contribuito attraverso i suoi studi a far capire il valore, l’importanza e la grandezza di opere come il Genji monogatari, poiché a quel tempo era completamente svalutata. Motoori scrisse il Kojiki-den e un commento al Genji monogatari, ha affermato il kokugaku come una corrente di studi di fondamentale importanza.
Tra le opere in cinese che arrivano in Giappone in seguito all’apertura vi è "Suikouden" (= sul margine dell’acqua) è molto importante, in cinese si chiama "Shuikuchuen". Si tratta di un romanzo epico tradotto in Giappone nel corso di un certo numero di anni in quanto molto lungo, più di 30 anni, man mano che si diffondeva e alcuni potevano leggerlo direttamente in cinese, anche questo contribuisce all’affermazione del periodo di yomihon piuttosto influenzati dalla letteratura in cinese, gli autori di yomihon sono più nel genere kangaku piuttosto che in quello kokugaku.
Ueda Akinari
Nasce da padre ignoto e madre forse una prostituta, non si sa molto su di loro, è stato adottato da una famiglia di nome Ueda, famiglia facoltosa che lo ha preso quando aveva 3-4 anni e gli ha dato un’educazione di livello alto, padre adottivo proprietario di ditta di carta e olio vegetale che commerciava. Ha contratto una malattia da piccolo, non si sa se sia vaiolo o poliomielite, importante è che ha subito una menomazione a una mano che gli ha impedito di diventare un bravo calligrafo, cosa che per lo stile dei bunjin era un problema perché per loro la calligrafia era molto importante. Ha praticato però la calligrafia senza diventare un bravo calligrafo, ha studiato poesia, prosa, letteratura cinese. Alla morte del padre lui eredita il negozio, si occupa degli affari senza entusiasmo perché interesse orientato alla cultura. Comincia a scrivere storie e scrive inizialmente alcuni Ukiyo zōshi, ne scrive 2 pubblicati nel 1767, non sono particolarmente considerati.
Porta avanti il lavoro del padre fino a quando un incendio distrugge il magazzino e da quel momento si dedica a un’attività diversa che è quella di medico, si dedicava abbastanza con impegno, lascia però quest’attività in seguito alla morte di una bambina che era affidata alle sue cure, preso dal senso di colpa perché crede di non essere stato abbastanza bravo quindi abbandona l’attività. Si concentra perciò sull’esercizio dell’arte e della cultura a 53 anni, non era giovane all’epoca, tardivamente si dedica in maniera professionale allo studio e alla letteratura.
Ruolo di kokugakusha
Ueda Akinari è stato un contemporaneo di Motoori ed è stato un cultore di studi della letteratura giapponese così come di quella cinese, sono entrati in conflitto perché persone che entrambe sono eccellenti che piuttosto che associarsi e scambiarsi conoscenze tendono a rivaleggiare, ma la loro posizione era diversa: Motoori aveva scritto un numero enorme di opere e aveva un numero enorme di discepoli mentre Ueda ne aveva molti di meno. Le opere di Ueda però erano più avanti rispetto a quelle di Motoori che era un genio ma riteneva che il Kojiki andasse interpretato alla lettera, che le storie al suo interno fossero vere e riteneva che il Giappone fosse superiore agli altri Paesi perché discendente dalla dea Amaterasu (smentito a seguito della Seconda guerra mondiale), al contrario Ueda non riteneva che il Giappone fosse straordinario e dava importanza ad altre culture come quella cinese e coreana, era un personaggio cosmopolita e non aveva questo senso di nazionalismo.
È stato precursore di idee che all’epoca non si potevano affermare con facilità, un intellettuale a tutto tondo e autore di racconti immortali come l’Ugetsu monogatari ("Racconti di pioggia e di luna"). Oltre a questa c’è anche l’Harusame monogatari ("Pioggia di primavera") che soffre però del paragone con lo Ugetsu. Lo Ugetsu monogatari era scritto in uno stile differente di quello dell’epoca, caratterizzato dalla presenza di elementi cinesi e giapponesi, nello stile wakankonkoubun (scrittura mista cinese-giapponese), scrittura abbastanza complicata, in Giappone lo si trova anche in traduzione in lingua moderna, un giapponese medio lo leggerebbe con una certa difficoltà.
