Giovan Battista Marino (1569-1625)
Il 1600 segna la nascita del mondo moderno. Lucien Febvre, nel suo studio Il problema dell’incredulità nel secolo XVI – La religione di Rabelais, distingue due tipi fondamentali di uomini: quelli del 1500 e quelli del 1600.
Gli uomini del 1500 sono legati a quella che lui chiama mentalità adesiva. Per farci capire cosa significhi, utilizza un’immagine molto concreta: l’uomo del 1500 cammina su un selciato bagnato, su terra fangosa o strade impregnate di pioggia. Vive a contatto diretto con la natura.
È un’immagine gnoseologica, perché mostra in che modo questi uomini conoscevano il mondo: attraverso l’olfatto e l’udito. L’olfatto, che sente l’odore della terra bagnata, è – come ricordava anche Hegel – il senso più vicino all’animale e alla realtà immediata; l’udito, che coglie il rumore della pioggia, è un senso “a metà strada”, sospeso tra il fisico e il mentale. Questi due sensi, così vicini all’aderenza corporea con il reale, strutturano la mentalità adesiva degli uomini del 1500.
Gli uomini del 1600, invece, secondo Febvre sono l’uomo moderno. In loro si afferma una mentalità completamente nuova, di nuovo conio: la mentalità visiva. La vista prende il posto dell’olfatto e dell’udito e diventa il senso principale della conoscenza.
È un senso più intellettuale, capace non solo di registrare la realtà, ma di osservarla, di riorganizzarla, di comprenderla secondo un nuovo ordine. Non è un caso: per primi erano stati i Greci – e soprattutto Euclide – a legare la vista alla conoscenza intellettuale del mondo.
Per Euclide, infatti, la vista era il principio stesso della conoscenza e si esprimeva attraverso la geometria. Nel 1600 la vista torna in primo piano proprio grazie alla scienza moderna: la scienza è osservazione della realtà, ed è Galileo che, riscoprendo Euclide, inaugura un modo di conoscere il mondo fondato sul vedere e sul misurare.
Galileo ed Euclide sono due facce opposte della stessa moneta: entrambi mettono la vista al centro della conoscenza e della ricerca della verità, ed entrambi trasformano il mondo.
Gli uomini del 1500, pur nella complessità delle cose che osservavano, vivevano con un senso di fiducia e di lealtà verso il mondo: sentivano che dietro l’apparente varietà delle forme esistesse una verità sotterranea, un’unità da scovare.
Nel 1600, invece, questo principio di unità si frantuma: nasce un senso di dispersione, di scissione, di realtà che si divide in mille pezzi. Questa frantumazione è una cifra della modernità.
Basti pensare a Pirandello, che costruisce tutta la sua narrativa sullo smarrimento, sulla frantumazione dell’identità, sulla scissione dell’io. Non a caso, sia Pirandello sia Leopardi condannano Copernico: Copernico è lo scienziato che fonda la modernità, e con l’eliocentrismo disloca l’uomo dal centro del cosmo.
Se il sistema è eliocentrico, se al centro c’è il sole, la terra diventa un granello, una molecola in un universo immenso e in espansione continua. L’uomo del 1600, educato per secoli alla visione tolemaica del sistema geocentrico, si ritrova improvvisamente spaesato e frantumato. E quando l’uomo conosce, non può più mentire a sé stesso: la conoscenza porta con sé anche la sofferenza.
In questo passaggio dal 1500 al 1600 si rompe anche il legame tra res e verbum: per l’uomo del 1500 non c’era differenza tra la cosa e la parola, perché nominare significava conoscere. Nel 1600 questo non è più possibile: non basta pronunciare una parola per capire una cosa.
La vista, la nuova centralità dell’osservazione, dimostra che la conoscenza ha bisogno di un contatto diretto, non più solo linguistico. È la liquefazione del Rinascimento.
Il sociologo José Maria Maravall parla di una grande trasformazione storica segnata da tre crisi: crisi economica (è proprio nel 1600 che nasce la parola crisi), crisi sociale e crisi intellettuale.
Mentre l’Europa attraversa inflazione e difficoltà economiche, avanza una classe aristocratica che sostiene le monarchie assolute. Nel Medioevo l’aristocrazia aveva il compito di sostenere militarmente il re, ma nel 1600 perde questo ruolo: ora il ruolo militare lo assume il terzo stato, la classe più povera.
