Dal dramma alla rinascita
«Credo ancora nell’egemonia, nel potere salvifico della parola; non lo vedo altrove. […] Credo nella parola come valore assoluto, indeperibile e inestirpabile» (Luigi Santucci)
Il metodo per affrontare un testo
Il testo è fatto di tante parole, ma per arrivarci vi è una scaletta, che deve essere sempre presente. Per affrontare un testo bisogna avere un metodo, metà “udon” cioè strada, per capire un autore bisogna partire dalla lettura del testo, che ci dà le coordinate per capire che ci vuole dire. Ma, per imparare a conoscere un autore bisogna averne le ragioni, perché quell’autore ha scritto quel testo? Per alcuni autori sarà una domanda capitale, perché scrivere al fronte, nei lager, è possibile solo se si ha una grande ragione.
Cesare Segre dice che il testo è il nostro bene, è ciò che noi abbiamo, è fatto di parole. Bisogna avere uno scopo per mettersi a scrivere e fare tutto; è attraverso il testo che noi arriviamo alla verità. Dobbiamo scoprire la verità del testo e dunque la realtà di questo, ciò che ci sta dietro. Occorre compiere un lavoro metodologico, avere un metodo. Serve la moralità di un testo, ciò che ci comunica, che ci vuole dire, confrontarsi con lui.
Strada, ragione, scopo
Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si riguarderanno come un ramo delle scienze morali. (Alessandro Manzoni, Materiali estetici, 1818-1819) La vera letteratura è quando ci mostra l’amore alla verità.
«Litteris servabitur orbis» (Marsilio Ficino) Il mondo sarà salvato dalle lettere, non dalla politica, dall’economia, ecc. Ma l’economia, la politica non sono fatte dai numeri, ma dalle persone, che sono al centro. Sono gli umanisti che mettono al centro la parola e fanno sì che le altre discipline possano coordinarsi insieme. Se c’è un buon capo un popolo va verso una strada buona.
I due autori mettono al primo posto la persona, non un evento, la letteratura è fatta di persone. Un classico non ha mai finito di dirci tutto quello che ha da dirci. (Italo Calvino) I classici sono opere sempre attuali. Immortale e inestirpabile.
La parola e il suo significato
- La facoltà della parola.
- Il discorso articolato, un bambino ha la facoltà di parola ma da neonato emette suoni, gli animali no.
- La parola come segmento dotato di significato, vocabolo. Deve comunicare qualcosa.
Aristotele: La parola è l’architettura del pensiero «Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo solo tra gli animali ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori» (Politica 1253ª).
È attraverso le parole che l’uomo esprime ciò che è per lui giovevole e ciò che è nocivo e l’ingiustizia o la giustizia. Capiamo la percezione di bene e male di tutti gli autori, la parola diventa un grido, è l’architettura del pensiero. “Labor limae”, gli autori fanno un vero e proprio lavoro sulla pagina, ci si utilizza del tempo, per trasmettere in modo completo e preciso la percezione di questi concetti.
La parola nelle scritture
Genesi 1, 1-3
In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.
La parola è “λόγος”
Vangelo secondo Giovanni – Prologo 1, 1-5, 14
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. [...] E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
La parola è logos, prima viene creata la parola, si passa dall’essere al non essere. Un autore conosce benissimo la Bibbia, anche lo stesso Primo Levi, non essendo praticante la conosceva bene. Dio chiama tutte le cose nella Genesi, gli dà un nome, senza questo la cosa non è.
- La parola implica una relazione, un dialogo
- La parola diventa un metro di giudizio, bisogna porre attenzione alle parole che si utilizzano.
- Ogni uomo è un nuovo Adamo
- Il silenzio è il luogo generatore di parole
Il testo parla con noi e attraverso noi, ognuno di noi fa rivivere un testo. Ognuno di noi è un nuovo Adamo perché facciamo rivivere le cose. Carlo Levi dice che le parole possono essere delle pietre, possono far male, se non sono cariche di quella sostanza che le fa vivere. Sant’Agostino diceva che nell’uomo abita la verità, che va capita e scoperta.