I racconti di talmente ricchi di immaginazione e particolari spaventosi che Ueda è stato considerato un precursore di Edgar Allan Poe e alcuni lo hanno accostato ad Akutagawa. Uno degli scrittori che lo ha amato è Mishima, un grande cultore di Ugetsu, ma quello che ha reso quest’opera molto forte è stato un film tratto da quest’opera chiamato in italiano "Racconti della luna pallida di agosto". Il film è stato presentato al festival di Venezia nel 1953, regista uno dei più importanti del cinema giapponese Mizoguchi Kenji.
Excursus sul cinema giapponese del Novecento
I tre grandi nomi del cinema giapponese del Novecento sono stati Kurosawa Akira, Mizoguchi Kenji e Ozu Yasujiro. Il cinema in Giappone è nato quasi insieme a quello occidentale grazie all’importazione. In Giappone non si affermò però l’uso delle didascalie nei film muti perché c’era il benshi, un commentatore ispirato al teatro bunraku, dove c’è un declamatore che racconta la storia dei burattini. Il benshi era talmente importante che la gente andava al cinema per loro più che per gli attori.
Il cinema giapponese fu presentato per la prima volta a Venezia nel 1951 con il Rashōmon, film tratto da due racconti di Akutagawa Ryonosuke. In Giappone questo film era stato "maltrattato" dalla produzione, ma grazie a Giuliana Stramigioli, una studiosa che voleva far conoscere il cinema giapponese all’estero che fece di tutto per far arrivare il film a Venezia, il film in sé anche il Leone d’Oro, riscuotendo un grandissimo successo sia con la critica che con il pubblico. Così, all’istante, il Giappone divenne famoso in tutto il mondo e la parola rashōmon fu usata per parlare di qualcosa su cui le persone hanno opinioni diverse. Dopo questo Kurosawa è diventato un regista di fama mondiale ed è spesso citato da grandi registi come fonte di ispirazione.
Un paio di anni dopo arrivò a Venezia Ugetsu monogatari di Mizoguchi, che vinse il Leone d’Argento. Esso è tratto da due racconti: Asaji ga yado ("La casa tra gli sterpi") e Jasei no in ("La lussuria del serpente"). Ozu Yasujirō ha avuto un destino diverso. All’epoca, quando si tentò di portarlo all’estero, la sua casa produttrice si oppose perché secondo loro le storie non potevano essere comprese da un popolo non giapponese. Durante la Nouvelle Vague il cinema giapponese fu riscoperto e così anche i film di Ozu, senza però arrivare in Italia, dove fu portato solo grazie a un programma notturno su Rai 3. Pochi anni fa, una casa produttrice italiana ha presentato i film di Ozu proiettandoli nei cinema.
Volendo, si può sottolineare una differenza tra i film di Kurosawa e Ozu. Il primo, infatti, ritraeva personaggi vestiti tipicamente alla giapponese, mettere Ozu preferiva i vestiti occidentali, e nei suoi film non succedeva nulla di tragico o eclatante. Erano tutto sommato dei film ottimisti.
Lezione 2
Ugetsu monogatari
Ugetsu monogatari è letto con molto piacere tutt’oggi, i giapponesi lo leggono in traduzione moderna/versione moderna a causa dell’uso di parole di origine cinese, opera più tradotta è il Genji monogatari (in Italia questo non avviene). Ueda ha sintetizzato in quest’opera le sue capacità di kokugakusha e kangakusha, storie prese tutte da racconti cinesi o hanno influenza cinese ma ambientate in Giappone. Libro composto da 9 racconti e una prefazione breve ma importante, con tono ironico e scherzoso comincia dicendo che Luo Guanzhong, autore di "Sul margine dell’acqua" conosciuto anche col nome di "I briganti", in realtà non si conosce l’autore di questo libro, tante possibili attribuzioni), ha scritto questo romanzo e dopo ciò i suoi discendenti per 3 generazioni sono stati sordomuti e che Murasaki Shikibu fosse finita all’inferno per aver scritto il Genji monogatari, questo perché hanno scritto opere ambiziose; nel suo caso si tratta di un insieme di storielle futili da non prendere troppo sul serio, spera di sfuggire da questo destino.