Tuttavia, cresce anche il pericolo delle sedizioni: si sentono già le urla della rivoluzione. Per controllare questi movimenti, le classi nobili adottano due strategie: l’immobilismo sociale – ciascuno deve restare nella propria classe, i figli devono vivere come i padri, niente mobilità, niente cambiamenti – e la repressione militare, con monarchie che rafforzano gli eserciti e controllano i libri, vere armi pericolose in pieno assolutismo.
Non a caso questo è il secolo delle inquisizioni.
Il 1600 è anche il secolo della formazione e dell’ampliamento delle grandi città – Parigi, Madrid… – ma, come diceva Bacone, la corsa verso le città non unisce gli individui: li rende più soli di quando vivevano nelle campagne.
Parallelamente, si può distinguere anche un cambiamento nell’architettura: le chiese del 1500 erano ricche all’interno, cariche di elementi; nel 1600 l’attenzione si sposta sull’esterno, sull’apparenza più che sulla funzionalità.
Nello stesso periodo la pittura diventa la prima tra le arti, la più importante. Delaiz (il nome non è certo) sostiene che, se c’è un tratto distintivo del Seicento, è l’unità delle arti: mentre prima erano separate, ora diventano continue e legate tra loro; la pittura diventa poesia e la poesia pittura.
Il termine barocco indica originariamente una perla dalla forma irregolare, e diventa il simbolo dell’arte del tempo. Ma barocco significava anche un sillogismo evasivo, senza logica reale, con una logica solo apparente: quindi il termine ha una duplice accezione.
Tutto il mondo del 1600 è animato da due forze opposte: una che spinge verso l’alto e una verso il basso. È la scissione tra essere e apparire. L’apparire diventa una realtà autonoma, più importante dell’essere stesso. Le menzogne non sono più “salutari”, non sono più fatte per un bene superiore: sono menzogne per il gusto di mentire.
In questo contesto Manzoni compie una scelta geniale: a causa della censura del suo tempo non poteva parlare direttamente della contemporaneità, e allora parla del 1600, un secolo dalla “mentalità infetta”, per parlare del presente.
I lettori, quando vogliono una pennellata di buio, leggono testi sul Seicento, un secolo che non ha bisogno di fantasia per raccontare l’oscurità: bastano le sue crisi, le pesti, le carestie.
I miti centrali del 1600 sono due: Circe e Proteo. Circe è la maga che trasforma gli altri secondo il suo capriccio; Proteo è la divinità che cambia forma a se stessa, rappresentando il desiderio degli uomini del tempo: trasformarsi, mutare, apparire come si preferisce.
I temi del secolo sono infatti il movimento e la trasformazione. Non a caso le città si riempiono di fontane: l’acqua scorre, cambia, muta forma, e diventa simbolo perfetto di questo fluire incessante.
L’arte del 1600 ha uno scopo unico: destare meraviglia. “Fin del poeta è la meraviglia”, diceva Marino. Ci sono regole per arrivare al meraviglioso? No: l’unica regola è saper rompere le regole “a tempo e a luogo”. Come nelle fiabe.
Nel 1600 si capisce che non esiste un solo significato del mondo. La conoscenza dei classici rimane centrale, ma viene affiancata dalla meraviglia. I classici servono non solo per imparare i temi tradizionali, ma come base per quei giochi pirotecnici – invenzione del Seicento – che generano stupore.
È anche il secolo delle grandi scoperte scientifiche: si scopre la retina e si scopre la circolazione del sangue, che fluisce continuamente nel nostro corpo. Scienza e letteratura sono legate. Gli uomini del 1600, leggendo i classici, cercavano crepe, zone vuote, spazi lasciati in ombra in cui poter inserire le storie moderne, le storie della nuova età della meraviglia e della trasformazione.
1500 – Sintesi degli elementi chiave
- Mentalità adesiva fondata su olfatto e udito (uomo sul selciato bagnato, terra fangosa, pioggia).
- Olfatto = senso più vicino alla realtà (Hegel); udito = tra fisico e mentale.
- Rapporto immediato e fiducioso con il mondo.
- Certezza di un’unità sotterranea della realtà.
- Nessuna distinzione tra res e verbum: nominare = conoscere.
- Architettura con interni ricchi e decorati.
1600 – Sintesi degli elementi chiave
- Nascita della mentalità moderna: centralità della vista (Grecia/Euclide; Galileo osservazione, geometria, scienza).
- Perdita dell’unità: frantumazione, scissione, spaesamento (Copernico; condanna di Pirandello e Leopardi).