Ugo Foscolo e il potere della parola
Nel 1808-9 venne chiamato a tenere un corso di letteratura italiana a Pavia, che era considerata l’università milanese. Il corso venne chiuso subito, non doveva fare lezione, ma ne fece 5 e fece una protrusione importante: dell’origine e dell’ufficio della letteratura. Pronuncia questo testo davanti a tantissimi studenti. Al primo posto mette la gioventù, voleva parlare ai ragazzi. Vuole conquistare la libertà della parola.
Il discorso era puntuale e tagliente perché la ragione per cui il corso era stato eliminato era che l’intellettuale e la letteratura; dunque, la parola doveva essere sottomessa al potere politico, economico, non c’era una vera libertà di pensiero, e l’intellettuale doveva essere l’uomo di corte. Dice che è contemporaneo al potere il fatto che la filosofia deve andare a fondo nel pensiero e la ragione vuole avere la priorità; ma la poesia, la parola, la letteratura ha il compito di colorare con suoni/musica il vero.
La parola ha un compito specifico. La parola deve persuadere, ma come si mettono insieme la ragione e il vero dai sentimenti. Come questi non hanno il sopravvento? Non è semplice quando dobbiamo illuminare e dilettare, deve essere anche bello leggere, ma purtroppo vi sono da una parte uomini di scienza che non sono capaci di farlo e dall’altra parte vi sono tanti letterati che non sanno pensare, solo dilettare.
Di fronte a una prosperità economica vissuta nell’epoca di Napoleone, la parola si è smarrita nella metafisica, ha perso la sua virtù, i retori hanno manomesso la parola, facendola divenire una musica che non dice nulla, non ha pensiero, vuole solo dilettare. È così che si sono deturpate le nostre lettere. Ci dice che se un uomo letterato non ha quelle doti, che mettano nella stessa facoltà passione, desiderio del vero e ricerca degli esempi sommi, l’amore della gloria, della carità di una patria, allora dal vero non riusciamo ad avere una letteratura che veicoli pensieri, idee e il vero.
Questo discorso che fa, è proprio del suo tempo, ed è un richiamo a ciò che accade, si è più vicini a coltivare ciò che c’è fuori l’Italia, che nessuno lo usurpi. Non bisogna dimenticare il nostro essere italiani, di come la letteratura ci aiuta a scoprire il vero. La parola può ricostruire tutto ciò che ci è capitato, esorta a guardare indietro, il passato non va dimenticato e la parola lo fa rinascere. Insiste attraverso storie, parola si illumina il vero, non vengono meno lo stile, gli affetti, i valori, la bellezza dello scrivere, l’incanto della poesia, per gustare una pagina, così si arriva a comunicare il vero e il giudizio che si vuole comunicare a chi legge.
Vi è una continua esortazione agli italiani ad usare le parole, a usare la letteratura. Foscolo in quel momento, più di cercare un nuovo modo di fare politica, cerca quello di “far palpitare il cuore”, cioè lo fa quando vi è emozione. Come fare in modo che i giovani possano essere colpiti? Il giovane è colui che è puro, ha fiuto, è più incline a capire e credere. Allora, quello che deve rimanere in quello che ci comunica la parola, è quello di far sì che loro possano cercare il bello, il vero morale, ed è ciò che dirà Manzoni, cercare ciò che ti corrisponde ed ha dentro quell’idea di umanità.
Foscolo dice che svanisce nel tempo la fantasia, la bellezza dello scrivere deve esserci, ma poi alla fine rimane ciò che vale, quel calore che può istruire e palpitare i cuori. “Offerite spontanei quei libri”, bisogna inseguire ciò che è utile a chi lo scrive, ma anche tirare fuori il bisogno effettivo, magari anche l’arte della bellezza e della seduzione, ma quello che non deve essere eliminato è la ricerca del bello e vero.