Attraverso la prefazione dà una spiegazione del titolo: dice che il libro si intitola Ugetsu monogatari perché quando ha finito di scriverlo ha guardato fuori dalla finestra e la luna era velata dalla pioggia, aveva finito da poco di piovere e vedendo quest’immagine ha dato questo titolo alla sua opera. Si tratta di un sotterfugio poetico, rapporto più profondo tra pioggia e luna all’interno del libro, sono due topoi della poesia giapponese classica, nei racconti ci sono scene con luna o scene con pioggia, la quale dà una particolare caratteristica di malinconia che si addice alla poesia.
Shiramine
Il primo dei racconti, Shiramine, parla di un monaco, personaggio realmente esistito, il poeta Saigyo, la luna era un suo elemento distintivo. C’è un gioco da parte di Ueda che comincia quasi negando l’altezza/il livello del suo libro, questo perché spesso gli scrittori amano giocare con la propria opera. Prefazione firmata con pseudonimo, nel libro non è presente il nome di Ueda. Avere tanti pseudonimi, problema per chi studia gli scrittori e anche i pittori/incisori/disegnatori, perché avevano l’abitudine di usare tanti pseudonimi.
Shiramine – "Il picco bianco"
Shiramine è anche nome di un luogo. Protagonista è Saigyo, ha come antefatto la ribellione Hogen, si basa sia su un personaggio realmente vissuto, Saigyo, sia sull’imperatore Sutoku. Antefatto storico: Imperatore regnante all’epoca, Toba, aveva abdicato in favore del figlio Sutoku quando questo aveva quattro anni. Quando raggiunge la maggiore età, Toba lo costringe a cedere il trono a un fratello minore, Konoe (Toshihito), figlio di una consorte di Toba, Bifukumon’in, la quale era una figura particolarmente aggressiva che riusciva ad imporre la propria volontà sul sovrano, convince prima a far salire al trono questo figlio e poi, siccome Konoe muore prematuramente e Sutoku vorrebbe far salire al trono il proprio figlio, Bifukumon’in insiste affinché salga al trono un altro suo figlio. Sutoku si ribella, si rifiuta di cedere a quest’imposizione e fa partire una serie di disordini, quelli dell’era Hogen: comincia la guerra per questo.
Si può cogliere questo fatto per cui le guerre a volte nascono da motivi futili dal punto di vista dell’insieme dell’umanità. A causa di questo scontro tra personalità nasce una guerra sanguinosa che porta a moltissime morti. Cominciano a inserirsi vari contendenti come Taira e Minamoto, già in conflitto tra loro. Guerra complicata perché Taira e Minamoto non si schierano tra le due fazioni ma si mischiano: Taira contro Taira, Minamoto contro Minamoto. Finisce male per Sutoku, non riesce ad avere la meglio e viene isolato ed esiliato.
Il racconto comincia con Saigyo che fa un pellegrinaggio nello Shikoku e si ricorda che in quella zona, Matsuyama, era stato esiliato Sutoku ed era morto lì, nel racconto Sutoku è già morto. Saigyo cerca un luogo per poter praticare la meditazione. Venendo a sapere che lì, a Shiramine, c’era il luogo dove era sepolto Sutoku, va a visitarlo; lo ha conosciuto personalmente perché aveva lavorato nella corte di Toba e l’ha conosciuto nel momento del suo massimo splendore, quando era prima erede e poi imperatore, riflette sull’impermanenza della vita umana (mujo) che si manifesta non soltanto con la caducità del vivere ma anche sul fatto che la propria posizione all’interno della società possa cambiare e cadere rovinosamente.
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