- Conoscenza che genera sofferenza; frattura tra res e verbum.
- Grande trasformazione (Maravall): crisi economica, sociale, intellettuale; inflazione.
- Aristocrazia che sostiene le monarchie ma perde il ruolo militare (passa al terzo stato).
- Pericolo di sedizioni, immobilismo sociale e repressione militare; controllo dei libri; secolo delle inquisizioni.
- Crescita delle grandi città (Parigi, Madrid); per Bacone la città isola e rende soli.
- Architettura centrata sugli esterni e sull’apparenza.
- Pittura prima tra le arti; continuità tra le arti (pittura-poesia).
- Barocco: perla irregolare + sillogismi dalla logica apparente; forze opposte alto/basso; scissione essere/apparire; predominio dell’apparire; menzogna per gusto di mentire.
- Manzoni usa il 1600 per parlare del suo tempo (mentalità infetta, buio, crisi, pesti).
- Miti: Circe (trasforma gli altri) e Proteo (trasforma se stesso).
- Temi: trasformazione e movimento continuo (fontane nelle città).
- Arte della meraviglia (Marino: «fin del poeta è la meraviglia»); unica regola = rompere le regole “a tempo e a luogo”.
- Non esiste un solo significato del mondo.
- Classici ancora centrali ma usati anche per i giochi pirotecnici della meraviglia.
- Scoperte: retina, circolazione del sangue (flusso del corpo).
- Legame tra scienza e letteratura; ricerca di crepe nei classici per inserire storie moderne.
L’Adone di Giovan Battista Marini
Nell’ultima parte della sua lettera del 1621, Girolamo Preti ricorda di aver letto alcuni passaggi dell’Adone, la grande opera di Giovan Battista Marino, e sottolinea come in essa il principio della meraviglia sia il fine ultimo cui tende la poetica barocca.
Secondo Preti, Marino costruisce un rapporto particolare con il suo pubblico: crea attesa, alimenta la sorpresa, prepara il lettore a un effetto di stupore. Questo perché, osserva Preti, le radici dell’Adone affondano molto lontano nel tempo, e l’opera non nasce in modo improvvisato.
Le origini dell’“Adone”: 1594
Le prime tracce del progetto risalgono infatti al 1594. In quell’anno Marino, autore napoletano, inizia a Napoli la composizione dell’Adone.
La città partenopea è un luogo centrale nella cultura poetica del Cinquecento: è la città di Torquato Tasso, figura di riferimento assoluto per il secolo, e Marino si muove precisamente nella sua scia.
Si può dire che l’Adone nasca sotto l’ombra di Tasso, ispirandosi alla sua tradizione poetica anche se poi se ne distacca con decisione.
Dal 1594 fino al 1615, Marino attraversa una fase difficile della sua vita, segnata da turbolenze, contrasti e persino dalla prigionia. È un periodo irregolare, oscuro, che ostacola la continuità del progetto.
Il 1614: l’“Adone” come progetto secondario
Fino al 1614, l’Adone non era affatto l’opera principale per Marino: si trattava di un testo ancora embrionale, costituito soltanto da quattro canti.
I suoi progetti maggiori erano invece due:
- Una “Gerusalemme distrutta”, cioè una continuazione o riscrittura in chiave moderna ed eroica della Gerusalemme liberata di Tasso.
- Le “Trasformazioni”, un’opera che intendeva essere la traduzione–rielaborazione in italiano delle Metamorfosi di Ovidio.
Dalle lettere di Marino emerge chiaramente che, fino a quel momento, l’Adone aveva un ruolo marginale rispetto a queste imprese poetiche più ambiziose.
Il 1615: il trasferimento in Francia e il cambiamento di rotta
Nel 1615 Marino si trasferisce in Francia, presso la corte della regina madre Maria de’ Medici, che lo accoglie sotto la sua protezione.
Questo spostamento provoca un cambiamento decisivo nella sua attività letteraria: è proprio alla corte francese che Marino decide di fare dell’Adone il suo progetto principale.
Tra il 1615 e il 1616, il poema subisce un’espansione imponente: passa da 4 a 12 canti, triplicando la sua estensione. Il lavoro procede con ritmo intenso: tra il 1615 e il 1617, Marino completa un’intera redazione dell’opera, una versione però oggi perduta.
Questa prima compiuta stesura del poema viene dedicata a Concino Concini, potente maresciallo di Francia, favorito della regina e protettore dello stesso Marino.