Ci sta dicendo ancora che bisogna andare a fondo della nostra lingua, togliere quello che è dantesco, quello che può anche l’oscenità, che di fatto è un ornamento ma allontana il concetto di vero e morale. Se si raggiunge la fama è perché si insegue la vera coscienza del sapere che è onesto, allora è chiaro che bisogna usare la bellezza, l’arte, bisogna arricchire lo stile e quindi disprezzare le leggi accademiche, tutto ciò che non è necessario per arrivare. Capire una parola che smuove la morale. Per rendersi conto di questo, oltre ai libri bisogna guardare ciò che ci circonda, la nostra Italia, come a dire che la parola scritta è il riverbero di quello che si vive e di quello che ci sta attorno.
Della morale letteraria
I^ La letteratura rivolta unicamente al lucro (18 maggio 1809)
Rappresenta un’altra lezione importante tra queste cinque che tenne. Ancora una volta c’è l’attenzione sul concetto di letteratura. Continua ciò che aveva detto, cioè che la letteratura non deve essere rivolta al lucro, non si deve creare il libro per guadagnarci (molto attuale). La parola, la letteratura corrisponde a ciò di cui l’uomo ha bisogno, la società; anzi dice che grazie a questa può diffondere un pensiero e perpetuarla, far sì che continui, veicolando il mondo delle idee.
Affermazione importante perché nel 700 una delle riviste più importanti era il caffè letterario dei fratelli Verri (i giornalisti veicolano la parola al meglio), che aveva come motto “fatti non parole”, come a dire che le parole non servono, sono chiacchiere; vi era bisogno di un richiamo all’uso della parola, un’idea di lingua. Allora si ribalta il motto del Settecento e lo faranno proprio i conciliatori, ovvero quelli che scriveranno nel giornale dell’800 “il conciliatore”, di cui Foscolo non farà mai parte, perché ad un certo punto per questioni politiche se ne andrà dall’Italia.
La sua parola non è inascoltata, perché la parola veicola idee e permette che si raggiungano dei fatti, e questa diffusione e perpetuità riesce a riunire gli uomini in società. È vero che la parola per come viene presentata arriva al cuore, ma passa per i sentimenti, questo permette di riunirli e nello stesso tempo alimenta l’operosa attività del loro intelletto propagando le poche verità che possiamo conoscere.
La parola riesce a persuadere, ma non è una retorica vuota, bisogna stare molto attenti perché dietro l’angolo sta quel desiderio di arrivare a mettere più in evidenza ciò che si sente, la passione, senza andare a fondo nel nostro cuore. In queste poche parole è come se ci fosse proprio il manifesto di Manzoni “sentire e meditar”, Foscolo dice che il primo dono è la ragione e noi ce l’abbiamo proprio per capire e distinguere il vero e l’utile, ciò che dunque è inerente ai bisogni. L’altro dono è l’eloquenza, l’arte di dire e l’abbiamo per far dilettare, ma anche per far conoscere.
Allora tutti hanno questi due doni per scoprire quelli che sono i semi della verità e lo facciamo solo grazie all’intellettuale che ci aiuta con la sua parola. Vuole esortare i giovani, per fargli usare la parola in modo che corrisponda al vero e alla moralità. D’Annunzio non cerca una parola che tende alla moralità, ma semmai sarà una parola eteronima che non richiama ai valori, ma punta all’arte, alle passioni, al sentimento. Lo scrittore, il poeta ha una grande responsabilità, deve rispondere a questo desiderio di bellezza.
Giovanni Pascoli: L'inno alla poesia
(Rimini, 1872)
“Lode a te, Poesia! Chi mai le belve Umane strinse in socievol patto Se non l’invitto tuo poter?”
È il primo testo che scrive l’autore, ha solo 17 anni, è un testo molto sconosciuto. Tutta la sua vita è segnata dai lutti, la morte del padre ed altri cari, l’attaccamento al nido familiare e la ricerca di sperimentalismo del linguaggio, cerca di capire come tramite una parola che ha un suono particolare ed indica un’emozione, sentimento e verità, ma tutto ciò avviene attraverso chi lo scrive.
Questo inno è riferito a Orfeo, secondo la mitologia prende parte a numerose spedizioni degli argonauti e subito dà prova che quella è la sua arte, ovvero quella di sapere usare la cetra e il canto, infonde coraggio, addormenta draghi, supera il canto delle sirene, …
La sua esperienza è legata a quella di sua moglie Euridice, che nelle “Georgiche” Virgilio narra che Aristeo, uno dei figli di Apollo, si era invaghito di questa donna ed Euridice nel tentativo di scappare viene morsa da un serpente e muore. Orfeo la andrà a cercare agli inferi. Virgilio toglie la figura di Aristeo, ma in ogni caso alla moglie accade la stessa cosa. Orfeo chiede ad Ade e Persefone di ridargliela, rimangono così incantati da questo musico, cantore che accettano ma lui ha solo un pass, lui deve andare avanti, camminare per uscire verso la luce e dietro deve avere la moglie, però gli dicono non voltarti mai, lui vuole essere certo che la moglie sia lì e si volta rompendo il patto; da quel momento non si rivedranno più. Da qui vi è lo strazio dell’uomo che rimane solo. Ciò che rimane è che Orfeo è colui che ammalia, è il poeta.
Pascoli aveva un modo di lavorare particolare, noi studiamo le sue opere solitamente in modo diacronico, ma non è giusto perché lui nello stesso tempo porta avanti tanti lavori. Tutto doveva andare di pari passo, tutto aveva dentro la sua smania di arrivare alla purezza della parola, vuole far comprendere che grande dono ha il poeta e lo fa tramite la figura di Orfeo.
In questo testo non è facile individuare Orfeo come interlocutore, perché viene identificato con la poesia stessa, ed è colui che deve risvegliare una natura che è abbruttita, dove non vi è parvenza di umanità, dove le fiere sono quelli che devono essere ammansiti, vi è allora una continua esortazione perché Orfeo possa tirare fuori dal caos, dal disordine, questa natura e lo fa, mettendo in atto la sua abilità anche nell’usare i termini e soprattutto le consonanti. La consonante più utilizzata è la -r, come se vi fosse un ruggito dei tuoni, delle bestie, di questo caos. Come se sentissimo i ruggiti e le urla di gente che è selvaggia, incolta, come se fosse un gregge; allora l’uomo senza la parola e la poesia non sa davvero chi è, occorre che questa possa risvegliare. Allora si chiede ad Orfeo di usare la cetra in modo che possa tornare l’armonia e si possano rasserenarsi persone. Viene chiesto al vate di portare l’umanità, la fratellanza, un pacifico legame, la poesia ha il dono di far stringere il patto, ha un grande potere.
La prosa di Pascoli oltre a farsi vedere e mostrarsi si fa delle domande, vi sono dei grandi interrogativi: la poesia può veramente risvegliare gli affetti, può raggiungere i cuori, può far sì che dal buio vi sia la luce?
Vi è proprio una lode alla luce. La poesia è immortale, ma può vincere solo perché qualcuno sia investito di questa grande capacità. A 17 anni riesce a porre importanza a questa concezione, nella quale vi sia qualcuno che ci prenda per mano e mostra il grande intento dell’uomo; più anni dopo farà un altro passo sulla tematica del “fanciullino”.
Il fanciullino
Il testo esce nel 1903, ma già ci stava lavorando su un testo del 1897, che è piuttosto lungo, fatto di venti capitoli e che è importante perché medita su chi è il poeta, e quindi su come dobbiamo essere poeti. Il primo capitolo vede la frase più importante “è dentro noi un fanciullino”, questa tematica è quella sostenuta da Pascoli sempre, il rimando subito è a qualcuno che è piccolo, semplice, genuino. Dice che ognuno di noi lo è stato. Utilizza l’aggettivo “musico”, dice che questo fanciullino, che poi è il poeta, è qualcuno che sa anche suonare, come abbiamo visto Orfeo.
Pascoli si sta chiedendo in alcuni sembra che ci sia, vi sono segni visibili, in altri no. Sembra una ricerca di chi sia questo fanciullino. Questo fanciullino è un bambino, e come tale ha paura del buio e incomincia ad immaginare, a vedere; per Pascoli c’è...
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