1617–1619: l’assassinio di Concini e il mutamento politico
Improvvisamente, Concino Concini viene assassinato. L’ordine arriva direttamente dal giovane re Luigi XIII, che in quegli anni (1617) riesce a sottrarre il potere alla madre, la regina reggente Maria de’ Medici.
La caduta e l’esecuzione di Concini, avvenuta tra 1617 e 1619, chiude bruscamente la fase in cui l’Adone era legato alla protezione politica dell’uomo più influente del regno. Questo evento destabilizza Marino e complica ulteriormente la vicenda editoriale del poema, che subirà nuove modifiche e ripensamenti nei decenni successivi fino alla versione definitiva del 1623.
Dopo l’assassinio di Concino Concini nel 1617 – l’uomo a cui Marino aveva originariamente dedicato l’Adone – l’intero progetto encomiastico del poema risultò compromesso. L’autore fu dunque costretto a riscrivere tutte le ottave in cui celebrava la figura del defunto maresciallo.
Si tratta di un punto decisivo: non dovette cambiare solo la dedica, ma l’intera struttura elogiativa che percorreva il poema. Questa riscrittura forzata comportò una vera e propria seconda linea di redazione, nella quale mutarono sia il tessuto stilistico sia il contenuto, dando vita alla versione dell’Adone che conosciamo oggi.
Tra il 1620 e il 1622 Marino seguì passo passo la complessa fase di stampa, vigilando sui caratteri, sulla forma editoriale e sull’impostazione tipografica: un lavoro enorme, dato che l’opera è uno dei poemi più vasti della letteratura europea.
La dedica
Quando il poema uscì, la dedica ufficiale risultava rivolta a Maria de’ Medici, la regina madre. Ma il suo ruolo era quello di mediatrice: nella lettera che apre il poema, Marino la supplica di far giungere il libro al figlio, il re Luigi XIII.
In questo modo riusciva a:
- Onorarla direttamente, come sua protettrice per anni;
- Onorare indirettamente il re, offrendo il poema nelle sue mani;
- Mantenere equilibrio diplomatico in un contesto politico delicatissimo.
L’anno ufficiale della pubblicazione è il 1623.
Marino e la domanda decisiva: il Barocco può rifare l’epica?
Il Seicento, secolo di crisi e trasformazioni, è anche il secolo in cui ci si chiede se l’epica tradizionale – centrata sul tema delle armi – sia ancora praticabile.
A un lettore moderno del 1600, immerso in un mondo che non riconosce più gli eroi omerici o l’eroismo cavalleresco, avrebbe davvero interessato una nuova epica militare?
Marino risponde no.
Per farlo, si volge a una figura centrale del suo orizzonte letterario: Ovidio, soprattutto l’Ovidio delle Metamorfosi, il poeta della trasformazione, dell’amore e del mutamento.
L’Adone nasce proprio per essere una trasmutazione italiana del mondo ovidiano, non un rifacimento dell’epica tassiana.
Per questo Marino sceglie uno dei miti meno epici della tradizione antica: Adone, simbolo della bellezza, del desiderio, della fragilità dell’esistenza.
E già dal titolo si comprende che l’opera non ci condurrà sui campi di battaglia, ma nel regno dell’amore.
Adone, I 1-10 (invocazione a Venere e dedica a Luigi XIII e Maria de' Medici)
1617–1619: l’assassinio di Concini e il mutamento politico
Improvvisamente, Concino Concini viene assassinato. L’ordine arriva direttamente dal
11.
Io chiamo te, per cui si volge e move
giovane re Luigi XIII, che in quegli anni (1617) riesce a sottrarre il potere alla madre,
la più benigna e mansueta sfera,
la regina reggente Maria de’ Medici. La caduta e l’esecuzione di Concini, avvenuta tra
L’autore apre l’invocazione a Venere, chiamandola “madre d’Amor” e “figlia di Giove”,
santa madre d’Amor, figlia di Giove,
1617 e 1619, chiude bruscamente la fase in cui l’Adone era legato alla protezione
sottolineando la sua duplice natura: divina e terrena, dea dell’amore e della bellezza.
bella Dea d’Amathunta, e di Cithera;
politica dell’uomo più influente del regno. Questo evento destabilizza Marino e complica
Viene descritta come fonte di grazia che illumina il cielo e innamora il mondo: non è solo un
te, la cui stella, ond’ogni grazia piove,
ulteriormente la vicenda editoriale del poema, che subirà nuove modifiche e ripensamenti
richiamo religioso, ma serve a stabilire Venere
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